sabato 22 dicembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL - Paolo Virzì è il nuovo direttore


Molto rumore per (quasi) nulla. Con un annuncio a sorpresa, arrivato nella serata del 21 dicembre, Paolo Virzì è stato nominato nuovo direttore del Torino Film Festival
In questo modo si chiude la querelle, per fortuna durata non troppo a lungo, che aveva dato adito a una serie di veri o presunti conflitti tra le varie fazioni incaricate di trovare il successore di Gianni Amelio alla guida del miglior festival italiano.
Le polemiche intestine tra Alberto Barbera, direttore del Museo del Cinema, e Steve Della Casa, presidente della Film Commission, insieme ai troppi paletti messi in gioco e ad altri impegni professionali, avevano portato nelle scorse ore al rifiuto di Gabriele Salvatores, grande favorito per la nomina. Erano poi circolati con poca convinzione altri nomi, e quando sembrava che la situazione fosse in stallo, è giunta sottotraccia una notizia che pochi si attendevano.
Al momento non ci sentiamo di esprimere un netto giudizio riguardo alla scelta di Virzì, autore molto amato dal pubblico (Ovosodo, Tutta la vita davanti, La prima cosa bella) ma anche portavoce di una poetica cinematografica abbastanza indirizzata, e assai legata a una terra (la Toscana) non proprio attigua alle lande piemontesi. Sarà fondamentale capire se con lui sarà confermata la squadra di selezionatori vista negli ultimi anni, Emanuela Martini in primis, e se il suo ruolo sarà realmente operativo o più che altro "di facciata".
In ogni caso, come abbiamo sempre detto, a noi interessa soltanto che non si commetta il criminale errore di distruggere il meraviglioso spirito cinefilo che da sempre accompagna l'evento torinese, a cui non è mai fregato niente di lustrini, tappeti rossi e inutili stelle hollywoodiane. Questo è l'unico punto imprescindibile. Buon lavoro.

lunedì 17 dicembre 2012

TULPA - Recensione - Zampaglione sulla giostra dell'orrore


C'era una volta il cinema di genere italiano. Un luogo di incubi e deliri, nel quale assassini con mani guantate mietevano vittime, lunghi coltelli luccicavano nella notte, tempi sospesi preparavano il pubblico a omicidi atroci, biforcazioni di trama confondevano le idee prima di rivelare la verità sul colpevole di turno. Era un cinema bello e deviato, amato all'estero più che dalla critica autoctona; un humus stilistico ben riconoscibile, spesso similare nonostante le mille variazioni sul tema. Mario Bava, Dario Argento, Sergio Martino, Lucio Fulci e molti altri, su livelli diversi, proponevano alla gente le loro sottostimate capacità, dipingendo scenari cupi intrisi di sangue e terrore, follie e sospetti, vendette e ammiccamenti, in un gioco al massacro che esaltava gli appassionati e faceva storcere il naso ai puristi.
Tra ragazze che sapevano troppo, paperini seviziati, mosche di velluto grigio, tracce di violenza carnalefarfalle con le ali insanguinate, il giallo/horror all'italiana seguiva la sua strada, altalenante nei risultati ma costante nelle intenzioni. Fino a quando, dagli anni Ottanta in poi, le logiche cinepanettoniane e la lobotomia para-televisiva affossavano una volta per tutte i lati più oscuri dell'anima nostrana, relegando il format di riferimento alla scomoda terra del vintage, nonostante l'affetto incondizionato di tantissimi seguaci.
Oggi, trent'anni dopo, si è aperta una nuova via, colorata nel presente ma rivolta al passato, nella quale alcuni autori stanno provando a riportare in auge quel tipo di cinema, ridefinendone i contorni ma tenendo ben presente il campo di riferimento. Uno di questi, sicuramente il più in vista all'occhio mediatico, si chiama Federico Zampaglione.


