sabato 22 dicembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL - Paolo Virzì è il nuovo direttore


Molto rumore per (quasi) nulla. Con un annuncio a sorpresa, arrivato nella serata del 21 dicembre, Paolo Virzì è stato nominato nuovo direttore del Torino Film Festival
In questo modo si chiude la querelle, per fortuna durata non troppo a lungo, che aveva dato adito a una serie di veri o presunti conflitti tra le varie fazioni incaricate di trovare il successore di Gianni Amelio alla guida del miglior festival italiano.
Le polemiche intestine tra Alberto Barbera, direttore del Museo del Cinema, e Steve Della Casa, presidente della Film Commission, insieme ai troppi paletti messi in gioco e ad altri impegni professionali, avevano portato nelle scorse ore al rifiuto di Gabriele Salvatores, grande favorito per la nomina. Erano poi circolati con poca convinzione altri nomi, e quando sembrava che la situazione fosse in stallo, è giunta sottotraccia una notizia che pochi si attendevano.
Al momento non ci sentiamo di esprimere un netto giudizio riguardo alla scelta di Virzì, autore molto amato dal pubblico (Ovosodo, Tutta la vita davanti, La prima cosa bella) ma anche portavoce di una poetica cinematografica abbastanza indirizzata, e assai legata a una terra (la Toscana) non proprio attigua alle lande piemontesi. Sarà fondamentale capire se con lui sarà confermata la squadra di selezionatori vista negli ultimi anni, Emanuela Martini in primis, e se il suo ruolo sarà realmente operativo o più che altro "di facciata".
In ogni caso, come abbiamo sempre detto, a noi interessa soltanto che non si commetta il criminale errore di distruggere il meraviglioso spirito cinefilo che da sempre accompagna l'evento torinese, a cui non è mai fregato niente di lustrini, tappeti rossi e inutili stelle hollywoodiane. Questo è l'unico punto imprescindibile. Buon lavoro.

lunedì 17 dicembre 2012

TULPA - Recensione - Zampaglione sulla giostra dell'orrore


C'era una volta il cinema di genere italiano. Un luogo di incubi e deliri, nel quale assassini con mani guantate mietevano vittime, lunghi coltelli luccicavano nella notte, tempi sospesi preparavano il pubblico a omicidi atroci, biforcazioni di trama confondevano le idee prima di rivelare la verità sul colpevole di turno. Era un cinema bello e deviato, amato all'estero più che dalla critica autoctona; un humus stilistico ben riconoscibile, spesso similare nonostante le mille variazioni sul tema. Mario Bava, Dario Argento, Sergio Martino, Lucio Fulci e molti altri, su livelli diversi, proponevano alla gente le loro sottostimate capacità, dipingendo scenari cupi intrisi di sangue e terrore, follie e sospetti, vendette e ammiccamenti, in un gioco al massacro che esaltava gli appassionati e faceva storcere il naso ai puristi.
Tra ragazze che sapevano troppo, paperini seviziati, mosche di velluto grigio, tracce di violenza carnalefarfalle con le ali insanguinate, il giallo/horror all'italiana seguiva la sua strada, altalenante nei risultati ma costante nelle intenzioni. Fino a quando, dagli anni Ottanta in poi, le logiche cinepanettoniane e la lobotomia para-televisiva affossavano una volta per tutte i lati più oscuri dell'anima nostrana, relegando il format di riferimento alla scomoda terra del vintage, nonostante l'affetto incondizionato di tantissimi seguaci.
Oggi, trent'anni dopo, si è aperta una nuova via, colorata nel presente ma rivolta al passato, nella quale alcuni autori stanno provando a riportare in auge quel tipo di cinema, ridefinendone i contorni ma tenendo ben presente il campo di riferimento. Uno di questi, sicuramente il più in vista all'occhio mediatico, si chiama Federico Zampaglione.


Già nel 2009, con Shadow, il musicista/regista aveva cercato di comporre una rivisitazione di quel cinema che non c'è più, scatenando estimatori e detrattori in una battaglia senza tregua, per un film che, a conti fatti, risultava discreto senza toccare vette esaltanti. Oggi, all'alba del 2012, l'autore romano ci riprova, e con Tulpa, presentato in anteprima nazionale durante il magnifico Noir Festival di Courmayeur, stringe ancora di più il nodo intorno al cappio dell'omaggio, componendo un affresco che (ci) riporta in tutto e per tutto nel clima morboso di quel periodo ormai lontano.
Lisa Boeri è una manager di successo. La dedizione al lavoro l'ha però condotta verso una strada di solitudine nella sfera privata. Per combattere la malinconia, Lisa frequenta un sex-club privato, aperto a pochi eletti e gestito da una sorta di guru, nel quale i membri possono accoppiarsi tra loro nella più completa libertà fisica e spirituale, dando sfogo alle proprie ossessioni erotiche. All'improvviso, alcuni partner incontrati occasionalmente dalla donna al sex-club vengono assassinati in modo violento e brutale. In Lisa cresce la paura, mentre intorno a lei gli omicidi si moltiplicano.
Nato da un'idea di Dardano Sacchetti, Tulpa riconduce il linguaggio di riferimento al contesto sopracitato, ammantando l'intero film di un'atmosfera pulsante e perversa nella quale il gusto del retrò è esibito e urlato a pieni polmoni. Tra suggestioni erotiche piuttosto audaci e risvolti di trama non troppo complessi, il lavoro di Zampaglione getta in un calderone tutta la materia d'origine, e la mescola cercando una ricetta appropriata, senza mai trascurare gli ingredienti essenziali: assassinii orchestrati con la migliore fantasia possibile, colpi a effetto, zampilli di sangue, tremori atavici, bizzarre figure di contorno, caccia al colpevole, risoluzione inattesa. La violenza non è lasciata fuori campo, anzi, e il connubio sesso/orrore è reso esplicito in più occasioni; la tecnica risulta convincente, e nonostante qualche caduta di tono, perfino inevitabile visto il sentiero espresso, il film avanza con una certa scorrevolezza.


