martedì 19 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Il vero cinema di qualità


Qualcuno tempo fa lo chiamò "il poeta dei sobborghi marsigliesi": una definizione forse limitativa, ma tutto sommato adeguata nel descrivere il cinema di Robert Guédiguian, protagonista dell'edizione 2013 del Bergamo Film Meeting, conclusa domenica sera tra gli applausi del pubblico che per nove giorni ha affollato l'Auditorium di Piazza della Libertà, spesso esaurito in ogni ordine di posto, con gente addirittura accampata sugli scalini dei corridoi. L'idea di dedicare una retrospettiva integrale all'autore francese, purtroppo poco conosciuto in Italia, oltre a essere brillantissima sulla carta si è rivelata vincente anche al lato pratico: i 17 film di Guédiguian hanno appassionato gli spettatori, e sia lui che la compagna-attrice Ariane Ascaride hanno ricevuto una meritata standing ovation quando venerdì sera sono apparsi sul palco, dimostrandosi poi persone umili, amabili, squisite, nei vari incontri in cui sono stati coinvolti nelle ore successive, intrattenendo la folla con aneddoti interessanti e spassosissimi 
Operai, disoccupati, giovani allo sbando, piccoli delinquenti; gente povera ma piena di dignità; storie di tutti di giorni, divise tra disillusioni e sconfitte, battaglie e vittorie, tenerezza e caparbietà; trent'anni di cinema onesto, genuino, condotto con mano sicura, dall'esordio con Dernier Eté (1981) sino all'ultimo e bellissimo Le nevi del Kilimangiaro; tre decadi di lavoro appassionato, coerente, schierato dalla parte dei più deboli senza peraltro mai (s)cadere nel qualunquismo o nella mera lotta ideologica: Guédiguian, riportando le sue stesse parole, nella sua carriera ha voluto sempre "dare voce a chi non ce l'ha", e lo ha fatto con una purezza d'intenti libera da ogni sospetto. 


Grazie alla splendida pensata del direttore Angelo Signorelli, il pubblico di Bergamo ha potuto vivere un coinvolgente viaggio in un cinema di volta in volta dolente e divertito, straziante e risorgente, contrassegnato da tappe significative e in fondo tutte necessarie. La disperazione cocente dello splendido La ville est tranquille, forse il capolavoro di una vita; il sogno mai domo di A' la place du coeur; il laicismo tagliente del "quasi morettiano" L'argent fait le bonheur; lo scatenato divertissement metacinematografico di A' L'attaque; tante storie per un unico cinema, sempre uguale a se stesso eppure sempre diverso, con un'intoccabile famiglia di attori ad accompagnare Guédiguian in ogni lavoro: la Ascaride, musa ispiratrice nella vita come nell'Arte; Jean-Pierre Darroussin, magnifico interprete che non ci si stancherebbe mai di guardar recitare; Gérard Meylan, impeccabile trasformista. Un po' come Kaurismaki, Guédiguian da trent'anni fa sempre lo stesso film, eppure ogni volta è capace di sorprenderci e rinnovarsi. Una virtù che appartiene solo ai grandi cineasti.


Il festival di Bergamo si è confermato ancora una volta uno degli appuntamenti più belli dell'intero panorama nazionale, e lo ha fatto attraverso un fattore tanto essenziale quanto (non) scontato: la qualità. Impossibile, tra gli ottanta e passa titoli presentati, trovare una pellicola di livello scadente. Numerosissime, invece, le suggestioni positive, sia nei film in concorso, sia nelle sezioni parallele, sia negli abbondanti omaggi rivolti al passato, in cui è stato possibile gustare, tra gli altri, F For Fake, testamento artistico del "ciarlatano" Orson Welles; Murder By Death, scatenata parodia del whodunit con clamorosa sfilata di star all british, da Peter Sellers ad Alec Guinness, da Maggie Smith a Peter Falk; House on Haunted Hill, leggendario horror di William Castle con il totemico Vincent Price; The Horse's Mouth, sottostimato lavoro del '58 con un Guinness pittore scapestrato più in forma che mai.
A conti fatti, quello di Bergamo è e resta un evento imprescindibile, per compiere un'immersione totale nel caldo abbraccio del cinema, senza limiti né confini. Complimenti sinceri a tutta l'organizzazione.

domenica 17 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Chaika, il treno della speranza