Già nel 2009, con Shadow, il musicista/regista aveva cercato di comporre una rivisitazione di quel cinema che non c'è più, scatenando estimatori e detrattori in una battaglia senza tregua, per un film che, a conti fatti, risultava discreto senza toccare vette esaltanti. Oggi, all'alba del 2012, l'autore romano ci riprova, e con Tulpa, presentato in anteprima nazionale durante il magnifico Noir Festival di Courmayeur, stringe ancora di più il nodo intorno al cappio dell'omaggio, componendo un affresco che (ci) riporta in tutto e per tutto nel clima morboso di quel periodo ormai lontano.
Lisa Boeri è una manager di successo. La dedizione al lavoro l'ha però condotta verso una strada di solitudine nella sfera privata. Per combattere la malinconia, Lisa frequenta un sex-club privato, aperto a pochi eletti e gestito da una sorta di guru, nel quale i membri possono accoppiarsi tra loro nella più completa libertà fisica e spirituale, dando sfogo alle proprie ossessioni erotiche. All'improvviso, alcuni partner incontrati occasionalmente dalla donna al sex-club vengono assassinati in modo violento e brutale. In Lisa cresce la paura, mentre intorno a lei gli omicidi si moltiplicano.
Nato da un'idea di Dardano Sacchetti, Tulpa riconduce il linguaggio di riferimento al contesto sopracitato, ammantando l'intero film di un'atmosfera pulsante e perversa nella quale il gusto del retrò è esibito e urlato a pieni polmoni. Tra suggestioni erotiche piuttosto audaci e risvolti di trama non troppo complessi, il lavoro di Zampaglione getta in un calderone tutta la materia d'origine, e la mescola cercando una ricetta appropriata, senza mai trascurare gli ingredienti essenziali: assassinii orchestrati con la migliore fantasia possibile, colpi a effetto, zampilli di sangue, tremori atavici, bizzarre figure di contorno, caccia al colpevole, risoluzione inattesa. La violenza non è lasciata fuori campo, anzi, e il connubio sesso/orrore è reso esplicito in più occasioni; la tecnica risulta convincente, e nonostante qualche caduta di tono, perfino inevitabile visto il sentiero espresso, il film avanza con una certa scorrevolezza.


A dare volto e corpo alla protagonista c'è Claudia Gerini, compagna di Zampaglione nella vita, alle prese con il ruolo forse più difficile e sfaccettato della sua carriera, come ammesso dalla stessa attrice presentando il film nella sala del PalaNoir a Courmayeur. Una parte complessa, rischiosa, nella quale la Gerini si mette a nudo (in tutti i sensi) con vibrazioni serpentine e buona efficacia. Intorno a lei si muovono compagni d'avventura più o meno significativi, tra cui vale la pena citare un Michele Placido spinto sopra le righe sino ai limiti della parodia.
A un primo livello di lettura, dunque, Tulpa funziona, anche perché alcune sequenze gore sono costruite davvero con efficacia, dall'iniziale scena al gusto di bondage a un efferato omicidio sulle giostre, passando per tremende scottature a base di olio bollente e incontri ravvicinati con topi affamati.
Tutto bene, tutto giusto. Oppure no?
Durante la visione, si ha la sensazione che l'ossequio voluto dall'autore tenda a ripiegarsi su se stesso, scegliendo strade (fin troppo) sicure e protette. In questo modo, se da un lato l'esperienza filologica risulta appropriata, dall'altro manca la spinta decisiva, affinché il prodotto possa elevarsi a un livello superiore. L'omaggio, per quanto attraente, rischia di restare fine a se stesso, se non è supportato da una marcia in più, da un tratto distintivo che lo renda anche nuovo e unico; così, ad esempio, ha saputo fare negli anni Rob Zombie, dotando i suoi lavori di una forza espressiva eccezionale e dirompente. In Tulpa questo qualcosa in più non c'è, e per quanto la fruizione risulti divertente e corretta, si ha l'impressione, per citare una seconda volta uno dei titoli storici già evidenziati sopra, che la farfalla con le ali insanguinate non riesca a spiccare il volo verso il cielo, limitandosi a fluttuare a poca distanza dal suolo.


