sabato 28 gennaio 2012

MY FRENCH FILM FESTIVAL

Una delle "missioni" di Cinemystic, come ormai ben sapete, è promuovere il cinema di qualità, spesso trascurato dai principali canali distributivi. Ecco perché, in direzione uguale e contraria rispetto al precedente post dedicato alle ridicole scelte dell'Academy per i prossimi Oscar, ci piace oggi segnalare una bellissima iniziativa, da supportare senza indugio e con ogni mezzo disponibile: il My French Film Festival, giunto alla seconda edizione e in corso di svolgimento con scadenza fissata a martedi prossimo.

L'evento consiste in una serie di film francesi, selezionati per l'occasione, usciti di recente nei cinema transalpini, e diretti da autori giovani, promettenti e in qualche caso esordienti. Il festival si svolge interamente online: a questo link, infatti, è possibile visionare, in streaming, i titoli in concorso. Il tutto legalmente, e in alcuni paesi tra cui l'Italia, gratis. Oltretutto, tutti i film sono sottotitolati in moltissime lingue, tra cui l'italiano, e per ogni lavoro sono disponibili anche video interviste realizzate ad hoc con i registi e gli attori, oltre alle biografie degli stessi. Si possono anche esprimere le proprie opinioni, commentando e votando i film; alla fine saranno assegnati un premio deciso da una giuria internazionale, e un ulteriore premio relativo proprio alle preferenze del pubblico.

Un progetto innovativo, bellissimo e assai utile, perché si parla di film altrimenti invisibili al di fuori del paese d'origine, tranne per qualche eventuale passaggio festivaliero.

Tra i titoli in concorso, impossibile non citare subito La Reine des pommes, esordio della splendida Valérie Donzelli (colei che ha poi ideato, scritto, diretto e interpretato il meraviglioso La guerre est déclarée); ecco dunque un'occasione unica per recuperare la sua opera prima, con la possibilità, lo ribadiamo, di avere anche i sottotitoli in italiano. Tra gli altri, abbiamo poi anche J'aime regarder les filles, frizzante triangolo sentimentale ambientato all'inizio degli anni ottanta e interpretato da Pierre Niney, attore della Comedie Française, insieme alla rivelazione Audrey Bastien; Pauline et François, melodramma sentimentale di notevole intensità; Huit fois debout, dolente commedia dedicata al precariato nel mondo del lavoro; D'amour et d'eau fraiche, con la presenza del bravo Pio Marmai, stella in divenire del cinema francese (è già stato protagonista del bellissimo Le premier jour du reste de ta vie di Bezançon); il sofferto Belle épine, con Léa Seydoux.

Tutti i film meriterebbero comunque una visione, e nella lista ci sono anche diversi cortometraggi e qualche pellicola fuori concorso (tra cui un omaggio al passato con l'indimenticabile Jean Gabin in La traversée de Paris).

Un'iniziativa fantastica, da applaudire e lodare. Un'idea da cui si dovrebbe trarre esempio. Speriamo possa proseguire anche nei prossimi anni, e crescere sempre più. Intanto, però, affrettavi: siamo quasi alla fine, ma fino a martedì c'è ancora tempo per collegarsi al sito e vedere del cinema di ottima fattura. Francese. Legamente. Gratis. Meglio di così...

mercoledì 25 gennaio 2012

OSCAR NOMINATIONS 2012 - Idiozie all'americana

Nel giorno in cui il cinema piange la scomparsa di Theo Angelopoulos, sono state annunciate le nominations agli Oscar, con cerimonia di premiazione prevista per il prossimo 26 febbraio. Come sempre, alta era l'attesa per capire quali sarebbero state le scelte dell'Academy; il risultato è a dir poco sconfortante. Poche luci, moltissime ombre, per un'America capace solo di onorare se stessa, ignorando per la quasi totalità il vero cinema di qualità. Nessun rischio, nessun azzardo, spazio a pellicole medie ma rassicuranti, ed esclusioni che gridano vendetta.