C'è un treno che parte, ogni giorno, da una landa remota situata in mezzo al niente. Chi sono le persone che salgono sui quei vagoni? Dove vanno? Scappano verso una nuova vita? Oppure fuggono per poi ritornare? E' quanto si chiede Ahysa, la protagonista di Chaika, il migliore tra i film in concorso visti in questa edizione del Bergamo Film Meeting.
Diretto dallo spagnolo Miguel Angel Jimenez, il film racconta la storia di una prostituta di origine kazaka. Abbandonata la casa paterna, la ragazza s'imbarca su una nave, in mancanza di alternative migliori, e per intere settimane è costretta a soddisfare le voglie represse (e talvolta brutali) dei marinai. 
Terminata la navigazione Ahysa, nel frattempo diventata madre, non sa dove andare: accetta così l'invito di Asylbeck, marinaio dall'animo buono, innamorato di lei e disposto a offrirle un tetto pur di averla vicino. Negli anni seguenti Ahysa e il figlio, Tursyn, vivono con Asylbeck e la sua famiglia in una casupola gelida in Siberia, per poi trasferirsi tra le steppe del Kazakistan. Più avanti nel tempo, Tursyn torna nei luoghi in cui ha trascorso la sua infanzia, per rievocare il passato.

Chaika è stata una difficilissima sfida. Così l'hanno definita i produttori del film, tramite un video-messaggio recapitato agli spettatori di Bergamo. Tre anni di riprese, con pericoli di non poco conto e ostacoli di tutti i tipi messi in atto dalle autorità kazake, mal disposte a tollerare nel loro territorio la lavorazione di un film con protagonista una prostituta musulmana. Divieti, visti poi ritirati, ingerenze e aggressioni, a causa delle quali la troupe ha dovuto raccogliere il materiale e terminare le riprese altrove, in Siberia, con temperature mai sopra i -20 gradi. 


Un'avventura estrema, verrebbe da dire herzoghiana, per fortuna portata a termine con pieno successo. Chaika è infatti un lavoro doloroso, intimo, lacerante e non privo di poesia. Un'opera diretta con attenzione e umiltà, in cui la natura toglie spazio alla parola, e il silenzio riesce a spiegare più di mille frasi. Penetrata dai rudi marinai prima, dal freddo inclemente poi, Ahysa è un'anima mite, sola, irrequieta: una donna cresciuta troppo in fretta, torturata dal destino, vogliosa di cullare sogni di mitiche fughe dirette verso un futuro radioso. Il suo compagno, Asylbeck, ne è l'esatto contrappunto: un uomo semplice, che niente ha e niente insegue, salvo la presenza di una donna che non lo ama, ma che, anche solo standogli accanto, gli regala quella felicità che mai potrebbe trovare in nessun altro angolo del mondo.
Ci sono persone che muoiono lì dove sono nate; altre invece cercano per tutta la vita il luogo giusto per loro, senza mai trovarlo. Ahysa (una bravissima Salome Demuria) fa parte della seconda categoria, come tanti di noi; stringendo i denti combatte, soffre, subisce, piange, resiste, sapendo che un giorno, forse, troverà finalmente il coraggio di salire su quel treno, correndo ad ampie falcate verso il domani. Qualunque esso sia.

venerdì 15 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Belgio, in fuga dalla realtà


Scappare, sognare, sperare. Fuggire, crescere, maturare. E poi fallire, rinunciare, ritornare. Con il cuore verso il futuro, e i piedi ingabbiati nel presente. 
Il Bergamo Film Meeting prosegue nella sua offerta ricca di suggestioni e spunti di riflessione, e propone in concorso due pellicole accomunate dalla provenienza geografica e da tematiche alquanto similari: Mobile Home e Le monde nous appartient, entrambe di produzione belga, a rappresentare una terra sempre più valida e proficua per quanto concerne il cinema di qualità.
Debutto nel lungometraggio di François Pirot, classe 1977 e già co-sceneggiatore di Nue propriété di Joachim Lafosse, Mobile Home racconta la tragicomica storia di Simon e Julien, amici di vecchia data che decidono di acquistare un camper, per lasciare gli angusti confini del piccolo paese d'origine e viaggiare lungo l'Europa, alla ricerca di avventura, emozioni e libertà. Per loro sfortuna, però, il mezzo si guasta subito, e i due sono costretti a rimandare la partenza, e a lavorare nei campi per raggranellare i soldi necessari per le riparazioni. Durante le settimane di pausa forzata, devono affrontare eventi inattesi e subire un duro confronto con se stessi, cercando di capire cosa veramente vogliono dalla vita.
Il film di Pirot, a tratti anarchico, surreale, e capace di divertire e appassionare il pubblico bergamasco, utilizza un'artificiosa schematizzazione da road movie per scavare nei dubbi insiti nelle menti confuse di due giovani ribelli insoddisfatti della propria condizione. Simon e Julien volano sulle ali dell'entusiasmo e piombano distrutti al suolo con la medesima facilità, scappano dalla banalità ma convivono con ataviche paure, disdegnano l'amore salvo poi aggrapparsi a esso con disperata necessità, idealizzano la fuga come unico (im)possibile strumento di emancipazione. Il loro fantomatico viaggio si nutre di dubbi prima ancora di iniziare, e la lunga strada verso il domani che i protagonisti immaginano non è altro che uno stanziale e necessario esame con cui, dopo varie peripezie, trovare forse la giusta risolutezza per patteggiare con i propri demoni. La poesia rotola così a braccetto con la realtà, in una notte senza stelle destinata a un'alba indecifrabile.


