giovedì 27 settembre 2012

MILANO FILM FESTIVAL 2012 - Il n'y a pas de rapport sexuel

Eccoci arrivati all'ultimo post di questo mini-reportage dal Milano Film Festival. Pubblico anche qui il mio articolo già apparso sulle pagine di CineClandestino, dedicato a un interessante documentario francese che svela i segreti che si nascondono dietro le quinte dei film hard.
 
Il cinema pornografico, negli anni Settanta, ha vissuto un momento di assoluta esplosione. Un fenomeno per molti anni inarrestabile, grazie al quale si è sviluppata un'industria ricca, ricchissima. La situazione è però molto cambiata negli ultimi tempi: l'avvento di internet, il trionfo del download illegale, la rapida ascesa delle produzioni amatoriali, hanno contribuito a rendere molto più complessa la vita di chi lavora in questo settore, a tutti i livelli. Ma cosa accade realmente dietro le quinte di una produzione hard? Quali sono i segreti che si nascondono prima, durante e dopo le riprese? Interrogativi senza dubbio intriganti, a cui ha provato a dare risposta Raphaël Siboni, classe 1981, nel suo Il n'y a pas de rapport sexuel, documentario presentato al Milano Film Festival e inserito, in maniera quantomeno discutibile, nel concorso lungometraggi.

Se il punto focale del lavoro in questione è appunto il non-visto, il non-detto, la scoperta di ciò che si palesa durante la realizzazione di un film hard, il tassello che ne unisce i vari segmenti consta di tre lettere: HPG, acronimo di Hervé-Pierre Gustave, vero e proprio nume tutelare in Francia per quanto concerne il porno. Attore, regista e produttore, da tanti anni punto di riferimento per l'intera industria transalpina, protagonista di centinaia di film davanti e dietro i riflettori, HPG per almeno tre lustri ha lasciato perennemente accesa sul set una telecamera extra, così da registrare gli eventi salienti di ogni backstage. Ne è uscito fuori un impressionante archivio, con circa duemila ore di materiale. Siboni ha preso in mano il tutto, lo ha visionato, e ha estratto le parti a suo parere più significative, per comporre una personale rivisitazione linguistica e strutturale dell'universo a luci rosse, con il beneplacito dello stesso Gustave. 


A conti fatti, l'oggetto della nostra analisi sfugge alle tipizzazioni del semplice documentario, spostandosi invece verso un'acuta e stordente riflessione che pone in essere numerosi aspetti atti a desacralizzare il mondo del porno. Siboni attua una sorta di smitizzazione di questo scintillante fenomeno, concentrandosi sugli aspetti meno esaltanti che lo caratterizzano, per dare luce a verità troppo spesso nascoste dall'alone patinato e incorruttibile del prodotto finito. 
Abbiamo così la possibilità di compiere un viaggio irto di sorprese e ostacoli, nel quale vediamo, tra le altre cose, ragazze debuttanti che scoppiano in lacrime durante le riprese, spaventate dall'eccessiva foga dei partner; donne in apparenza timide che davanti alla macchina da presa annullano ogni pudore e si scatenano nel ludibrio più sfrenato; attori professionisti sudati e sfatti da mille fatiche per portare a termine il coito del momento; trucchi di scena grazie ai quali si può creare lo sperma con del latte condensato; ragazzi bisessuali che scelgono di farsi sodomizzare per la prima volta girando un film hard, nella vaga speranza di iniziare un percorso di fama e ricchezza; espedienti spesso esilaranti con cui fingere rumori, azioni e orgasmi in realtà inesistenti; attori e registi alle prese con imprevisti che rendono talvolta un calvario il lavoro di giornata e così via. 