Lo scandalo si è compiuto soprattutto nella categoria riservata al miglior film non in lingua inglese. Tralasciando la prevedibile assenza di
Terraferma, ennesimo fallimento del cinema italiano, per il quale non vale neanche più la pena di spendere una parola (sarebbe come sparare sulla Croce Rossa), risultano invece a dir poco sanguinose le esclusioni dello straziante e meraviglioso La Guerre est Declarée, trionfatore nella nostra classifica dei migliori film del 2011, e di Miracolo a Le Havre, ultima dolce poesia di Aki Kaurismaki. Due straordinari inni alla vita, accantonati entrambi già nelle pre-selezioni, a confermare una volta di più la deprimente ignoranza di chi muove i fili di questo sempre più squallido carrozzone.
D'altronde, non c'è niente di cui stupirsi: tanto per dire, l'anno scorso il magnifico Uomini di Dio era stato defenestrato prima ancora delle nominations, in una categoria che avrebbe poi visto vincere il mediocre e ricattatorio In un mondo migliore di Susanne Bier. Ma se almeno la complessità spirituale del film di Beauvois porgeva una minima giustificazione alla miopia hollywoodiana, la noncuranza con cui sono stati scartati gli emozionanti film della Donzelli e di Kaurismaki è a dir poco irritante, infausta, vergognosa e inaccettabile.
Non è finita qua. A completare il rifiuto nei confronti del cinema europeo, arriva anche la totale assenza dalle nominations dell'apocalittico Melancholia di Von Trier. La spiegazione è semplice: dopo la polemica sorta a Cannes per le infelici dichiarazioni dell'autore, l'Academy ha ben pensato di punire Von Trier cancellandolo da ogni competizione, così da evitare a priori qualsiasi eventuale controversia mediatica che potesse oscurare i sorrisi di plastica della festa. Non sia mai.
Come se non bastasse, la buffonata generale colpisce anche la maggior parte dei (pochi) film americani degni di considerazione: escluso in tutto e per tutto il J. Edgar del sommo Clint Eastwood, idem il Super 8 di Abrams (in compenso Spielberg c'è, ça va sans dire), trascurato il Refn di Drive. Relegata in un angolo, infine, la miglior pellicola statunitense dell'anno, ovvero Le idi di Marzo, lavoro evidentemente troppo reazionario per l'anima vetusta dei bacchettoni a stelle e strisce. Clooney, peraltro, si può consolare con la candidatura come miglior attore nel molto più confortante The Descendants di Payne. Plurinominato, invece, il politicamente correttissimo The Help, campione d'incassi al box office.
Potremmo andare avanti all'infinito: per la serie largo ai giovani non c'è l'ottima Tilda Swinton di You Need to Talk About Kevin, ma ci sono per la duemillesima volta le eterne Glenn Close e Meryl Streep. E il bravissimo Ryan Gosling di Ides of March? A casa; il Fassbender di Shame? A casa; i quattro attori di Carnage? Tutti a casa. Una galleria degli orrori senza fine.
In questo sfacelo, l'unica luce è rappresentata dalle dieci candidature per il sublime The Artist, che in realtà è mezzo francese e mezzo americano (e questo spiega tutto). A nostro parere le statuette portate a casa dal film di Hazanavicius saranno comunque pochissime, perché il titolo di miglior film lo vinceranno The Descendants o Hugo, il titolo di miglior regista Payne o Scorsese, e quello di miglior attore andrà a Clooney oppure all'amico Brad Pitt. Vogliamo scommettere?


Tutti gli anni gli Oscar regalano scempiaggini di ogni tipo. In questa occasione, però, i membri dell'Academy hanno dato il loro meglio, ovvero il loro peggio, dimostrando una totale mancanza di sensibilità artistica, e un terrificante e sempre più marcato spirito di derelitta autoconservazione.
Ecco perché, la notte del 26 febbraio, il sottoscritto spegnerà la televisione, si leggerà un buon libro, e poi se ne andrà a dormire.

mercoledì 11 gennaio 2012

I MIGLIORI FILM DEL 2011 - CLASSIFICA

Il 2011 è stato senza dubbio un buon anno per il cinema. Qualche delusione, certo, ma anche tante pellicole di ottimo livello, e una sorprendente e bellissima tendenza rivolta al recupero di una tradizione cinefila capace di guardare e omaggiare il passato portandolo nel presente; un'operazione nostalgica, sì, ma pura e genuina, in grado di sbeffeggiare il 3D e tutte le diavolerie tecnologiche che dovevano rivoluzionare la Settima Arte e che invece, almeno per ora, hanno miseramente fallito il proprio intento.

Dunque, nel nome della tradizione e di una nuova e affascinante classicità, ecco, in ordine crescente, la mia lista dei 25 migliori film del 2011.

