lunedì 12 novembre 2012

IL VIAGGIO DI JEANNE - Il segreto del cinema francese


Talvolta qualcuno mi chiede per quale motivo io abbia questo amore sfrenato nei confronti del cinema francese. Alla domanda posso rispondere in mille modi, a seconda del contesto, ma pensandoci bene potrei anche evitare qualsiasi argomentazione linguistica e culturale, e limitarmi a dire: “sta tutto nelle immagini, nelle storie, nella quotidianità”.
In fondo è sufficiente visionare alcuni lavori francesi usciti negli ultimi anni, per capire l'inarrivabile profondità emotiva e strutturale che rende il cinema transalpino nettamente superiore a qualsiasi altro paese del mondo. La voltapagine di Denis Dercourt, Stella di Sylvie Verheyde, Le premier jour du reste de ta vie di Rémi Bezançon, Un poison violent di Katell Quillévéré, Les petits mouchoirs di Guillaume Canet, Il viaggio di Jeanne di Anna Novion: sono solo i primi esempi che mi sovvengono alla mente, tasselli di quella straordinaria “medietà” compositiva con la quale i francesi, con clamorosa continuità, sono in grado di comporre piccoli sonetti, piccoli romanzi di formazione, piccoli racconti di vita, imbevuti di una tale grazia, semplicità, purezza, da renderli ogni volta gioielli d'inarrivabile fascino. In questi lavori, più ancora rispetto alle produzioni maggiori, dimora il segreto della sublime bellezza del cinema d'Oltralpe. 


Uno dei titoli sopra citati, Il viaggio di Jeanne, in originale Les grandes personnes, è l'esordio nel lungometraggio di Anna Novion, regista francese di madre svedese. Il film è stato realizzato nel 2008, e ha avuto anche una fugace apparizione nei cinema italici l'anno successivo. 
Al centro della storia il bibliotecario Albert e la figlia adolescente Jeanne. Come ogni anno, nel periodo estivo, i due organizzano un viaggio alla scoperta di luoghi mitici situati in giro per l'Europa. Questa volta è il turno di Orust, isola della Svezia dove la leggenda narra sia nascosto il tesoro di un guerriero vichingo. Giunti a destinazione, si trovano loro malgrado a dover dividere un appartamento con altre due donne, con cui peraltro Jeanne sviluppa una solida amicizia. 
Separato dalla moglie, e iper-protettivo nei confronti della figlia, Albert cerca di coinvolgerla nelle sue bizzarre ricerche, mentre la giovane pare più interessata alla vita sociale, ai ragazzi del posto, ad acciuffare un processo di crescita utile per intraprendere il percorso verso l'età adulta. L'idiosincrasia tra i due conduce verso l'inevitabile esplosione di conflitti da tempo latenti, ma la vacanza svedese, tra avventure e delusioni, sarà comunque utile affinché entrambi possano prendere coscienza di ciò che realmente vogliono estrarre dal succo della vita.


Candore, pienezza d'intenti, eliminazione di qualsiasi sovrastruttura aleatoria: Il viaggio di Jeanne sfrutta la fascinazione scenografica del luogo di riferimento, e indaga nei volti e nell'anima dei due personaggi principali, seguendone con timidezza azioni e reazioni. Una classicheggiante storia di solitudine, abbandono, incertezza, rinascita, dipinta con la consueta, brillantissima “medietà” di cui ho accennato. 
Un film lieve e ammaliante, così come il volto della protagonista, Anais Demoustier, classe 1987, vincitrice per distacco del mio ideale premio come “folgorazione cinematografica dell'anno”: un'attrice limpida, naturale, pulita, seducente, coraggiosa, versatile, di cui mi sono totalmente innamorato, tanto da correre alla ricerca di tutti i lavori da lei finora interpretati, alcuni dei quali nemmeno usciti nella povera e triste Italia. Accanto ad Anais una garanzia, Jean-Pierre Darroussin, splendida faccia da cane bastonato, inappuntabile nella sua recitazione dimessa e sconfitta.


Il film della Novion è abile a inserire un paio di non-invadenti citazioni bergmaniane, e in qualche punto naviga non lontano dall'ottimo My Summer of Love di Pawlikowski. Ci mostra gli imbarazzi dell'adolescenza e le incomprensioni degli adulti, il desiderio di comprensione e i sogni forse non del tutto svaniti. Si muove compatto, rasenta la perfezione nella prima parte, cala lievemente d'intensità nella seconda, e torna a salire nel finale; una conclusione dolce e amara, ben esemplificata nell'ultima inquadratura, in cui la camera si sofferma sui piedi di Jeanne, la quale, dopo aver portato per tutto il film anonime scarpe da ginnastica, indossa ora un paio di ciabattine infradito: un segno di freschezza, liberazione, crescita, emancipazione e speranza. Con un sorriso rivolto al cielo. Verso il futuro. Verso la vita.

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