A dare volto e corpo alla protagonista c'è Claudia Gerini, compagna di Zampaglione nella vita, alle prese con il ruolo forse più difficile e sfaccettato della sua carriera, come ammesso dalla stessa attrice presentando il film nella sala del PalaNoir a Courmayeur. Una parte complessa, rischiosa, nella quale la Gerini si mette a nudo (in tutti i sensi) con vibrazioni serpentine e buona efficacia. Intorno a lei si muovono compagni d'avventura più o meno significativi, tra cui vale la pena citare un Michele Placido spinto sopra le righe sino ai limiti della parodia.
A un primo livello di lettura, dunque, Tulpa funziona, anche perché alcune sequenze gore sono costruite davvero con efficacia, dall'iniziale scena al gusto di bondage a un efferato omicidio sulle giostre, passando per tremende scottature a base di olio bollente e incontri ravvicinati con topi affamati.
Tutto bene, tutto giusto. Oppure no?
Durante la visione, si ha la sensazione che l'ossequio voluto dall'autore tenda a ripiegarsi su se stesso, scegliendo strade (fin troppo) sicure e protette. In questo modo, se da un lato l'esperienza filologica risulta appropriata, dall'altro manca la spinta decisiva, affinché il prodotto possa elevarsi a un livello superiore. L'omaggio, per quanto attraente, rischia di restare fine a se stesso, se non è supportato da una marcia in più, da un tratto distintivo che lo renda anche nuovo e unico; così, ad esempio, ha saputo fare negli anni Rob Zombie, dotando i suoi lavori di una forza espressiva eccezionale e dirompente. In Tulpa questo qualcosa in più non c'è, e per quanto la fruizione risulti divertente e corretta, si ha l'impressione, per citare una seconda volta uno dei titoli storici già evidenziati sopra, che la farfalla con le ali insanguinate non riesca a spiccare il volo verso il cielo, limitandosi a fluttuare a poca distanza dal suolo.


Zampaglione è bravo, ha talento e padroneggia la macchina da presa, ma per favore, piantiamola con queste insulse definizioni di nuovo Re dell'horror, nuovo maestro del brivido, e compagnia cantante. I titoloni a effetto, per quanto necessari in un certo tipo di logica giornalistica e pubblicitaria, hanno davvero stufato. Un Re, per essere tale, ha bisogno di ben altro.

Qui sotto il trailer ufficiale red band del film.

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lunedì 10 dicembre 2012

COURMAYEUR NOIR IN IN FESTIVAL 2012


Al via oggi, e poi in corso fino al 16 dicembre, la ventiduesima edizione del Noir in Festival di Courmayeur, in assoluto uno dei migliori eventi cinefili nel panorama nazionale (e non solo), sia per il livello delle opere proposte, sia per l'altissima qualità sempre espressa dal punto di vista organizzativo; una vera e propria isola felice, nel rapporto con tanti altri festival italiani sempre più in decadenza, o troppo poco attenti alle necessità di appassionati e addetti ai lavori.
Anche quest'anno, tra cinema e letteratura, suggestioni e tematiche affini ai lati più oscuri dell'animo umano, il programma si presenta molto interessante. 
Il sottoscritto, come già accaduto nel 2011, si trasferirà nella magnifica Valle d'Aosta per seguire una parte della manifestazione, da mercoledì a venerdì. 
Su CineClandestino potrete leggere alcune recensioni inerenti i film in concorso, mentre qui su Cinemystic pubblicheremo il resoconto di uno degli horror più attesi della stagione, Tulpa, di Federico Zampaglione, nuovo lavoro del regista/musicista dopo il grande successo ottenuto con il precedente Shadow. Il film sarà proiettato in anteprima proprio a Courmayeur. Restate sintonizzati.

venerdì 7 dicembre 2012

OSCAR 2013 - Le candidature per i migliori film "stranieri"


Ormai lo sapete: da queste parti abbiamo perso quasi del tutto l'interesse nei riguardi degli Oscar, simboli di un cinema vecchio, decadente, e quasi mai realmente indicativo dei titoli migliori usciti nelle sale nell'annata di riferimento. Con poche eccezioni (il recente trionfo di The Artist, ad esempio) i verdetti dell'Academy lasciano il tempo che trovano, in quanto indirizzati da logiche di tipo commerciale, interessi dei produttori più potenti, o semplice ignoranza cinefila dei loro membri. Insomma, l'istituzione chiamata Oscar resiste alla polvere del tempo, intoccabile come un totem, ma il vero grande cinema risiede quasi sempre da tutt'altra parte.