Oltre alle pellicole a tutti gli effetti prodotte nell'anno, ho voluto anche inserire qualche titolo in verità realizzato nel 2010, che ha però condotto gran parte della sua "vita", nelle sale e nei festival, nel 2011. Mi è inoltre parso assai limitativo circoscrivere la classifica ai soli film usciti nei cinema italiani, come sempre penalizzati da una distribuzione cieca, ignorante e indecente. Ho quindi inserito anche splendidi lavori visti ai festival o in Dvd che per adesso, purtroppo, non hanno trovato spazio tra le vetuste platee nostrane.

Come vedrete, è presente un solo film italiano, ci sono esclusioni eccellenti (Malick, Van Sant) volte a premiare pellicole magari più "piccole" che hanno però saputo emozionarmi profondamente, e c'è qualche assenza dovuta a cause di forza maggiore (per vari motivi non ho potuto visionare in tempo Eastwood, Cronenberg e Sokurov).
Inoltre, c'è una nazione che domina la classifica, con ben otto pellicole presenti (di cui sei nelle prime quindici posizioni); chi mi conosce ha già capito di quale nazione sto parlando. D'altronde è proprio da lì che arriva il miglior cinema del mondo. Quest'anno più che mai.


Cliccando sui vari titoli potrete leggere, quando presenti, le singole recensioni dei rispettivi film, pubblicate qui su Cinemystic (o in qualche caso altrove) negli scorsi mesi.

A voi.


TOP 25 ANNO 2011


25) Il ragazzo con la bicicletta
di Jean Pierre e Luc Dardenne (Belgio, 2011)
Non il miglior film dei fratelli, ma il loro cinema resta unico e indispensabile.


24) Mr. Beaver
di Jodie Foster (USA, 2011)
Una bella sorpresa, capace per una volta di farmi ammirare anche un personaggio detestabile come Gibson.


23) Either Way
di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson (Islanda, 2011)
Il film che ha vinto il Torino Film Festival: laconico, surreale, divertente al punto giusto.


22) Le donne del 6° piano
di Philippe Le Guay (Francia, 2010)
Commedia godibilissima, e capace di scavare ben oltre la superficie e le apparenze.
21) Here
di Braden King (USA, 2011)
Un'appassionante "cartografia dei sentimenti", in un bel film indipendente americano.
20) The Troll Hunter
di André Ovredal (Norvegia, 2010)
Inquietante mockumentary capace di miscelare con sapienza horror, folklore e mitologia.


19) Una separazione
di Asghar Farhadi (Iran, 2011)
Il film che ha trionfato a Berlino: soffocante, acuto, solido come una roccia.


18) De bon matin
di Jean-Marc Moutout (Francia, 2011)
Un'asciutta e terribile apologia incentrata sulla crisi finanziaria e la spersonalizzazione dell'individuo.


17) El Premio
di Paula Markovitch (Messico, 2011)
Il dolore della guerra negli occhi di una bimba indimenticabile.


16) Winter's Bone
di Debra Granik (USA, 2010)
Una grande rivelazione, il cinema indie statunitense al suo meglio.


15) Il cigno nero
di Darren Aronofsky (USA, 2010)
La conferma di Aronofsky, e la definitiva (e meritata) consacrazione di Natalie Portman.


14) Melancholia
di Lars Von Trier (Danimarca, 2011)
La fine del mondo secondo Von Trier: opprimente, e capace di lasciare un segno tangibile.


13) Tomboy
di Celine Sciamma (Francia, 2011)
Un timido ritratto dell'infanzia, girato con la consueta e impareggiabile delicatezza francese.
12) Le idi di marzo
di George Clooney (USA, 2011)
Clooney si conferma un ottimo regista, e confeziona un lavoro compatto, tagliente e appassionante.


11) Tournée
di Mathieu Amalric (Francia, 2010)
Luci, musica, colori, emancipazione e libertà, grazie alle irresistibili ballerine di Amalric.


10) Hobo with a Shotgun
di Jason Eisener (Canada, 2011)
Il miglior film di genere dell'anno: devastante, sanguinario, scatenato, ma anche malinconico.


9) Guilty of Romance
di Sion Sono (Giappone 2011)
Una folgorante storia di oppressione, carnalità e violenza: Sion Sono in forma smagliante.


8) Carnage
di Roman Polanski (Francia, 2011)
Cinema da camera, brillantissimo e ai limiti della perfezione.


7) Cirkus Columbia
di Denis Tanovic (Bosnia, 2010)
Una splendida preghiera filmica contro l'abominevole orrore di ogni guerra.


6) Les Bien-Aimés
di Christophe Honoré (Francia, 2011)
La resurrezione del musical "alla francese": classe cinefila allo stato puro.