Zampaglione è bravo, ha talento e padroneggia la macchina da presa, ma per favore, piantiamola con queste insulse definizioni di nuovo Re dell'horror, nuovo maestro del brivido, e compagnia cantante. I titoloni a effetto, per quanto necessari in un certo tipo di logica giornalistica e pubblicitaria, hanno davvero stufato. Un Re, per essere tale, ha bisogno di ben altro.

Qui sotto il trailer ufficiale red band del film.

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lunedì 10 dicembre 2012

COURMAYEUR NOIR IN IN FESTIVAL 2012


Al via oggi, e poi in corso fino al 16 dicembre, la ventiduesima edizione del Noir in Festival di Courmayeur, in assoluto uno dei migliori eventi cinefili nel panorama nazionale (e non solo), sia per il livello delle opere proposte, sia per l'altissima qualità sempre espressa dal punto di vista organizzativo; una vera e propria isola felice, nel rapporto con tanti altri festival italiani sempre più in decadenza, o troppo poco attenti alle necessità di appassionati e addetti ai lavori.
Anche quest'anno, tra cinema e letteratura, suggestioni e tematiche affini ai lati più oscuri dell'animo umano, il programma si presenta molto interessante. 
Il sottoscritto, come già accaduto nel 2011, si trasferirà nella magnifica Valle d'Aosta per seguire una parte della manifestazione, da mercoledì a venerdì. 
Su CineClandestino potrete leggere alcune recensioni inerenti i film in concorso, mentre qui su Cinemystic pubblicheremo il resoconto di uno degli horror più attesi della stagione, Tulpa, di Federico Zampaglione, nuovo lavoro del regista/musicista dopo il grande successo ottenuto con il precedente Shadow. Il film sarà proiettato in anteprima proprio a Courmayeur. Restate sintonizzati.

venerdì 7 dicembre 2012

OSCAR 2013 - Le candidature per i migliori film "stranieri"


Ormai lo sapete: da queste parti abbiamo perso quasi del tutto l'interesse nei riguardi degli Oscar, simboli di un cinema vecchio, decadente, e quasi mai realmente indicativo dei titoli migliori usciti nelle sale nell'annata di riferimento. Con poche eccezioni (il recente trionfo di The Artist, ad esempio) i verdetti dell'Academy lasciano il tempo che trovano, in quanto indirizzati da logiche di tipo commerciale, interessi dei produttori più potenti, o semplice ignoranza cinefila dei loro membri. Insomma, l'istituzione chiamata Oscar resiste alla polvere del tempo, intoccabile come un totem, ma il vero grande cinema risiede quasi sempre da tutt'altra parte.

In ogni caso siamo a dicembre, e si avvicina il tempo dei resoconti e delle premiazioni. Volendo dare un occhio alla narcisista e auto-celebrativa serata hollywoodiana che sarà, restiamo molto incuriositi da un'unica categoria che, pur non avendo più alcuna vera ragion d'essere, appare in questa occasione agguerrita più che mai: parliamo della sezione riferita ai film "non in lingua inglese", nella quale nello scorso mese di febbraio vinse senza discussioni l'iraniano Una Separazione di Farhadi.


