lunedì 26 marzo 2012

MORITURIS - Recensione

Ogni volta che un horror nostrano riesce in qualche modo a imporsi all'attenzione degli appassionati, con disarmante puntualità qualcuno utilizza subito la frase a effetto “ecco il film che segna la rinascita del cinema di genere italiano”. É capitato con il terrificante e inguardabile Il bosco fuori, è capitato con il discreto Shadow, ed è accaduto anche negli ultimi mesi con Morituris, debutto nel lungometraggio di Raffaele Picchio.
Ora, premettendo che certi slogan iperbolici provocano al sottoscritto l'orticaria, poiché la situazione reale è ben diversa e non c'è alcuna concreta rinascita in corso, andiamo ad analizzare il suddetto Morituris, lavoro che, in attesa di trovare una vera distribuzione, sta suscitando da qualche mese notevoli entusiasmi (non sempre oggettivi e disinteressati).


L'opera di Picchio, scritta da Gianluigi Perrone, con effetti speciali curati dall'onnipresente Sergio Stivaletti, presenta la sua storia tornando indietro nel tempo, addirittura fino all'anno 73 A.C., quando Spartaco guidò una ribellione di duecento gladiatori romani, esausti per le inumane condizioni di vita loro imposte. Molti tra i rivoltosi trovarono una morte orribile.
Tornando ai giorni nostri, assistiamo invece alla terribile avventura di tre ragazzi e due ragazze, in viaggio in auto verso un fantomatico rave party organizzato tra i boschi della stessa Roma, proprio nei luoghi dove secoli fa si consumò la carneficina. Le donne saranno vittime di un losco piano organizzato dagli uomini, ma a violenza seguirà altra violenza, e tutti e cinque dovranno fare i conti con un passato nefasto tornato per insanguinare il presente.

Va detto, innanzitutto, che Morituris è un film duro, coraggioso, poco disposto ai compromessi, libero da qualsiasi fiacca deriva consolatoria. I protagonisti del racconto cadono in un incubo stratificato, immerso in un buio atroce che scivola con gradualità verso contorni sempre più neri, e noi spettatori ci troviamo ad assistere a un'opera piuttosto radicale, che fa della brutalità un punto di forza, in virtù di un certo realismo che domina la messinscena soprattutto nella prima parte.
Dopo un incipit girato in Super 8 che nulla regala al contesto, e una fase di ambientamento fin troppo tirata per le lunghe, nel momento in cui capiamo quali sono le vere intenzioni dei ragazzi nei confronti delle loro malcapitate compagne il film compie uno scatto deciso, catapultandoci in un asfissiante panorama rozzo, razzista e misogino. Il seguente pestaggio, con tanto di stupro compiuto (anche) con l'utilizzo di dolorosissime forbici, assume contorni tanto osceni quanto vividi, superando con successo le barriere dell'impudicizia per azzardare un estremismo sorprendente e senza dubbio temerario, per quanto debitore di molti altri horror recenti (Martyrs su tutti, a dimostrazione di quanto sia stato fondamentale il capolavoro di Laugier).
Se poi la seconda parte della storia scivola in una nube affascinante ma anche in bilico sulla fune del ridicolo, in qualche modo il film resta comunque in piedi, confermandosi acuto, disturbante, e in grado di espletare senza ripensamenti un disegno di morte che travalica i secoli per farsi universale messaggio di egoismo e vendetta, nella definitiva putrefazione di ogni ordine sociale e morale.

Va senz'altro sottolineata la regia di Picchio, sempre attenta e grintosa, così come il convincente apparato sonoro e la scelta di utilizzare alcuni brani di genere black metal (con particolare spazio riservato agli Aborym, uno dei gruppi di punta della scena estrema italiana). Tutto sommato dignitosa la prova degli attori, perlomeno oltre i confini di quell'amatorialità che puntualmente affossa le produzioni nostrane (anche se Francesco Malcom è indubbiamente più bravo come pornoattore).
Alcune perplessità, invece, nei confronti della sceneggiatura, che utilizza una miscela di
slasher, rape & revenge e torture porn alternando buone intuizioni a idee fin troppo derivative (il topo), volgarità tipicamente italiche, situazioni talvolta poco credibili e cadute di tono evitabili: ad esempio all'inizio assistiamo a una conversazione telefonica in cui a un certo punto, nel bel mezzo di una complessa discussione filosofica, uno dei due interlocutori ci regala un orripilante “vai tranquo” (sic).


Accantonando gli scivoloni, Morituris resta peraltro un prodotto genuino e interessante. Certo, la Francia e l'Inghilterra stanno ancora su un'altra galassia, ma in questa rinascita che non c'è abbiamo almeno, questa volta, un lavoro più che accettabile, e dunque meritevole di rispetto.

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