5) Miracolo a Le Havre
di Aki Kaurismaki (Finlandia, 2011)
L'ennesima poesia del geniale e inossidabile Kaurismaki, tra rassegnazione e speranza.


4) The Artist
di Michel Hazanavicius (Francia, 2011)
Il passato rivive, la magia è ancora tra noi, in un film meraviglioso che fa bene agli occhi e al cuore.


3) Habemus Papam
di Nanni Moretti (Italia, 2011)
Solo Moretti poteva trattare un tema simile con tale profondità, intelligenza, ironia e umanità. Michel Piccoli grandioso.


2) Super 8
di J.J. Abrams (USA, 2011)
Un entusiasmante omaggio rivolto a un passato che scavalca ogni moda e ogni limite di tempo; genuino e bellissimo.



1) LA GUERRE EST DÉCLARÉE
di Valérie Donzelli (Francia, 2011)
Straziante, inarrestabile, divertente, lucidissimo: uno straordinario capolavoro che resterà scolpito a vita nella memoria, pronto in ogni istante a ricordarci che non bisogna mai smettere di combattere.



NON AVERE PAURA DEL BUIO - Recensione

Il 13 gennaio esce nelle sale italiane Non avere paura del buio, horror prodotto da Guillermo Del Toro e tratto da un celeberrimo telefilm trasmesso negli anni settanta. Per l'occasione ripubblico qui su Cinemystic la mia recensione, già apparsa sul sito CineClandestino in occasione dell'anteprima nazionale avvenuta al Noir Fest di Courmayeur lo scorso dicembre.

Tratto da un telefilm di culto andato in onda nel 1973, Non avere paura del buio (Don't Be Afraid of the Dark) è stato scritto e prodotto da Guillermo Del Toro, che ha poi assegnato la regia al canadese Troy Nixey, esordiente nel lungometraggio. I due ruoli principali sono stati invece affidati a Katie Holmes e Guy Pearce, volti adulti di una pellicola ad altezza di bambino.
La storia infatti verte sulla piccola Sally, incapace di digerire la separazione dei genitori. Dopo aver vissuto con la madre, la bambina è mandata nel Rhode Island
, per passare un po’ di tempo con il padre e la sua nuova compagna, in una villa del diciannovesimo secolo la cui ristrutturazione è in fase di ultimazione. Nella grande casa, Sally cerca di ovviare alla solitudine e al senso di abbandono che la attanaglia, vagando per i larghi spazi alla ricerca di qualche interessante curiosità. All’improvviso scopre una stanza sotterranea, rimasta chiusa e inesplorata da almeno un secolo. All’interno, nascoste nel buio, dimorano malvage creature che, finalmente liberate dalla lunga prigionia, cercheranno di trascinare Sally nel gorgo dell’eterna dannazione.
È difficile analizzare il lavoro di Durkin senza essere pervasi da un vago senso di perplessità e delusione, visto soprattutto il nome di Del Toro in qualità di creatore e tutore dell’operazione. Se lo consideriamo come un omaggio a tanto cinema del terrore degli anni Settanta e Ottanta, il film può risultare in fondo apprezzabile, anche in virtù del notevole apparato scenografico e fotografico che lo accompagna, per non parlare degli evidenti riferimenti a un'ideologia narrativa ben definita: Sally, bimba ferita da un’atavica carenza di affetti, sembra infatti uscita direttamente dall’orfanotrofio de La spina del diavolo, e in fondo potrebbe benissimo esser
e la sorella minore dell’indimenticabile Ofelia de Il labirinto del fauno; il terrore nasce e cresce dalla prospettiva ottica e mentale di una fanciullezza costretta a crescere troppo in fretta, secondo dettami consueti nella poetica di Del Toro, e l’elemento fantastico si insinua tra i confini del reale, miscelando stupore e paura, accostando senza remore i dettami di una fiaba dark colorata di malinconia.

Il problema è che siamo nel 2011, e l’immaginario proposto risulta ormai asfittico, derivativo, irrimediabilmente fuori tempo massimo. Non ci sono idee originali, non si rischia, non si azzarda: ogni sequenza arriva in ritardo, con affanno, riproponendo stilemi più volte visti sullo schermo in questi ultimi anni Saint Ange, Il nascondiglio, The Hole, The Orphanage, solo per citare qualche titolo); si attua così l’ennesima riesumazione di un gothic horror la cui fascinazione resiste all’oblio del tempo, ma che pare aver esaurito ogni fonte di concreto coinvolgimento.
Se dunque i mostriciattoli in digitale che imperversano nella pellicola (a metà strada tra Gremlins in miniatura e creature non lontane dal trash-cult Non aprite quel cancello di Tibor Takacs) fanno quasi tenerezza, dall’altro lato ci si trova di fronte a una sceneggiatura scolastica, elementare, che avrebbe potuto e dovuto osare di più; una poesia imparata a memoria, bella da recitare e ascoltare, ma deprivata di una coscienza individuale.


