lunedì 17 dicembre 2012

TULPA - Recensione - Zampaglione sulla giostra dell'orrore


C'era una volta il cinema di genere italiano. Un luogo di incubi e deliri, nel quale assassini con mani guantate mietevano vittime, lunghi coltelli luccicavano nella notte, tempi sospesi preparavano il pubblico a omicidi atroci, biforcazioni di trama confondevano le idee prima di rivelare la verità sul colpevole di turno. Era un cinema bello e deviato, amato all'estero più che dalla critica autoctona; un humus stilistico ben riconoscibile, spesso similare nonostante le mille variazioni sul tema. Mario Bava, Dario Argento, Sergio Martino, Lucio Fulci e molti altri, su livelli diversi, proponevano alla gente le loro sottostimate capacità, dipingendo scenari cupi intrisi di sangue e terrore, follie e sospetti, vendette e ammiccamenti, in un gioco al massacro che esaltava gli appassionati e faceva storcere il naso ai puristi.
Tra ragazze che sapevano troppo, paperini seviziati, mosche di velluto grigio, tracce di violenza carnalefarfalle con le ali insanguinate, il giallo/horror all'italiana seguiva la sua strada, altalenante nei risultati ma costante nelle intenzioni. Fino a quando, dagli anni Ottanta in poi, le logiche cinepanettoniane e la lobotomia para-televisiva affossavano una volta per tutte i lati più oscuri dell'anima nostrana, relegando il format di riferimento alla scomoda terra del vintage, nonostante l'affetto incondizionato di tantissimi seguaci.
Oggi, trent'anni dopo, si è aperta una nuova via, colorata nel presente ma rivolta al passato, nella quale alcuni autori stanno provando a riportare in auge quel tipo di cinema, ridefinendone i contorni ma tenendo ben presente il campo di riferimento. Uno di questi, sicuramente il più in vista all'occhio mediatico, si chiama Federico Zampaglione.


Già nel 2009, con Shadow, il musicista/regista aveva cercato di comporre una rivisitazione di quel cinema che non c'è più, scatenando estimatori e detrattori in una battaglia senza tregua, per un film che, a conti fatti, risultava discreto senza toccare vette esaltanti. Oggi, all'alba del 2012, l'autore romano ci riprova, e con Tulpa, presentato in anteprima nazionale durante il magnifico Noir Festival di Courmayeur, stringe ancora di più il nodo intorno al cappio dell'omaggio, componendo un affresco che (ci) riporta in tutto e per tutto nel clima morboso di quel periodo ormai lontano.
Lisa Boeri è una manager di successo. La dedizione al lavoro l'ha però condotta verso una strada di solitudine nella sfera privata. Per combattere la malinconia, Lisa frequenta un sex-club privato, aperto a pochi eletti e gestito da una sorta di guru, nel quale i membri possono accoppiarsi tra loro nella più completa libertà fisica e spirituale, dando sfogo alle proprie ossessioni erotiche. All'improvviso, alcuni partner incontrati occasionalmente dalla donna al sex-club vengono assassinati in modo violento e brutale. In Lisa cresce la paura, mentre intorno a lei gli omicidi si moltiplicano.
Nato da un'idea di Dardano Sacchetti, Tulpa riconduce il linguaggio di riferimento al contesto sopracitato, ammantando l'intero film di un'atmosfera pulsante e perversa nella quale il gusto del retrò è esibito e urlato a pieni polmoni. Tra suggestioni erotiche piuttosto audaci e risvolti di trama non troppo complessi, il lavoro di Zampaglione getta in un calderone tutta la materia d'origine, e la mescola cercando una ricetta appropriata, senza mai trascurare gli ingredienti essenziali: assassinii orchestrati con la migliore fantasia possibile, colpi a effetto, zampilli di sangue, tremori atavici, bizzarre figure di contorno, caccia al colpevole, risoluzione inattesa. La violenza non è lasciata fuori campo, anzi, e il connubio sesso/orrore è reso esplicito in più occasioni; la tecnica risulta convincente, e nonostante qualche caduta di tono, perfino inevitabile visto il sentiero espresso, il film avanza con una certa scorrevolezza.


