giovedì 26 luglio 2012

TAKE SHELTER - Recensione


Uscito nelle nostre sale a giugno, con svariati mesi di ritardo rispetto alla distribuzione americana, Take Shelter è uno di quei film che conferma come il cinema d'oltreoceano potrebbe ancora porsi a un livello ben superiore rispetto alla mediocrità attuale, se solo trovasse ogni tanto il coraggio di staccarsi dalla mera logica blockbusteriana. Negli ultimi anni, con rare eccezioni, solo nel circuito indipendente il panorama statunitense ha offerto prove maiuscole (Winter's Bone, ad esempio), ed è proprio con questa tipologia di riferimento, distaccata dai gusti insapore dei prodotti preconfezionati al solo scopo di ottenere incassi facili, che il giovane Jeff Nichols, classe 1978, ha potuto avere carta bianca per scrivere e dirigere un film ipnotico, emozionante e solidissimo.

Nel dipingere la storia di Curtis LaForche, operaio all'improvviso ossessionato da incubi spaventosi nei quali immagina l'avvento di un'esiziale tempesta in grado di far impazzire chi gli sta accanto, Nichols lavora per metafore e simbolismi, tracciando con piena coscienza il dramma individuale di un uomo alle prese con il graduale disfacimento di ogni certezza e valore. Nel terrore atavico che Curtis esprime nei confronti dell'imminente e immaginaria bufera, si esprime l'evolvere di preoccupazioni per troppo tempo tenute ai margini della mente, e ora finalmente libere di scatenarsi: la crisi economica, la precarietà lavorativa, il dramma causato dalla sordità della propria figlioletta, i poco fortunati tentativi dell'amata moglie per rimpinguare le finanze familiari, il ricordo mai sopito di una madre caduta tanti anni prima nel buio della schizofrenia. 
Il cielo nero sopra la testa di Curtis oscilla così in una gelida danza di morte, nella quale volteggiano fantasmi scesi sotto le soglie del raziocinio per condurlo oltre i margini della follia. Soltanto l'amore lo potrà forse salvare, ma la guerra Curtis la dovrà vincere da solo, sfidando il soffio strisciante della paura, i tuoni del dolore, e i fulmini delle infrante speranze.


Take Shelter non è un horror in senso stretto. Non è nemmeno un thriller apocalittico. E' entrambe le cose, e anche di più. Nichols naviga lontanissimo dalle porcherie pseudo ecologiste di Shyamalan (E venne il giorno, una delle peggiori nefandezze dell'ultima decade); si muove invece, con intelligenza, in bilico tra realtà e fantasia, concretezza e astrattismi, sensazioni intimiste e derive enigmatiche, e ne trae un lavoro profetico, universale, in qualche modo anche commovente, prendendosi il tempo che serve, senza forzare sul ritmo e senza mai perdere la strada. Lo aiuta, in modo poderoso, il suo protagonista: dopo le efficaci prove in Revolutionary Road, Boardwalk Empire, e nell'herzoghiano My Son My Son What Have Ye Done, Michael Shannon si conferma attore di assoluto spessore, e confeziona un'interpretazione sofferta, tagliente e toccante (da godersi, se possibile, in lingua originale). Lo accompagna un'impeccabile Jessica Chastain, brava a confermare quanto di buono già si era detto su di lei per The Tree of Life.


Presentato lo scorso anno al Sundance, premiato a Cannes, e ovviamente ignorato dall'Academy, Take Shelter è senza dubbio uno dei migliori film della stagione: un duro viaggio nella paranoia e nell'ossessione, la cui meta corre fino al cuore dell'umanità.

2 commenti:

Alessandra ha detto...

Concordo anche con le virgole. Shannon per me è un gigante, in tutti i sensi. E poi, che finale!

Ale55andra

Alessio Gradogna ha detto...

Mi fa piacere, soprattutto per le virgole. :) Vero, un finale potente, intenso, perfino sacrale, e senz'altro riuscito.