martedì 29 gennaio 2013

MY FRENCH FILM FESTIVAL 2013 - Il cinema francese online, al costo di un caffè


Come lo scorso anno, dedichiamo anche nel 2013, con molto piacere, un'ampia segnalazione relativa a un'iniziativa davvero notevole. E' infatti in pieno corso di svolgimento la terza edizione del My French Film Festival, un evento grazie al quale è possibile visionare, legalmente e in streaming online, molte recenti pellicole francesi, sottotitolate in italiano e inedite da noi.
Il festival è iniziato il 17 gennaio, e terminerà il 17 febbraio. Fino a quella data, collegandosi al sito ufficiale, sarà possibile leggere trame e informazioni inerenti tutti i film, scegliere quali guardare, e gustarseli sul proprio computer, accompagnandoli con interviste esclusive ad attori e registi. Parliamo di lavori che nella quasi totalità dei casi non troveranno mai posto nel marciume della distribuzione nostrana. Di conseguenza l'occasione è da cogliere al volo. Purtroppo, a differenza dello scorso anno, l'Italia non è tra i paesi privilegiati dalla gratuità dell'offerta. Poco male però, perché i costi per l'acquisto dei singoli film, o dei pacchetti completi, è irrisorio.
Dieci sono i titoli presenti nel concorso lungometraggi, con una giuria internazionale che distribuirà premi e riconoscimenti ai lavori più apprezzati e votati. Altrettanti quelli presenti nella sezione riservata ai corti, più altre tre pellicole fuori concorso. Ventitré dunque i film complessivi, tutti visibili con i sottotitoli italiani direttamente dal sito.


Nel 2012 il My French Film Festival aveva permesso a tanti spettatori sparsi per il mondo di scoprire titoli di notevolissimo valore, tra i quali l'incisivo Un poison violent (vincitore dell'evento), il doloroso Huit fois debout, l'accattivante e piacevole J'aime regarder les filles, l'irresistibile La reine des pommes (il debutto di Valérie Donzelli), e l'ottimo D'amour et d'eau fraiche, con Anais Demoustier e Pio Marmai. 
Anche quest'anno, studiando il programma, troviamo molteplici suggestioni. In concorso abbiamo infatti, tra gli altri, il tesissimo noir De bon matin, già visto al Courmayeur Noir Fest, con un magnifico Jean-Pierre Darroussin; un lavoro solidissimo, devastante e imperdibile, entrato nella mia classifica dei migliori film del 2011
Inoltre, sembrano sulla carta molto intriganti anche Louise Wimmer (la protagonista Corinne Masiero ha appena ricevuto una nomination ai César come miglior attrice per questo ruolo), Parlez-moi de vous (con Karin Viard nei panni di una disc jockey specializzata in tematiche sessuali), e Une bouteille à la mer (con la giovane Agathe Bonitzer, già ammirata all'ultimo Torino Film Festival in Les nuits avec Theodore, accanto all'onnipresente Pio Marmai). 


I motivi d'interesse dunque non mancano; il meraviglioso mondo del cinema francese è qui, a portata di click e al costo di un caffè. Approfittatene.

venerdì 25 gennaio 2013

CESAR 2013 - Nominations - Camille Redouble in prima fila


Sono state annunciate questa mattina le nominations per i César 2013, ovvero, come ben sapete, gli Oscar del cinema francese. Quello appena concluso è stato un anno straordinario per i film d'Oltralpe, con lavori che hanno saputo superare i confini autoctoni per imporsi a livello mondiale, Amour di Haneke in primis, e altre pellicole capaci di entusiasmare i cinefili di ogni latitudine, dallo straordinario Holy Motors di Carax al pregevole De rouille et d'os di Audiard. Tre assi di prima qualità, che come previsto hanno fatto incetta di candidature, rispettivamente 10, 9 e 9, nell'attesa, con ogni probabilità, di dividersi quasi tutte le statuette più importanti. Com'era facile prevedere la triade sarà in lizza per i titoli di miglior film e regia, e nelle categorie riservate ai migliori attori protagonisti concorreranno i vari Trintignant, Riva, Lavant e Cotillard.
Fin qui, tutto normale. A svettare sopra tutti, quantomeno a livello numerico, è però a sorpresa un altro film: Camille Redouble, di Noémie Lvovsky, capace di accumulare ben 13 candidature, con presenza massiccia in tutte le cinquine più significative. Una rivelazione, certo, ma non così stupefacente: il film della Lvovsky, storia di una donna lasciata dal marito che si trova all'improvviso a rivivere la propria adolescenza, ha infatti primeggiato negli incassi annuali dei cinema francesi, ed è stato amatissimo dal pubblico.


