lunedì 30 luglio 2012

CULT COLLECTION - Zombi, erotismo, vendette e vampiri


Estate. Tempo di vacanze, caldo, sonnolenza. I cinema si svuotano e chiudono per ferie, le nuove uscite latitano, la voglia di restare dentro casa a guardare film si fa, in linea generale, sopravanzare dal desiderio di sole e mare. Non per tutti però. C'è anche chi preferisce approfittare del maggiore tempo libero a disposizione per chiudere le persiane e dedicarsi a visioni cinefile particolari, recuperi di pellicole arretrate, o anche tuffi nel passato.
Ecco dunque un post collettivo dedicato ad alcuni gloriosi film di genere degli anni sessanta e settanta: lavori di notevole interesse e meritevoli di una mai troppo tardiva (ri)scoperta, per respirare un po' di sana inquietudine con cui rinfrescare il cervello lobotomizzato dalla calura.


LA LUNGA NOTTE DELL'ORRORE (di John Gilling, 1966) = Senza esagerare, uno dei migliori film sugli zombi mai realizzati. Nel raccontare la storia di un uomo alle prese con esperimenti volti a riportare in vita i cadaveri, Gilling sfrutta da una parte le tematiche storico-antropologiche legate al mondo del voodoo di derivazione haitiana, e dall'altra pone sul piatto una parziale anteprima di quell'urbanizzazione che sarà poi sdoganata due anni dopo da Romero con il suo folgorante esordio. The Plague of the Zombies (titolo originale), produzione Hammer, è un lavoro cupo, solido, per l'epoca piuttosto violento, ben scritto e ottimamente fotografato e recitato; un'opera di altissimo livello, sotto ogni aspetto, con una sequenza onirica di resurrezione collettiva splendida, assolutamente da antologia (pareggiata soltanto anni dopo dallo strepitoso Zombi 2 di Fulci). Un film seminale e imperdibile.

GLI ORRORI DEL LICEO FEMMINILE (di Narciso Ibanez Serrador, 1969) = Si dice che Argento si sia ispirato a questo film per realizzare Suspiria: probabile sia vero, considerando le evidenti attinenze. La pellicola di Serrador, ambientata in un tetro collegio, percorre comunque strade abbastanza lontane dal futuro capolavoro italico, concentrandosi su una storia articolata che tenta di mescolare insieme delitti misteriosi, rapporti ambigui, violenza repressiva, vaghi accenni di sexploitation, sino a toccare perfino la necrofilia in un unhappy ending struggente e (per i tempi) molto coraggioso. La sceneggiatura soffre di un eccessivo sovraccarico tematico, finendo per apparire indecisa e in molti punti confusa, ma per tutto il film si respira un'atmosfera morbosa e disturbante che accresce il valore dell'intera opera.

LEMORA LA METAMORFOSI DI SATANA (di Richard Blackburn, 1973) = Curioso esempio di fiaba nera, parzialmente distaccata dai consueti stilemi gotici e in cerca di un complesso approdo verso la purezza infranta dell'orrore adolescenziale. Lacunoso nel ritmo in alcuni tratti, offre comunque alcuni spunti d'interesse: la bella fotografia iper-realista in pieno stile baviano, la buona interpretazione delle due protagoniste Lesley Gilb e Cheryl Smith, l'espressione di un concetto di vampirismo ramificato e ambivalente (simbolo di eterno ed eccitante dominio, ma anche causa di malattie pestilenziali atte a trasformare l'uomo in bestia immonda), e un'apprezzabile risoluzione narrativa priva di qualsiasi speranza consolatoria.

L'ULTIMO TRENO DELLA NOTTE (di Aldo Lado, 1975) = Forse uno dei più famosi cult italici degli anni settanta. Non a torto, anche se considerarlo addirittura superiore al prototipo a cui ovviamente si ispira (L'ultima casa a sinistra di Wes Craven) appare eccessivo. Resta un buonissimo esempio utile a comprendere come il cinema di genere riuscisse a esplorare i mali atroci della società del tempo, travalicando il comparto di riferimento (il rape & revenge) per affrontare un discorso linguistico più ampio, senza scadere nel sensazionalismo fine a se stesso. Rivendendolo oggi, non si può che restare ancora ammaliati di fronte al viso diabolico di una splendida Macha Méril (la geniale Signora Perbene, anche sensitiva in Profondo Rosso). La lunga sequenza dello stupro, con fotografia virata sui toni blu, resta agghiacciante, e non si dimenticano facilmente nemmeno le angoscianti musiche di Morricone.