In ogni caso siamo a dicembre, e si avvicina il tempo dei resoconti e delle premiazioni. Volendo dare un occhio alla narcisista e auto-celebrativa serata hollywoodiana che sarà, restiamo molto incuriositi da un'unica categoria che, pur non avendo più alcuna vera ragion d'essere, appare in questa occasione agguerrita più che mai: parliamo della sezione riferita ai film "non in lingua inglese", nella quale nello scorso mese di febbraio vinse senza discussioni l'iraniano Una Separazione di Farhadi.


Sfogliando le scelte compiute dai vari paesi del mondo, si nota quest'anno come il livello delle pellicole in lizza per la statuetta sia altissimo, a partire dall'Italia, per la quale, dopo la ridicola scelta dello scorso anno, in cui venne candidato il mediocre Terraferma di Crialese, puntualmente defenestrato fin dalle preselezioni, stavolta concorre un titolo di ben altra sostanza: il solido e sorprendente Cesare deve morire dei Taviani. 
La concorrenza, però, è fortissima: l'Austria candida lo straziante Amour di Haneke, favorito e già vincitore a Cannes; la Francia propone l'intelligente e gustosissimo Quasi Amici, campione d'incassi anche fuori dai confini nazionali; la Spagna lancia in orbita il magnifico Blancanieves, appena visto al Torino Film Festival; la Svizzera presenta il bellissimo Sister, di Ursula Meier (poche possibilità, essendo un lavoro troppo raffinato e preciso per gli standard americani); e poi ancora, impossibile non citare il Cile con No di Pablo Larrain, la Corea con il Re di Venezia Kim Ki-duk e il suo osannato Pietà, Hong Kong con l'inossidabile Johnny To di Life Without Principle, la Romania con Oltre le colline di Mungiu, la Svezia con The Hypnotist di Lasse Hallstrom, l'Australia con Lore di Cate Shortland (premiato a Locarno). 
Niente male davvero, anche perché potrebbero arrivare sorprese da titoli sulla carta meno forti, come il danese A Royal Affair di Arcel (candidato al posto de Il sospetto di Vinterberg), il bosniaco Djeca di Aida Begic, il canadese Rebelle di Kim Nguyen, o il peruviano Las Malas Intenciones (visto l'anno scorso a Milano). 



Ragionando un po' ci sentiamo di affermare come Haneke parta in vantaggio su tutti, ma c'è davvero tanto materiale su cui scommettere, anche perché molti dei film più belli del 2012 risiedono proprio nei titoli sopra citati. Vedremo cosa accadrà il prossimo 10 gennaio, quando saranno annunciate le nominations.

A questo link potete trovare l'elenco completo dei candidati.

sabato 1 dicembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Il giusto trionfo di Shell e le considerazioni finali

Ultimi due giorni di festival, segnati da visioni assai eterogenee. Il concorso lungometraggi giunge al suo finale confermando, quest'anno più del solito, una netta alternanza tra pellicole di notevole livello e altre che cercano di trovare un proprio percorso emotivo e stilistico senza alcun successo. Ad esempio, lascia molte perplessità il film mongolo The First Aggregate, curato e rigoroso ma privo di enfasi e concretezza, e addirittura risulta irritante l'americano Pavilion, banalissimo ritratto di adolescenti alle prese con le piccole gesta della quotidianità: un lavoro vuoto, proprio come i personaggi che lo compongono. Inspiegabile come abbia potuto ricevere il premio speciale della Giuria.
Molto meglio invece I.D., pellicola indiana dedicata alla triste storia di un operaio morto all'improvviso per un collasso, e alla connessa e claustrofobica avventura di una ragazza che si aggira nella caotica e soffocante metropoli cercando di decifrare l'identità dello sventurato. 
Ancora più in alto, infine, si va con l'inglese Shell, di Scott Graham, sussurrata e struggente storia di una ragazza di 17 anni che vive sola con il padre, gestendo un distributore di benzina in un luogo isolato dove non passa quasi mai nessuno. Solitudine, silenzi, riflessioni, morbose attrazioni, vento tra i capelli, strade deserte, polvere e sofferenza, nel lieve calvario di un'esistenza sempre uguale, da cui estrarre una mai sopita voglia di fuga, verso il futuro e verso la libertà. Sulle orme di Winter's Bone, Shell rappresenta il volto più bello del cinema indie, capace di regalare suggestioni potenti e ritratti indimenticabili con pochi mezzi e ancor meno parole. Non a caso, la giuria capitanata da Sorrentino lo ha eletto miglior film del festival, proprio come era accaduto a Winter's Bone due anni fa. Un verdetto senz'altro condivisibile, così come il premio come miglior attrice assegnato ad Aylin Tezel per Breaking Horizons.