Sfogliando le nominations nella loro totalità, notiamo poi alcuni nomi che accogliamo con gioia: il giovane Kacey Mottet Klein candidato come miglior "speranza" per lo splendido L'enfant d'en haut (Sister) di Ursula Meier, che peraltro avrebbe meritato una più ampia considerazione; il pregevole 38 Témoins, di Lucas Belvaux, visto al Courmayeur Noir Festival, nominato come miglior adattamento; il sorprendente Louise Wimmer, in concorso in questi giorni al My French Film Festival, candidato come miglior esordio e per l'attrice protagonista, Corinne Masiero; Ernest & Celestine, distribuito in Italia dalla benemerita Sacher di Moretti, entrato in lizza per il miglior film d'animazione. 
Stupiscono le cinque candidature (tra cui miglior film) per la commedia Le prènom (uscita anche da noi la scorsa estate con il titolo di Cena tra amici). Più volte citati inoltre Dans la maison di François Ozon e Les adieux à la reine di Benoit Jacquot, girato a Versailles, con Léa Seydoux e Virginie Ledoyen, mentre risalta la totale assenza del peraltro non eccelso Les Infidèles e dei suoi due compari Jean Dujardin e Gilles Lellouche. Snobbato senza appello anche Thérèse Desqueyroux, l'ultimo film di Claude Miller.


A sensazione crediamo che sarà Amour a portarsi a casa buona parte dei premi, ma la cerimonia, in programma il 22 febbraio, sarà in ogni caso molto interessante. Come lo scorso anno, diretta in chiaro su Canal+. Sul sito ufficiale dei César potete trovare l'elenco completo dei candidati, mentre qui a sinistra ecco il bellissimo poster dell'evento, con Simone Signoret ritratta su sfondo nero.

martedì 22 gennaio 2013

DJANGO UNCHAINED - Tarantino e il morbo dell'idolatria


No, questa non è una recensione di Django Unchained. Il film non l'ho ancora visto, anche se mi propongo di farlo nei prossimi giorni. Il motivo del post è un altro, ovvero il terrificante misticismo che da lustri si scatena ogni volta che giunge nelle sale una nuova pellicola diretta da Quentin Tarantino. 
L'Apocalisse inizia già mesi prima, quando le news si susseguono sul filo dell'eccitazione, e anche un trailer di cinque secondi è in grado di provocare orgasmi multipli ai fans sfegatati dell'autore americano; la tempesta prosegue senza tregua sino all'effettivo approdo del film al cinema, per poi spazzare via le barriere del tempo e inoltrarsi nei mesi successivi.
Quando arriva lui, il mondo della Settima Arte si ferma: i titoli di riviste e blog vanno tutti in un'unica direzione, e le folte milizie tarantiniane, con lo sguardo fiero e gli occhi lucidi (per citare una canzone dei Timoria), si prostrano davanti al loro Dio in carne e sangue, inneggiando al capolavoro prima ancora di aver usufruito dell'effettiva visione; è un sabba collettivo, un'orgia umorale che avvolge spettatori e critici, pubblico di massa e giornalisti. Il Guru è tornato, ammirate e pregate. Le opinioni negative non sono permesse, le perplessità nemmeno: agli scellerati colpevoli di tanta empietà si rivolge senza indugio un trattamento da appestati, con conseguente accusa di eresia e sommaria condanna al rogo. Brucia, miscredente, il Re non si tocca.
Per il sottoscritto, il suddetto fenomeno risulta sempre un po' (tanto) fastidioso. Intendiamoci, io non ho nulla contro Mr. Tarantino: ho amato tantissimo alcuni suoi lavori (Jackie Brown), ne ho apprezzati altri senza strapparmi i capelli (Le iene, Pulp Fiction, Bastardi senza gloria), alcuni mi hanno lasciato parecchi dubbi (i due Kill Bill), altri infine li ho quasi detestati (l'episodio di Grindhouse). Lo giudico un buonissimo autore, e al contempo, la Curva Sud mi perdoni, anche un bel paraculo. Il che non è per forza un difetto, anzi. 
In ogni caso, ciò che davvero spesso manca, quando si parla dell'americano, è un minimo di obiettività, un tocco di parsimonia, una spolverata di equità nei giudizi. Leggere recensioni entusiaste di addetti ai lavori che già da prima avevano palesemente deciso come il suo nuovo film sarebbe stato (come sempre) un capolavoro, è assai deprimente, così come notare la presenza di una fetta di pubblico che torna al cinema dopo secoli perché c'è Tarantino, salvo poi abbandonare per l'ennesima volta la frequentazione delle sale dal tramonto successivo.


