venerdì 17 febbraio 2012

IN TIME - Recensione

Esce oggi nelle sale italiane In Time, fantathriller futuristico diretto da Andrew Niccol (regista di cult come Gattaca, e sceneggiatore del capolavoro The Truman Show), e interpretato da un trio di sicura presa popolare composto da Justin Timberlake, Amanda Seyfried e Cillian Murphy. Per l'occasione ripubblico anche su Cinemystic la mia recensione, già apparsa sulle pagine di CineClandestino in occasione dell'anteprima avvenuta al Noir Fest di Courmayeur lo scorso dicembre.

Da uno come Niccol non ci si può che aspettare qualcosa d'importante, almeno a livello teorico. L'idea alla base di In Time è infatti alquanto intrigante: in un mondo avveniristico, nel quale il gene dell'invecchiamento è stato annullato, ogni persona può giungere soltanto fino ai 25 anni di età. Da lì in poi, per continuare a vivere, deve comprare il tempo, in tutti i modi possibili. Un secondo, un minuto, un giorno, un anno: bisogna guadagnarsi l'esistenza, istante dopo istante. Sul braccio di ogni individuo è tatuato un indissolubile timer elettronico che misura il countdown verso il tempo zero, ovvero la morte. Si ha così sempre sotto controllo quanto resta a disposizione. Se il countdown si approssima all'ora X, è meglio affrettarsi, con ogni mezzo, prima che sia troppo tardi. Will Salas, abitante di un ghetto povero posto ai margini della metropoli, assiste inerme alla morte della madre; frustrato, in cerca di vendetta, approfittando di un inaspettato regalo, si inoltra nella zona ricca della città, per scippare il tempo ai benestanti e donarlo a chi più ne ha bisogno.

La pellicola diretta da Niccol dispiega un complesso panorama concettuale, attraverso cui monitorare il senso della vita stessa, racchiuso dallo scorrere ineluttabile del respiro dell'esistenza. Tutto ruota intorno al tempo, divenuto moneta di scambio di qualsiasi contrattazione intima, sociale e commerciale: cercare il tempo, inseguirlo, scovarlo, corteggiarlo, barattarlo, venderlo, regalarlo, rubarlo.
Ogni cosa si paga con frazioni di vita, e il tessuto sociale, racchiuso dai confini di un futuro non così lontano dal nostro presente, divide la popolazione in caste ben definite: i poveri, che sopravvivono alla meglio, raschiando avanzi di tempo qui e là, e i ricchi, che invece ne hanno a disposizione quantità industriali, tanto da non sapere quasi nemmeno cosa farsene. L'intervento del protagonista, aiutato da un'annoiata e facoltosa ragazza altoborghese, si propone come strumento d'avvio di una vera rivoluzione culturale; Robin Hood senza frecce ma con tanta determinazione, Will ruba ai ricchi per dare ai poveri, inseguendo un vago miraggio di uguaglianza in un mondo post-capitalista in cui le discriminazioni hanno ucciso ogni forma di democrazia.

 

I temi messi in gioco, basati sulla caducità della vita, la necessità di sfruttare al meglio ogni istante che ci è concesso, l'obbligo perfino morale di non sprecare il tempo che si ha a disposizione, possono tramutarsi in allegorie tutto sommato superficiali, forse anche banali; vero, ma la bravura di Niccol è utilizzarli al servizio di una messinscena capace di mantenere per quasi due ore una solidità di manovra nient'affato disprezzabile.
Alternando sequenze action a momenti di stasi e riflessione, il film scorre arioso, riuscendo anche a emozionare, in virtù di una commistione tra elementi commerciali e sprazzi d'autore che risulta vincente e non pretenziosa, soprattutto nella prima parte. Timberlake recita con discreti risultati, la Seyfried strabuzza gli occhioni confermando i suoi limiti, mentre Cillian Murphy è, come sempre, una garanzia. La fotografia metallica di Roger Deakins (nove volte nominato all'Oscar) alterna toni plumbei e sfumature calde, le musiche di Craig Armstrong favoriscono l'aspetto empatico nelle scene più dolenti; un apparato tecnico raffinato ma non invasivo, in grado di accompagnare le svolte del racconto evitando qualsiasi sovraccarico stilistico.



A conti fatti, perdonando qualche lieve incertezza in fase conclusiva, In Time risulta un impasto cinematografico convincente, nonostante le critiche finora tiepide della stampa; un metaforico e lucido ritratto dell'alienazione incubale entro cui ogni giorno siamo fagocitati, erosi dalle piccole sciocchezze del quotidiano, incapaci di cullare con dolcezza il nostro tempo. Limitato e quindi prezioso. Anche senza bisogno di un timer elettronico a ricordarcelo.

(Originariamente pubblicato su CineClandestino)

4 commenti:

Anonimo ha detto...

E quindi lo devo recuperare. C'è da dire che i due protagonisti non è che mi invoglino proprio. Però regista e plot sono quantomeno interessanti.

Ale55andra

Alessio Gradogna ha detto...

Infatti credo sia un film più "di sceneggiatura" che "di attori", anche se poi alla fine Timberlake se la cava.

claps ha detto...

l'idea è indubbiamente notevole e si presta a riflessioni filosofiche molto profonde, ma il film a mio avviso è davvero pessimo. Troppi buchi e troppe cose lasciate al caso. Io forse ho esagerato sul mio blog, ma sono rimasto parecchio deluso.
La tua lettura è sicuramente più diplomatica e critica

Alessio Gradogna ha detto...

Ciao, grazie per il commento.

Guarda, io tendo con ogni mezzo a evitare le recensioni "diplomatiche". Qui su Cinemystic, come recita il titolo stesso del blog, parlo di cinema "in piena libertà", dicendo quello che penso, senza restrizioni né connivenze.
Sono d'accordo con te sul fatto che nel film ci sia qualche buco, ma a mio avviso la storia regge, e regala comunque momenti riusciti, nonostante qualche sicura incertezza.