lunedì 24 settembre 2012

MILANO FILM FESTIVAL 2012 - Room 237

Si è appena conclusa l'edizione numero diciassette del Milano Film Festival. Per quanto ci è stato possibile, abbiamo assistito a un evento che, a fronte di una proposta artistica davvero interessante e apprezzabile, si è purtroppo rivelato un totale fallimento dal punto di vista logistico e organizzativo. Qui su Cinemystic, ormai lo sapete, diciamo le cose senza paura, senza peli sulla lingua; ci sembra quindi giusto rimarcare come l'esperienza milanese sia stata realmente pessima.
Tanto per fare qualche esempio concreto, abbiamo assistito a: mancanza di un catalogo per i giornalisti, e di una sala stampa attrezzata; programma del festival da acquistare a pagamento (!?!); caos senza speranza nel capire se per i possessori di accrediti e abbonamenti c'era comunque l'obbligo di fare un biglietto omaggio prima di ogni film (qui sì, lì no, o forse sì, o forse no, boh, chi lo sa...); Dvd saltati più e più volte durante le proiezioni; grossolani errori di alcuni traduttori nelle interviste ai registi; ritardi abissali e irritanti con conseguenti lunghe e soffocanti file all'ingresso dei film successivi, e con l'impossibilità di completare le ultime visioni della serata per la necessità di dover correre a prendere l'ultimo treno della metro; programma concepito in modo assurdo, senza alcun criterio logico, con film distribuiti in dieci cinema differenti sparsi per tutta la città, alcuni nemmeno vicini tra loro, e con la conseguente impossibilità di riuscire a incastrare i titoli di maggior interesse, come invece si fa normalmente in qualsiasi altro festival, con notevolissimi svantaggi soprattutto per i non residenti e per chi poteva assistere solo a poche giornate dell'evento.
Ecco quanto è successo. Va da sé che molti titoli che avremmo voluto recensire non siamo nemmeno riusciti a vederli, a causa del cervellotico programma, e che alcuni altri film abbiamo dovuto abbandonarli prima dei titoli di coda (!!) a causa dei sopracitati ritardi.
Insomma, un vero disastro. Personalmente, in ormai dieci anni di esperienza in giro per i festival, non ho mai visto un evento organizzato così male. Davvero un peccato, perché, lo ribadiamo, dal lato meramente artistico il lavoro compiuto dai selezionatori appariva meritevole di ogni considerazione. Ma siccome non stiamo parlando né di un festival “piccolo”, né di un festival “amatoriale”, né di un un festival “nuovo e inesperto”, ci pare che tutte queste storture vadano sottolineate e non possano avere alcun tipo di giustificazione.

Dopo questa lunga premessa, qualche parola per uno dei titoli che aveva suscitato il nostro interesse, e che per miracolo siamo riusciti a visionare: Room 237, documentario diretto da Rodney Ascher, già passato all'ultimo Festival di Cannes, e qui inserito nella sezione Outsiders (fuori concorso). Il lavoro di Ascher è dedicato interamente al sommo Stanley Kubrick, e al suo immortale capolavoro Shining. Le interpretazioni critiche relative all'opera tratta da King sono state in questi anni infinite, ed è ormai arduo poter ancora trovare qualcosa da dire sull'argomento. Per ovviare a questa palese riflessione, il regista, nel suo lavoro, prova a sezionare Shining con la massima attenzione possibile, fotogramma per fotogramma, alla ricerca di significazioni nascoste e ancora mai poste all'attenzione generale. Con piena convinzione, Ascher estrae così dal cilindro fantomatiche teorie archetipiche legate ad esempio agli Indiani d'America, al nazismo, alla geometria degli interni, elementi a suo dire presenti in modo continuo e massiccio nella narrazione, attraverso tanti piccoli indizi disseminati dall'autore. Peccato che queste teorie appaiano quasi sempre risibili, appiccicate con sforzo, buttate lì senza grande fondamento. 

Certo, Room 237 ci permette di scoprire qualche piccolo segreto difficile da notare anche all'ennesima revisione del capolavoro (una sedia che scompare da un'inquadratura all'altra, un disegno sulla porta della cameretta di Danny prima presente e poi assente), ma in mezzo a queste felici intuizioni, la gran parte del documentario si basa su elucubrazioni storico/sociali/analitiche ben poco convincenti, in alcuni casi molto più simili a sciocchezze senza capo né coda.
Siamo convinti che se Kubrick avesse potuto vedere questo lavoro si sarebbe fatto solo e soltanto una gran risata.

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