Per carità, qui nessuno vuol fare l'eroe senza peccato: io stesso mi sono costruito negli anni un gruppo di autori e attori che adoro e che magari anche inconsciamente cerco di difendere a spada tratta in molte circostanze. È la logica delle cose, in ambito cinematografico, musicale, sportivo. Tuttavia, quando si tira in ballo il Guru di Knoxville, il fenomeno assume contorni incontrollabili e quasi inquietanti; una stortura per certi versi paragonabile a ciò che accade nei confronti di Dario Argento, protetto a oltranza da un piccolo (neanche tanto) esercito di paladini pronti a immolarsi pur di difendere tutte le imbarazzanti schifezze perpetrate dall'ex maestro dell'horror italico negli ultimi vent'anni. Con modalità diverse, il fatto si palesa anche con i vari Mann, Refn, Anderson, Lynch, Spielberg, e molti altri. Ma l'armata tarantiniana si spinge dove nessun altro può arrivare, supera i confini, e l'idolatria preconcetta diventa elemento universale e globalizzante (per quanto in questo senso l'Italia sia in prima linea). 
Peraltro, come mi è già stato obiettato, risulta irritante anche l'atteggiamento opposto, ovvero la stroncatura a priori, altro fenomeno triste e disdicevole dovuto talvolta ad antipatie che nulla hanno a che fare con l'onestà analitica. Senza dubbio. Ma quando si parla di Quentin, la feroce orda degli ultras travolge ogni resistenza.


Lo ripeto, casomai il concetto non fosse chiaro: io non ho niente contro Tarantino. Andrò a vedere Django Unchained, con buone speranze. Agli ultras di cui sopra, vorrei però ricordare un piccolo particolare: nel mondo, oltre al Messia (?), esistono centinaia di altri autori meritevoli di essere scoperti e amati, e migliaia di altri film per i quali godere ed emozionarsi. Perché il cinema non è uno. È molteplice e infinito, grazie al cielo. Aprite gli occhi.

martedì 15 gennaio 2013

La morte di Nagisa Oshima - Addio al maestro dell'erotismo


Giornata triste per il mondo cinematografico. A poche settimane di distanza da Koji Wakamatsu oggi, a Fugjsawa, si è spento anche Nagisa Oshima. Nato a Kyoto nel 1932, aveva 80 anni. Se l'è portato via un'infezione polmonare. Pochi come lui hanno saputo rappresentare al cinema la forza passionale e dirompente dell'erotismo, il potere della seduzione, le conseguenze esiziali dell'amore più tagliente e morboso. 
L'impero dei sensi, uscito nel 1976 e massacrato dalla schifosa censura italiana, resta e resterà una delle massime espressioni del connubio Eros-Thanatos: una commovente rappresentazione del sesso come strumento di conquista e abbandono, e un capolavoro elegante, raffinato, ipnotico, straordinario nel suo accurato e disperato estremismo. Impossibile, però, non citare altre sue opere fondamentali, come Racconto crudele della giovinezza (1960), Notte e nebbia del Giappone (1960), L'impiccagione (1968), L'impero della passione (1978), Furyo, con David Bowie (1983), fino a Tabù (1999).

L'impero dei sensi foto

Tra impegno politico, spietata radicalità, gusto per l'assurdo, dolente dolcezza e lucida riflessione sullo sviluppo sociale del Giappone, il cinema di Oshima ha sfidato il tempo e le convenzioni, per farsi universale simbolo di verità. Non lo dimenticheremo.

