lunedì 27 febbraio 2012

Tra César e Oscar, il trionfo di THE ARTIST

Giorni di premi e polemiche, nel mondo del cinema. Una sola cosa è certa: il film del 2011 è The Artist, senza se e senza ma.
La bellissima pellicola di Hazanavicius ha infatti trionfato sia venerdi ai César (sei premi) sia ieri notte agli Oscar (cinque premi), vincendo in entrambi i casi in quasi tutte le categorie principali.
Tutto come previsto. Ma se la notte hollywoodiana (che non ho guardato, nel rispetto di quanto detto in un precedente post) è stata, a quanto mi pare di capire, di assoluta banalità, con tutte le indicazioni della vigilia rispettate alla perfezione, da Meryl Streep a Christopher Plummer, più vivace e non priva di sorprese si è rivelata invece la serata di venerdi allo Chatelet di Parigi, in cui è stato giustamente celebrato un anno meraviglioso per il cinema francese, con incassi record, opere di straordinaria qualità e un'offerta culturale ampia, diversificata e non ostacolata dalla politica. 

The Artist ha vinto i titoli di miglior film, regista, attrice, musiche e fotografia, ma contro ogni pronostico Jean Dujardin è stato battuto da Omar Sy, primo attore di colore a vincere questo premio nella storia dei César, grazie alla sua interpretazione nella commedia Intouchables, campione d'incassi in patria e, udite udite, oggetto di un imminente remake italiano (sic).

Nella serata francese ci sono poi state altre lietissime sorprese: la duplice vittoria di Clotilde Hesme e Gregory Gadebois come migliori attori emergenti per l'ottimo Angèle et Tony, e il successo della grande Carmen Maura come attrice non protagonista per Les femmes du 6eme ètage. Tra i corti ha invece vinto l'inquietante L'accordeur, già trionfatore al My French Film Festival. Solo due premi per Polisse, ben tre per il sorprendente L'exercice de l'etat, mentre per chi scrive la grande delusione, per quanto temuta alla vigilia, è arrivata dalla mancanza di riconoscimenti ottenuti dal meraviglioso La guerre est déclarée di Valérie Donzelli, rimasto a secco nonostante le sei nominations. Davvero un peccato, che peraltro non modifica di una virgola l'amore assoluto mio e di tantissimi spettatori francesi e non solo per la commovente opera della bravissima Valérie.
Intanto, mentre si concludono le celebrazioni, la povera e derelitta italietta affonda in beghe di paese a dir poco sconfortanti, con la notizia della sovrapposizione di date architettata dalla Festa (?) di Roma e dal suo neodirettore Muller ai danni del benemerito Torino Film Festival. Per la serie: non avendo nessuna idea costruttiva e intelligente, e nessun reale interesse a salvaguardare (o migliorare) il valore artistico di un evento, proviamo a eliminare la concorrenza. L'ennesima e triste pagina di miseria culturale italica.

venerdì 17 febbraio 2012

IN TIME - Recensione

Esce oggi nelle sale italiane In Time, fantathriller futuristico diretto da Andrew Niccol (regista di cult come Gattaca, e sceneggiatore del capolavoro The Truman Show), e interpretato da un trio di sicura presa popolare composto da Justin Timberlake, Amanda Seyfried e Cillian Murphy. Per l'occasione ripubblico anche su Cinemystic la mia recensione, già apparsa sulle pagine di CineClandestino in occasione dell'anteprima avvenuta al Noir Fest di Courmayeur lo scorso dicembre.

Da uno come Niccol non ci si può che aspettare qualcosa d'importante, almeno a livello teorico. L'idea alla base di In Time è infatti alquanto intrigante: in un mondo avveniristico, nel quale il gene dell'invecchiamento è stato annullato, ogni persona può giungere soltanto fino ai 25 anni di età. Da lì in poi, per continuare a vivere, deve comprare il tempo, in tutti i modi possibili. Un secondo, un minuto, un giorno, un anno: bisogna guadagnarsi l'esistenza, istante dopo istante. Sul braccio di ogni individuo è tatuato un indissolubile timer elettronico che misura il countdown verso il tempo zero, ovvero la morte. Si ha così sempre sotto controllo quanto resta a disposizione. Se il countdown si approssima all'ora X, è meglio affrettarsi, con ogni mezzo, prima che sia troppo tardi. Will Salas, abitante di un ghetto povero posto ai margini della metropoli, assiste inerme alla morte della madre; frustrato, in cerca di vendetta, approfittando di un inaspettato regalo, si inoltra nella zona ricca della città, per scippare il tempo ai benestanti e donarlo a chi più ne ha bisogno.

