giovedì 18 ottobre 2012

THE TALL MAN - I bambini di Cold Rock - Recensione


Chi mi conosce e mi legge sa bene quanto io abbia adorato senza ritegno Martyrs, al punto di inserirlo ai primissimi posti nella classifica dei migliori horror dello scorso decennio. Di conseguenza, era per me molto alta l'aspettativa nei riguardi del nuovo film di Pascal Laugier, e ampia era la voglia di valutare se il francese avrebbe in qualche modo confermato le doti messe in mostra nel (capo)lavoro precedente. 
L'attesa era stata in qualche modo oscurata dalla notizia che Laugier si sarebbe trasferito in terra statunitense: notevole era infatti a quel punto il timore che il transalpino sarebbe diventato un'altra vittima di quel processo di rincoglionimento artistico pronto a colpire senza pietà i talentuosi autori non americani che si avventurano nei miasmi produttivi d'oltreoceano, siano essi orientali (Nakata, Shimizu) o europei (Alexandre Aja).
Bocciato (per fortuna) il progetto riguardante l'inutile e dannoso remake di Hellraiser, il regista classe 1971, per il debutto fuori dai confini autoctoni, ha finito per riesumare una sua vecchia sceneggiatura, portando sullo schermo la storia di una piccola cittadina nella quale i bambini scompaiono uno dopo l'altro, rapiti da un fantomatico uomo nero che da diverso tempo terrorizza le famiglie del luogo. In questo modo, il francese ha cercato di proporre una personale rivisitazione dell'archetipo relativo al Boogeyman, già più volte sfruttato anche di recente dal cinema horror, infondendo al contempo significazioni parallele legate all'ambiente stesso come soggetto fondante di paure insostenibili.


La prima parte, dedicata alla battaglia di un'infermiera che cerca di salvare il proprio figlio dallo stesso destino di altri sfortunati bambini, non offre emozioni particolarmente dirompenti, preferendo adagiarsi su territori in qualche modo rassicuranti e stabili. Assistiamo infatti a sequenze che intersecano thriller, action e horror, guidate da una regia attenta e disinvolta ma anche molto (troppo) convenzionale. A un certo punto, però, Laugier azzarda il colpo a sorpresa, inserendo un twist narrativo che ribalta le prospettive: da quel momento, inizia a tutti gli effetti un altro film. Da lì la protagonista, una Jessica Biel vagamente abbruttita per l'occasione, si muove come un granello di polvere tra i vortici di un tornado, come una foglia tremolante al cospetto della natura, e la comunità di Cold Rock assume un unico volto, fondendosi in un'entità compatta e assai poco conciliante.
Sfruttando gli spazi aperti, Laugier accoglie suggestioni già ben presenti in Martyrs, scegliendo ancora una volta una realtà suburbana governata da leggi proprie, e accentua i toni relativi all'importanza precipua del microcosmo scenografico per inglobare il racconto in una spirale caustica in cui niente è più come sembra. Lo stesso discorso vale per il Tall Man del titolo, presenza in assenza che percorre l'intera pellicola come uno spettro senza forma definita, sino a lasciarsi intravedere in un'ennesima variazione situazionale nella quale risuonano ancora echi di Martyrs. Ma a differenza dello straordinario masterpiece del 2008, in questo caso il calvario dei personaggi assume valenze multiple, e tutti gli elementi in causa si trovano a dover affrontare le ferite di un'espiazione dolente che assume i tratti dell'universalità. 
Nuotare nella sofferenza, affrontare la solitudine, asciugare le lacrime, stabilire meriti e colpe: i bambini e gli adulti di Cold Rock si perdono, si ritrovano, si perdono ancora; trovano una vita, ne scelgono un'altra, lottano per il futuro e divorano le contingenze del Male. Infine restano incerti, smarriti, ebeti, di fronte a un interrogativo senza alcuna risposta certa: ne sarà davvero valsa la pena?


A fronte delle incertezze iniziali, The Tall Man ha il merito di crescere in corso d'opera, alla stregua di una partitura musicale timida all'avvio e poi sempre più sicura di sé. In qualche tratto si nota una vaga spocchia autoriale, e non sempre l'architettura scenica sta in piedi con la dovuta solidità. Rimane comunque un film non privo d'interesse, destinato a lasciare dubbi ma anche tracce, molto lontano dal trionfale estremismo di Martyrs ma superiore all'attuale media qualitativa del cinema di genere. 
La bravura di Laugier resiste e tutto sommato si conferma: adesso lo aspettiamo al varco, per capire definitivamente quale direzione prenderà la sua carriera. Speriamo in bene.

2 commenti:

Marco Goi - Cannibal Kid ha detto...

sì, thriller non riuscito fino in fondo, ma comunque interessante

Alessandra ha detto...

A me è piaciuto devo dire. Certo non ai livelli di Martyrs, ma una conferma del talento dell'autore. Ho buone speranze per il futuro insomma.

Ale55andra