lunedì 29 ottobre 2012

TERRITOIRES - Recensione

Dopo un periodo di parziale assenza, dovuto a un lungo e impegnativo trasloco e anche a problemi di carattere tecnico, torno ad aggiornare Cinemystic dedicando qualche parola a Territoires, thriller/horror di produzione canadese diretto da Olivier Abbou, realizzato nel 2010, inedito in Italia; un film scomodo, che ha avuto una discreta risonanza mediatica per la sua conformazione prettamente politica.

Il lavoro di Abbou, nato in Francia a Colmar nel 1973 e qui al debutto nel lungometraggio, tratta la sfortunata storia di cinque ragazzi americani, che dopo aver partecipato a un matrimonio in terra canadese si apprestano a oltrepassare la frontiera per tornare a casa. Lungo una strada di campagna, nei pressi del confine, in una notte buia e solitaria, trovano un posto di blocco, comandato da due presunti poliziotti che iniziano a perquisirli e interrogarli con modi assai rudi. I ragazzi, sempre più incerti e spaventati, cercano di assecondare ogni richiesta, affinché la scomoda situazione si risolva al più presto; ma non basta, e finiscono per essere maltrattati, rapiti, bendati, imprigionati e poi a più riprese seviziati dai due loschi individui.


Lo diciamo subito: Territoires (o Territories per il mercato internazionale) è un film ambizioso. Tanto. Forse troppo. Il regista, anche co-sceneggiatore, utilizza una matrice stilistica tipicamente di genere, per instillare nello spettatore un chiaro discorso ideologico atto a declamare l'attuale paranoia americana nei confronti del terrorismo; pone così al centro della scena due ex soldati, traumatizzati dall'esperienza al fronte in Iraq e ora pronti a superare qualsiasi limite razionale per cementificare la propria asserzione nei confronti della patria. Minati nel fisico e nella psiche, e posti ai margini della società, gli aguzzini estremizzano il loro passato per sfogare le proprie frustrazioni ai danni di ragazzi innocenti ridotti al rango di cavie da macello, e sfruttano ogni mezzo a disposizione per scavare nella resistenza delle vittime, nel tentativo di costringere i malcapitati a confessare crimini mai commessi. 
Dopo un inizio claustrofobico e soffocante, il film accoglie dunque i contorni del torture porn, accatastando umiliazioni fisiche, nudità obbligate, mancanza di cibo e medicine, torture sonoro/visive a base di techno e death metal, mantenendo comunque sempre ben presente la riflessione critica di riferimento.


Il risultato assume tonalità contrastate: se infatti i primi venti minuti risultano davvero disturbanti, con l'andare del tempo la messinscena subisce momenti di netta flessione, alternando efficaci sequenze di difficile sopportazione (c'è di mezzo un dente malato...) a evidenti cali di tensione, per poi inserire, nell'ultima parte, bozze di aleatori sottotesti che aumentano il senso d'incompletezza generale. Un peccato, perché con una maggiore solidità d'insieme, più attenta alla componente cinematografica e meno pressata dal contesto ideologico, il risultato sarebbe potuto essere più compatto.
Il film è comunque reperibile con i sottotitoli in italiano.

giovedì 18 ottobre 2012

THE TALL MAN - I bambini di Cold Rock - Recensione


Chi mi conosce e mi legge sa bene quanto io abbia adorato senza ritegno Martyrs, al punto di inserirlo ai primissimi posti nella classifica dei migliori horror dello scorso decennio. Di conseguenza, era per me molto alta l'aspettativa nei riguardi del nuovo film di Pascal Laugier, e ampia era la voglia di valutare se il francese avrebbe in qualche modo confermato le doti messe in mostra nel (capo)lavoro precedente. 
L'attesa era stata in qualche modo oscurata dalla notizia che Laugier si sarebbe trasferito in terra statunitense: notevole era infatti a quel punto il timore che il transalpino sarebbe diventato un'altra vittima di quel processo di rincoglionimento artistico pronto a colpire senza pietà i talentuosi autori non americani che si avventurano nei miasmi produttivi d'oltreoceano, siano essi orientali (Nakata, Shimizu) o europei (Alexandre Aja).
Bocciato (per fortuna) il progetto riguardante l'inutile e dannoso remake di Hellraiser, il regista classe 1971, per il debutto fuori dai confini autoctoni, ha finito per riesumare una sua vecchia sceneggiatura, portando sullo schermo la storia di una piccola cittadina nella quale i bambini scompaiono uno dopo l'altro, rapiti da un fantomatico uomo nero che da diverso tempo terrorizza le famiglie del luogo. In questo modo, il francese ha cercato di proporre una personale rivisitazione dell'archetipo relativo al Boogeyman, già più volte sfruttato anche di recente dal cinema horror, infondendo al contempo significazioni parallele legate all'ambiente stesso come soggetto fondante di paure insostenibili.