JACK THE RIPPER (di Jesus Franco, 1976) = Uscita in versione italiana con il fantomatico titolo di Erotico Profondo, è una personalissima rilettura della storia di Jack Lo Squartatore, diretta con la consueta abilità dal mai troppo osannato Franco, che già aveva esplorato la materia in Gritos en la Noche (Il diabolico Dottor Satana). Certo, non siamo di fronte a uno dei suoi lavori più significativi, ma anche in tono minore lo spagnolo riesce a cavar fuori alcune sequenze da urlo (l'incubo con l'apparizione della madre, l'inseguimento nel bosco, la surreale canzone nel bordello), inserendo momenti di notevole sensualità e giovandosi della sofferta e dolente interpretazione di un trattenuto e riflessivo Klaus Kinski.

giovedì 26 luglio 2012

TAKE SHELTER - Recensione


Uscito nelle nostre sale a giugno, con svariati mesi di ritardo rispetto alla distribuzione americana, Take Shelter è uno di quei film che conferma come il cinema d'oltreoceano potrebbe ancora porsi a un livello ben superiore rispetto alla mediocrità attuale, se solo trovasse ogni tanto il coraggio di staccarsi dalla mera logica blockbusteriana. Negli ultimi anni, con rare eccezioni, solo nel circuito indipendente il panorama statunitense ha offerto prove maiuscole (Winter's Bone, ad esempio), ed è proprio con questa tipologia di riferimento, distaccata dai gusti insapore dei prodotti preconfezionati al solo scopo di ottenere incassi facili, che il giovane Jeff Nichols, classe 1978, ha potuto avere carta bianca per scrivere e dirigere un film ipnotico, emozionante e solidissimo.

Nel dipingere la storia di Curtis LaForche, operaio all'improvviso ossessionato da incubi spaventosi nei quali immagina l'avvento di un'esiziale tempesta in grado di far impazzire chi gli sta accanto, Nichols lavora per metafore e simbolismi, tracciando con piena coscienza il dramma individuale di un uomo alle prese con il graduale disfacimento di ogni certezza e valore. Nel terrore atavico che Curtis esprime nei confronti dell'imminente e immaginaria bufera, si esprime l'evolvere di preoccupazioni per troppo tempo tenute ai margini della mente, e ora finalmente libere di scatenarsi: la crisi economica, la precarietà lavorativa, il dramma causato dalla sordità della propria figlioletta, i poco fortunati tentativi dell'amata moglie per rimpinguare le finanze familiari, il ricordo mai sopito di una madre caduta tanti anni prima nel buio della schizofrenia. 
Il cielo nero sopra la testa di Curtis oscilla così in una gelida danza di morte, nella quale volteggiano fantasmi scesi sotto le soglie del raziocinio per condurlo oltre i margini della follia. Soltanto l'amore lo potrà forse salvare, ma la guerra Curtis la dovrà vincere da solo, sfidando il soffio strisciante della paura, i tuoni del dolore, e i fulmini delle infrante speranze.


Take Shelter non è un horror in senso stretto. Non è nemmeno un thriller apocalittico. E' entrambe le cose, e anche di più. Nichols naviga lontanissimo dalle porcherie pseudo ecologiste di Shyamalan (E venne il giorno, una delle peggiori nefandezze dell'ultima decade); si muove invece, con intelligenza, in bilico tra realtà e fantasia, concretezza e astrattismi, sensazioni intimiste e derive enigmatiche, e ne trae un lavoro profetico, universale, in qualche modo anche commovente, prendendosi il tempo che serve, senza forzare sul ritmo e senza mai perdere la strada. Lo aiuta, in modo poderoso, il suo protagonista: dopo le efficaci prove in Revolutionary Road, Boardwalk Empire, e nell'herzoghiano My Son My Son What Have Ye Done, Michael Shannon si conferma attore di assoluto spessore, e confeziona un'interpretazione sofferta, tagliente e toccante (da godersi, se possibile, in lingua originale). Lo accompagna un'impeccabile Jessica Chastain, brava a confermare quanto di buono già si era detto su di lei per The Tree of Life.