Opera seconda di Stephan Streker, Le monde nous appartient segue allo stesso modo le vicende di due giovani irrequieti e insicuri, Julien e Pouga, uno calciatore con una carriera ancora incapace di esplodere, l'altro delinquente e avvezzo al furto come sfida nei confronti della società che lo opprime. A differenza del lavoro di Pirot, in questo caso la narrazione segue due storie parallele, incentrate su personaggi che non si conoscono, e che arriveranno a convergere, per via della causalità, soltanto nel drammatico epilogo. Utilizzando scelte di regia piuttosto aggressive e non sempre convincenti, Streker insegue la furia implosa dei suoi attori, smarriti in un universo mascherato che non regala alcuna reale valvola di sfogo e salvezza. Il cammino di Julien e Pouga è complesso, accidentato, destinato alla vera scoperta di sé, ma quando si presenta l'occasione di dare una svolta all'acredine che li consuma, il destino costruisce per loro muri spessi, crudeli, simboli di ferite non più rimarginabili.
Da segnalare nel film la presenza del totem dardenniano Olivier Gourmet, assoluto condottiero dell'intero cinema europeo. La sua sofferta fisicità è, come sempre, una garanzia.

giovedì 14 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Le prigioni dell'anima


Dalle nove del mattino sino a tarda sera, senza soluzione di continuità, il Bergamo Film Meeting offre ogni giorno proiezioni diversificate e appassionanti. Anteprime, concorso, sezioni collaterali, retrospettive dedicate a Robert Guédiguian e Alec Guinness: il festival lombardo conferma anche quest'anno una ricchezza di contenuti più che apprezzabile. Le tematiche delle opere selezionate toccano sovente derive inclini a mostrare lati sofferti della società odierna, ma in diversi casi sanno anche scavare, con efficacia, all'interno di corpi divelti e anime perdute, imprigionate tra le sbarre dell'ingiustizia e dell'incomprensione.
Così, ad esempio, accade in Crulic, documentario animato diretto da Anca Damian e già premiato lo scorso anno ad Annecy. Tratto da una storia vera, il lavoro di Damian s'ispira alla tragedia di un giovane rumeno condannato ingiustamente, in due differenti occasioni, per reati mai commessi. Chiuso in una prigione della Polonia, Daniel Crulic professa la sua innocenza, e scrive alle autorità affinché qualcuno s'interessi al suo caso e lo liberi dall'orrenda reclusione: le sue missive, però, restano senza risposta. L'uomo inizia così un lungo sciopero della fame, che lo porterà a deperire, sempre più, sino a trovare la morte, mentre intorno a lui l'indifferenza e la burocrazia dilapidano qualsiasi possibilità di salvezza. Il lungometraggio ripercorre la vita del protagonista, sin dall'infanzia, utilizzando a più riprese il singolare espediente della voce fuori campo dell'ormai defunto. A tratti, il film risulta un po'  verboso, tanto che, soprattutto nella prima parte, le parole rischiano di soffocare l'imponente costruzione linguistica delle immagini. Ciò nonostante, ci troviamo di fronte a un progetto valido, toccante, rigoroso, e impreziosito da trovate visive davvero notevoli, dagli uomini con la testa di fragola che si avviano a capo chino al lavoro nei campi come i langhiani operai di Metropolis, sino al lenzuolo finale che dopo aver ospitato l'ultima agonia del protagonista vola nell'aria, alla stregua di uno spirito finalmente in fuga verso la libertà.