Ultime visioni anche per quanto riguarda le sezioni collaterali del festival. Accoglie i favori del pubblico l'americano Smashed, che racconta la storia di una coppia di alcolisti alle prese con il tentativo di sottrarsi alla nefasta dipendenza, e lo fa con toni quasi da commedia, azzeccando qualche bel momento ma anche sfruttando soluzioni narrative troppo facili e immediate; molto brava comunque la protagonista, Mary Elizabeth Winstead. L'esatto contrario avviene per il circense L'etoile du jour, di Sophie Blondy, accolto da un fuggi fuggi generale dei giornalisti (o pseudo tali) durante la proiezione stampa; trattasi di un lavoro di difficile classificazione, bizzarro e surreale, psichedelico e imperniato su vari registri che cercano a fatica di trovare un complesso equilibrio. In ogni caso Denis Lavant, senza dubbio IL volto di questo Torino Film Festival, qui presente nel ruolo di clown, vale da solo la visione.
A mettere d'accordo tutti ci pensa poi l'ottimo Couleur de peau: miel, diretto dal coreano Jung, trapiantato in Belgio da bambino dopo essere stato adottato da una famiglia del posto. Il film, già premiato quest'anno ad Annecy, mescola con sapienza animazione, materiale d'archivio in super 8 e inserti documentaristici, per raccontare con tocco umano e caldo la storia autobiografica dell'autore, il suo inserimento in una nuova realtà, le difficoltà di accettare se stessi e la propria origine, l'integrazione sociale e razziale, l'arduo processo di crescita individuale. Ne esce fuori un lavoro intimo (ma non retorico), divertente e malinconico, piacevole e a tratti quasi commovente; una bellissima esperienza, sottolineata dai numerosi (e giusti) applausi durante i titoli di coda. 


Come ultima proiezione, ci si cala nei meandri della follia primigenia, prima con il cortometraggio schizoide Bobby Yeah, di Robert Morgan, ventitré minuti di materia organica spiattellata in ogni buco e da ogni angolazione, poi con Wrong, nuovo film di Quentin Dupieux, già autore del delirante Rubber. Rispettando le attese, l'artista canadese non si smentisce, mettendo in scena un lavoro in cuiil non-senso degli eventi si accompagna a una narrazione che vira dal grottesco al demenziale, dall'inquieto all'anarchico; pura eresia stilistica, tra dialoghi d'impressionante stoltezza (in senso buono), trovate assolutamente geniali (la pioggia battente nell'ufficio, la palma che si trasforma in pino), e momenti un po' più faticosi. Il talento, comunque, c'è tutto.



Così, siamo giunti alla fine. Si torna a casa, dopo otto giorni di maratona, con 33 film collezionati. Lo diciamo senza problemi: a nostro parere non è stata forse la miglior edizione dell'era Amelio; ci sono stati alcuni problemi di carattere logistico/organizzativo, la qualità media dei film presentati è parsa leggermente inferiore rispetto ad alcune recenti annate, e molte scelte sono apparse un po' troppo volatili e stratificate. Ingerenze romane? Imminente cambio di direzione? Errori di valutazione da parte dei selezionatori? Forse le cause possono essere ricercate nell'insieme di questi elementi.

In ogni caso, anche questa trentesima edizione ha offerto visioni notevoli e momenti indimenticabili. Una volta di più, guardando anche i dati di affluenza, in netta crescita, il Torino Film Festival ha dimostrato di essere di gran lunga il miglior evento dell'intera annata, a livello nazionale e non solo. La speranza è che il successore di Amelio non ne smarrisca lo spirito, unico e meraviglioso: sarebbe un errore enorme e imperdonabile. 
Appuntamento all'anno prossimo. Noi ancora per un po' vivremo con la testa tra le nuvole, travolti da un irrefrenabile caleidoscopio di immagini ereditate da questi otto intensissimi giorni: lo strepitoso attore trasformista di Holy Motors, i nani toreador e la splendida lacrima di Blancanieves, le trecce bionde di Sheri Moon in The Lords of Salem, i volti impauriti delle giovani protagoniste di Shell, Call Girl e Breaking Horizons, il ballo sulla spiaggia dei coniugi anziani di The Land of Hope, il sopracitato "ufficio piovoso" di Wrong, e così via. 
Suoni, espressioni, lacrime, risate, riflessioni, orrori, tenerezza, speranza: mille sfumature di colore, nel nome della magia del cinema.

giovedì 29 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Maniac, il remake che non ti aspetti

Penultimo giorno di festival. Pioggia che non concede tregua da tre giorni. Stanchezza infinita. Eppure, non si sa bene con quali energie, alle 09.51 del mattino (!!) siamo già seduti in sala, pronti alla visione di Maniac, remake del magnifico e malatissimo film di William Lustig uscito nel 1980. 
Lo sapete, da queste parti detestiamo i remake, li troviamo quasi sempre insulsi e molto spesso anche dannosi; dunque, al solito, li evitiamo come la peste nera. Ma qui a Torino da una settimana circolano "strane" voci, secondo le quali il Maniac versione 2012 sarebbe un buon film. Perfino migliore dell'originale, per alcuni. Stentiamo a crederci, ci pare anzi quasi una barzelletta, ma la curiosità sale. Così ci accomodiamo in platea, con aspettative leggermente più alte rispetto alle previsioni. E restiamo stupiti. In positivo.