Presentato lo scorso anno al Sundance, premiato a Cannes, e ovviamente ignorato dall'Academy, Take Shelter è senza dubbio uno dei migliori film della stagione: un duro viaggio nella paranoia e nell'ossessione, la cui meta corre fino al cuore dell'umanità.

martedì 17 luglio 2012

HORROR CHANNEL - Eppur si muove...

Diciamoci la verità: quando lo scorso settembre venne ufficializzato l'approdo in Italia di Horror Channel, canale satellitare già da anni in pieno regime in Inghilterra, le aspettative erano piuttosto alte. Si sperava che, al posto dell'inutile Fantasy, avremmo finalmente avuto su Sky un canale dedicato al cinema oscuro capace di offrire una programmazione ricca, abbondante, non priva di anteprime e novità. 
Le attese, inutile negarlo, sono andate però deluse: ci siamo trovati ad avere a che fare con un palinsesto di livello pressapoco similare a quanto già (non) c'era prima, con film stravisti e replicati all'infinito, prodotti televisivi di largo e basso consumo, insulsi telefilm che nulla c'entrano con l'horror. 
Eppure, adesso, qualcosa si muove, e pur con limiti ben precisi, iniziamo un po' alla volta a notare qualche miglioramento; i gestori del canale, infatti, nonostante i mezzi economici assai limitati, si stanno impegnando per accrescere la qualità del palinsesto. Il primo colpo grosso, in questo senso, è stato senza dubbio il ritorno di Twin Peaks, meraviglioso e indimenticabile capolavoro lynchiano, in programmazione proprio in queste settimane.


Anche dal punto di vista strettamente cinematografico, comunque, qualche passo in avanti c'è, e se andiamo a spulciare la programmazione della seconda metà di luglio e di inizio agosto, consultabile nella sua totalità sul sito ufficiale, notiamo alcuni titoli piuttosto intriganti.
Domani in seconda serata, ad esempio, Horror trasmetterà Confessioni proibite di una monaca adolescente, perverso e imperdibile erotic-horror del grande Jesus Franco, parte di una mini-retrospettiva con cui il canale omaggia il maestro spagnolo, in un ciclo comprendente anche Erotico Profondo (trasmesso la scorsa settimana) e Greta la donna bestia (in programma mercoledi 25). 
Un altro grande nome dell'horror contemporaneo, Brian Yuzna, farà capolino a breve termine: il 7 e il 12 agosto ci sarà la possibilità di (ri)vedere il delirante dittico The Dentist, per riassaporare le sanguinarie e insostenibili imprese orali del mad doctor Feinstone. 
Non mancano, in questi caldi e opprimenti giorni d'estate, i grandi capolavori: in questo senso trova spazio George Romero con il seminale Creepshow (venerdì 20 luglio) e l'intoccabile Night of the Living Dead (domenica 22). Saltellando nella guida Tv, troviamo poi opere minori di autori noti, ad esempio Invaders di Tobe Hooper (venerdi 20, con numerose repliche), datati B-Movies non disprezzabili come Terror Train, con Jamie Lee Curtis (8 agosto), e film indipendenti di notevole interesse, come lo splatter-gore irlandese Dead Meat (4 agosto).


Insomma, dopo un lungo periodo di assestamento Horror Channel sta provando ad alzare un po' il tiro: speriamo che il miglioramento prosegua con decisione, dando in particolare maggiore spazio proprio al panorama indie, alle pellicole invisibili, ai piccoli tesori nascosti nell'oblio, affinché il cinema di genere in Tv, ucciso dalle porcate ignoranti dei canali generalisti, torni almeno sul satellite ad avere una vita e un senso. 