A dare volto e corpo alla protagonista c'è Claudia Gerini, compagna di Zampaglione nella vita, alle prese con il ruolo forse più difficile e sfaccettato della sua carriera, come ammesso dalla stessa attrice presentando il film nella sala del PalaNoir a Courmayeur. Una parte complessa, rischiosa, nella quale la Gerini si mette a nudo (in tutti i sensi) con vibrazioni serpentine e buona efficacia. Intorno a lei si muovono compagni d'avventura più o meno significativi, tra cui vale la pena citare un Michele Placido spinto sopra le righe sino ai limiti della parodia.
A un primo livello di lettura, dunque, Tulpa funziona, anche perché alcune sequenze gore sono costruite davvero con efficacia, dall'iniziale scena al gusto di bondage a un efferato omicidio sulle giostre, passando per tremende scottature a base di olio bollente e incontri ravvicinati con topi affamati.
Tutto bene, tutto giusto. Oppure no?
Durante la visione, si ha la sensazione che l'ossequio voluto dall'autore tenda a ripiegarsi su se stesso, scegliendo strade (fin troppo) sicure e protette. In questo modo, se da un lato l'esperienza filologica risulta appropriata, dall'altro manca la spinta decisiva, affinché il prodotto possa elevarsi a un livello superiore. L'omaggio, per quanto attraente, rischia di restare fine a se stesso, se non è supportato da una marcia in più, da un tratto distintivo che lo renda anche nuovo e unico; così, ad esempio, ha saputo fare negli anni Rob Zombie, dotando i suoi lavori di una forza espressiva eccezionale e dirompente. In Tulpa questo qualcosa in più non c'è, e per quanto la fruizione risulti divertente e corretta, si ha l'impressione, per citare una seconda volta uno dei titoli storici già evidenziati sopra, che la farfalla con le ali insanguinate non riesca a spiccare il volo verso il cielo, limitandosi a fluttuare a poca distanza dal suolo.


Zampaglione è bravo, ha talento e padroneggia la macchina da presa, ma per favore, piantiamola con queste insulse definizioni di nuovo Re dell'horror, nuovo maestro del brivido, e compagnia cantante. I titoloni a effetto, per quanto necessari in un certo tipo di logica giornalistica e pubblicitaria, hanno davvero stufato. Un Re, per essere tale, ha bisogno di ben altro.

Qui sotto il trailer ufficiale red band del film.

video


5 commenti:

Babol ha detto...

Shadow ad una prima visione mi era piaciuto moltissimo ed ero una di quelle pronte ad incoronare Zampaglione.
Ad una seconda,risulta un film ben fatto ma nulla di esaltante, come hai detto tu.

Però aspetto questo Tulpa con trepidazione, sperando non abbia la stessa inesistente distribuzione di Dracula 3D.

Eddy M. ha detto...

Bellissima recensione, complimenti.
Lo sto aspettando con trepidazione visto che io fui uno degli amanti di Shadow.

Quoto:
"L'omaggio, per quanto attraente, rischia di restare fine a se stesso, se non è supportato da una marcia in più, da un tratto distintivo che lo renda anche nuovo e unico"

Questo lavoro è difficile e solo Tarantino ha saputo dare nuovo lustro a "cose vecchie". Ci sarebbe un mondo dietro alla tua affermazione, cavolo!

Se ti interessa c'è l'intervista allo Zampa sul mio blog: http://themovie-club.blogspot.it/2011/06/il-buio-in-sala-mi-fa-un-tiro-mancino.html

Alessio Gradogna ha detto...

Ciao Eddy, grazie per le belle parole. In realtà non credo che solo Tarantino abbia saputo riattualizzare con efficacia un certo tipo di cinema: penso ad esempio a Rob Zombie, capace di omaggiare il passato trainandolo nel presente e dotando i suoi film di una carica visionaria strepitosa.

oneiromante ha detto...

Ho visto TULPA all’anteprima presentata nella serata finale del Fantafestival. La sceneggiatura è a dir poco ridicola, la fotografia degna della peggiore fiction televisiva, le interpretazioni sotto i livelli di guardia, i famosi omicidi “visionari” sono in realtà uno più penoso dell’altro (in uno dei “migliori” l’assassino usa un tegame d’olio caldo che l’attricetta di turno aveva inspiegabilmente messo a friggere subito uscita dalla doccia…) e come se ciò non bastasse il film è diretto da un completa analfabeta del linguaggio cinematografico. Noia sotto vuoto spinto e risate nei punti sbagliati (tipo nel momento della “clamorosa” rivelazione dell’identità dell’assassino/a – peccato che io l’avessi individuato/a fin dal trailer…) Se è questo film che dovrebbe risollevare le sorti dell’orrore italico siamo messi male…

Alzheimer TV ha detto...

Visto al Visionario di Udine dopo l’ottimo Oltre il Guado: film indecente, imbarazzante, ignobile. Risate in sala e spettatori che abbandonavano la proiezione. Trash ridicolo e triste. Doppiaggio orrendo fuori sincrono, dialoghi da asilo (i top manager: "puntiamo sulle energie rinnovabili" - "ok, puntiamo sulle energie rinnovabili"), attori da corte marziale, personaggi da mettersi le mani nei capelli (il trans con la spada, complimenti), insulsaggini mistiche senza nessuno scopo a parte dare un titolo bizzarro al film, finale da risate con ridicola rivelazione dell'assassino e omicidi organizzati malissimo (a parte il primo, pesantissimo anche se copiato da Opera, unico motivo di interesse per quanto mi riguarda). Più che "un omaggio al giallo" è un insulto a questo glorioso genere, e risulta solo una parodia sgangherata di Argento, Fulci, Lenzi e Martino. Da evitare come la peste, e basta menarla con questo film solo perchè è italiano: fa schifo e non va difeso.