mercoledì 28 marzo 2012

NUOVA PUBBLICAZIONE - STANZE DI CARNE

Un saluto ai lettori di Cinemystic. Approfitto di queste pagine per allontanarmi un attimo dal contesto filmico, e segnalare l'imminente uscita del mio nuovo romanzo: si tratta di un thriller/noir a sfondo erotico, ambientato in una grande e misteriosa casa situata non lontano da Lione. Il titolo è Stanze di Carne, e dovrebbe essere disponibile per l'acquisto, in versione sia ebook che cartacea, a fine aprile. Sarà pubblicato dall'editore Lettere Animate. Qui sotto potete vedere la cover del libro.



lunedì 26 marzo 2012

MORITURIS - Recensione

Ogni volta che un horror nostrano riesce in qualche modo a imporsi all'attenzione degli appassionati, con disarmante puntualità qualcuno utilizza subito la frase a effetto “ecco il film che segna la rinascita del cinema di genere italiano”. É capitato con il terrificante e inguardabile Il bosco fuori, è capitato con il discreto Shadow, ed è accaduto anche negli ultimi mesi con Morituris, debutto nel lungometraggio di Raffaele Picchio.
Ora, premettendo che certi slogan iperbolici provocano al sottoscritto l'orticaria, poiché la situazione reale è ben diversa e non c'è alcuna concreta rinascita in corso, andiamo ad analizzare il suddetto Morituris, lavoro che, in attesa di trovare una vera distribuzione, sta suscitando da qualche mese notevoli entusiasmi (non sempre oggettivi e disinteressati).


L'opera di Picchio, scritta da Gianluigi Perrone, con effetti speciali curati dall'onnipresente Sergio Stivaletti, presenta la sua storia tornando indietro nel tempo, addirittura fino all'anno 73 A.C., quando Spartaco guidò una ribellione di duecento gladiatori romani, esausti per le inumane condizioni di vita loro imposte. Molti tra i rivoltosi trovarono una morte orribile.
Tornando ai giorni nostri, assistiamo invece alla terribile avventura di tre ragazzi e due ragazze, in viaggio in auto verso un fantomatico rave party organizzato tra i boschi della stessa Roma, proprio nei luoghi dove secoli fa si consumò la carneficina. Le donne saranno vittime di un losco piano organizzato dagli uomini, ma a violenza seguirà altra violenza, e tutti e cinque dovranno fare i conti con un passato nefasto tornato per insanguinare il presente.

Va detto, innanzitutto, che Morituris è un film duro, coraggioso, poco disposto ai compromessi, libero da qualsiasi fiacca deriva consolatoria. I protagonisti del racconto cadono in un incubo stratificato, immerso in un buio atroce che scivola con gradualità verso contorni sempre più neri, e noi spettatori ci troviamo ad assistere a un'opera piuttosto radicale, che fa della brutalità un punto di forza, in virtù di un certo realismo che domina la messinscena soprattutto nella prima parte.
Dopo un incipit girato in Super 8 che nulla regala al contesto, e una fase di ambientamento fin troppo tirata per le lunghe, nel momento in cui capiamo quali sono le vere intenzioni dei ragazzi nei confronti delle loro malcapitate compagne il film compie uno scatto deciso, catapultandoci in un asfissiante panorama rozzo, razzista e misogino. Il seguente pestaggio, con tanto di stupro compiuto (anche) con l'utilizzo di dolorosissime forbici, assume contorni tanto osceni quanto vividi, superando con successo le barriere dell'impudicizia per azzardare un estremismo sorprendente e senza dubbio temerario, per quanto debitore di molti altri horror recenti (Martyrs su tutti, a dimostrazione di quanto sia stato fondamentale il capolavoro di Laugier).
Se poi la seconda parte della storia scivola in una nube affascinante ma anche in bilico sulla fune del ridicolo, in qualche modo il film resta comunque in piedi, confermandosi acuto, disturbante, e in grado di espletare senza ripensamenti un disegno di morte che travalica i secoli per farsi universale messaggio di egoismo e vendetta, nella definitiva putrefazione di ogni ordine sociale e morale.