Durante la visione di Il n'y a pas de rapport sexuel, al festival, molta parte del pubblico, sia maschile che femminile, si è lasciata andare a risate incontenibili, spesso fuori luogo, probabilmente per mascherare l'imbarazzo provato nel trovarsi di fronte un film ben diverso rispetto alla rassicurante normalità di cui si è soliti usufruire in sala. Le sequenze scelte e montate da Siboni, infatti, non lasciano niente all'immaginazione (rapporti orali, anali, multipli, omosessuali). 
Qualcuno potrà storcere il naso, ma è comunque innegabile come il suo lavoro offra una serie di interessanti riflessioni ad ampio raggio, utili per modellare una fenomenologia radicale ma essenziale, se si desidera comprendere come il controverso settore dell'hard sia un ricettacolo di emozioni contrastanti, in cui verità e finzione si fondono insieme, sviscerando problematiche molto più complesse di quanto si sarebbe portati a credere. Il porno non si crea e non si distrugge, ma si costruisce, passo per passo, con fatica e determinazione, fallimenti e artifici, impegno e ambizione. Dietro lo specchio della dorata illusione vive e brulica una realtà parallela intrisa di infinite sfaccettature, una grotta segreta in cui, per una volta, anche noi possiamo finalmente penetrare, per divenire complici del mistero. I bacchettoni e i moralisti, ovviamente, si dirigano altrove.

(Originariamente pubblicato su CineClandestino)

lunedì 24 settembre 2012

MILANO FILM FESTIVAL 2012 - Room 237

Si è appena conclusa l'edizione numero diciassette del Milano Film Festival. Per quanto ci è stato possibile, abbiamo assistito a un evento che, a fronte di una proposta artistica davvero interessante e apprezzabile, si è purtroppo rivelato un totale fallimento dal punto di vista logistico e organizzativo. Qui su Cinemystic, ormai lo sapete, diciamo le cose senza paura, senza peli sulla lingua; ci sembra quindi giusto rimarcare come l'esperienza milanese sia stata realmente pessima.
Tanto per fare qualche esempio concreto, abbiamo assistito a: mancanza di un catalogo per i giornalisti, e di una sala stampa attrezzata; programma del festival da acquistare a pagamento (!?!); caos senza speranza nel capire se per i possessori di accrediti e abbonamenti c'era comunque l'obbligo di fare un biglietto omaggio prima di ogni film (qui sì, lì no, o forse sì, o forse no, boh, chi lo sa...); Dvd saltati più e più volte durante le proiezioni; grossolani errori di alcuni traduttori nelle interviste ai registi; ritardi abissali e irritanti con conseguenti lunghe e soffocanti file all'ingresso dei film successivi, e con l'impossibilità di completare le ultime visioni della serata per la necessità di dover correre a prendere l'ultimo treno della metro; programma concepito in modo assurdo, senza alcun criterio logico, con film distribuiti in dieci cinema differenti sparsi per tutta la città, alcuni nemmeno vicini tra loro, e con la conseguente impossibilità di riuscire a incastrare i titoli di maggior interesse, come invece si fa normalmente in qualsiasi altro festival, con notevolissimi svantaggi soprattutto per i non residenti e per chi poteva assistere solo a poche giornate dell'evento.
Ecco quanto è successo. Va da sé che molti titoli che avremmo voluto recensire non siamo nemmeno riusciti a vederli, a causa del cervellotico programma, e che alcuni altri film abbiamo dovuto abbandonarli prima dei titoli di coda (!!) a causa dei sopracitati ritardi.
Insomma, un vero disastro. Personalmente, in ormai dieci anni di esperienza in giro per i festival, non ho mai visto un evento organizzato così male. Davvero un peccato, perché, lo ribadiamo, dal lato meramente artistico il lavoro compiuto dai selezionatori appariva meritevole di ogni considerazione. Ma siccome non stiamo parlando né di un festival “piccolo”, né di un festival “amatoriale”, né di un un festival “nuovo e inesperto”, ci pare che tutte queste storture vadano sottolineate e non possano avere alcun tipo di giustificazione.

