domenica 15 aprile 2012

LES PETITS MOUCHOIRS (Piccole bugie tra amici)

Lo so, rischio di diventare noioso. Tutte le volte sto qui a ripetere "il cinema francese è di gran lunga il migliore al mondo", e a forza di dirlo rischio di essere pedante, forse perfino irritante. Eppure non posso farne a meno, dato che a ogni controprova ricevo sempre e solo conferme.
L'ennesima non-variazione sul tema mi è arrivata in questi giorni, dopo la visione di Les petits mouchoirs, ribattezzato, con il solito osceno titolo italico, Piccole bugie tra amici. Uscito con un anno e mezzo di ritardo, ma in un numero di sale perlomeno decente (una volta tanto), il film costituisce la terza regia dell'attore Guillaume Canet: un lavoro toccante, divertente, genuino, pulito, solido, bellissimo.

Accolto da un grande successo di pubblico in patria, e da giudizi invece piuttosto contrastanti da parte della critica d'Oltralpe, è stato ribattezzato senza molta fantasia "un Grande Freddo alla francese", citando il celeberrimo film di Kasdan del 1983, con cui senza dubbio ha dei punti in comune, diversificandosi però per le connotazioni temporali e per la radice stessa dei personaggi che ne compongono la struttura narrativa. Qui infatti abbiamo a che fare con un gruppo di soggetti che trasudano pregi e difetti tipicamente autoctoni, con riferimento al popolo francese, in particolar modo parigino: individui borghesi, istrionici, un po' viziati e un po' annoiati, un po' supponenti e un po' egoisti, ma anche capaci di sentimenti profondi e radicali, con cui sconfiggere le barriere del tempo e del dolore, per ergersi a membri intoccabili di una famiglia allargata in grado di stringersi in un unico fraterno abbraccio nell'attimo della tragedia.

Les petits mouchoirs racconta una storia di lotte, rimpianti, invidie, equivoci, sentimenti repressi, paure interiori, scoperte sorprendenti, e lo fa con un stile suadente, lineare, quasi timido, eppure trionfante dal cuore della semplicità che lo contraddistingue: questo è, ancora una volta, lo straordinario segreto che eleva il cinema francese al di sopra di tutto e tutti: la capacità di raccontare piccole storie con un tocco lieve, puro, quasi magico, che racchiude un'infinita gamma di emozioni lucide e intensissime.
Così, in mirabolante equilibrio alchemico, le due ore e mezza di durata scorrono via senza sforzo alcuno, per merito di una scrittura misurata e brillante, in buona parte autobiografica ma sempre coerente, con cui navigare senza retorica tra risate e commozione.
Il merito, inoltre, come sempre, va alla bravura di attori impareggiabili, che sanno davvero farti sentire a casa, come fossero tuoi amici da sempre, trascinandoti dentro allo schermo per nuotare tra le acque dolci di una totale immersione empatica: François Cluzet, molto meno misurato rispetto ad Intouchables ma spassoso e inappuntabile; Marion Cotillard, stella sempre più splendida e splendente ogni anno che passa; Benoit Magimel, tanto muscoloso quanto fragile; Gilles Lellouche, assoluta garanzia di verismo e qualità; Laurent Lafitte, disperato e paranoico al punto giusto; Jean Dujardin, relegato a poche sequenze e comunque fondamentale; e poi Anne Marivin, Valérie Bonneton, Joel Dupuch: una coralità armoniosa e vincente, una squadra ispirata e compatta che vorresti veder recitare per ore e ore, senza stancarti mai.
La stampa in patria si è divisa, la critica italiana anche. Pazienza. Chi scrive ha amato Les petits mouchoirs senza ritegno, e dunque non può che consigliarne la visione.

4 commenti:

Marco Goi (Cannibal Kid) ha detto...

ottimo film!
e anche io ormai sono stufo di ripetere che il cinema francese è oggi il migliore...

Alessio Gradogna ha detto...

Bene, sono lieto che tu condivida il mio pensiero. :)

Armando ha detto...

be', da come ne parli viene davvero voglia di vederlo. Sperando che arrivi da queste parti, si capisce, visto che ormai da un paio di stagioni si va avanti con tre miseri schermi...
Sul cinema francese in generale sono abbastanza d'accordo: ho visto diversi film che mi sono piaciuti negli ultimi tempi.
Come livello di recitazione però credo che i più bravi restino ancora gli inglesi: sei d'accordo?
Un saluto, e complimenti per il tuo (poliedrico) lavoro. Ciao.

Alessio Gradogna ha detto...

Ciao Armando, ti ringrazio molto per i complimenti.

Sono abbastanza d'accordo, nel senso che a mio parere i francesi sono i migliori in tutto (dalle sceneggiature alla recitazione), ma in un ideale "secondo posto" metterei proprio gli inglesi, per la qualità, l'intensità e la continuità delle loro interpretazioni.