mercoledì 28 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Call Girl, l'oscura forza del potere


Al quinto giorno le energie iniziano a calare, la stanchezza appesantisce i movimenti, il fisico reclama il dovuto riposo, e la pioggia (unita all'abolizione delle navette) rende tutto più complicato. Ma non c'è tempo per mollare: la maratona continua, sino allo sfinimento e anche oltre.
Così, a cavallo tra le giornate di martedì e mercoledì, ci si dedica a un terzetto di film presentati nel concorso lungometraggi di questa edizione del Torino Film Festival, esponenti di tre paesi europei den distanti per collocazione e mentalità, ma accomunati da tematiche assai attuali, utili per riepilogare alcune storture della società recente e contemporanea.

Il primo, dalla Repubblica Ceca, si intitola Made in Ash, ed è diretto dall'esordiente Iveta Gròfovà. Si tratta di un dramma a tinte grigie, nel quale la slovacca Dorota si trasferisce nella nazione confinante in cerca di lavoro; i suoi sogni, le attese, le speranze, vengono spazzate via molto in fretta di fronte alla dura realtà che la circonda, e dopo essere stata lienziata da una fabbrica tessile, Dorota finisce per cadere nel giro della prostituzione.
Senz'altro ammirevole per il coraggio con il quale affronta temi spinosi, il film non sa però spiccare il volo, a causa di una scrittura piuttosto povera, conforme a tante pellicole similari espresse dall'Europa nell'Est degli ultimi anni. Si ha l'impressione che le basi su cui poggia la narrazione siano molto limitate, e alla riuscita dell'insieme non giovano nemmeno scelte stilistiche discutibili, come l'inserimento di sequenze semi-animate che alla lunga risultano prive di collante.

La crisi economica è anche al centro dello spagnolo Terrados, diretto da Demian Sabini, nel quale un gruppo di ragazzi, disoccupati, trascorre le giornate sulla terrazze dei palazzi, lasciando scorrere il tempo, tra alcool, chiachiere e facezie, senza dannarsi l'anima per modificare una situazione dai risvolti indeterminati. L'intento del regista è mostrarci un piccolo spaccato della Spagna attuale, travolta da una crisi che pare non debba avere fine. Le giornate trascorse nell'oblio rappresentano una chiara metafora racchiusa nelle vite di giovani che soffiano via il presente senza avere nemmeno più la forza di immaginare alcun futuro. I loro rapporti familiari si disfano, il tempo passa, le uniche possibilità di lavoro conducono a una vita squallida e abulica; resta solo l'istinto di ribellione, ultima arma con cui sottrarsi alla bocca di fuoco dell'inclemente società.
Troppo facile in alcune soluzioni narrative, Terrados, girato con un budget prossimo allo zero, si lascia comunque ben volere per la sincerità d'intenti che lo pervade, e per la capacità di far sì che in fondo molti di noi possano riconoscersi nei destini e nei volti scavati di questi personaggi in cerca d'autore.


Di livello certamente più alto è invece lo svedese Call Girl, diretto da Mikael Marcimain, con una ricca co-produzione che ha interessato anche Irlanda, Norvegia e Finlandia. Oltre due ore di durata, per descrivere la discesa negli inferi dello sfruttamento minorile della giovane e irrequieta Iris. La ragazza, rinchiusa in un istituto correttivo, fugge ogni notte a caccia di un'indispensabile libertà, ma l'età ingenua la conduce verso strade buie e pericolose. Senza quasi rendersene conto, lei e l'amica Sonia si ritrovano alle dipendenze di Dagmar Glans, donna che da svariati anni gestisce prostitute di ogni età. Uscire fuori dal tunnel sarà per Iris molto complicato, e quando un investigatore denuncerà la Glans, si troverà davanti un incredibile muro di omertà; politici, ministri e avvocati, tutti coinvolti nei rapporti sessuali con le ragazze, tenteranno in ogni modo di nascondere la verità e zittire lo scandalo.
Call Girl è ambientato negli anni Settanta, a Stocolma, alla vigilia delle elezioni, ma la sua storia potrebbe con estrema facilità essere traslata altrove nello spazio e nel tempo; magari in Italia, tanto per fare un esempio non casuale. La connivenza delle istituzioni, pronte a qualsiasi sotterfugio pur di mettere a tacere l'indecenza, scorre a braccetto con la debolezza psicologica di ragazze e donne che pensano di trovare rifugio sotto la protezione di una "madre" gentile e affettuosa, salvo poi trasformarsi in oggetti usati al solo scopo del sesso e subito buttati via come fazzoletti sporchi. Il marcio trasuda nelle strade, negli hotel, negli uffici del potere, e oggi come allora la forza deprimente del comando divora la luce della giustizia.
Sembrerebbe una tipica tragedia adolescenziale tutta al femminile, e invece è molto di più: Call Girl è infatti girato come un noir, e risulta tesissimo, avvincente, oscuro e sincopato. Si prende tutto il tempo di cui ha bisogno, incastra i sottotesti con accuratezza e precisione, e sfrutta ottime musiche carpenteriane. Inoltre, mette in mostra una scrittura tanto asciutta quanto efficace, e una regia attenta che riesuma topoi non lontani da tanto cinema di genere americano degli anni Settanta, per poi plasmarli con una sensibilità prettamente scandinava. Il risultato è notevole.


Tra un film in concorso e l'altro, troviamo non si sa bene come anche il tempo per visionare un horror irlandese inserito nella sezione Rapporto Confidenziale, Citadel, di Ciaran Foy. Un lavoro visionario, incastonato a metà tra realtà metropolitana e paure ataviche, squallore suburbano e derive soprannaturali. La pellicola mastica il palese influsso di tanti titoli appartenenti alle recenti scuole britanniche e francesi, da Eden Lake a Ils, da Frontierè(s) a La Horde; cerca comunque la sua strada, la trova solo in parte, ma regala qualche spunto di discreto interesse.

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