Va senz'altro sottolineata la regia di Picchio, sempre attenta e grintosa, così come il convincente apparato sonoro e la scelta di utilizzare alcuni brani di genere black metal (con particolare spazio riservato agli Aborym, uno dei gruppi di punta della scena estrema italiana). Tutto sommato dignitosa la prova degli attori, perlomeno oltre i confini di quell'amatorialità che puntualmente affossa le produzioni nostrane (anche se Francesco Malcom è indubbiamente più bravo come pornoattore).
Alcune perplessità, invece, nei confronti della sceneggiatura, che utilizza una miscela di
slasher, rape & revenge e torture porn alternando buone intuizioni a idee fin troppo derivative (il topo), volgarità tipicamente italiche, situazioni talvolta poco credibili e cadute di tono evitabili: ad esempio all'inizio assistiamo a una conversazione telefonica in cui a un certo punto, nel bel mezzo di una complessa discussione filosofica, uno dei due interlocutori ci regala un orripilante “vai tranquo” (sic).


Accantonando gli scivoloni, Morituris resta peraltro un prodotto genuino e interessante. Certo, la Francia e l'Inghilterra stanno ancora su un'altra galassia, ma in questa rinascita che non c'è abbiamo almeno, questa volta, un lavoro più che accettabile, e dunque meritevole di rispetto.

lunedì 19 marzo 2012

BERGAMO FILM MEETING 30 - TYRANNOSAUR

Si è conclusa con successo la trentesima edizione del Bergamo Film Meeting, manifestazione che ha saputo resistere alle difficoltà finanziarie, proponendo un programma ricco ed eterogeneo e ottenendo un notevolissimo responso da parte del pubblico, che ha riempito ogni giorno la sala adibita alle proiezioni. Nella soddisfazione per un evento molto ben organizzato, l'unico appunto riguarda proprio l'Auditorium, troppo piccolo e stretto (e scomodo): il festival dovrebbe dotarsi di un luogo più ampio e adeguato.

Su CineClandestino potete leggere le mie recensioni di alcuni dei film proposti in concorso: l'olandese Among Us, il rumeno Best Intentions e il francese Americano, di Mathieu Demy, vincitore dell'evento. Qui su Cinemystic, dopo l'ottimo Illégal, mi accingo invece a parlare molto volentieri di uno dei titoli più interessanti proposti nell'edizione 2012: l'inglese Tyrannosaur, già acclamato e premiato al Sundance e ai BAFTA.

Si tratta del debutto alla regia in un lungometraggio per Patty Considine, attore che negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere grazie a interpretazioni precise e variegate, con partecipazioni, tra gli altri, in film come In America, My Summer of Love e Cinderella Man. Ponendosi dietro la macchina da presa, Considine ha girato in prima istanza un corto, Dog Altogether, sviluppando poi lo stesso tema e i medesimi personaggi per costruire il suo primo lavoro sulla lunga distanza. Un film nel quale l'autore è tornato idealmente nei luoghi della sua infanzia, per proporre una dolorosa storia di solitudini, violenze e umana solidarietà.

Tutto ruota intorno a Joseph, vedovo alla prese con una profonda crisi esistenziale che lo ha condotto oltre le soglie dell'alcoolismo. Perduto nel buio di una vita scriteriata, immersa nella desolazione della periferia più povera e malmessa, incontra un giorno Hannah, negoziante gentile e dedita alla preghiera cristiana. Dietro alla maschera delle apparenze, però, la donna annega a sua volta tra le lacrime di un matrimonio fallimentare, con un uomo psicolabile che aggancia qualsiasi pretesto per maltrattarla. Riuscendo poco alla volta a sviluppare una reciproca fiducia, Joseph e Hannah sviluppano un'amicizia grazie alla quale entrambi cercheranno di trovare la forza per risorgere dall'oscurità che li avvolge.

Tyrannousaur è un perfetto esempio del miglior cinema britannico contemporaneo, capace di scavare tra le piaghe del tessuto sociale per raccontare storie al contempo intime e collettive, nelle quali le differenze di casta sfumano sino ad annullarsi. I due protagonisti della vicenda dividono la stessa città, appartenendo a due mondi ben distinti: lui si trascina tra bettole, baracche diroccate, ubriaconi senza speranza, pestaggi e squallore; lei cammina a testa alta nell'agio di una condizione borghese fatta di grandi case pulite e ordinate, giardini curati e intoccabile lindore.
Nel cuore nero della condizione umana, però, le enormi distinzioni vanno ad appiattirsi, centrifugate in un unico calderone che accomuna il reciproco dolore in una quotidianità di fantasmi e paure.


