sabato 24 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - The Lords of Salem, l'urlo del Male

Evento doveva essere, evento è stato. L'attesa era altissima, la voglia di entusiasmarsi anche, il terrore di ricevere una cocente delusione pure. E allora, diciamolo subito: a giudizio di chi scrive, The Lords of Salem non raggiunge le clamorose vette dei primi due capolavori di Rob Zombie, ovvero La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. Attenzione però: da qui a parlare di fallimento ce ne passa. Anche questa volta, infatti, di nuovo alle prese con un lavoro tutto suo, dopo i due controversi Halloween, il musicista/regista, pur non raggiungendo vertici assoluti, (ri)conferma di essere di gran lunga il miglior talento espresso dal cinema di genere negli ultimi lustri.
La giovane Heidi lavora come disc jockey presso la radio di una piccola cittadina. Un giorno riceve un pacco contenente il disco di una misteriosa band mai sentita nominare. Ascoltandolo, inizia a essere perseguitata da macabri incubi che la trasportano in un viaggio stregonesco ambientato nel passato. Poco alla volta Heidi perde contatto con la realtà, sino a diventare suo malgrado protagonista di un efferato sabba atto a riportare in vita credenze demoniache sepolte nell'oblio, e ora pronte a riemergere dalle tenebre.
Realizzando un progetto studiato per diversi anni, Rob Zombie sceglie in questa sede un approccio più classico, rinunciando alla stupefacente commistione di generi dei primi lavori per costruire un incubo prettamente horror, nel quale le tendenze sanguinarie si sposano a lunghe attese. Per dipanare la sua trama, Zombie procede a passi lenti, senza lasciarsi prendere dalla consueta furia, e accoglie un modo di fare cinema più lineare. Quasi convenzionale, si potrebbe dire. Le streghe di Salem tornano a reclamare il proprio ruolo, sconvolgendo la vita di una dj scelta come martire da violare per assicurare il concepimento dell'entità demoniaca: il passato divora il presente, la credenza popolare si tramuta in realtà, la pace della quotidianità è spazzata via. Il Male, strumento secolare e indistruttibile, si sveglia dal letargo per imprigionare la protagonista tra i neri tentacoli della dannazione, e la blasfema disarmonia espone il suo devastante piano di distruzione.
Convenzionale, si diceva, ma solo fino a un certo punto: Zombie condisce il suo film con una carica iconoclasta sorprendente, distruggendo ogni possibile deriva consolatoria, e immette nella narrazione estremismi che senza dubbio saranno tagliati dalle tristi mani della censura nell'eventuale uscita in sala. Nonostante questo, il racconto persegue schemi abbastanza risaputi, non disdegnando citazioni di Shining e Rosemary's Baby, e svolge il suo compito senza infamia né lode.
Due sono però i fattori che rendono comunque The Lords of Salem indimenticabile: la prima ha un (finto) nome e cognome, Sheri Moon. Come sempre, e stavolta più che mai, l'autore celebra senza ritegno la consorte, dipingendo ogni centimetro del suo corpo, più nudo che vestito, con morbosa attenzione; le regala una fisionomia contrastata, in cui la sensualità si abbina a una tenerezza quasi fanciullesca; la porge al centro di ogni significante e significato, attuando così la definitiva glorificazione di una donna di inaudita bellezza, e di un'attrice alla sua prova migliore.


Il secondo fattore risiede nell'incredibile talento visivo di Zombie, anche qui capace di invenzioni stilistiche, musicali e scenografiche capaci di mozzare il fiato. La macchina da presa vola nei meandri del nostro campo visivo, gli ambienti assumono mille vite in una, la raffigurazione delle creature orrorifiche sfugge a qualsiasi definizione ancestrale, il connubio tra inserti sonori e immagine rasenta la perfezione. Un pantheon di creatività senza pari, da cui nascono sequenze monumentali. Ne valga una per tutte: il primo ingresso di Heidi nella cattedrale dove il Re della Notte la attende. Roba da brividi. E pensare che questo signore fa(ceva) tutt'altro mestiere. Pazzesco.

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