(Originariamente pubblicato su CineClandestino)

venerdì 6 gennaio 2012

THE ARTIST - La magia è ancora tra noi

Come ormai saprete, sto dedicando la fine del 2011 e l'inizio del 2012 al recupero di alcune tra le più significative pellicole realizzate nell'anno appena concluso. Pellicole che, per un motivo o per un altro, non ero riuscito a visionare nei mesi passati.
Dopo Miracolo a Le Havre, Melancholia e The Tree of Life è ora il turno di The Artist, il film del parigino Michel Hazanavicius, lodato e premiato al Festival di Cannes, e ora pluricandidato agli imminenti Golden Globes.
Dedicato alla storia di un famoso attore del cinema muto, la cui carriera attraversa un momento di nera crisi dovuta all'avvento del sonoro, The Artist, senza bisogno di complessi giri di parole, è semplicemente una meraviglia, per gli occhi e per il cuore.
Realizzare un film muto e in bianco e nero all'alba del 2011 era un'operazione assai rischiosa, un azzardo che sarebbe potuto naufragare senza possibilità di recupero. Invece, con brillantezza, intelligenza e talento, il regista, con l'aiuto di un ottimo cast in cui spiccano il sontuoso Jean Dujardin, l'affascinante Bérénice Bejo (moglie del regista nella vita reale) e il puntualissimo John Goodman, ha saputo costruire un mirabolante omaggio a un cinema in apparenza perduto nell'oblio del tempo, ma in realtà ancora capace di rivivere davanti agli occhi del lobotomizzato pubblico contemporaneo.
Insieme all'entusiasmante Super 8, e non solo, The Artist conferma una nuova e decisa tendenza volta al recupero della tradizione della Settima Arte, alla riattualizzazione della materia cinefila più pura e genuina, alla capacità di guardarsi indietro cullando il tempo fino ai giorni nostri, grazie allo spirito immortale di una magia atavica e splendente. Così, nell'era del postmodernismo, degli Avatar, del 3D e di tutte le cialtronerie ipertecnologiche che dovevano rivoluzionare il cinema e che invece non stanno rivoluzionando un bel niente, possiamo compiere un percorso diametralmente opposto, ballando sulle note di un passato che diventa presente. E chissà, forse anche futuro.

martedì 3 gennaio 2012

THE TREE OF LIFE - Il senso (?) dell'Arte

Finalmente, con mesi di colpevole ritardo, sono riuscito a recuperare quello che, per molti, è stato senza dubbio il film dell'anno. Si è detto tutto e il contrario di tutto riguardo a The Tree of Life: chi l'ha detestato, chi al contrario l'ha adorato senza remore, definendolo addirittura "il più grande film della storia del cinema", oppure "il 2001: Odissea nello spazio dei giorni nostri".

Per mancanza di tempo non mi è possibile ora proporre un'esegesi critica approfondita riguardo al lavoro di Malick. In poche parole, mi sento però di poter dire che le squillanti frasi sopra riportate appaiono sinceramente fuori luogo. L'opera premiata con la Palma d'Oro a Cannes è infatti visivamente affascinante, ma al contempo sconta una programmaticità d'intenti sin troppo marcata. Le (eccessive?) ambizioni non sempre trovano il giusto compimento narrativo e ideologico, i rarefatti simbolismi appaiono in alcuni momenti stucchevoli, e l'insistita componente naturalista esce talvolta dal seminato inoltrandosi in territori in cui la metafisica finisce per soffocare la materia in esame.
Resta un film dotato di momenti di alto e puro cinema (ad esempio la camminata collettiva sulla spiaggia nella parte finale); un minimo di umiltà in più avrebbe però forse giovato alla compattezza dell'insieme.

Malick è senza dubbio uno dei pochi autori contemporanei ancora capace di riflettere sul senso ultimo dell'Arte in quanto tale, ma a distanza di oltre una decade il suo vero e assoluto capolavoro resta a mio parere un altro, ovvero lo straordinario e insuperabile
La sottile linea rossa.