martedì 10 luglio 2012

Porno e dolore, sesso e amore: GUARDAMI, di Davide Ferrario


Ci vuole coraggio, in un paese come l'Italia, per concepire e realizzare un film come Guardami. In una nazione ancora piena di inibizioni, vergogne, censure e becere ottusità di matrice ecclesiastica, mettersi in gioco con una pellicola ambientata nel mondo del porno, con reali e reiterate scene hard interpretate da attori del settore, mescolando il tutto con il dramma etico legato a una grave malattia, vuol dire esporsi a critiche e condanne da parte di quella società benpensante sempre pronta a nascondere la testa sotto la sabbia, e a condannare la presunta volgarità invocando roghi di inquisitoriale memoria.
Un bravo, dunque, a Davide Ferrario, uno dei pochi autori contemporanei realmente significativi nel cinema italiano (suo, ad esempio, lo splendido Dopo mezzanotte), per aver costruito, nel 1999, un'opera che, ancora oggi, sorprende per la freschezza, il ritmo, la forza dirompente e l'audacia delle scelte.

Per chi non lo sapesse, l'autore torinese ha scritto e diretto questo film ispirandosi alla storia di Moana Pozzi: al centro della scena troviamo Nina (Elisabetta Cavallotti), un'attrice a luci rosse la cui carriera in ascesa rischia di essere all'improvviso stroncata dalla notizia di un tumore che le ha invaso il corpo. La donna cerca di non farsi abbattere dalla malattia, affronta la chemioterapia, trova vicinanza e affetto dalle persone che la circondano, tenta di continuare a lavorare pur di non fermarsi di fronte alla probabile tragedia, e porta avanti la sua lotta, a testa alta. 


Il punto focale della trama è un'attrice hard che ha scelto di fare questo mestiere non per soldi, né per necessità, bensì per un senso di potere psicologico (a un certo punto Nina dice: “quando gli uomini mi guardano, so che mi desiderano, ma hanno anche paura di me; sono io che li possiedo”). L'emancipazione, la sensualità, la libertà di compiere le proprie scelte senza obblighi e costrizioni, il sesso come strumento di forza e dominio: Nina è una fenice che sotto le luci del porno spiega le proprie ali di donna, facendosi baciare, leccare e penetrare, per godere di sé con uno sguardo scaltro e genuino; per lei il sesso è una fiera ribellione ai dogmi soffocanti della borghesia in cui è cresciuta, e in seconda battuta diventa uno strumento di nutrizione con cui poter affrontare il dramma devastante della malattia e le lacrime sue e di chi le sta accanto.


Guardami è un film stratificato, diretto con uno stile vivace e furioso, nel quale l'estetica da videoclip sfoga i suoi istinti in una narrazione frammentata, concitata, zeppa di istantanee e micro-sequenze, attimi sparsi da unire insieme per ricomporre un mosaico ostico ma molto intrigante. La recitazione, va detto, è poco sopra ai limiti dell'amatoriale, e l'estremizzazione visiva non fa altro che acuire i numerosi difetti di cui il lavoro è imbevuto. 
Eppure, nonostante tutto, non si può restare indifferenti di fronte alla folle corsa di novanta minuti che ci scorre davanti agli occhi; un treno ad alta velocità in cui, come detto, niente ci è risparmiato. Guardami è un dramma umano e intimista, è uno spaccato di riflessione culturale sul complesso mondo dell'industria vietata ai minori agli albori del terzo millennio, ed è, in molti punti, davvero un film porno: spogliarelli integrali, primi piani sui genitali maschili e femminili, amori saffici, blowjobs, masturbazioni, rapporti anali, fisting, doppie penetrazioni. 


Con coraggio, senza muri di omertà, Ferrario ci porta dentro a quel mondo, scavando al suo interno con febbrile curiosità; noi lo accompagnamo, consapevoli di assistere a un esperimento filmico unico, impavido, sincero, e in quanto tale meritevole di tutta la nostra stima.

