sabato 1 dicembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Il giusto trionfo di Shell e le considerazioni finali

Ultimi due giorni di festival, segnati da visioni assai eterogenee. Il concorso lungometraggi giunge al suo finale confermando, quest'anno più del solito, una netta alternanza tra pellicole di notevole livello e altre che cercano di trovare un proprio percorso emotivo e stilistico senza alcun successo. Ad esempio, lascia molte perplessità il film mongolo The First Aggregate, curato e rigoroso ma privo di enfasi e concretezza, e addirittura risulta irritante l'americano Pavilion, banalissimo ritratto di adolescenti alle prese con le piccole gesta della quotidianità: un lavoro vuoto, proprio come i personaggi che lo compongono. Inspiegabile come abbia potuto ricevere il premio speciale della Giuria.
Molto meglio invece I.D., pellicola indiana dedicata alla triste storia di un operaio morto all'improvviso per un collasso, e alla connessa e claustrofobica avventura di una ragazza che si aggira nella caotica e soffocante metropoli cercando di decifrare l'identità dello sventurato. 
Ancora più in alto, infine, si va con l'inglese Shell, di Scott Graham, sussurrata e struggente storia di una ragazza di 17 anni che vive sola con il padre, gestendo un distributore di benzina in un luogo isolato dove non passa quasi mai nessuno. Solitudine, silenzi, riflessioni, morbose attrazioni, vento tra i capelli, strade deserte, polvere e sofferenza, nel lieve calvario di un'esistenza sempre uguale, da cui estrarre una mai sopita voglia di fuga, verso il futuro e verso la libertà. Sulle orme di Winter's Bone, Shell rappresenta il volto più bello del cinema indie, capace di regalare suggestioni potenti e ritratti indimenticabili con pochi mezzi e ancor meno parole. Non a caso, la giuria capitanata da Sorrentino lo ha eletto miglior film del festival, proprio come era accaduto a Winter's Bone due anni fa. Un verdetto senz'altro condivisibile, così come il premio come miglior attrice assegnato ad Aylin Tezel per Breaking Horizons.


Ultime visioni anche per quanto riguarda le sezioni collaterali del festival. Accoglie i favori del pubblico l'americano Smashed, che racconta la storia di una coppia di alcolisti alle prese con il tentativo di sottrarsi alla nefasta dipendenza, e lo fa con toni quasi da commedia, azzeccando qualche bel momento ma anche sfruttando soluzioni narrative troppo facili e immediate; molto brava comunque la protagonista, Mary Elizabeth Winstead. L'esatto contrario avviene per il circense L'etoile du jour, di Sophie Blondy, accolto da un fuggi fuggi generale dei giornalisti (o pseudo tali) durante la proiezione stampa; trattasi di un lavoro di difficile classificazione, bizzarro e surreale, psichedelico e imperniato su vari registri che cercano a fatica di trovare un complesso equilibrio. In ogni caso Denis Lavant, senza dubbio IL volto di questo Torino Film Festival, qui presente nel ruolo di clown, vale da solo la visione.
A mettere d'accordo tutti ci pensa poi l'ottimo Couleur de peau: miel, diretto dal coreano Jung, trapiantato in Belgio da bambino dopo essere stato adottato da una famiglia del posto. Il film, già premiato quest'anno ad Annecy, mescola con sapienza animazione, materiale d'archivio in super 8 e inserti documentaristici, per raccontare con tocco umano e caldo la storia autobiografica dell'autore, il suo inserimento in una nuova realtà, le difficoltà di accettare se stessi e la propria origine, l'integrazione sociale e razziale, l'arduo processo di crescita individuale. Ne esce fuori un lavoro intimo (ma non retorico), divertente e malinconico, piacevole e a tratti quasi commovente; una bellissima esperienza, sottolineata dai numerosi (e giusti) applausi durante i titoli di coda. 


Come ultima proiezione, ci si cala nei meandri della follia primigenia, prima con il cortometraggio schizoide Bobby Yeah, di Robert Morgan, ventitré minuti di materia organica spiattellata in ogni buco e da ogni angolazione, poi con Wrong, nuovo film di Quentin Dupieux, già autore del delirante Rubber. Rispettando le attese, l'artista canadese non si smentisce, mettendo in scena un lavoro in cuiil non-senso degli eventi si accompagna a una narrazione che vira dal grottesco al demenziale, dall'inquieto all'anarchico; pura eresia stilistica, tra dialoghi d'impressionante stoltezza (in senso buono), trovate assolutamente geniali (la pioggia battente nell'ufficio, la palma che si trasforma in pino), e momenti un po' più faticosi. Il talento, comunque, c'è tutto.



Così, siamo giunti alla fine. Si torna a casa, dopo otto giorni di maratona, con 33 film collezionati. Lo diciamo senza problemi: a nostro parere non è stata forse la miglior edizione dell'era Amelio; ci sono stati alcuni problemi di carattere logistico/organizzativo, la qualità media dei film presentati è parsa leggermente inferiore rispetto ad alcune recenti annate, e molte scelte sono apparse un po' troppo volatili e stratificate. Ingerenze romane? Imminente cambio di direzione? Errori di valutazione da parte dei selezionatori? Forse le cause possono essere ricercate nell'insieme di questi elementi.

In ogni caso, anche questa trentesima edizione ha offerto visioni notevoli e momenti indimenticabili. Una volta di più, guardando anche i dati di affluenza, in netta crescita, il Torino Film Festival ha dimostrato di essere di gran lunga il miglior evento dell'intera annata, a livello nazionale e non solo. La speranza è che il successore di Amelio non ne smarrisca lo spirito, unico e meraviglioso: sarebbe un errore enorme e imperdonabile. 
Appuntamento all'anno prossimo. Noi ancora per un po' vivremo con la testa tra le nuvole, travolti da un irrefrenabile caleidoscopio di immagini ereditate da questi otto intensissimi giorni: lo strepitoso attore trasformista di Holy Motors, i nani toreador e la splendida lacrima di Blancanieves, le trecce bionde di Sheri Moon in The Lords of Salem, i volti impauriti delle giovani protagoniste di Shell, Call Girl e Breaking Horizons, il ballo sulla spiaggia dei coniugi anziani di The Land of Hope, il sopracitato "ufficio piovoso" di Wrong, e così via. 
Suoni, espressioni, lacrime, risate, riflessioni, orrori, tenerezza, speranza: mille sfumature di colore, nel nome della magia del cinema.

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