Scritto dall'ex enfant prodige transalpino Alexandre Aja, enorme talento disintegrato dai soldi americani, coprodotto dallo stesso Lustig, e diretto dal poco conosciuto Franck Khalfoun, il film riporta in auge la folle mente omicida dell'indimenticabile Frank Zito, dandole il volto fanciullesco di Elijah Wood, al posto della grassa lordura del mitico Joe Spinelli. La scelta parrebbe esecrabile, ma così non è: "Frodo" si vede poco, essendo girato quasi tutto in soggettiva, ma nei momenti in cui la sua immagine appare, perlopiù riflessa dagli specchi, il suo viso da eterno bambino ispira quasi tenerezza, costituendo una netta e vincente antinomia con le nefande gesta di cui si rende protagonista. Inoltre, la scelta dell'insistita soggettiva permette un'immersione pressoché totale nel miasmatico ritmo della vicenda, andando a costituire un telo soffocante che ammanta l'intero sviluppo narrativo.


Meno patinato di quanto si sarebbe potuto pensare, Maniac funziona perché Aja e il fedele co-sceneggiatore Levasseur hanno capito di non poter ricreare le malsane atmosfere del lavoro originario, perfetto simbolo della sporcizia estetica che dominava l'horror di quegli anni. Di conseguenza, invece di costruire una copia fedele e forzatamente sbagliata, gli autori hanno optato per un'attualizzazione del contesto. Frank si muove nel caos metropolitano di un'America molto vicina al presente, conosce talvolta le sue vittime in chat, utilizza oggetti di consumo contemporaneo: siamo nel terzo millennio, non nel 1980, e il processo di modernizzazione colpisce nel segno, riuscendo a metabolizzare gli input delle nuove generazioni senza peraltro snaturare lo spirito del prototipo.
La pellicola di Khalfoun accusa qualche momento di calo, soprattutto nella seconda parte, e a giudizio di chi scrive non raggiunge le alte bassezze del capolavoro di Lustig; eppure marcia con sicurezza, inquieta, non lesina sequenze splatter di discreta violenza, si dota di un'ottima soundtrack e di scenografie adeguate, sfrutta suggestioni erotiche per fortuna non spinte all'eccesso, e sviluppa con una certa cognizione di causa il discorso legato ai traumi infantili del killer.
Eccolo, quindi, il remake che non ti aspetti, raro esempio di operazione cinefila compiuta non soltanto per meri scopi commerciali, ma con impegno e cervello. Una lieta sorpresa.


Tra le mille visioni che ancora si susseguono, ci piace regalare uno spazio anche a Les Nuits avec Théodore, diretto da Sébastien Betbeder e inserito nella sempre interessante sezione Onde. Un lavoro sospeso negli anfratti della coscienza, oscillante tra amore, ossessione e mistero, nel quale Theo e Anna si conoscono, si piacciono, e iniziano a trascorrere le loro notti nel parco delle Buttes.Chaumont, a Parigi. Soli, in segreto, nascosti dal mondo e dalla luce. Un appuntamento di cui non si potrà più fare a meno.
Il film si avvale della presenza come attore protagonista di Pio Marmai, uno dei migliori talenti tra le nuove leve del cinema francese, già visto di recente, ad esempio, negli ottimi Le premier jour du reste de ta vie e D'amour et d'eau fraiche. A precisa domanda del sottoscritto, il regista ha ammesso come l'ingresso di Marmai, peraltro a produzione già avviata, abbia dato una spinta fondamentale alla riuscita del film, per come ha saputo conferire un'aura selvaggia e quasi mistica al personaggio di riferimento. Una piacevole conferma.

mercoledì 28 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Call Girl, l'oscura forza del potere


Al quinto giorno le energie iniziano a calare, la stanchezza appesantisce i movimenti, il fisico reclama il dovuto riposo, e la pioggia (unita all'abolizione delle navette) rende tutto più complicato. Ma non c'è tempo per mollare: la maratona continua, sino allo sfinimento e anche oltre.
Così, a cavallo tra le giornate di martedì e mercoledì, ci si dedica a un terzetto di film presentati nel concorso lungometraggi di questa edizione del Torino Film Festival, esponenti di tre paesi europei den distanti per collocazione e mentalità, ma accomunati da tematiche assai attuali, utili per riepilogare alcune storture della società recente e contemporanea.

