giovedì 29 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Maniac, il remake che non ti aspetti

Penultimo giorno di festival. Pioggia che non concede tregua da tre giorni. Stanchezza infinita. Eppure, non si sa bene con quali energie, alle 09.51 del mattino (!!) siamo già seduti in sala, pronti alla visione di Maniac, remake del magnifico e malatissimo film di William Lustig uscito nel 1980. 
Lo sapete, da queste parti detestiamo i remake, li troviamo quasi sempre insulsi e molto spesso anche dannosi; dunque, al solito, li evitiamo come la peste nera. Ma qui a Torino da una settimana circolano "strane" voci, secondo le quali il Maniac versione 2012 sarebbe un buon film. Perfino migliore dell'originale, per alcuni. Stentiamo a crederci, ci pare anzi quasi una barzelletta, ma la curiosità sale. Così ci accomodiamo in platea, con aspettative leggermente più alte rispetto alle previsioni. E restiamo stupiti. In positivo.

Scritto dall'ex enfant prodige transalpino Alexandre Aja, enorme talento disintegrato dai soldi americani, coprodotto dallo stesso Lustig, e diretto dal poco conosciuto Franck Khalfoun, il film riporta in auge la folle mente omicida dell'indimenticabile Frank Zito, dandole il volto fanciullesco di Elijah Wood, al posto della grassa lordura del mitico Joe Spinelli. La scelta parrebbe esecrabile, ma così non è: "Frodo" si vede poco, essendo girato quasi tutto in soggettiva, ma nei momenti in cui la sua immagine appare, perlopiù riflessa dagli specchi, il suo viso da eterno bambino ispira quasi tenerezza, costituendo una netta e vincente antinomia con le nefande gesta di cui si rende protagonista. Inoltre, la scelta dell'insistita soggettiva permette un'immersione pressoché totale nel miasmatico ritmo della vicenda, andando a costituire un telo soffocante che ammanta l'intero sviluppo narrativo.


Meno patinato di quanto si sarebbe potuto pensare, Maniac funziona perché Aja e il fedele co-sceneggiatore Levasseur hanno capito di non poter ricreare le malsane atmosfere del lavoro originario, perfetto simbolo della sporcizia estetica che dominava l'horror di quegli anni. Di conseguenza, invece di costruire una copia fedele e forzatamente sbagliata, gli autori hanno optato per un'attualizzazione del contesto. Frank si muove nel caos metropolitano di un'America molto vicina al presente, conosce talvolta le sue vittime in chat, utilizza oggetti di consumo contemporaneo: siamo nel terzo millennio, non nel 1980, e il processo di modernizzazione colpisce nel segno, riuscendo a metabolizzare gli input delle nuove generazioni senza peraltro snaturare lo spirito del prototipo.
La pellicola di Khalfoun accusa qualche momento di calo, soprattutto nella seconda parte, e a giudizio di chi scrive non raggiunge le alte bassezze del capolavoro di Lustig; eppure marcia con sicurezza, inquieta, non lesina sequenze splatter di discreta violenza, si dota di un'ottima soundtrack e di scenografie adeguate, sfrutta suggestioni erotiche per fortuna non spinte all'eccesso, e sviluppa con una certa cognizione di causa il discorso legato ai traumi infantili del killer.
Eccolo, quindi, il remake che non ti aspetti, raro esempio di operazione cinefila compiuta non soltanto per meri scopi commerciali, ma con impegno e cervello. Una lieta sorpresa.


Tra le mille visioni che ancora si susseguono, ci piace regalare uno spazio anche a Les Nuits avec Théodore, diretto da Sébastien Betbeder e inserito nella sempre interessante sezione Onde. Un lavoro sospeso negli anfratti della coscienza, oscillante tra amore, ossessione e mistero, nel quale Theo e Anna si conoscono, si piacciono, e iniziano a trascorrere le loro notti nel parco delle Buttes.Chaumont, a Parigi. Soli, in segreto, nascosti dal mondo e dalla luce. Un appuntamento di cui non si potrà più fare a meno.
Il film si avvale della presenza come attore protagonista di Pio Marmai, uno dei migliori talenti tra le nuove leve del cinema francese, già visto di recente, ad esempio, negli ottimi Le premier jour du reste de ta vie e D'amour et d'eau fraiche. A precisa domanda del sottoscritto, il regista ha ammesso come l'ingresso di Marmai, peraltro a produzione già avviata, abbia dato una spinta fondamentale alla riuscita del film, per come ha saputo conferire un'aura selvaggia e quasi mistica al personaggio di riferimento. Una piacevole conferma.

1 commento:

la gatta ghost ha detto...

Elijah wood lo ricordo nel ruolo del cannibale in sin city... Una faccia d'angelo dalla personalità demoniaca!