La prima parte, dedicata alla battaglia di un'infermiera che cerca di salvare il proprio figlio dallo stesso destino di altri sfortunati bambini, non offre emozioni particolarmente dirompenti, preferendo adagiarsi su territori in qualche modo rassicuranti e stabili. Assistiamo infatti a sequenze che intersecano thriller, action e horror, guidate da una regia attenta e disinvolta ma anche molto (troppo) convenzionale. A un certo punto, però, Laugier azzarda il colpo a sorpresa, inserendo un twist narrativo che ribalta le prospettive: da quel momento, inizia a tutti gli effetti un altro film. Da lì la protagonista, una Jessica Biel vagamente abbruttita per l'occasione, si muove come un granello di polvere tra i vortici di un tornado, come una foglia tremolante al cospetto della natura, e la comunità di Cold Rock assume un unico volto, fondendosi in un'entità compatta e assai poco conciliante.
Sfruttando gli spazi aperti, Laugier accoglie suggestioni già ben presenti in Martyrs, scegliendo ancora una volta una realtà suburbana governata da leggi proprie, e accentua i toni relativi all'importanza precipua del microcosmo scenografico per inglobare il racconto in una spirale caustica in cui niente è più come sembra. Lo stesso discorso vale per il Tall Man del titolo, presenza in assenza che percorre l'intera pellicola come uno spettro senza forma definita, sino a lasciarsi intravedere in un'ennesima variazione situazionale nella quale risuonano ancora echi di Martyrs. Ma a differenza dello straordinario masterpiece del 2008, in questo caso il calvario dei personaggi assume valenze multiple, e tutti gli elementi in causa si trovano a dover affrontare le ferite di un'espiazione dolente che assume i tratti dell'universalità. 
Nuotare nella sofferenza, affrontare la solitudine, asciugare le lacrime, stabilire meriti e colpe: i bambini e gli adulti di Cold Rock si perdono, si ritrovano, si perdono ancora; trovano una vita, ne scelgono un'altra, lottano per il futuro e divorano le contingenze del Male. Infine restano incerti, smarriti, ebeti, di fronte a un interrogativo senza alcuna risposta certa: ne sarà davvero valsa la pena?


A fronte delle incertezze iniziali, The Tall Man ha il merito di crescere in corso d'opera, alla stregua di una partitura musicale timida all'avvio e poi sempre più sicura di sé. In qualche tratto si nota una vaga spocchia autoriale, e non sempre l'architettura scenica sta in piedi con la dovuta solidità. Rimane comunque un film non privo d'interesse, destinato a lasciare dubbi ma anche tracce, molto lontano dal trionfale estremismo di Martyrs ma superiore all'attuale media qualitativa del cinema di genere. 
La bravura di Laugier resiste e tutto sommato si conferma: adesso lo aspettiamo al varco, per capire definitivamente quale direzione prenderà la sua carriera. Speriamo in bene.