Sfogliando le scelte compiute dai vari paesi del mondo, si nota quest'anno come il livello delle pellicole in lizza per la statuetta sia altissimo, a partire dall'Italia, per la quale, dopo la ridicola scelta dello scorso anno, in cui venne candidato il mediocre Terraferma di Crialese, puntualmente defenestrato fin dalle preselezioni, stavolta concorre un titolo di ben altra sostanza: il solido e sorprendente Cesare deve morire dei Taviani. 
La concorrenza, però, è fortissima: l'Austria candida lo straziante Amour di Haneke, favorito e già vincitore a Cannes; la Francia propone l'intelligente e gustosissimo Quasi Amici, campione d'incassi anche fuori dai confini nazionali; la Spagna lancia in orbita il magnifico Blancanieves, appena visto al Torino Film Festival; la Svizzera presenta il bellissimo Sister, di Ursula Meier (poche possibilità, essendo un lavoro troppo raffinato e preciso per gli standard americani); e poi ancora, impossibile non citare il Cile con No di Pablo Larrain, la Corea con il Re di Venezia Kim Ki-duk e il suo osannato Pietà, Hong Kong con l'inossidabile Johnny To di Life Without Principle, la Romania con Oltre le colline di Mungiu, la Svezia con The Hypnotist di Lasse Hallstrom, l'Australia con Lore di Cate Shortland (premiato a Locarno). 
Niente male davvero, anche perché potrebbero arrivare sorprese da titoli sulla carta meno forti, come il danese A Royal Affair di Arcel (candidato al posto de Il sospetto di Vinterberg), il bosniaco Djeca di Aida Begic, il canadese Rebelle di Kim Nguyen, o il peruviano Las Malas Intenciones (visto l'anno scorso a Milano). 



Ragionando un po' ci sentiamo di affermare come Haneke parta in vantaggio su tutti, ma c'è davvero tanto materiale su cui scommettere, anche perché molti dei film più belli del 2012 risiedono proprio nei titoli sopra citati. Vedremo cosa accadrà il prossimo 10 gennaio, quando saranno annunciate le nominations.

A questo link potete trovare l'elenco completo dei candidati.

sabato 1 dicembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Il giusto trionfo di Shell e le considerazioni finali

Ultimi due giorni di festival, segnati da visioni assai eterogenee. Il concorso lungometraggi giunge al suo finale confermando, quest'anno più del solito, una netta alternanza tra pellicole di notevole livello e altre che cercano di trovare un proprio percorso emotivo e stilistico senza alcun successo. Ad esempio, lascia molte perplessità il film mongolo The First Aggregate, curato e rigoroso ma privo di enfasi e concretezza, e addirittura risulta irritante l'americano Pavilion, banalissimo ritratto di adolescenti alle prese con le piccole gesta della quotidianità: un lavoro vuoto, proprio come i personaggi che lo compongono. Inspiegabile come abbia potuto ricevere il premio speciale della Giuria.
Molto meglio invece I.D., pellicola indiana dedicata alla triste storia di un operaio morto all'improvviso per un collasso, e alla connessa e claustrofobica avventura di una ragazza che si aggira nella caotica e soffocante metropoli cercando di decifrare l'identità dello sventurato. 
Ancora più in alto, infine, si va con l'inglese Shell, di Scott Graham, sussurrata e struggente storia di una ragazza di 17 anni che vive sola con il padre, gestendo un distributore di benzina in un luogo isolato dove non passa quasi mai nessuno. Solitudine, silenzi, riflessioni, morbose attrazioni, vento tra i capelli, strade deserte, polvere e sofferenza, nel lieve calvario di un'esistenza sempre uguale, da cui estrarre una mai sopita voglia di fuga, verso il futuro e verso la libertà. Sulle orme di Winter's Bone, Shell rappresenta il volto più bello del cinema indie, capace di regalare suggestioni potenti e ritratti indimenticabili con pochi mezzi e ancor meno parole. Non a caso, la giuria capitanata da Sorrentino lo ha eletto miglior film del festival, proprio come era accaduto a Winter's Bone due anni fa. Un verdetto senz'altro condivisibile, così come il premio come miglior attrice assegnato ad Aylin Tezel per Breaking Horizons.