Dopo questa lunga premessa, qualche parola per uno dei titoli che aveva suscitato il nostro interesse, e che per miracolo siamo riusciti a visionare: Room 237, documentario diretto da Rodney Ascher, già passato all'ultimo Festival di Cannes, e qui inserito nella sezione Outsiders (fuori concorso). Il lavoro di Ascher è dedicato interamente al sommo Stanley Kubrick, e al suo immortale capolavoro Shining. Le interpretazioni critiche relative all'opera tratta da King sono state in questi anni infinite, ed è ormai arduo poter ancora trovare qualcosa da dire sull'argomento. Per ovviare a questa palese riflessione, il regista, nel suo lavoro, prova a sezionare Shining con la massima attenzione possibile, fotogramma per fotogramma, alla ricerca di significazioni nascoste e ancora mai poste all'attenzione generale. Con piena convinzione, Ascher estrae così dal cilindro fantomatiche teorie archetipiche legate ad esempio agli Indiani d'America, al nazismo, alla geometria degli interni, elementi a suo dire presenti in modo continuo e massiccio nella narrazione, attraverso tanti piccoli indizi disseminati dall'autore. Peccato che queste teorie appaiano quasi sempre risibili, appiccicate con sforzo, buttate lì senza grande fondamento. 

Certo, Room 237 ci permette di scoprire qualche piccolo segreto difficile da notare anche all'ennesima revisione del capolavoro (una sedia che scompare da un'inquadratura all'altra, un disegno sulla porta della cameretta di Danny prima presente e poi assente), ma in mezzo a queste felici intuizioni, la gran parte del documentario si basa su elucubrazioni storico/sociali/analitiche ben poco convincenti, in alcuni casi molto più simili a sciocchezze senza capo né coda.
Siamo convinti che se Kubrick avesse potuto vedere questo lavoro si sarebbe fatto solo e soltanto una gran risata.

lunedì 17 settembre 2012

MILANO FILM FESTIVAL 2012 - Jaurès, di Vincent Dieutre

In pieno corso di svolgimento l'edizione numero 17 del Milano Film Festival, evento caratterizzato da una variegata e notevole proposta artistica, ma anche limitato da numerosi problemi logistici e organizzativi che ne rendono praticamente impossibile una fruizione adeguata. Ne parlerò meglio nei prossimi giorni. Intanto, pubblico con piacere anche qui su Cinemystic la recensione del dolce e malinconico Jaurès, uno dei lavori più belli e significativi inseriti quest'anno in programma. L'articolo è già apparso sulle pagine di CineClandestino.

Ricordare l’amore. Imprimerlo nella memoria, per sempre. Rivivere gli attimi, i silenzi, gli anfratti di una quotidianità tanto dolce quanto dolente. Filmare il presente, con sguardo attento, vigile, partecipe, mescolando le emozioni dell'esistenza invididuale con il dramma sociale che ci circonda. Momenti sospesi, fluttuazioni dell'anima, corpi in movimento verso un incerto domani: una scena, tante scene; il cinema, nella sua forma più sperimentale e innovativa, raccontato da Vincent Dieutre, autore francese classe 1960, abituato a considerare l’Arte filmica come infinito serbatoio da cui estrarre suggestioni lontane dai canoni consueti. Jaurès è la sua ultima opera, molto applaudita a Berlino e adesso presentata per la prima volta in Italia nel corso del Milano Film Festival.
Dieutre ci lascia vedere il suo volto, in una serata soffice in cui, dialogando con l’amica Eva Truffaut (figlia del grande François), rievoca la storia sentimentale avuta in un recente passato. Mentre i due parlano, l’autore/regista/attore proietta su uno schermo immagini che lui stesso aveva girato con una telecamera dall’appartamento dell’amante, Simon, nei giorni e nelle notti in cui i due uomini condividevano lunghe e spensierate ore. Vincent ed Eva assistono così alle storie racchiuse in quelle riprese, incentrate su alcuni profughi afghani che vivevano accampati sotto un ponte a poca distanza da casa di Simon. Dieutre accompagna le immagini, rievocando i piccoli ma significativi eventi della vita dei clandestini, intrecciati con i ricordi della sua relazione. Noi accompagniamo i due amici durante la visione, disintegrando idealmente la quarta parete che separa autore e spettatore, in una sorta di riunione intima e familiare.
 