Intenso, ruvido, sensibile e toccante, il lavoro di Considine si affida all'incredibile fisicità di Peter Mullan, che ancora una volta si conferma straordinario uomo di cinema, sia come attore (My Name is Joe di Loach, ad esempio) sia come regista (lo strepitoso Neds, passato al Torino Film Festival e mai uscito in sala per colpa dell'idiozia dei distributori italici). La macchina da presa lo pedina con avidità, ne indaga i pulviscoli del corpo e del pensiero, e lui, tutto nervi scoperti, muscoli tesi e rughe pulsanti, travolge e domina la messinscena con mostruosa efficacia. Un vero animale da cinema, supportato con abilità da una disfatta Olivia Colman.

Solido, concreto e bellissimo, Tyrannosaur è un viaggio all'inferno della dannazione, con cui purgare i debiti verso l'esistenza, per scavare in un sogno di ribellione e resurrezione.

mercoledì 14 marzo 2012

BERGAMO FILM MEETING 30 - ILLEGAL

É in pieno corso di svolgimento l'edizione 2012 del Bergamo Film Meeting, manifestazione giunta al suo trentesimo compleanno, festeggiato con una programmazione eterogenea e interessante, divisa tra cinema del presente e grandi capolavori del passato. Sto seguendo l'evento sul posto, perlomeno per alcune giornate, e su CineClandestino potete già trovare le mie recensioni di due film in concorso, l'olandese Among Us e il rumeno Best Intentions.

Tra i titoli fuori concorso proiettati durante il festival, ha senz'altro destato una notevole impressione il belga Illégal, di Olivier Masset-Depasse, realizzato nel 2010 e uscito anche brevemente nelle sale italiane nell'autunno del medesimo anno. Un lavoro duro e a tratti sconvolgente, dedicato alle disumane condizioni in cui sono trattenuti gli immigrati irregolari in Belgio, individui segregati all'interno di centri di raccolta che scavalcano i diritti umani per trasformarsi in vere e proprie prigioni.

La storia, basata su tante esperienze reali sulle quali il regista si è a lungo documentato, vede al centro dell'attenzione Tania, immigrata proveniente dalla Russia che da tanti anni vive in Belgio pur senza avere il permesso di soggiorno. Un giorno la donna è arrestata dalla polizia, e portata in uno dei sopracitati centri di raccolta; da lì inizia un terribile calvario, durante il quale le autorità cercano di costringerla a tornare in patria. Tania combatte con tutte le sue forze per evitare l'espulsione, anche per salvaguardare il destino del figlio Ivan. Intorno a lei, persone di varie etnie, accomunate dalla stessa odissea.

Illégal è un film coraggioso, lontano dalla retorica, e capace di fondere con brillantezza fiction e indagine sociale, dipingendo la mostruosità insita in luoghi in cui si cerca di salvare le apparenze (gli immigrati sono spinti ad accettare l'espulsione, ma non obbligati, salvo però essere malmenati a sangue se rifiutano di partire), per scivolare invece nell'oscurità di una gabbia soffocante in cui i detenuti subiscono privazioni psicologiche assai lontane da qualsivoglia concetto di accettazione e uguaglianza. Il racconto di Tania è unico e generico, intimo e al contempo simbolo di tante situazioni similari. La sua disperazione racchiude quella di centinaia, migliaia di individui ancora oggetto di discriminazioni, e la sua battaglia innalza un grido di dolore dalle caratteristiche universali.