venerdì 11 gennaio 2013

I MIGLIORI FILM DEL 2012 - CLASSIFICA


Al momento, la mia classifica dei migliori film del 2011 risulta in assoluto l'articolo più letto di Cinemystic. Ne sono lieto, perché in quella graduatoria avevo voluto promuovere molte opere magari poco conosciute, non di primo piano per il pubblico di massa, ma che erano riuscite a emozionarmi ed entrarmi nel cuore.
Formula vincente non si cambia; un anno dopo si replica, con le stesse modalità. Anche questa volta ben 25 film, per rappresentare quanto di meglio si è visto nel 2012 appena concluso. Così come lo scorso anno, nella classifica sono comprese pellicole uscite nelle sale italiane da gennaio a dicembre, e altre al momento inedite nei nostri cinema, che però ho avuto la fortuna di visionare all'interno dei festival. Non ci sono invece film usciti in Italia quest'anno, in ritardo, ma che erano già stati inseriti nella graduatoria del 2011 (ad esempio La guerre est déclarée).
Come da mia abitudine, ci sono scelte non convenzionali, sulle quali molti di voi storceranno il naso: tanto cinema d'autore, qualche bizzarria, e quasi zero blockbuster (per quelli si prega di rivolgersi altrove; ma non vi arrabbiate, in fondo è sempre un "gioco"). 
Da sottolineare alcune assenze di rilievo, relative a film molto attesi che mi hanno convinto poco o solo in parte (tre nomi su tutti: Cosmopolis, Pietà e Prometheus). Numerose invece le sorprese, per le quali sento il dovere (e il piacere) di offrire la miglior pubblicità possibile, affinché possano essere cercate e recuperate dai lettori che abbiano voglia di seguire i miei suggerimenti.

A farla da padrone, tanto per (non) cambiare, è la Francia, che piazza in pratica cinque film nella top ten (tre pellicole totalmente autoctone, più altre due francesi di fatto). Nutrita la presenza americana, quasi tutta indirizzata verso lavori indipendenti. Assente lo scorso anno, stavolta c'è anche l'Italia, con due film, di cui uno nelle posizioni altissime. Un solo titolo orientale, molti (a sorpresa) di lingua spagnola, e spazio anche per nazioni di solito non in prima fila, dalla Turchia fino a Cuba, a confermare la magnifica universalità dell'Arte cinematografica.

Come sempre, la classifica è in ordine crescente, dal venticinquesimo posto per poi salire su fino alla vetta, e cliccando sui titoli potrete leggere, quando presenti, le rispettive recensioni da me scritte e pubblicate negli scorsi mesi.

A voi.



25) JAURÈS
di Vincent Dieutre (Francia)
A metà tra documentario e fiction, una delicata storia di amore e disperazione sociale.


24) SHELL
di Scott Graham (UK)
Il film vincitore del Torino Film Festival, tra silenzi, solitudine e sogni di libertà.


Un sapore di ruggine e ossa, di Jacques Audiard (Francia)
Non a livello dei recenti capolavori di Audiard, ma sempre rigoroso e incisivo.


22) CESARE DEVE MORIRE
di Paolo e Vittorio Taviani (Italia)
Orso d'Oro a Berlino per un film tanto audace quanto sorprendente.


21) THE MUPPETS
I Muppet, di James Bobin (USA)
Tornano al cinema dopo 13 anni, e sanno ancora donare gioia e commuovere. Eterni, indispensabili e insuperabili.


20) JUAN OF THE DEAD
Juan de los muertos, di Alejandro Brugués (Cuba)
La migliore parodia horror degli ultimi anni. Intelligente, irrefrenabile ed esilarante.


19) ARGO
di Ben Affleck (USA)
Patriottismo all'americana, ma diretto con il giusto dosaggio, e un calibratissimo mix di generi.


18) GRUPO 7
Unit 7, di Alberto Rodriguez (Spagna)
Tesissimo e appassionante poliziesco, a rotta di collo per le strade di Siviglia.


di Mikael Marcimain (Svezia)
Da una storia vera, un thriller/noir asciutto, ipnotico e corrosivo.


di Alejandro Fadel (Argentina)
Un western travestito da noir: carnale, sporco, icastico, distruttivo e affascinante.


15) KOTOKO
di Shinya Tsukamoto (Giappone)
Un incubo atroce e stordente. Il cinema di Tsukamoto sa ancora essere devastante.


di Paddy Considine (UK)
La rabbia sanguinaria di un enorme Peter Mullan in un film che colpisce senza pietà.


di Rob Zombie (USA)
Inferiore rispetto ai primi enormi lavori, ma il talento visivo di Zombie continua a essere impressionante.


Jagten, di Thomas Vinterberg (Danimarca)
Gli occhi tristi di Mads Mikkelsen in un lavoro tagliente, che scava in profondità nell'anima.


di Pablo Berger (Spagna)
Come The Artist, perfino (quasi) meglio: un melò muto e in bianco e nero di clamoroso fascino.


di Peter Weir (Usa/Australia)
Il gusto dell'epica, il sapore della leggenda, per l'ultimo grande regista "classico" del cinema contemporaneo.