La pellicola diretta da Niccol dispiega un complesso panorama concettuale, attraverso cui monitorare il senso della vita stessa, racchiuso dallo scorrere ineluttabile del respiro dell'esistenza. Tutto ruota intorno al tempo, divenuto moneta di scambio di qualsiasi contrattazione intima, sociale e commerciale: cercare il tempo, inseguirlo, scovarlo, corteggiarlo, barattarlo, venderlo, regalarlo, rubarlo.
Ogni cosa si paga con frazioni di vita, e il tessuto sociale, racchiuso dai confini di un futuro non così lontano dal nostro presente, divide la popolazione in caste ben definite: i poveri, che sopravvivono alla meglio, raschiando avanzi di tempo qui e là, e i ricchi, che invece ne hanno a disposizione quantità industriali, tanto da non sapere quasi nemmeno cosa farsene. L'intervento del protagonista, aiutato da un'annoiata e facoltosa ragazza altoborghese, si propone come strumento d'avvio di una vera rivoluzione culturale; Robin Hood senza frecce ma con tanta determinazione, Will ruba ai ricchi per dare ai poveri, inseguendo un vago miraggio di uguaglianza in un mondo post-capitalista in cui le discriminazioni hanno ucciso ogni forma di democrazia.

 

I temi messi in gioco, basati sulla caducità della vita, la necessità di sfruttare al meglio ogni istante che ci è concesso, l'obbligo perfino morale di non sprecare il tempo che si ha a disposizione, possono tramutarsi in allegorie tutto sommato superficiali, forse anche banali; vero, ma la bravura di Niccol è utilizzarli al servizio di una messinscena capace di mantenere per quasi due ore una solidità di manovra nient'affato disprezzabile.
Alternando sequenze action a momenti di stasi e riflessione, il film scorre arioso, riuscendo anche a emozionare, in virtù di una commistione tra elementi commerciali e sprazzi d'autore che risulta vincente e non pretenziosa, soprattutto nella prima parte. Timberlake recita con discreti risultati, la Seyfried strabuzza gli occhioni confermando i suoi limiti, mentre Cillian Murphy è, come sempre, una garanzia. La fotografia metallica di Roger Deakins (nove volte nominato all'Oscar) alterna toni plumbei e sfumature calde, le musiche di Craig Armstrong favoriscono l'aspetto empatico nelle scene più dolenti; un apparato tecnico raffinato ma non invasivo, in grado di accompagnare le svolte del racconto evitando qualsiasi sovraccarico stilistico.



A conti fatti, perdonando qualche lieve incertezza in fase conclusiva, In Time risulta un impasto cinematografico convincente, nonostante le critiche finora tiepide della stampa; un metaforico e lucido ritratto dell'alienazione incubale entro cui ogni giorno siamo fagocitati, erosi dalle piccole sciocchezze del quotidiano, incapaci di cullare con dolcezza il nostro tempo. Limitato e quindi prezioso. Anche senza bisogno di un timer elettronico a ricordarcelo.

(Originariamente pubblicato su CineClandestino)

giovedì 16 febbraio 2012

UN POISON VIOLENT vince il My French Film Festival

Mi sono appena stati comunicati i risultati del My French Film Festival, evento di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi qui su Cinemystic, grazie al quale nel mese di gennaio è stato possibile visualizzare, gratuitamente in streaming, in modo del tutto legale e con sottotitoli ad hoc, alcuni ottimi film francesi realizzati negli ultimi due anni e mai distribuiti in Italia.