 
Il Belgio è stato più volte condannato dall'Unione Europea per l'illegalità delle strutture ben ricostruite all'interno del film. Nonostante questo, e nonostante la rabbia di tanti cittadini disposti a far sentire la loro voce di protesta, le suddette strutture ancora restano in piedi, prolungando giorno dopo giorno la loro arrogante (dis)funzione; Masset-Depasse non si tira indietro di fronte agli aspetti più crudi della vicenda narrata, e ci mostra senza remore una realtà troppo spesso nascosta agli occhi del mondo. Ma così come il recente Polisse, per restare in ambito francofono, anche qui l'indagine filmica devia dal sentiero puramente cronachistico, per addentrarsi nei cuori dei soggetti loro malgrado coinvolti. É dunque cinema di denuncia, sì, ma con un'anima calda e fremente.

Un lavoro prezioso, da recuperare e conservare.

venerdì 9 marzo 2012

BASILICATA COAST TO COAST

Avrete notato che qui su Cinemystic non si parla molto spesso di cinema italiano. Non che sia una scelta aprioristica, tutt'altro. Ci occuperemmo dei film nostrani molto più spesso, ben volentieri. Il problema è che purtroppo, da tanto tempo, nello squallore generale, sono poche le opere italiche a rendersi degne di particolare attenzione.
Ogni tanto, però, arriva la novità, il piccolo gioiello capace di fuoriuscire dalla mediocrità e dall'ignoranza para-televisiva che affossa questo paese alla rovina. Quando capita, è giusto rendergli il giusto omaggio.
L'oggetto prezioso, in questo caso, si chiama Basilicata coast to coast, debutto registico di Rocco Papaleo, uscito nel 2010 e vincitore di svariati premi in giro per la penisola, compresi tre David di Donatello e due Nastri d'Argento.


Papaleo, lasciando perdere la triste kermesse sanremese, è da lustri un ottimo attore di teatro, e un discreto attore cinematografico. Nel porsi per la prima volta dietro la macchina da presa per un lungometraggio, ha voluto costruire un sincero omaggio alla sua terra d'origine, realizzando un lavoro affettuoso, puro, gradevolissimo, e lontano dalla retorica nonostante il respiro fortemente autobiografico.
Nel film, quattro scalcagnati musicisti, parenti alla lontana dei magnifici Leningrad Cowboys di Kaurismaki, decidono di attraversare a piedi la Basilicata, da una costa all'altra, per partecipare a un piccolo festival locale. Nel viaggio trovano l'occasione per lasciarsi alle spalle le angosce della quotidianità, immergendosi in un percorso di crescita spirituale che alla fine riuscirà, in qualche modo, a renderli migliori.


La Basilicata dipinta da Papaleo è una terra affascinante, ricca di spunti; un luogo edenico in cui splende quasi sempre il sole, e ci si perde tra strade di campagna, festicciole paesane, pale eoliche, tavolini di bar all'aperto, scuole riadattate a fienili perché tanto "gli alunni erano tutti ciucci", anziani contadini che non possiedono nemmeno la Tv e paesaggi mozzafiato. Ma non siamo di fronte a una rappresentazione semplicistica e banale: l'autore riesce a cogliere anche i lievi respiri del suo bozzolo natale, andando oltre alla mera estetica da cartolina per restituire all'occhio dello spettatore una cornice scenografica che si fonde con il microcosmo della narrazione, a sua volta costituita da un racconto scanzonato, brillante, divertente ma non volgare (una volta tanto...), e contraddistinto da personaggi che sanno fare breccia nei nostri occhi e dotarsi di apprezzabile spessore umano.
Tra carretti e cappelli di paglia, improvvisazioni profumate di jazz e sguardi fanciulleschi, canzoni con testi dissacranti e concerti rivolti alla luna, c'è un Alessandro Gassman caricaturale che per fortuna riesce a non oltrepassare i limiti della credibilità, un Paolo Briguglia alla timida (ri)scoperta della vita, un Max Gazzè muto ma dolce e perfino poetico, e un'inconsueta e scazzatissima Giovanna Mezzogiorno, che in ruolo teoricamente "minore" tira fuori una delle migliori interpretazioni della sua carriera.