Piccole bugie tra amici, di Guillaume Canet (Francia)
La perfetta essenza del cinema corale alla francese, con attori perfetti che guarderesti recitare all'infinito.


di Nuri Bilge Ceylan (Turchia)
Per alcuni noioso e incomprensibile, in realtà un limpido e multiforme ritratto dei lati oscuri dell'anima.


di Jeff Nichols (USA)
L'Apocalisse della coscienza, il mondo che si autodistrugge: attesa, intimismo, fantahorror e molto di più.


Quasi amici, di Olivier Nakache e Eric Toledano (Francia)
Campione d'incassi in mezzo mondo. Una commedia che profuma di vero cinema e conquista tutti con pieno merito.


5) SISTER
L'enfant d'en haut, di Ursula Meier (Svizzera/Francia)
Due solitudini che si sfidano, in un piccolo grande film ebbro di forza, delicatezza e sensibilità.


Quella casa nel bosco, di Drew Goddard (USA)
Uno dei migliori horror degli ultimi lustri. Dirompente, eccessivo, zeppo di idee. Entusiasmante.


3) AMOUR
di Michael Haneke (Austria/Francia)
Palma d'Oro a Cannes. Un Haneke che non ti aspetti, e due meravigliosi "vecchietti" che non dimenticheremo mai.


2) DIAZ
Don't Clean Up This Blood, di Daniele Vicari (Italia)
Finalmente un film italiano coraggioso e fondamentale. Un pugno nello stomaco terrificante e necessario.


di Leos Carax (Francia)
Dopo Il profeta (2009), Uomini di Dio (2010) e La guerre est déclarée (2011), per il quarto anno consecutivo trionfa la Francia, con un film di stupefacente lucidità, grazie al quale inoltrarsi in uno splendido viaggio oscillante tra finzione e realtà, maschere e illusioni, fantasia e verità. In un cinema, per il cinema, oltre il cinema.





sabato 5 gennaio 2013

THE WAY BACK - Peter Weir in cammino verso la libertà


L'uscita di The Way Back, ritorno al cinema del grande Peter Weir sette anni dopo il magnifico Master & Commander, è l'emblema dei ridicoli disastri della distribuzione italica. Approdato nelle sale di quasi tutto il mondo tra il gennaio e l'aprile del 2011, il film è giunto nei cinema nostrani a luglio 2012, con un anno e mezzo di ritardo, in un periodo in cui le sale sono deserte, e in pochissime copie. Di conseguenza, non se l'è filato quasi nessuno.
Un peccato, uno dei tanti, perché in questo modo si è fatto torto a un'opera preziosa, che avrebbe meritato ben altra considerazione. Sì perché con The Way Back l'autore di capolavori come Picnic a Hanging Rock, L'attimo fuggente e The Truman Show ha confermato ancora una volta di essere forse, insieme a Eastwood, l'ultimo grande narratore classico del cinema contemporaneo.

Weir se ne frega delle mode, della tecnologia imperante, del 3D, delle pellicole lobotomizzate dalla computer graphic, e sceglie ancora una volta la strada dell'epica, raccontando l'incredibile storia (vera, ma solo in parte) di sette uomini di diverse nazionalità, che nel 1941 fuggono da un gulag in Siberia in cui sono imprigionati, e attraversano a piedi foreste e deserti per dirigersi verso la libertà. Migliaia di chilometri, condizioni climatiche estreme, fatica insopportabile: l'inferno dei sette è una battaglia per la vita e la sopravvivenza, una sfida impossibile in cui le differenze etniche e comportamentali si annullano a fronte della comune necessità, per affrontare a testa alta il potere della Madre Terra e cogliere l'obiettivo finale.


Due ore e un quarto di film, ma sarebbero potute essere di più, e non ci sarebbe stato alcun modo per stancarsi; compatta, emozionante, affascinante, l'ennesima leggenda messa in scena dall'australiano scava tra le rughe e i tagli dei suoi protagonisti, disintegrati dalla neve, dal gelo a -40 e poi dall'atroce arsura del sole, e scorre con semplicità, regalandosi (e regalandoci) ancora una volta il puro piacere della narrazione e dell'avventura. Oltre i confini dello spazio e della sopportazione, della fame e della sete, gli eroi accolgono nel loro viaggio un'unica donna, le cui sembianze assumono in fretta i contorni virginali di una Madonna pronta a vigilare sulle loro anime, e raschiano i segreti del corpo e della mente per rialzarsi e camminare, ancora e di nuovo, indirizzando lo sguardo verso un orizzonte che forse prima o poi arriverà, almeno per alcuni.
Così, tra paesaggi immensi che fagocitano ogni figura umana, e piccoli momenti di giusto intimismo, nei quali spiccano l'intoccabile e gigantesco Ed Harris e un sorprendente Jim Sturgess, la via per la libertà assume mille sembianze e dilata la corazza del tempo, sino a un epilogo che qualche critico ha definito “posticcio e fuori luogo”, ma che invece risulta necessario e commovente. Come tutto il cinema di Peter Weir.