 
Jaurès (il quartiere parigino in cui si svolge tutto il racconto) annulla il concetto di fiction, ribalta l’essenza documentaristica, e unisce i diversi linguaggi in un ibrido coraggioso, non semplice da comprendere ma ricco di fascino e intensità. Lungi dal voler proporre un mero ritratto autobiografico, il regista ci racconta la sua passione, tenera e malinconica, virile e ammantata da un velo di tristezza, e nel medesimo istante ci accompagna a braccetto nel complesso destino di quegli uomini costretti ad arrangiarsi, senza possedere quasi nulla, lontani dalla propria patria, con poche speranze per l’avvenire.
I profughi dormono in consunti sacchi a pelo, cercano di resistere al freddo dell’inverno, accolgono il cibo portato di tanto in tanto da alcuni volontari, tentano di non creare problemi per non essere cacciati dalle autorità, e guardano le acque del vicino canale, in attesa di una luce che possa condurli fuori da un incubo greve e sfiancante. Dieutre li spia senza cattive intenzioni, li filma senza alcun intento retorico, li osserva con occhio compassionevole lodando la loro forza di volontà; nel frattempo, lo scorrere delle immagini si alterna con i rumori casalinghi rimasti impressi in sottofondo al momento delle registrazioni: un romantico motivo suonato al piano da Simon, un semplice dialogo, le stoviglie della cena imminente, il risveglio dopo una notte di sesso e amore, la melodia di una frugale colazione da consumare insieme prima di uscire dal guscio. Attimi semplici, privi di eventi dirompenti, eppure descritti con un tocco quasi magico, in una delicata e splendida elegia della normalità.
 

Oggi la relazione è terminata. Vincent e Simon non stanno più insieme. Non ci sono più nemmeno gli afghani, allontanati nel momento in cui il Governo ha deciso di aumentare le misure di controllo relative all’immigrazione. Jaurès però è ancora lì, con il ponte, il canale, le auto, i treni della metro, e le sue molteplici microstorie che vivono e respirano, giorno dopo giorno. La società muta e resiste, si scuote e va avanti, ma le immagini catturate da quella finestra hanno saputo fermare una porzione di tempo, traghettando l'attimo nel paradiso dell’eternità. Così, allo stesso modo, nei ricordi e nel cuore sopravvive ancora quel rapporto, vero e genuino, glorificato nel bellissimo messaggio che chiude il film, secondo il quale ogni singola storia d’amore può addirittura cambiare il destino del mondo. Non tanto, ma un pochino sì.

(Originariamente pubblicato su CineClandestino)

martedì 11 settembre 2012

Stanze di Carne video-intervista online

Piccolo spazio pubblicitario, per segnalare che da oggi è possibile visualizzare online un'articolata video-intervista realizzata al sottoscritto, incentrata sul mio ultimo romanzo Stanze di Carne, e pubblicata su un nuovo mini-sito dell'editore Lettere Animate; una sorta di making of in cui parlo a ruota libera del libro, di ciò che lo ha ispirato, dello stile di scrittura, e del mio lavoro in generale, con ovvi riferimenti anche al cinema.
Trovate il tutto a questo link, oppure direttamente qui sotto. Buona visione.



sabato 8 settembre 2012

VENEZIA 69 - "Pietà" di Kim Ki-duk trionfa al Lido

Lo si diceva da diversi giorni. Era il favorito, e il pronostico è stato rispettato. Kim Ki-duk ha vinto il Leone d'Oro dell'edizione 2012 del Festival di Venezia con il suo Pietà, dramma incentrato sui concetti di redenzione e vendetta, molto amato da gran parte dei giornalisti accreditati.
Il premio al regista coreano è in fondo anche (e soprattutto?) un riconoscimento a una carriera di altissimo livello, grazie alla quale lo stesso Kim ha avuto un posto in prima fila nel processo di prepotente e definitiva esportazione del cinema coreano nel mondo, insieme a Park Chan-wook. Un autore dotato di raro gusto per l'immagine, capace di raccontare storie di volta in volta crudeli e oniriche, disperate e struggenti, con uno stile espressivo ben riconoscibile e sempre ricco di infinite suggestioni visive. 
Fin dagli esordi (Crocodile, 1996), Kim Ki-duk si impose agli occhi dei cinefili più esigenti e del popolo festivaliero, per poi riuscire a scavare anche una nicchia nel gusto del pubblico generalista. Il lancinante L'isola, nel 2000, sconvolse gli spettatori, il successivo Bad Guy ne confermò le qualità, e il ravvicinato Primavera, Estate, Autunno, Inverno... ne decretò la definitiva affermazione. In quel momento, negli anni a cavallo tra il 2002 e il 2004, Kim raggiunse l'apice dell'ispirazione: una folgore culminata con il magnifico La Samaritana, e con lo straordinario Ferro 3, suo intoccabile e assoluto capolavoro, sublime inno alla poesia.