Va anche detto che la seconda parte del film segue schemi di sceneggiatura piuttosto elementari e fin troppo lineari, e che non tutto fila via alla perfezione; poco male, perché in una pellicola così sincera e gradevole i difetti possono essere perdonati senza alcuna remora.
Basilicata coast to coast è uno dei migliori film espressi dal cinema italiano negli ultimi anni. Una sorpresa lietissima e armoniosa, da vedere e suonare. A tempo di jazz.

venerdì 2 marzo 2012

THE WOMAN IN BLACK - Recensione

Esce oggi nelle sale italiane The Woman in Black, horror gotico prodotto dalla gloriosa e rediviva Hammer, tratto dal romanzo di Susan Hill, diretto da James Watkins (già autore del notevole Eden Lake), e interpretato dall'eterno "Harry Potter" Daniel Radcliffe, al suo primo ruolo realmente adulto.
La trama, ambientata in un'Inghilterra avvolta da nebbia e tetraggine, ruota intorno a Eal Marsh House, fosca magione teatro di un passato contrassegnato da abbandono e morte. L'avvocato Arthur Kipps, segnato nell'anima dalla recente dipartita della moglie in seguito a un parto dall'esito nefasto, si reca nel villaggio in cui è edificata la grande casa, per sbrigare alcune questioni legali. Giunto sul posto, si scontra con la diffidenza e i timori degli autoctoni, e poco alla volta si immerge tra i segreti spettrali di una misteriosa donna vestita di nero, artefice di un triste destino che accompagna i bambini del luogo.

Un paio di anni fa, quando si cominciò a parlare di questo film, i motivi di principale interesse risiedevano non tanto nella presenza di Radcliffe, quanto invece nel patrocinio della Hammer e nella presenza dietro la macchina da presa di Watkins, autore di uno degli horror più solidi, disturbanti e radicali della nuova e brillante scuola inglese (il suddetto Eden Lake). Era dunque intrigante capire come Watkins se la sarebbe cavata alle prese con un prodotto destinato senza dubbio a un pubblico più ampio ed eterogeneo. Le speranze, lo diciamo subito senza troppi giri di parole, sono andate perdute, spente da un film che regala davvero pochi spunti, poche idee e ancor meno sussulti.


 L'obiettivo, piuttosto palese, era realizzare un lavoro che andasse a omaggiare la grande tradizione britannica legata al gotico; un ritorno al passato affezionato e molto vicino a una tendenza che negli ultimi mesi abbiamo visto esplodere (con ben altri risultati) in tutto il mondo cinefilo. Per The Woman in Black, però, è possibile ripetere lo stesso discorso già fatto di recente per il pessimo Don't Be Afraid of the Dark: non basta la mera riesumazione del passato, per quanto genuina, se non ci sono idee vincenti ad accompagnare l'operazione.
Il film di Watkins, così come quello di Nixey, sconta una sceneggiatura elementare, scialba, incastonata in compartimenti stagni, priva di ariosità e tenacia. L'apparato tecnico, puntuale e discreto, non è sufficiente a salvare un'opera durante la quale gli elementi teoricamente perturbanti della messinscena cozzano con un andamento lento che non riesce a elevarsi al di sopra di una medietà condannata alla mediocrità.
Soltanto negli ultimi venti minuti, concluso il compitino, il copione di Jane Goldman prova ad acquisire un po' di slancio, raddrizzando in parte la baracca; ma non basta per modificare la sostanza di un film castrato e castrante.
Famiglie distrutte; madri disperate e vendicative; bambini caduti senza pace nell'aldilà; maledizioni perpetrate nel tempo; piccole comunità stokeriane erose dal dolore e dalla paura; lugubri apparizioni fantasmatiche; di pellicole più o meni similari, a livello di racconto, ne abbiamo viste tante, negli ultimi lustri. Troppe. A questo punto, meglio recuperare quelle che offrivano ben altre significazioni: The Dark di Jon Fawcett, ad esempio, o il sempreverde The Others, oppure i devastanti gioielli del J-Horror, oppure ancora immortali capolavori come The Haunting di Wise.


Al grigiore generale, non solo ambientale, contribuisce infine lo stesso Radcliffe, autore di un'interpretazione moderata che scivola nella monoespressività e nell'evidente mancanza di carisma. La strada per uscire dai bagordi harrypottiani non è semplice, soprattutto se non si è bravi a scegliere i ruoli giusti. E questo non lo era.
The Woman in Black, a conti fatti, può essere indicato solo per chi si accontenta di poco. Molto poco. Altrimenti meglio rivolgersi altrove.