Tra i dieci titoli in concorso ha prevalso, aggiudicandosi il premio della giuria internazionale, Un poison violent, di Katell Quillévéré. Un riconoscimento tutto sommato condivisibile, per un lavoro ben realizzato che esplora, con la consueta e impareggiabile delicatezza francese, il percorso di crescita di Anna, ragazza di 14 anni alle prese con la dolente separazione dei genitori, le prime esperienze sessuali, l'affetto per un nonno giunto ormai al capolinea della vita, e i dubbi legati al vero senso della Fede religiosa.
Un film agrodolce, compatto, lieve, capace di utilizzare vari toni narrativi senza mai perdere di vista la strada maestra; un piccolo ma significativo viaggio spirituale, impreziosito dalla bella interpretazione della giovane Clara Augarde, che speriamo di ritrovare in futuro.


Il premio del pubblico è stato invece vinto da Case Départ, mentre il frizzante J'aime regarder les filles si è aggiudicato il riconoscimento riservato ai social network, e l'inquietante L'accordeur (candidato ai César) ha collezionato un vero plebiscito nella sezione riservata ai cortometraggi.

A questo link potete vedere il trailer ufficiale di Un poison violent, accompagnato da una sorprendente colonna sonora con la celeberrima "Creep" dei Radiohead in versione "liturgica".

sabato 4 febbraio 2012

KILL LIST- Recensione

In questi ultimi mesi si sta facendo un gran parlare di Kill List, gangster-horror inglese diretto da Ben Wheatley, transitato con discreto successo in alcuni festival di genere per poi imporsi all'apprezzamento generale, soprattutto grazie al passaparola tra gli appassionati internauti.
Ci troviamo di fronte a un'opera senza dubbio coraggiosa, che provoca consapevolmente lo spettatore riuscendo a rifilare qualche gancio nello stomaco. Va anche detto, però, che a visione ultimata restano aperte alcune perplessità.


Jay, ex soldato ora riciclato in veste di killer su commissione, affronta un duro momento, tra problemi economici e continue e violente discussioni con la propria compagna. Per provare a rimettersi un po' in carreggiata, accetta la proposta dell'amico Gal: un lavoretto all'apparenza semplice e non pericoloso, ma con un'ottima paga. Le conseguenze, per i due, saranno nefaste.

Duro e privo di compromessi, Kill List ha un pregio indiscutibile: la qualità della narrazione, soprattutto nella prima parte del racconto. Wheatley è molto bravo a farci penetrare le instabili psicologie dei protagonisti, trasportandoci in una camera di compressione mentale nella quale ogni certezza vacilla, sino a sfiorare la definitiva implosione. I coloriti duelli dialogici tra Jay e la bella Shel, il volto rassegnato del loro bimbo, le tristi consapevolezze di Gal, l'alone oscuro che accompagna i due amici durante la sanguinaria missione omicida, l'ineluttabile odore d'imminente tragedia che filtra attraverso le prospettive della messinscena, la violenza penitente di alcune sequenze; tasselli montati con notevole abilità, utili a spingere lo spettatore in un baratro mesto e angosciante, dominato da un'inquietudine strisciante che lascia ben poco spazio a eventuali luci di conforto.


La struttura, solida e apprezzabile, si sfalda nell'ultima parte del film, quando la sceneggiatura devia verso territori difficilmente prevedibili, immergendo i personaggi in un incubo più nero della notte stessa. Senza voler descrivere i particolari, per rispetto di chi ancora deve visionare il film, va detto che l'architettura orgiastico-rituale nella quale scivola il racconto è stata ormai abusata e riciclata in ogni modo possibile, attraverso un lungo percorso che parte dall'ineguagliabile capolavoro polanskiano Rosemary's Baby per giungere a recenti nefandezze come l'inguardabile The Last Exorcism.
Se dunque l'abilità registica di Wheatley non si perde per strada, azzeccando una bella scena d'inseguimento tra stretti cunicoli bui, il colpo di scena che sublima il delirio finale appare inflazionato e vagamente ricattatorio, arrivando perfino a sfiorare il trauma etico del famigerato A Serbian Film (dove peraltro il colpo emotivo era ben più forte, pur nella mediocrità dell'insieme).


A conti fatti, Kill List è un prodotto di apprezzabile qualità, per almeno un'ora, con alcune scelte conclusive non felicissime. In ogni caso l'horror inglese conferma di essere, da alcuni anni, in ottima forma: per chi ancora non li avesse visti, il consiglio è di recuperare subito il magnifico The Children, e i notevoli Mum & Dad e Eden Lake.