Il primo, dalla Repubblica Ceca, si intitola Made in Ash, ed è diretto dall'esordiente Iveta Gròfovà. Si tratta di un dramma a tinte grigie, nel quale la slovacca Dorota si trasferisce nella nazione confinante in cerca di lavoro; i suoi sogni, le attese, le speranze, vengono spazzate via molto in fretta di fronte alla dura realtà che la circonda, e dopo essere stata lienziata da una fabbrica tessile, Dorota finisce per cadere nel giro della prostituzione.
Senz'altro ammirevole per il coraggio con il quale affronta temi spinosi, il film non sa però spiccare il volo, a causa di una scrittura piuttosto povera, conforme a tante pellicole similari espresse dall'Europa nell'Est degli ultimi anni. Si ha l'impressione che le basi su cui poggia la narrazione siano molto limitate, e alla riuscita dell'insieme non giovano nemmeno scelte stilistiche discutibili, come l'inserimento di sequenze semi-animate che alla lunga risultano prive di collante.

La crisi economica è anche al centro dello spagnolo Terrados, diretto da Demian Sabini, nel quale un gruppo di ragazzi, disoccupati, trascorre le giornate sulla terrazze dei palazzi, lasciando scorrere il tempo, tra alcool, chiachiere e facezie, senza dannarsi l'anima per modificare una situazione dai risvolti indeterminati. L'intento del regista è mostrarci un piccolo spaccato della Spagna attuale, travolta da una crisi che pare non debba avere fine. Le giornate trascorse nell'oblio rappresentano una chiara metafora racchiusa nelle vite di giovani che soffiano via il presente senza avere nemmeno più la forza di immaginare alcun futuro. I loro rapporti familiari si disfano, il tempo passa, le uniche possibilità di lavoro conducono a una vita squallida e abulica; resta solo l'istinto di ribellione, ultima arma con cui sottrarsi alla bocca di fuoco dell'inclemente società.
Troppo facile in alcune soluzioni narrative, Terrados, girato con un budget prossimo allo zero, si lascia comunque ben volere per la sincerità d'intenti che lo pervade, e per la capacità di far sì che in fondo molti di noi possano riconoscersi nei destini e nei volti scavati di questi personaggi in cerca d'autore.


Di livello certamente più alto è invece lo svedese Call Girl, diretto da Mikael Marcimain, con una ricca co-produzione che ha interessato anche Irlanda, Norvegia e Finlandia. Oltre due ore di durata, per descrivere la discesa negli inferi dello sfruttamento minorile della giovane e irrequieta Iris. La ragazza, rinchiusa in un istituto correttivo, fugge ogni notte a caccia di un'indispensabile libertà, ma l'età ingenua la conduce verso strade buie e pericolose. Senza quasi rendersene conto, lei e l'amica Sonia si ritrovano alle dipendenze di Dagmar Glans, donna che da svariati anni gestisce prostitute di ogni età. Uscire fuori dal tunnel sarà per Iris molto complicato, e quando un investigatore denuncerà la Glans, si troverà davanti un incredibile muro di omertà; politici, ministri e avvocati, tutti coinvolti nei rapporti sessuali con le ragazze, tenteranno in ogni modo di nascondere la verità e zittire lo scandalo.
Call Girl è ambientato negli anni Settanta, a Stocolma, alla vigilia delle elezioni, ma la sua storia potrebbe con estrema facilità essere traslata altrove nello spazio e nel tempo; magari in Italia, tanto per fare un esempio non casuale. La connivenza delle istituzioni, pronte a qualsiasi sotterfugio pur di mettere a tacere l'indecenza, scorre a braccetto con la debolezza psicologica di ragazze e donne che pensano di trovare rifugio sotto la protezione di una "madre" gentile e affettuosa, salvo poi trasformarsi in oggetti usati al solo scopo del sesso e subito buttati via come fazzoletti sporchi. Il marcio trasuda nelle strade, negli hotel, negli uffici del potere, e oggi come allora la forza deprimente del comando divora la luce della giustizia.
Sembrerebbe una tipica tragedia adolescenziale tutta al femminile, e invece è molto di più: Call Girl è infatti girato come un noir, e risulta tesissimo, avvincente, oscuro e sincopato. Si prende tutto il tempo di cui ha bisogno, incastra i sottotesti con accuratezza e precisione, e sfrutta ottime musiche carpenteriane. Inoltre, mette in mostra una scrittura tanto asciutta quanto efficace, e una regia attenta che riesuma topoi non lontani da tanto cinema di genere americano degli anni Settanta, per poi plasmarli con una sensibilità prettamente scandinava. Il risultato è notevole.