martedì 2 ottobre 2012

THE CABIN IN THE WOODS - Quella casa nel bosco

Giocare con i generi. Giocare il cinema. Plasmare la materia, ribaltarla e ricostruirla. Sfidare il pubblico, portandolo per mano tra le emozioni di una giostra scatenata. Tutto questo, e molto di più, è The Cabin in the Woods (Quella casa nel bosco), horror diretto da Drew Goddard, al suo esordio nel lungometraggio dopo essere stato sceneggiatore, tra gli altri, del seminale Lost e del notevole Cloverfield.
Girato nel 2009, il film doveva uscire nelle sale a inizio 2010. Tra un ritardo e l'altro, alla fine ha debuttato negli States soltanto ad aprile di quest'anno, per poi giungere poche settimane dopo anche in Italia. Il sottoscritto lo ha recuperato adesso, in colpevole ritardo, cestinando le iniziali perplessità e ricevendo una lietissima sorpresa.
Se è vero che l'incipit, divertente e corrosivo, pare spiazzare subito le attese, i successivi dieci minuti danno l'impressione di trovarsi di fronte all'ennesimo ignorante e insopportabile teen-movie all'americana. Due ragazze affascinanti, una più timida e l'altra più stupida; tre ragazzi, uno tutto muscoli e ormoni, uno bello e tenebroso, uno idiota e disfatto dagli effetti della droga; un viaggio per andare a passare il week-end nella casa del cugino di uno di loro, nascosta nel bosco; un benzinaio squallido e arrogante, unica anima in una landa all'apparenza deserta. Insomma, l'enciclopedia della banalità.
Poi, però, il film di Goddard cambia strada, direzioni, obiettivi, e comincia a splendere, sia per la praticità di una delle migliori sceneggiature concepite negli ultimi lustri, sia per la brillantezza di una regia guidata da un senso del ritmo clamoroso.
Lontano, lontanissimo dalla consueta pretestuosità di tanto horror d'oltreoceano contemporaneo, The Cabin in The Woods scava all'interno della base di riferimento, e si abbandona senza ritegno a mille omaggi rivolti ai capisaldi del terrore più o meno recente (Hellraiser, The Ring, It, Zombi 2, Land of the Dead, impossibile citarli tutti). Ma la sterotipizzazione caratteriale e l'ultra-citazionismo esibito e urlato diventano, al contrario di quanto sovente accade, geniale strumenti per divorare e vomitare l'essenza stessa del cinema oscuro. 


Tutto l'horror degli ultimi trenta/quarant'anni viene assorbito, fagocitato, sputato e rimodellato, assumendo una forma linguistica nuova e accattivante, per la quale la grammatica di genere si dissolve e riappare con connotazioni originali e imprevedibili. L'escamotage del metacinema, ormai imploso su se stesso per colpa dell'eccessivo e scriteriato sfruttamento odierno, diviene qui soltanto un punto di partenza; discorso simile per quanto concerne la riflessione riguardante l'autoreferenzialità televisiva della società contemporanea (l'inossidabile The Truman Show, anch'esso citato e rivestito con arguzia). Le tematiche appena citate volano lontano dal dominio ideologico di tante stancanti pellicole recenti, e si fanno semplici appigli con cui sviluppare il ben più ampio discorso relativo alla decostruzione e ricostruzione dell'orrore.
Basterebbero questi elementi, per considerarlo un lavoro assai prezioso. Ma Goddard e il suo co-sceneggiatore Joss Whedon, non soddisfatti, si spingono ancora più in là, inserendo nello script un ulteriore tassello rivolto verso fantomatici incubi lovecraftiani in attesa di emergere dal sottosuolo per scatenare l'Armageddon. Un'aggiunta sulla carta ridicola, sospesa invece in una sorta di vaga credibilità che conferisce ulteriore pepe a una pietanza già gustosissima. 


Se a tutto ciò aggiungiamo una messinscena capace di azzeccati tocchi di humour senza peraltro mai sbracare, un respiro erotico ben presente ma libero dalle volgarità, una protagonista femminile una volta tanto ammaliante e concreta (Kristen Connolly, irresistibile nelle sue fattezze virginali), un grande vecchio divertito e divertente (Richard Jenkins), e un blood feast conclusivo delirante e ricchissimo di invenzioni visive, ecco che The Cabin in the Woods conquista, senza alcun dubbio, il titolo di miglior horror dell'anno; un'opera importante, destinata a lasciare un segno in grado di sopravvivere alla polvere del tempo. Applausi a scena aperta.