giovedì 5 luglio 2012

ORRORI ALLA FRANCESE - LIVID (Livide) - Recensione

Dopo un periodo di pausa torniamo a occuparci degli orrori alla francese, ovvero i film di quella nuova ondata che negli ultimi anni ha saputo esaltare il cinema di genere d'Oltralpe, ponendolo in prima fila nell'intero panorama internazionale. Se dovessi stilare un'ipotetica graduatoria delle pellicole più belle e significative di questa sorprendente scuola, non esiterei a inserire al primo posto lo straordinario Martyrs di Laugier. Al secondo credo metterei lo straziante Calvaire di Du Welz, mentre al terzo promuoverei con piena convinzione il dirompente À L'Interieur, diretto dall'esordiente coppia formata da Alexandre Bustillo e Julien Maury. 
Vista la premessa, aspettavo con molta curiosità Livid, il nuovo lavoro dei sopracitati Bustillo e Maury, per capire se la forza del film d'esordio sarebbe stata confermata; un'attesa lunga, che ho finalmente potuto soddisfare, con risultati peraltro assai controversi. 

Titolari non solo della regia ma anche della sceneggiatura, gli autori hanno inserito al centro della storia la figura della giovane Lucie, impegnata come tirocinante nel ruolo di assistente infermiera. La protagonista si reca a casa di persone anziane, per fornire loro le cure necessarie, e tra un'iniezione e l'altra finisce nella lugubre e mastodontica abitazione di una vecchia donna sola, costretta a letto da anni. La ragazza viene a conoscenza del mistero secondo cui all'interno della casa sarebbe nascosto chissà dove un enorme tesoro, e attirata dalla potenziale ricchezza, decide di recarsi nottetempo nella magione, insieme al fidanzato e a un amico, per rubare il patrimonio della signora. Scoprirà orrori inimmaginabili, sepolti da lustri in quelle buie stanze. 


I sentimenti principali che emergono, durante e dopo la visione di Livid, sono l'irritazione, il fastidio, la rabbia per ciò che questo film sarebbe potuto essere se gli autori si fossero affidati a uno sceneggiatore esperto e abile. Da un lato, infatti, la pellicola conferma l'indubbio estro dei due francesi, dotati di un inconsueto gusto per l'immagine e capaci di invenzione visive di notevolissimo spessore; dall'altro, però, ci troviamo di fronte a una scrittura totalmente raffazzonata, incomprensibile, al punto di limitare e a lungo andare annullare la sapienza estetica presente in ogni sequenza. 
Dopo una prima parte d'ambientazione, regolata da un ritmo sottotraccia in grado di creare un manto d'attesa efficace e corretto, il film si sfalda in un guazzabuglio narrativo impressionante, in cui Bustillo e Maury buttano a mare qualsiasi coerenza per immergersi in un delirante luna park che tira in ballo stregoneria, maledizioni passate, realtà e fantasia, sopraffazioni e vendette, creature meccaniche e sintomi fiabeschi; il coraggio non manca, certo, ma l'assenza di una struttura portante ferisce a morte ogni presunta sperimentazione, e il tentativo di catapultare lo spettatore in un immondo teatrino onirico di sangue e dolore finisce per disperdersi in una farneticazione incubale senza capo né coda. A un certo punto si ha perfino la poco piacevole impressione di essere quasi presi in giro. 
Va da sé, come già accennato, che il fallimento narrativo di Livid riesce purtroppo a vanificare la bellezza stilistica e scenografica di cui il film si sarebbe potuto vantare: la bellezza formale dell'inquadratura, la presenza di alcuni inserti più che brillanti (il pranzo degli animali impagliati, la donna/carillon, l'omicidio a tempo di danza), l'utilizzo di musiche di vaga matrice gobliniana, l'atmosfera un po' retrò con cui omaggiare il cinema di genere degli anni Settanta, la fugace apparizione della musa Béatrice Dalle. Il piatto poteva essere ricco e prelibato, ma se togliamo l'accezione ludica dedicata al gore estremo, nell'horror, più ancora che in altri contesti, la sceneggiatura non può essere un optional, ed è troppo facile aggrapparsi al delirio dei sensi per giustificare lo scempio imperdonabile di una scrittura presuntuosa e pretestuosa. 


Peccato, peccato davvero, perché Bustillo e Maury hanno talento da vendere. Resta solo da sperare che i due non lo disperdano, come già accaduto di recente al loro connazionale Alexandre Aja, arricchito (e rincoglionito) dai sonanti dollari americani e dagli insulsi remake a cui si è affidato anima e corpo.