mercoledì 2 gennaio 2013

TRE GREY - IL SOSPETTO - DE ROUILLE ET D'OS


Feste natalizie appena trascorse. Il sottoscritto ne ha approfittato per recuperare alcune pellicole significative uscite nel 2012; lavori che, per un motivo o per un altro, erano rimasti ancora in arretrato. Augurando a tutti i lettori di Cinemystic un 2013 sereno e pacifico, ecco qualche parola per ciascuno di questi film, in attesa di pubblicare (nei prossimi giorni) la classifica dei titoli più belli dell'anno ormai concluso.


DE ROUILLE ET D'OS (Jacques Audiard) = Presentato in concorso a Cannes, l'atteso ritorno di uno dei più grandi narratori del cinema contemporaneo, autore di capolavori assoluti come Sulle mie labbra, Tutti i battiti del mio cuore e Il profeta. Ancora una volta, Audiard dipinge una storia di sofferenza, emozione, colpa e redenzione, tratteggiando la complessa relazione tra un boxeur nichilista e un'addestratrice di orche a cui sono amputate entrambe le gambe dopo un terribile incidente. 
Dolente, rarefatto, vibrante, Un sapore di ruggine e ossa si avvale della splendente presenza di Marion Cotillard, attrice la cui bravura supera ormai ogni confine, e indaga sulle pieghe di sentimenti trattenuti, che raschiano la superficie per inoltrarsi nelle profondità del cuore. La potenza del cinema di Audiard si conferma e non tradisce, ma questa volta si ha la sensazione di trovarsi di fronte un lavoro di testa, fin troppo ragionato e dunque privo della scatenata istintualità delle sue opere migliori.

THE GREY (Joe Carnahan) = Film che ha diviso pubblico e critica, risultando comunque, per molti, sorprendente in senso positivo. Sulla strada di Alive (citato durante la pellicola quasi come a voler prendere le distanze dall'ovvia sensazione di emulazione), il racconto di sette sopravvissuti a un incidente aereo, e della loro terribile lotta per la sopravvivenza contro lupi, fame e freddo. 
Al di là delle pretese di emancipazione enunciate dagli autori, The Grey è un lavoro assai derivativo, un mélange che assembla le strutture e l'estetica del survival movie lasciando ben poco spazio all'originalità. Eppure, nonostante qualche momento intimista un po' forzato, il film di Carnahan riesce a essere solido e appassionante, e si sfila dalla melassa hollywoodiana mettendo in scena una crudeltà di fondo che non ci si aspetterebbe da un prodotto simile. Perduto tra le nevi, Liam Neeson azzecca la sua miglior prova degli ultimi anni, e il finale è davvero notevole.

IL SOSPETTO (Thomas Vinterberg) = Altro film presentato in concorso a Cannes, e accolto da pareri discordanti. Quasi quindici anni dopo Festen, l'ex enfant prodige Vinterberg riprende la strada di casa, tornando a trattare il delicato tema della pedofilia, e inscena una mostruosa opera al nero in cui un maestro d'asilo vede crollare tutte le certezze della sua vita per una falsa accusa di molestie ai danni di una bambina. 
Il regista parteggia forse fin troppo per il suo protagonista, ripulendo il racconto di qualsiasi possibile ambiguità; il modo in cui la comunità del luogo si erge a giudice del caso, isolando il malcapitato e portandolo alla disperazione, è comunque reso in modo acuto e devastante. Il magnifico Mads Mikkelsen, giustamente premiato sulla Croisette, dà anima e sguardo alla condanna esiziale di un non-colpevole condannato all'eterna punizione per un errore mai commesso; intorno a lui, feroci figure di contorno chiudono il cerchio dannato di un'ipocrisia universale a cui non c'è rimedio. L'epilogo finale risulta superfluo, ma lo straniamento psicologico dell'intero racconto scava sottopelle, soffoca le illusioni, e provoca ferite lancinanti.