Tra un film in concorso e l'altro, troviamo non si sa bene come anche il tempo per visionare un horror irlandese inserito nella sezione Rapporto Confidenziale, Citadel, di Ciaran Foy. Un lavoro visionario, incastonato a metà tra realtà metropolitana e paure ataviche, squallore suburbano e derive soprannaturali. La pellicola mastica il palese influsso di tanti titoli appartenenti alle recenti scuole britanniche e francesi, da Eden Lake a Ils, da Frontierè(s) a La Horde; cerca comunque la sua strada, la trova solo in parte, ma regala qualche spunto di discreto interesse.

martedì 27 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Le lacrime di Sion Sono e l'aberrazione d(e)i Lansdale


Mai parlare troppo presto. Avevamo appena finito di dire che a nostro parere il pessimo Tower Block avrebbe vinto la Palma di peggior film del festival, e siamo stati subito smentiti. Il nadir assoluto si è infatti toccato lunedì pomeriggio, nel corso della disgraziata visione di Christmas with the Dead, horror (?) tratto da un racconto di Joe Lansdale, da lui stesso prodotto, e sceneggiato dal figlio Kevin.
Dispiace dover parlare male di un autore che stimiamo da sempre, ma il nostro compito è dire la verità, con coerenza, senza timori; e dunque, peraltro supportati dall'opinione similare di molti colleghi presenti al festival, non possiamo che affermare come si sia assistito a una delle "cose" più brutte, scandalose e ignominiose mai viste nella lunga e gloriosa storia del Torino Film Festival. Un abominio indecente, inaccettabile, indifendibile.
La famiglia Lansdale ha cercato di porre in essere una sorta di commistione tra la moda zombesca tanto in auge in questi anni e i toni parodistici, con risultati meno che imbarazzanti: infime scenette comiche, totale approssimazione stilistica, storia senza alcun nerbo, regia inesistente, attori talmente incapaci da risultare irritanti, effetti speciali di quart'ordine, qualità da filmetto della prima comunione: uno strazio di stupefacente bassezza.
Il fatto che sia stato girato con quattro soldi, e per puro spirito goliardico, non costituisce una giustificazione. Un film (?) del genere non avrebbe meritato un inserimento in programma nemmeno a un festival di un paesino di provincia. La sua presenza in un evento importante come il Torino Film Festival è inconcepibile e dequalificante. Una vergogna.


Per fortuna, a salvare il destino della giornata e a ricordarci cos'è il cinema, ci pensa un maestro ormai assodato come Sion Sono, grazie a The Land of Hope, la sua opera forse più intima e sofferta. L'autore nipponico riflette sulle paure insite nella società giapponese contemporanea, proponendo la storia di una famiglia costretta ad abbandonare la propria casa, a causa del pericolo dovuto alle radiazioni conseguenti all'esplosione del reattore di una centrale nucleare. Il capofamiglia, ormai anziano, cerca a tutti i costi di opporsi all'allontanamento dalle proprie radici, mentre il figlio e la sua consorte gravida emigrano verso la città, per poi rendersi conto di come in realtà nessun luogo sia davvero sicuro.
Il consueto cinema sanguinario, frenetico e bulimico di Sono lascia il posto a una messinscena cauta, espansa, ragionata. L'uomo di Toyokawa si prende tutto il tempo di cui ha bisogno, e anche qualcosa in più, ma riesce, con estrema semplicità, a creare una storia imbevuta di doloroso realismo, regalando momenti di poesia e autentica commozione.

Saltando da una sala all'altra, si inizia finalmente anche a seguire il concorso lungometraggi, con il tedesco Breaking Horizons, diretto dall'esordiente Pola Beck. La regista intraprende la strada del dramma adolesceziale, raccontando la storia della giovane e irrequieta Lara, che rimane incinta dopo una notte di bagordi in discoteca, e deve suo malgrado affrontare un imprevisto e radicale percorso di crescita e formazione. 
Il lavoro della Beck soffre di un certo schematismo, e non riesce a evadere da alcune trappole legate all'utilizzo di stilemi narrativi piuttosto convenzionali. Nonostante questo, la mano dell'autrice gestisce la situazione con apprezzabile tatto e delicatezza, e il film accresce il suo valore grazie al magnetismo della protagonista, Aylin Tezel, capace di bucare lo schermo con notevole intensità espressiva.


Se Sion Sono ci regala un'opera sorprendente per asciuttezza e rigore, si catapulta invece oltre i meandri dell'eccesso Jules Stewart, madre della Kristen di Twilight, con il delirio di K-11, ambientato in un carcere di massima sicurezza nel quale un discografico si trova rinchiuso per un'improvvisa accusa di omicidio. Il micromondo di riferimento è un bestiario impressionante, nel quale trovano posto tossicodipendenti, trans, dominanti Drag Queens, pericolosi pedofili e guardie senza scrupoli. Un inferno senza respiro, mostrato con toni che sublimano l'eccesso e sputano l'essenza del trash. 
Sempre oltre il limite del ridicolo, K-11 risulta fastidioso e respingente, almeno al primo impatto; abituandosi al clima malato che lo ricopre, si riesce però, con gradualità, a oltrepassare le barriere, finendo quasi per appassionarsi ai destini dei bizzarri personaggi che ne popolano gli angusti sentieri.

lunedì 26 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Blancanieves, l'ardore del melò tra fiaba e realtà


