venerdì 15 giugno 2012

GROTESQUE - Recensione - L'abisso dell'orrore

Oggi su Cinemystic scendiamo nell'abisso. Ci caliamo in una realtà oscura, infernale, svuotata da ogni forma di conciliazione e speranza. Lo facciamo parlando di un film salito agli onori (?) della cronaca per la durezza dei suoi contenuti, unendosi a quella squadra di pellicole discusse e maledette che negli ultimi anni ha incasellato opere radicali come A Serbian Film, Life & Death of a Porno Gang e i due Human Centipede. In questo caso salutiamo però l'Europa, e ci dirigiamo verso il luogo in cui gli orrori cinefili sanno esplodere con impressionante forza, il Giappone, negli ultimi lustri sempre più teatro di infamie cinefile d'ineguagliabile violenza.

Il film in questione è Grotesque. Diretto da Koji Shiraishi, uscito nel 2009, è stato bandito dalla Commissione di censura britannica, che ne ha decretato illegale la diffusione, proprio come era capitato al kubrickiano Arancia Meccanica. La stupida sentenza, ça va sans dire, non ha fatto altro che portare fiumi di pubblicità al film, da quel momento divenuto oggetto di spasmodica ricerca da parte degli appassionati. Uno status, va detto, in parte immeritato, anche se non tutto ci pare completamente da buttare, come è stato scritto altrove con giudizi nefasti e colmi d'irritazione.

In virtù dell'estrema violenza di cui è imbevuto, e soprattutto per alcune sequenze di forte impatto sessuale, Grotesque è stato censurato anche nei cinema autoctoni, nei quali è uscito tagliuzzato in più parti; ora è comunque possibile recuperare senza difficoltà la versione uncut. Si tratta di un lavoro buio, sporco, degradato e degradante, dove, con soli tre attori, Shiraishi tenta di comporre un esiziale quadro di disperazione esistenziale, catapultando lo spettatore nelle viscere della follia urticante di cui è preda un solitario dottore che rapisce e sevizia a più riprese due giovani, un ragazzo e una ragazza, colpiti alle soglie di una storia d'amore interrotta sul nascere.


Classificato con consueta superficialità nel filone del torture porn, definizione francamente ormai insopportabile anche perché priva di qualsiasi reale significato, il film non risparmia nulla e nessuno, utilizzando un plot minimale che serve da pura base per poi farcire la torta con ingordi strati di dolore fisico e mentale. La condizione di partenza, secondo la quale il rapitore si accanisce sulle vittime inseguendo una fantomatica eccitazione sessuale che lo allontani per un momento dalla miseria di una vacua esistenza, trova uno sviluppo soltanto parziale, così come non è abbastanza sottolineato il concetto di amore assoluto grazie al quale il ragazzo accetta di subire qualsiasi tipo di angheria pur di provare a salvare la compagna, ai suoi occhi simbolo di un affetto incondizionato. Interessante, ma anche in questo caso abortita troppo presto, la variante narrativa durante la quale, dopo la prima sessione di torture, l'aguzzino finge di volersi prendere cura dei pazienti, guarendo le loro ferite e promettendo l'imminente liberazione, salvo poi riprendere e reiterare il macabro festino gore di cui si rende protagonista e padrone.
Come si vede, nel film si palesano spunti non privi di una qualche suggestione; il problema è l'eccessiva pretenziosità dell'autore, più interessato (purtroppo) a infliggere morbosi shock allo spettatore che a sviluppare sottotesti che avrebbero potuto donare ben altro spessore alla rappresentazione. Nonostante questo, le sequenze realmente disturbanti non mancano: impossibile non citare, ad esempio, una doppia masturbazione forzata, prolungata e realistica, infine condita da orgasmici schizzi di sperma e umori vaginali. Disgustanti ma anche poco fantasiosi, invece, alcuni momenti di puro splatter, con chiodi infilati nella pelle, evirazioni e amputazioni talvolta al limite del fumettistico. Il tutto per giungere a una conclusione povera, confusa e prossima al ridicolo.


Appare evidente come Grotesque sia un figlio degenere della famosissima serie nipponica Guinea Pig, di cui riprende gli stilemi essenziali. Risulta altresì chiaro come Shiraishi si sia ben studiato alcuni lavori fondamentali del J-Horror contemporaneo, in primis lo straordinario Audition di Miike, per poi cercare di radicalizzarne ulteriormente i connotati; intenti in parte frantumati da una cannibalica sete di turbamento.
In ogni caso, un recupero del film può anche essere consigliato, a patto di non riporre in esso eccessive pretese. Le anime candide e i moralisti ovviamente si astengano.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Questo filmetto ha intervallato Imprint e Mysterious Skin in una delle serate più intense del nostro piccolo cineforum horror-ish casalingo! Chissà se il regista era seriamente intenzionato a sviluppare gli spunti che hai colto? Confesso di essermi abbandonato al festino gore e di aver pensato che la definizione di torture porn fosse proprio quella adatta a questo film... Dovrò rivederlo!

Luca
(già passato di qua qualche volta, devo decidermi a firmarmi regolarmente :P )

PS "chiodi infilati nella pelle" - metatesi vocalica?

Alessio Gradogna ha detto...

Ciao Luca. Purtroppo temo che il regista non fosse granché interessato a cogliere gli spunti che ho citato; un peccato, perché in caso contrario resto convinto che ne sarebbe potuto uscire un film di ben altro spessore. Tra le opere che hai citato, comunque, Imprint è decisamente sopra agli altri, a mio parere.

Mi auguro di vederti ancora passare da queste parti. Buone visioni!

Alessandra ha detto...

Inutile dire che ovviamente cercherò di recuperarlo al più presto. Fa parte della mia lista recuperi da troppo ormai :)