giovedì 5 aprile 2012

THE INNKEEPERS - Recensione

É difficile restare indifferenti di fronte a un personaggio come Ti West: siamo di fronte a uno dei pochi autori ancora capaci di rischiare, nel tentativo di sfuggire all'omologazione per sfidare lo spettatore, in un gioco di destrutturazione dei generi che si allontana dalla cacofonia tanto (ab)usata negli ultimi lustri per proporre invece un cinema riflessivo e rarefatto, con cui attirarsi inevitabilmente critiche e giudizi antitetici.
Un proponimento coraggioso, originale, già messo in mostra nel precedente
House of the Devil, vera e propria rivelazione, per la sua capacità di riproporre le atmosfere di un certo horror anni ottanta estremizzando il senso del non-detto e del non-visto, e ora riproposto, in modo se possibile ancor più radicale, con il recente e controverso The Innkeepers.

Siamo in un grande albergo sperduto in mezzo al nulla. L'hotel, quasi privo di clienti, è ormai arrivato a pochi giorni dalla definitiva chiusura. Gli ultimi due impiegati rimasti si alternano alla reception, cercando di occupare le lunghe e interminabili nottate. Per combattere la noia, i due si divertono a girare per le stanze vuote, registrando fantomatiche presenze paranormali. La finzione, però, poco alla volta si tramuta in realtà, e lo spirito di una donna assassinata nell'hotel tanti anni prima torna a reclamare la sua vendetta.

Fin dalla trama, appare chiaro come The Innkeepers rifugga qualsiasi innovazione, proponendo un racconto non troppo dissimile da tanti altri apparsi nell'horror moderno e non solo. La sceneggiatura, poco più che elementare, permette comunque a West di declamare ancora una volta la riesumazione del genere stesso, riportato a una primigenia aura di tensione disturbante nonostante la quasi totale assenza di effetti speciali, e l'allontamento dagli spaventi da quattro soldi inseriti ad hoc per un pubblico assai poco esigente.
Al contrario, il regista affronta di petto la pazienza della platea, come e più rispetto a House of the Devil, proponendo una messinscena lenta, molto lenta, in cui in pratica, per dirla in termini pratici, non accade quasi nulla, e le poche svolte della storia sono inserite in un contesto graduale, mellifluo, spalmato con certosina parsimonia nei cento minuti di durata.
Nell'epoca del rave movie, dell'horror urlato, delle frattaglie facili, dello sconquasso reiterato e spesso forzato, Ti West percorre una strada opposta, inerpicandosi in silenzi, lunghi dialoghi, spiegazioni lasciate a metà, intuizioni solo suggerite, suggestioni solo sussurrate; un sentiero impervio, complesso, forse stucchevole, perfino irritante, eppure pervaso da un fascino ammaliante nonché unico, proprio perché ormai rarissimo. Così, anche questa volta, grazie a una regia sinuosa e godibilissima, e ad attori in perenne understatement, West vince la sua sfida, pur con esiti meno folgoranti rispetto al lavoro precedente.

The Innkeepers è un film da vedere nello stato d'animo giusto, sapendo di avere davanti agli occhi un oggetto, per paradosso, tanto classico quanto bizzarro; un soffio d'aria pura con cui scrollarsi di dosso il catrame delle insulse donne in nero e dei vari esorcismi celebrolesi tanto in voga in questi grigi tempi.
Da notare, nel cast, la presenza di Kelly McGillis, ancora alle prese con l'horror dopo
Stake Land; la produzione, invece, è affidata all'intoccabile Glass Eye Pix del sempre e comunque benemerito Larry Fessenden.

5 commenti:

Marco Goi (Cannibal Kid) ha detto...

ti west santo subito!

Babol ha detto...

Un horror/non horror semplicemente stupendo!
Faccio eco al Cannibale: Ti West santo subito!

Alessio Gradogna ha detto...

Be', avevo sentito molti pareri negativi sul film, ma le vostre parole entusiaste mi sorprendono in senso più che positivo. Un applauso a voi... e al bravo West.

Alessandra ha detto...

E allora devo vederlo subito! Dunque si gioca di sottrazione, vincendo. Ottimo!

Alessio Gradogna ha detto...

Sì Alessandra, sottrazione a più non posso, ma con gusto, coraggio e abilità.