Da quel momento, la carriera del regista nato nel 1960 ha vissuto di alti e bassi, con pellicole discusse (L'arco), decise cadute di tono (Time), e opere incomprese ma dotate di notevoli suggestioni (Dream). Dal 2008, il coreano ha vissuto un periodo di crisi fisica e spirituale, un viaggio nel buio rappresentato dall'autobiografico Arirang, ma ha poi saputo riprendersi e tornare a volare, arrivando a Pietà (in uscita nelle sale il 14 settembre) e al meritato trionfo veneziano.
In un'edizione giudicata tutto sommato sottotono da molti critici presenti al Lido, con momenti anche imbarazzanti durante la cerimonia finale (lo scambio di premi tra Seidl e Anderson), Kim Ki-duk ha saputo mettere d'accordo (quasi) tutti, portando ancora una volta sullo schermo, con perentoria efficacia, le estreme tensioni dell'amore e del dolore, simboli atavici di un lirismo emozionante e indispensabile.

martedì 4 settembre 2012

La morte di Michael Clarke Duncan - Addio, "John Coffey"

Non appena si è avuta la notizia, in pochi minuti, i più famosi social network si sono riempiti di messaggi di cordoglio provenienti da ogni parte del mondo. Simili dimostrazioni d'affetto appaiono forse utili per capire quanto il suo volto fosse entrato nel cuore di milioni di appassionati, travalicando i confini tra i cinefili più accaniti e gli spettatori occasionali; un viso, un corpo, un nome, un ruolo: quello di John Coffey, "come la bevanda Signore, ma scritto in modo diverso", protagonista de Il Miglio Verde, splendido film di Frank Darabont tratto da King e uscito nel 1999.

Michael Clarke Duncan è morto lunedì, a Los Angeles. Nel mese di luglio era stato colpito da un infarto. Sembrava in ripresa, ma improvvise complicazioni ne hanno provocato il decesso. Aveva 54 anni. Quando Darabont lo scelse per la trasposizione del romanzo kinghiano, Duncan era soltanto un attore semi-professionista: giocatore di football mancato, aveva lavorato infatti come guardia del corpo per Will Smith, prima di esordire in piccoli ruoli e ottenere una parte nel pessimo Armageddon. Eppure il regista rimase ammaliato di fronte a questo grande uomo dallo sguardo candido, e decise di azzardare, seguendo il consiglio di Smith e di Bruce Willis, affidandogli il ruolo dell'eroe ingiustamente condannato e dotato di salvifici poteri soprannaturali. Mai scelta fu più azzeccata: Duncan superò l'iniziale impaccio durante le riprese, entrò con l'anima nel personaggio, e sfoderò un'interpretazione vera, intensa, commovente, che gli valse la nomination all'Oscar, e soprattutto un piccolo ma significativo posto nella leggenda del cinema.

Da lì in poi la sua carriera è proseguita tra alti e bassi: lo abbiamo visto ne Il pianeta delle scimmie, in Daredevil, The Island, e in altre produzioni. La fama dell'attore è rimasta però sempre legata a quegli occhi tristi, alla purezza racchiusa in un corpo mastodontico, al tocco magico grazie al quale l'Angelo spuntato da chissà dove era in grado di allontanare gli oscuri pulviscoli del Male, al dolore universale racchiuso nelle parole pronunciate da colui che credeva di non sapere quasi niente, mentre invece sapeva più di tutti noi.


"Le ha uccise con il loro amore. E' così che va, ogni giorno, in ogni parte del mondo". 

"Sono stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non poter mai avere un amico con me, che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno ad altri uomini".

Riposa in pace, gigante buono. Non ti dimenticheremo mai.