La prigione provoca ferite non rimarginabili. Durante, ma anche (e soprattutto?) dopo, come accade in Beyond Wriezen, documentario diretto da Daniel Abma, nel quale il regista filma la vita di tre ragazzi tedeschi dal momento in cui terminano di scontare le proprie pene e tornano a inserirsi nella società. Le cicatrici del corpo e della mente corrodono il destino di questi tre personaggi, probabilmente condannati a non trovare mai più un vero posto nella comunità, a sopravvivere come capita, oppure a ricadere negli stessi errori del passato e tornare in quella fredda cella, unico nido realmente sicuro.

Infine, la prigione si fa metafora dell'incomunicabilità e dell'assenza nel fiabesco Good Luck, and Take Care of Each Other, opera prima dello svedese Jens Sjogren, in concorso. Ambientato in una piccola cittadina assiepata tra i boschi, il film racconta la bizzarra amicizia tra l'anziano Alvar, costruttore di modellini e statuine che ancora non riesce a razionalizzare il dolore subito per la recente perdita della moglie, e la quindicenne Miriam, ribelle e incompresa da genitori e insegnanti. I due annullano l'enorme differenza d'età, riuscendo a scambiarsi emozioni inattese, sino a creare un rapporto di ruvida empatia capace di sgretolare i dubbi delle persone che vivono loro intorno. Come opposti che s'attraggono, Alvar e Miriam si uniscono in un abbraccio attraverso il quale la maturità e l'adolescenza convergono in un unico strumento di ricerca interiore, utile per scardinare i pericoli della noia, cavalcare mondi profumati di favola, superare i drammi delle rispettive vite, e forse, chissà, donare anche un po' di gioia all'umanità.


La prigione, durante e anche dopo: quello di Sjogren è un viaggio in cui trovano spazio la libertà ottenuta attraverso la fantasia, e la protesta cullata dall'umiltà, a caccia di un futuro incerto. Ma sopra a tutto, sempre e comunque, resta la speranza, affidata a un troll lasciato a riposare nell'incavo di un albero, al sicuro, per conservare in eterno l'impossibile segreto della felicità.

giovedì 7 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Nel segno di Guédiguian


Pronti per partire. Sabato 9 marzo inizia la trentunesima edizione del Bergamo Film Meeting, un evento che, nonostante le difficoltà finanziarie, rimane in vita e in salute, ricevendo riconoscimenti senza dubbio meritati e continuando a proporre un programma di altissimo livello.
Dal 9 al 17, presso l'Auditorium di Piazza Della Libertà e il vicino Cinema San Marco, sfileranno oltre ottanta film, con proiezioni quotidiane dal mattino fino a notte fonda. Un cartellone ampio ed eterogeneo, diviso in sezioni ben specifiche: concorso lungometraggi, con sette film di giovani registi europei emergenti, tutte opere prime o seconde; Visti da vicino, pellicole dedicate a temi di scottante attualità; Cantiere Europa, con lavori incentrati sulla crisi economica che si respira in ogni dove, e l'importante presenza di L'exercice de l'Etat, con Olivier Gourmet, film vincitore di tre premi César; Falso d'autore, viaggio legato alla finzione nell'arte cinematografica, in cui si vedranno capolavori come F For Fake di Orson Welles e Vertigo di Hitchcock. Non è finita qua: a Bergamo ci sarà anche una retrospettiva dedicata al poliedrico Alec Guinness, e poi cortometraggi, documentari, incontri con gli autori, una fantamaratona che si chiuderà in piena notte con lo strepitoso House on Haunted Hill di Wlliam Castle, e succose anteprime con la lieta presenza del sontuoso Holy Motors (numero 1 di Cinemystic nella classifica dei film più belli del 2012) e del bellissimo Blancanieves, trionfatore assoluto agli ultimi premi Goya.

Vincent Price

Infine, l'appuntamento più significativo di questa edizione, a giudizio di chi scrive: una retrospettiva integrale dedicata a Robert Guédiguian, uno degli autori francesi più interessanti degli ultimi lustri. Classe 1953, da sempre propone un cinema imbevuto di realismo sociale, schierandosi dalla parte dei più deboli per raccontare piccole grandi storie, in molti casi ambientate nella sua Marsiglia, in cui si alternano sofferenza e speranza, alienazione e riscatto sociale, ingiustizie e rinascita, con la presenza costante di due attori feticcio che lo hanno accompagnato nella quasi integrità del suo cammino: Ariane Ascaride (anche compagna nella vita) e il mai abbastanza celebrato Jean-Pierre Darroussin. Al festival, alla presenza dello stesso Guédiguian, si potrà assistere a tutti i 17 film del regista, da Marius e Jeannette a Marie-Jo e i suoi due amori, da La ville est tranquille a Le passeggiate al Campo di Marte, fino ad arrivare all'ultimo e magnifico Le nevi del Kilimanjaro. Un'opportunità imperdibile, e una scelta coraggiosa e affascinante, per la quale è davvero il caso di fare i complimenti all'organizzazione.

