lunedì 17 settembre 2012

MILANO FILM FESTIVAL 2012 - Jaurès, di Vincent Dieutre

In pieno corso di svolgimento l'edizione numero 17 del Milano Film Festival, evento caratterizzato da una variegata e notevole proposta artistica, ma anche limitato da numerosi problemi logistici e organizzativi che ne rendono praticamente impossibile una fruizione adeguata. Ne parlerò meglio nei prossimi giorni. Intanto, pubblico con piacere anche qui su Cinemystic la recensione del dolce e malinconico Jaurès, uno dei lavori più belli e significativi inseriti quest'anno in programma. L'articolo è già apparso sulle pagine di CineClandestino.

Ricordare l’amore. Imprimerlo nella memoria, per sempre. Rivivere gli attimi, i silenzi, gli anfratti di una quotidianità tanto dolce quanto dolente. Filmare il presente, con sguardo attento, vigile, partecipe, mescolando le emozioni dell'esistenza invididuale con il dramma sociale che ci circonda. Momenti sospesi, fluttuazioni dell'anima, corpi in movimento verso un incerto domani: una scena, tante scene; il cinema, nella sua forma più sperimentale e innovativa, raccontato da Vincent Dieutre, autore francese classe 1960, abituato a considerare l’Arte filmica come infinito serbatoio da cui estrarre suggestioni lontane dai canoni consueti. Jaurès è la sua ultima opera, molto applaudita a Berlino e adesso presentata per la prima volta in Italia nel corso del Milano Film Festival.
Dieutre ci lascia vedere il suo volto, in una serata soffice in cui, dialogando con l’amica Eva Truffaut (figlia del grande François), rievoca la storia sentimentale avuta in un recente passato. Mentre i due parlano, l’autore/regista/attore proietta su uno schermo immagini che lui stesso aveva girato con una telecamera dall’appartamento dell’amante, Simon, nei giorni e nelle notti in cui i due uomini condividevano lunghe e spensierate ore. Vincent ed Eva assistono così alle storie racchiuse in quelle riprese, incentrate su alcuni profughi afghani che vivevano accampati sotto un ponte a poca distanza da casa di Simon. Dieutre accompagna le immagini, rievocando i piccoli ma significativi eventi della vita dei clandestini, intrecciati con i ricordi della sua relazione. Noi accompagniamo i due amici durante la visione, disintegrando idealmente la quarta parete che separa autore e spettatore, in una sorta di riunione intima e familiare.
 
 
Jaurès (il quartiere parigino in cui si svolge tutto il racconto) annulla il concetto di fiction, ribalta l’essenza documentaristica, e unisce i diversi linguaggi in un ibrido coraggioso, non semplice da comprendere ma ricco di fascino e intensità. Lungi dal voler proporre un mero ritratto autobiografico, il regista ci racconta la sua passione, tenera e malinconica, virile e ammantata da un velo di tristezza, e nel medesimo istante ci accompagna a braccetto nel complesso destino di quegli uomini costretti ad arrangiarsi, senza possedere quasi nulla, lontani dalla propria patria, con poche speranze per l’avvenire.
I profughi dormono in consunti sacchi a pelo, cercano di resistere al freddo dell’inverno, accolgono il cibo portato di tanto in tanto da alcuni volontari, tentano di non creare problemi per non essere cacciati dalle autorità, e guardano le acque del vicino canale, in attesa di una luce che possa condurli fuori da un incubo greve e sfiancante. Dieutre li spia senza cattive intenzioni, li filma senza alcun intento retorico, li osserva con occhio compassionevole lodando la loro forza di volontà; nel frattempo, lo scorrere delle immagini si alterna con i rumori casalinghi rimasti impressi in sottofondo al momento delle registrazioni: un romantico motivo suonato al piano da Simon, un semplice dialogo, le stoviglie della cena imminente, il risveglio dopo una notte di sesso e amore, la melodia di una frugale colazione da consumare insieme prima di uscire dal guscio. Attimi semplici, privi di eventi dirompenti, eppure descritti con un tocco quasi magico, in una delicata e splendida elegia della normalità.
 

Oggi la relazione è terminata. Vincent e Simon non stanno più insieme. Non ci sono più nemmeno gli afghani, allontanati nel momento in cui il Governo ha deciso di aumentare le misure di controllo relative all’immigrazione. Jaurès però è ancora lì, con il ponte, il canale, le auto, i treni della metro, e le sue molteplici microstorie che vivono e respirano, giorno dopo giorno. La società muta e resiste, si scuote e va avanti, ma le immagini catturate da quella finestra hanno saputo fermare una porzione di tempo, traghettando l'attimo nel paradiso dell’eternità. Così, allo stesso modo, nei ricordi e nel cuore sopravvive ancora quel rapporto, vero e genuino, glorificato nel bellissimo messaggio che chiude il film, secondo il quale ogni singola storia d’amore può addirittura cambiare il destino del mondo. Non tanto, ma un pochino sì.

(Originariamente pubblicato su CineClandestino)

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