martedì 27 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Le lacrime di Sion Sono e l'aberrazione d(e)i Lansdale


Mai parlare troppo presto. Avevamo appena finito di dire che a nostro parere il pessimo Tower Block avrebbe vinto la Palma di peggior film del festival, e siamo stati subito smentiti. Il nadir assoluto si è infatti toccato lunedì pomeriggio, nel corso della disgraziata visione di Christmas with the Dead, horror (?) tratto da un racconto di Joe Lansdale, da lui stesso prodotto, e sceneggiato dal figlio Kevin.
Dispiace dover parlare male di un autore che stimiamo da sempre, ma il nostro compito è dire la verità, con coerenza, senza timori; e dunque, peraltro supportati dall'opinione similare di molti colleghi presenti al festival, non possiamo che affermare come si sia assistito a una delle "cose" più brutte, scandalose e ignominiose mai viste nella lunga e gloriosa storia del Torino Film Festival. Un abominio indecente, inaccettabile, indifendibile.
La famiglia Lansdale ha cercato di porre in essere una sorta di commistione tra la moda zombesca tanto in auge in questi anni e i toni parodistici, con risultati meno che imbarazzanti: infime scenette comiche, totale approssimazione stilistica, storia senza alcun nerbo, regia inesistente, attori talmente incapaci da risultare irritanti, effetti speciali di quart'ordine, qualità da filmetto della prima comunione: uno strazio di stupefacente bassezza.
Il fatto che sia stato girato con quattro soldi, e per puro spirito goliardico, non costituisce una giustificazione. Un film (?) del genere non avrebbe meritato un inserimento in programma nemmeno a un festival di un paesino di provincia. La sua presenza in un evento importante come il Torino Film Festival è inconcepibile e dequalificante. Una vergogna.


Per fortuna, a salvare il destino della giornata e a ricordarci cos'è il cinema, ci pensa un maestro ormai assodato come Sion Sono, grazie a The Land of Hope, la sua opera forse più intima e sofferta. L'autore nipponico riflette sulle paure insite nella società giapponese contemporanea, proponendo la storia di una famiglia costretta ad abbandonare la propria casa, a causa del pericolo dovuto alle radiazioni conseguenti all'esplosione del reattore di una centrale nucleare. Il capofamiglia, ormai anziano, cerca a tutti i costi di opporsi all'allontanamento dalle proprie radici, mentre il figlio e la sua consorte gravida emigrano verso la città, per poi rendersi conto di come in realtà nessun luogo sia davvero sicuro.
Il consueto cinema sanguinario, frenetico e bulimico di Sono lascia il posto a una messinscena cauta, espansa, ragionata. L'uomo di Toyokawa si prende tutto il tempo di cui ha bisogno, e anche qualcosa in più, ma riesce, con estrema semplicità, a creare una storia imbevuta di doloroso realismo, regalando momenti di poesia e autentica commozione.

Saltando da una sala all'altra, si inizia finalmente anche a seguire il concorso lungometraggi, con il tedesco Breaking Horizons, diretto dall'esordiente Pola Beck. La regista intraprende la strada del dramma adolesceziale, raccontando la storia della giovane e irrequieta Lara, che rimane incinta dopo una notte di bagordi in discoteca, e deve suo malgrado affrontare un imprevisto e radicale percorso di crescita e formazione. 
Il lavoro della Beck soffre di un certo schematismo, e non riesce a evadere da alcune trappole legate all'utilizzo di stilemi narrativi piuttosto convenzionali. Nonostante questo, la mano dell'autrice gestisce la situazione con apprezzabile tatto e delicatezza, e il film accresce il suo valore grazie al magnetismo della protagonista, Aylin Tezel, capace di bucare lo schermo con notevole intensità espressiva.


Se Sion Sono ci regala un'opera sorprendente per asciuttezza e rigore, si catapulta invece oltre i meandri dell'eccesso Jules Stewart, madre della Kristen di Twilight, con il delirio di K-11, ambientato in un carcere di massima sicurezza nel quale un discografico si trova rinchiuso per un'improvvisa accusa di omicidio. Il micromondo di riferimento è un bestiario impressionante, nel quale trovano posto tossicodipendenti, trans, dominanti Drag Queens, pericolosi pedofili e guardie senza scrupoli. Un inferno senza respiro, mostrato con toni che sublimano l'eccesso e sputano l'essenza del trash. 
Sempre oltre il limite del ridicolo, K-11 risulta fastidioso e respingente, almeno al primo impatto; abituandosi al clima malato che lo ricopre, si riesce però, con gradualità, a oltrepassare le barriere, finendo quasi per appassionarsi ai destini dei bizzarri personaggi che ne popolano gli angusti sentieri.

1 commento:

Marco Goi - Cannibal Kid ha detto...

sion sono sempre promettente!
la mamma di bella swan di twilight molto meno... :)