mercoledì 14 marzo 2012

BERGAMO FILM MEETING 30 - ILLEGAL

É in pieno corso di svolgimento l'edizione 2012 del Bergamo Film Meeting, manifestazione giunta al suo trentesimo compleanno, festeggiato con una programmazione eterogenea e interessante, divisa tra cinema del presente e grandi capolavori del passato. Sto seguendo l'evento sul posto, perlomeno per alcune giornate, e su CineClandestino potete già trovare le mie recensioni di due film in concorso, l'olandese Among Us e il rumeno Best Intentions.

Tra i titoli fuori concorso proiettati durante il festival, ha senz'altro destato una notevole impressione il belga Illégal, di Olivier Masset-Depasse, realizzato nel 2010 e uscito anche brevemente nelle sale italiane nell'autunno del medesimo anno. Un lavoro duro e a tratti sconvolgente, dedicato alle disumane condizioni in cui sono trattenuti gli immigrati irregolari in Belgio, individui segregati all'interno di centri di raccolta che scavalcano i diritti umani per trasformarsi in vere e proprie prigioni.

La storia, basata su tante esperienze reali sulle quali il regista si è a lungo documentato, vede al centro dell'attenzione Tania, immigrata proveniente dalla Russia che da tanti anni vive in Belgio pur senza avere il permesso di soggiorno. Un giorno la donna è arrestata dalla polizia, e portata in uno dei sopracitati centri di raccolta; da lì inizia un terribile calvario, durante il quale le autorità cercano di costringerla a tornare in patria. Tania combatte con tutte le sue forze per evitare l'espulsione, anche per salvaguardare il destino del figlio Ivan. Intorno a lei, persone di varie etnie, accomunate dalla stessa odissea.

Illégal è un film coraggioso, lontano dalla retorica, e capace di fondere con brillantezza fiction e indagine sociale, dipingendo la mostruosità insita in luoghi in cui si cerca di salvare le apparenze (gli immigrati sono spinti ad accettare l'espulsione, ma non obbligati, salvo però essere malmenati a sangue se rifiutano di partire), per scivolare invece nell'oscurità di una gabbia soffocante in cui i detenuti subiscono privazioni psicologiche assai lontane da qualsivoglia concetto di accettazione e uguaglianza. Il racconto di Tania è unico e generico, intimo e al contempo simbolo di tante situazioni similari. La sua disperazione racchiude quella di centinaia, migliaia di individui ancora oggetto di discriminazioni, e la sua battaglia innalza un grido di dolore dalle caratteristiche universali.


 
Il Belgio è stato più volte condannato dall'Unione Europea per l'illegalità delle strutture ben ricostruite all'interno del film. Nonostante questo, e nonostante la rabbia di tanti cittadini disposti a far sentire la loro voce di protesta, le suddette strutture ancora restano in piedi, prolungando giorno dopo giorno la loro arrogante (dis)funzione; Masset-Depasse non si tira indietro di fronte agli aspetti più crudi della vicenda narrata, e ci mostra senza remore una realtà troppo spesso nascosta agli occhi del mondo. Ma così come il recente Polisse, per restare in ambito francofono, anche qui l'indagine filmica devia dal sentiero puramente cronachistico, per addentrarsi nei cuori dei soggetti loro malgrado coinvolti. É dunque cinema di denuncia, sì, ma con un'anima calda e fremente.

Un lavoro prezioso, da recuperare e conservare.

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