Jean-Pierre Darroussin Ariane Ascaride

Assai intrigante dal punto di vista qualitativo, il Bergamo Film Meeting si lascia apprezzare anche dal lato logistico, con la comoda possibilità per spettatori e addetti ai lavori di immergersi in lunghe e appassionanti giornate di maratona cinefila in un unico luogo, evitando i ridicoli e insopportabili spostamenti che in altri festival (ad esempio quello milanese) rendono impraticabile la costruzione di un proprio programma quotidiano.
Insomma, l'evento bergamasco è uno dei migliori in assoluto nel panorama nazionale: dal 9 al 17 marzo ne avremo l'ennesima conferma. Qui il programma completo. Nei prossimi giorni su Cinemystic ci saranno aggiornamenti e recensioni in diretta dalla manifestazione.

martedì 5 marzo 2013

THE SESSIONS - Recensione - La scoperta del corpo


Finito il lungo periodo di premi e celebrazioni, torniamo a occuparci dei film in quanto tali, dedicando qualche parola a una pellicola presentata in anteprima italiana a novembre al Torino Film Festival, e da un paio di settimane approdata nelle sale: The Sessions, di Ben Lewin.
Protagonista della vicenda è Mark O'Brien, giornalista e poeta, immobilizzato e costretto a trascorrere gran parte del suo tempo in un polmone d'acciaio, a causa di una poliomielite contratta in età giovanile. 
Desideroso di approfondire la sua (non) conoscenza del sesso, voglioso di perdere la verginità e conoscere meglio il suo corpo, Mark si affida a Cheryl, una terapista specializzata, disposta ad accompagnarlo in questo ostico percorso. Durante le sedute i due si conoscono, si toccano, si esplorano, superano le iniziali diffidenze e compiono graduali miglioramenti, sino a giungere al sospirato atto penetrativo. Nel frattempo, Mark confida i suoi progressi al parroco locale, imbarazzato per l'argomento ma deciso a fornire l'aiuto spirituale richiesto.
La storia si basa sulla reale vicenda del protagonista, deceduto a 49 anni è già oggetto di un documentario premiato con l'Oscar nel 1996. Il cinema americano, si sa, è con costanza avvezzo a esplorare i sentieri dell'handicap, raccontando dolenti drammi talvolta capaci di scavare nell'anima negli spettatori con sincerità ed efficacia (A Beautiful Mind, Mr. Grape), in altri casi invece incapaci di evitare le sabbie mobili del qualunquismo e della fiacca retorica (Mi chiamo Sam). 


Il film di Lewin, anche lui malato di poliomielite, riesce a scansare il pericolo, perlomeno in parte: interessante risulta infatti la prima metà dell'opera, incentrata sul mosaico di scoperta grazie al quale Mark combatte ataviche paure e apre le ali di un mondo fino a quel momento in pratica sconosciuto; dal momento in cui i due protagonisti instaurano una complicità che scavalca il rapporto dottore/paziente per incrociare le vie del sentimento, la sceneggiatura invece si appiattisce, accarezzando lidi rassicuranti e non privi di un certo buonismo.
Con mezzi limitati e una messinscena silenziosa, priva di fronzoli, The Sessions ottiene comunque un risultato onesto, discreto, anche (e soprattutto) grazie ai suoi ispirati attori, a partire da John Hawkes, iconico trasformista ormai in prima linea nel miglior cinema americano indipendente; un'ennesima conferma, dopo le ottime prove già fornite in Winter's Bone e Martha Marcy May Marlene. Accanto a lui Helen Hunt, che affronta il ruolo con la giusta sensibilità, e da ammirare per il coraggio di mostrarsi nuda all'alba dei cinquanta; una donna per la quale pare che il tempo si sia fermato, più bella adesso rispetto a vent'anni fa (un po' come la splendida Marisa Tomei).


Terzo incomodo, si fa per dire, William H. Macy, attore versatile e mai abbastanza celebrato (indimenticabile ad esempio in Edmond di Stuart Gordon), qui alle prese con un'inedita veste sacerdotale, e capace di donare al suo personaggio un'anima bizzarra ma umanissima, ironica ma equilibrata, senza la benché minima ombra caricaturale.