venerdì 8 giugno 2012

INTRUDERS - Recensione - Tra fiaba e realtà


Presentato in anteprima italiana lo scorso novembre al Torino Film Festival, e in uscita in Dvd e Blu-ray proprio in questi giorni, Intruders rappresenta il ritorno alla regia di Juan Carlos Fresnadillo, già autore dell'interessante Intacto e di 28 settimane dopo, raro esempio di sequel significativo e per certi versi forse anche superiore all'originale. C'era dunque una certa attesa per verificare se lo spagnolo avrebbe confermato il talento messo in luce nei lavori precedenti.
Con questo film, girato tra Madrid, Londra e Segovia, Fresnadillo e i suoi collaboratori cercano di proporre una coraggiosa e non immediata rivisitazione di genere, partendo da archetipi poggiati sul piatto e poi mescolati nel tentativo di creare una non banale forma di ibridazione strutturale e narrativa.

Intruders si dipana perseguendo due strade parallele, atte a sviluppare due storie all'apparenza lontane per riferimenti temporali e geografici (una si svolge in Spagna, l'altra in Inghilterra); vicende sulla carta autonome, che soltanto nell'ultima parte della pellicola andranno inevitabilmente a collidere e fondersi. Accompagnati da un lungo ed espanso montaggio alternato, seguiamo così le peripezie di un bambino e una bambina, entrambi alle prese con incubi legati alla presenza di un presunto uomo nero che mette in pericolo le loro vite; il tutto per la disperazione delle rispettive famiglie, erose dalla pena e latrici di comportamenti assai diversi che spaziano tra incredulità, richieste di aiuto, appoggi religiosi e visite psicanalitiche.


Stroncato da più parti con troppa superficialità, il lavoro di Fresnadillo ci permette invece alcune ramificazioni testuali che consegnano allo spettatore un'intrigante diatriba tra finzione e realtà, senso del fantastico e oggettività logistica, rappresentazione della mostruosità e afflati di intimo terrore. L'uomo senza-faccia, assoluto protagonista delle due vicende, giunge ai nostri occhi come un ibrido che combina sembianze non troppo lontane da tanti eroi dell'horror moderno e contemporaneo, dal classico Boogeyman dell'omonima trilogia al The Shape della saga di Halloween, dal Ghostface di Scream a certo J-Horror di fine/inizio millennio, non dimenticando tante altre leggende nere tramandate nella storia del cinema di genere.
E' proprio nella concezione fiabesca dell'orrore, poetica di cui oggigiorno Guillermo Del Toro è senza dubbio il miglior esponente (se togliamo il fallimentare Non avere paura del buio), che si nasconde il gustoso segreto di Intruders, capace di fondere con discreta efficacia le dimensioni dell'incubo e della quotidianità, sino ad annullarne le rispettive concezioni. Il volto che non vediamo diviene un simbolo della cecità collettiva entro cui prolifera l'orrore supremo, in una dolente sinestesia che finisce per coinvolgere l'occhio e l'udito, il cuore e il pensiero. Davanti a noi, sullo schermo, i mostri fanno e disfano un corpo che tale non è, scavando con le zanne per fuggire dal limbo dell'immaginazione ed emigrare nella materialità del reale, solidificando un primigenio obiettivo di distruzione e conquista per poi farsi strumenti di un malessere sanguinario e concreto, contro cui né la Chiesa né la psicologia possono vincere. Il senso del perturbante, lo spettro dell'allucinazione, il dominio intrinseco della paura, assurgono così a ingredienti di un unico gioco macabro che rosicchia la separazione tra sogno e veglia, per farsi universale spazio di dannazione. Il non-volto è dunque lo specchio di una non-vita, attraverso cui corre veloce il carro della morte.


Se l'ultima parte del film diviene poi più convenzionale, frenando in parte il tentativo sopra espresso, va comunque dato atto a Fresnadillo e ai suoi sceneggiatori (Nicolás Casariego e Jaime Marques) di aver compiuto un apprezzabile esperimento di ricerca e reinterpretazione, particolare non scontato in un momento in cui l'horror tende a mietere anonime e dormienti copiature di dettami tanto rassicuranti quanto pedestri. I difetti non mancano, certo, gli effetti digitali non sempre sono all'altezza e la presenza scenica di una star come Clive Owen appare quantomeno superflua, ma dall'antro oscuro della propria essenza Intruders rivela prerogative invitanti e sfumature piuttosto audaci. Non è poco.

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