sabato 8 settembre 2012

VENEZIA 69 - "Pietà" di Kim Ki-duk trionfa al Lido

Lo si diceva da diversi giorni. Era il favorito, e il pronostico è stato rispettato. Kim Ki-duk ha vinto il Leone d'Oro dell'edizione 2012 del Festival di Venezia con il suo Pietà, dramma incentrato sui concetti di redenzione e vendetta, molto amato da gran parte dei giornalisti accreditati.
Il premio al regista coreano è in fondo anche (e soprattutto?) un riconoscimento a una carriera di altissimo livello, grazie alla quale lo stesso Kim ha avuto un posto in prima fila nel processo di prepotente e definitiva esportazione del cinema coreano nel mondo, insieme a Park Chan-wook. Un autore dotato di raro gusto per l'immagine, capace di raccontare storie di volta in volta crudeli e oniriche, disperate e struggenti, con uno stile espressivo ben riconoscibile e sempre ricco di infinite suggestioni visive. 
Fin dagli esordi (Crocodile, 1996), Kim Ki-duk si impose agli occhi dei cinefili più esigenti e del popolo festivaliero, per poi riuscire a scavare anche una nicchia nel gusto del pubblico generalista. Il lancinante L'isola, nel 2000, sconvolse gli spettatori, il successivo Bad Guy ne confermò le qualità, e il ravvicinato Primavera, Estate, Autunno, Inverno... ne decretò la definitiva affermazione. In quel momento, negli anni a cavallo tra il 2002 e il 2004, Kim raggiunse l'apice dell'ispirazione: una folgore culminata con il magnifico La Samaritana, e con lo straordinario Ferro 3, suo intoccabile e assoluto capolavoro, sublime inno alla poesia.


Da quel momento, la carriera del regista nato nel 1960 ha vissuto di alti e bassi, con pellicole discusse (L'arco), decise cadute di tono (Time), e opere incomprese ma dotate di notevoli suggestioni (Dream). Dal 2008, il coreano ha vissuto un periodo di crisi fisica e spirituale, un viaggio nel buio rappresentato dall'autobiografico Arirang, ma ha poi saputo riprendersi e tornare a volare, arrivando a Pietà (in uscita nelle sale il 14 settembre) e al meritato trionfo veneziano.
In un'edizione giudicata tutto sommato sottotono da molti critici presenti al Lido, con momenti anche imbarazzanti durante la cerimonia finale (lo scambio di premi tra Seidl e Anderson), Kim Ki-duk ha saputo mettere d'accordo (quasi) tutti, portando ancora una volta sullo schermo, con perentoria efficacia, le estreme tensioni dell'amore e del dolore, simboli atavici di un lirismo emozionante e indispensabile.

2 commenti:

Luca ha detto...

Ho appena letto la notizia e mi aspettavo di trovare il tuo commento, tempestivo come al solito! Inoltre speravo proprio che contenesse un veloce riepilogo della filmografia di Kim Ki-Duk perché non ho mai visto nessun suo film e avevo bisogno di qualche indicazione su come cominciare...

Cambiando argomento, qualche ora fa ho finito Stanze di carne! Visto che da un po' di tempo ho una mezza idea di riprovare a tenere un blog, mi piacerebbe tentare di scriverne una recensione e pubblicarla lì; eventualmente ti farò sapere! In ogni caso mi è piaciuto, e anche se accantonerò l'idea ti darò comunque un parere più dettagliato :D

Alessio Gradogna ha detto...

Ciao. Ti ringrazio, mi fa piacere che il piccolo excursus sul cinema di Kim Ki-duk ti sia stato utile, e sono contento che tu abbia apprezzato il mio romanzo. Se poi vorrai darmi un giudizio più dettagliato, sarò ben lieto di leggerlo!