giovedì 21 giugno 2012

FILM AL CINEMA - Cosmopolis - Sister (L'enfant d'en haut) - C'era una volta in Anatolia


Post collettivo oggi su Cinemystic, nel quale andiamo a parlare di tre film in circolazione da qualche settimana nelle sale italiane; tre opere assai diverse, per estrazione geografica e linguaggio, ma accomunate da una malinconia di fondo che racchiude piccole e grandi storie di malessere individuale e sociale. Si tratta di C'era una volta in Anatolia, Sister e Cosmopolis.

C'ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA = Uscito a sorpresa anche nelle nostre sale, è senza dubbio uno dei film più complessi e spiazzanti visti al cinema negli ultimi tempi; una pellicola espansa, dilatata, rarefatta, abile nel mettere in scena il dramma intimo e al contempo universale della dannazione umana. Nuri Bilge Ceylan, regista turco di 53 anni già apprezzato dalla critica per i suoi lavori precedenti, ha ottenuto il Gran Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes (alcuni affermano che avrebbe anche vinto la Palma d'Oro, se non ci fosse stato un certo Malick a fagocitare la concorrenza), proponendo una lunga narrazione intrisa di simbolismi, sfumature, variazioni impercettibili, nella quale il sublime gusto per l'immagine (i campi di grano, la mela che rotola nell'acqua) scorre a braccetto con il surrealismo di una trama quasi nuda. A Ceylan infatti, più che il racconto, interessa lo stratificato quadro psicologico con cui scavare nella fisionomia e nei cuori dei suoi personaggi, tutti latori di segreti dolorosi, ricordi lacrimevoli, rimpianti penetranti, maschere faticose.
Indagando nelle espressioni dei suoi strepitosi attori, il regista si muove lungo una strada impervia che tira in ballo dramma e ironia, mistero e senso del grottesco, improvvise apparizioni messianiche e banchetti iper-realisti, in un coacervo stilistico che tocca Kiarostami e il Kechiche di Cous Cous, Pirandello e Dostoevskij, scaraventando lo spettatore in un duro voyage au bout de la nuit da cui un sole offuscato sorgerà soltanto quando ormai la speranza, nostra e loro, si sarà dissolta.

SISTER = Dopo il radicale, sconvolgente e bellissimo Home, Ursula Meier si conferma autrice di livello assoluto, per la sua capacità di rappresentare storie di dolore ed emarginazione familiare filtrate da uno sguardo tanto sofferto quanto limpido. Premiato a Berlino, girato tra le nevi della Svizzera ma con una sensibilità prettamente francese, Sister (titolo internazionale inserito al posto dell'originario e ben più significativo L'Enfant d'en haut) naviga nell'incontro/scontro di due giovani personaggi alle prese con un presente fosco indirizzato verso un impossibile futuro, nel trionfo di un paradossale amore/odio capace di scatenare guerre interiori laceranti e sconfortanti.
Sulla scia dei Dardenne, con un senso del ritmo forse convenzionale ma non per questo privo di grandissimo fascino, la Meier accompagna la sempre più brava Léa Seydoux e lo stupefacente dodicenne bambino/adulto Kacey Mottet Klein in un mondo di ricchezza e povertà, dal basso (anzi, dall'alto) di una società in cui le discriminazioni economiche si fanno sempre più nette e orribili; un panorama di disgrazia e disillusione, sobborghi e sfruttamento, dove la delinquenza è l'unica via per la redenzione e perfino l'affetto è diventato merce di scambio, da comprare e rivendere secondo la necessità del momento. Cercando di sopravvivere, in qualche modo, aspettando il prossimo inverno.

COSMOPOLIS = Discusso in ogni modo, idolatrato da molti e stroncato da alcuni, il film cronenberghiano tratto dal romanzo di De Lillo assume sembianze feroci e carnivore, per il modo in cui decostruisce la globalità delle sensazioni che ci guidano all'interno di un'Apocalisse ormai prossima e inevitabile. La carne martoriata di Cronenberg si fa qui strumento di crisi definitiva e inconciliabile, in un sentiero nefasto in cui demoni sotto la pelle rosicchiano e infine divorano ogni possibilità di salvezza. Un crollo finanziario e umano che nasconde le utopie, annoia il benessere, rievoca vecchi rancori, e (ci) conduce alla totale implosione.
Il maestro canadese porta sullo schermo con molta fedeltà la materia d'origine, estrapolando peraltro soltanto alcuni dei sottotesti presenti nel libro. Non rischia in fondo poi molto, si affida al volto pulito di Robert Pattinson, utilizza con troppa parsimonia i due migliori attori di tutto il cinema europeo, Juliette Binoche e Mathieu Amalric, e a giudizio di chi scrive, anche se a qualcuno sembrerà un'eresia, realizza uno dei suoi lavori meno personali. Era dunque proprio necessario?

4 commenti:

Alessandra ha detto...

Non vedo l'ora di recuperare soprattutto il primo che mi attira come poche cose.

Alessio Gradogna ha detto...

Lo merita senz'altro, anche se necessita di molta concentrazione, essendo un film, per dirla in termini semplici, "bello e difficile".

Monster78 ha detto...

Il finale di Cosmopolis mi ha lasciato di sasso. Il film appare visonario ma a tratti molto realistico.
Da YouTube:
http://www.youtube.com/watch?v=hZGCDzl244c&feature=plcp

Lisetta ha detto...

Pattinson si riscatta con un ruolo impegnato e per niente facile. Alla faccia di chi dice che non sa recitare!
Alcuni video per ricredersi:
http://www.youtube.com/user/Cosmopolis01