Ultime visioni anche per quanto riguarda le sezioni collaterali del festival. Accoglie i favori del pubblico l'americano Smashed, che racconta la storia di una coppia di alcolisti alle prese con il tentativo di sottrarsi alla nefasta dipendenza, e lo fa con toni quasi da commedia, azzeccando qualche bel momento ma anche sfruttando soluzioni narrative troppo facili e immediate; molto brava comunque la protagonista, Mary Elizabeth Winstead. L'esatto contrario avviene per il circense L'etoile du jour, di Sophie Blondy, accolto da un fuggi fuggi generale dei giornalisti (o pseudo tali) durante la proiezione stampa; trattasi di un lavoro di difficile classificazione, bizzarro e surreale, psichedelico e imperniato su vari registri che cercano a fatica di trovare un complesso equilibrio. In ogni caso Denis Lavant, senza dubbio IL volto di questo Torino Film Festival, qui presente nel ruolo di clown, vale da solo la visione.
A mettere d'accordo tutti ci pensa poi l'ottimo Couleur de peau: miel, diretto dal coreano Jung, trapiantato in Belgio da bambino dopo essere stato adottato da una famiglia del posto. Il film, già premiato quest'anno ad Annecy, mescola con sapienza animazione, materiale d'archivio in super 8 e inserti documentaristici, per raccontare con tocco umano e caldo la storia autobiografica dell'autore, il suo inserimento in una nuova realtà, le difficoltà di accettare se stessi e la propria origine, l'integrazione sociale e razziale, l'arduo processo di crescita individuale. Ne esce fuori un lavoro intimo (ma non retorico), divertente e malinconico, piacevole e a tratti quasi commovente; una bellissima esperienza, sottolineata dai numerosi (e giusti) applausi durante i titoli di coda. 


Come ultima proiezione, ci si cala nei meandri della follia primigenia, prima con il cortometraggio schizoide Bobby Yeah, di Robert Morgan, ventitré minuti di materia organica spiattellata in ogni buco e da ogni angolazione, poi con Wrong, nuovo film di Quentin Dupieux, già autore del delirante Rubber. Rispettando le attese, l'artista canadese non si smentisce, mettendo in scena un lavoro in cuiil non-senso degli eventi si accompagna a una narrazione che vira dal grottesco al demenziale, dall'inquieto all'anarchico; pura eresia stilistica, tra dialoghi d'impressionante stoltezza (in senso buono), trovate assolutamente geniali (la pioggia battente nell'ufficio, la palma che si trasforma in pino), e momenti un po' più faticosi. Il talento, comunque, c'è tutto.



Così, siamo giunti alla fine. Si torna a casa, dopo otto giorni di maratona, con 33 film collezionati. Lo diciamo senza problemi: a nostro parere non è stata forse la miglior edizione dell'era Amelio; ci sono stati alcuni problemi di carattere logistico/organizzativo, la qualità media dei film presentati è parsa leggermente inferiore rispetto ad alcune recenti annate, e molte scelte sono apparse un po' troppo volatili e stratificate. Ingerenze romane? Imminente cambio di direzione? Errori di valutazione da parte dei selezionatori? Forse le cause possono essere ricercate nell'insieme di questi elementi.

In ogni caso, anche questa trentesima edizione ha offerto visioni notevoli e momenti indimenticabili. Una volta di più, guardando anche i dati di affluenza, in netta crescita, il Torino Film Festival ha dimostrato di essere di gran lunga il miglior evento dell'intera annata, a livello nazionale e non solo. La speranza è che il successore di Amelio non ne smarrisca lo spirito, unico e meraviglioso: sarebbe un errore enorme e imperdonabile. 
Appuntamento all'anno prossimo. Noi ancora per un po' vivremo con la testa tra le nuvole, travolti da un irrefrenabile caleidoscopio di immagini ereditate da questi otto intensissimi giorni: lo strepitoso attore trasformista di Holy Motors, i nani toreador e la splendida lacrima di Blancanieves, le trecce bionde di Sheri Moon in The Lords of Salem, i volti impauriti delle giovani protagoniste di Shell, Call Girl e Breaking Horizons, il ballo sulla spiaggia dei coniugi anziani di The Land of Hope, il sopracitato "ufficio piovoso" di Wrong, e così via. 
Suoni, espressioni, lacrime, risate, riflessioni, orrori, tenerezza, speranza: mille sfumature di colore, nel nome della magia del cinema.