Una delle caratteristiche più belle dei festival è la possibilità di spaziare senza soluzione di continuità tra epoche, generi e suggestioni, covando sempre la speranza di scoprire grandi titoli nascosti tra le pieghe del programma. Per scovarli ci vuole intuito, bravura e fortuna, e anche quando capitano giornate irte di delusioni, l'auspicio di sorridere di fronte a un ottimo lavoro magari inatteso resta sempre viva.
Dopo le visioni non proprio esaltanti della prima parte del weekend, c'era bisogno, qui al Torino Film Festival, di un guizzo vincente, capace di addolcire la bocca dopo alcuni bocconi amari; detto fatto, il guizzo è arrivato. Eccome.
La serata di domenica è iniziata con un trafelato Gianni Amelio, corso in sala per presentare con irrefrenabile entusiasmo la versione restaurata di Viaggio in Italia, capolavoro di Roberto Rossellini che finora era sempre circolato con le voci di Ingrid Bergman e George Sanders purtroppo doppiate. L'ottimo lavoro della cineteca di Bologna ci ha invece permesso di visionare finalmente una copia in lingua originale, estraendo dall'oblio le voci degli attori, e restituendo al film una compenetrazione linguistica fondamentale per lo sviluppo drammaturgico della pellicola. Il risultato è stato di primissimo livello.
Poi, con le ombre della notte ormai calate sulla Mole, è arrivato il gioiello di cui sopra: Blancanieves, dello spagnolo Pablo Berger, presentato in anteprima italiana, fuori concorso.


Nel film, ambientato nelle prime decadi del Novecento, assistiamo alla triste vicenda del famoso torero Antonio Villalta, costretto alla paralisi dopo un incidente durante uno spettacolo. La moglie muore dando alla luce la figlia Carmen, e Antonio, più per necessità che altro, si risposa con la perfida Encarna. La piccola Carmen, rinnegata dal padre e dalla matrigna, viene cresciuta dalla nonna, ma alla morte di quest'ultima deve tornare nella casa di famiglia. Encarna tratta sia il marito invalido che la figliastra con crudeltà, senza alcun rispetto. Crescendo, Carmen decide di ribellarsi alla situazione, scappa di casa e si unisce a un bizzarro gruppo di nani toreri. Mettendo in atto gli insegnamenti ricevuti in segreto dal padre, la ragazza ne ripercorre le orme e diventa una stella delle corride, ma il destino saprà frapporle sul cammino altri durissimi ostacoli.
Dopo il successo planetario di The Artist, era inevitabile pensare che ne sarebbero in breve tempo usciti sul mercato alcuni epigoni; Blancanieves segue infatti la stessa strada linguistica del film di Hazanavicius, proponendo una narrazione muta e in bianco e nero. In apparenza si è colti da una forte sensazione di perplessità, per il pericolo di trovarsi davanti un fiacco e inutile clone dell'originale. Il film di Berger, però, spazza via ogni dubbio, e ammalia dall'inizio alla fine.


Elegante, raffinato, in perfetto equilibrio tra gusto per l'antico e propensioni di montaggio invece assai moderne, il film iberico vola sulle ali di un dosaggio ammirevole, nel quale l'essenza del melò è sottolineata da una partitura capace di mescolare con assoluta brillantezza tragedia, dolore, tensione e ironia. La fiaba dei fratelli Grimm, punto di partenza della storia, è di volta in volta omaggiata, modificata, annullata, parodiata, recuperata; Carmen è un'eroina di stampo classico, attorno alla quale navigano sventure, ingiustizie, aguzzini e approfittatori, ma la forza d'animo della ragazza si erge al di sopra di qualsiasi sgambetto, celebrando il potere universale insito nell'amore. 
Avvalendosi di una colonna sonora a base di tango, flamengo e altre sonorità tipicamente autoctone, e giovandosi delle interpretazioni di Maribel Verdù e Angela Molina, Berger crea un'opera d'irresistibile fascino, danzando con lo spettatore in un sinuoso ballo che plasma realismo e favola con sorprendente maturità, senza accusare alcuna caduta di ritmo, sino a toccare l'apice in un'inquadratura finale che profuma di poesia.
Certo, l'utilità di questa operazione resta discutibile, e il film vive di stereotipi e soluzioni canoniche e prevedibili; poco male, perché la forza espressiva di Blancanieves scavalca ogni sbavatura, e penetra nel cuore con forza dirompente.
E allora averne, di epigoni di The Artist, se realizzati con tale qualità.

domenica 25 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Orrori a profusione

A meno di 48 ore dall'avvio, il Torino Film Festival è già entrato a pieno regime, con un'infinita serie di proiezioni che si susseguono dal mattino fino a tarda sera senza alcuna possibilità di sosta. Il week-end è caratterizzato dall'ampio numero di pellicole thriller e horror in programma, non a caso inserite dall'organizzazione nel fine settimana, con la certezza di attirare nelle sale un folto pubblico. Così è infatti, anche se, con qualche eccezione, il livello qualitativo risulta per il momento piuttoto deludente, soprattutto in rapporto a una lunga serie di buone occasioni in parte o totalmente mancate.


Innanzitutto Compliance, di Craig Zobel. Ispirato a una storia vera, il film racconta la terribile disavventura della cameriera di un fast food, accusata di aver rubato dei soldi a una cliente. Al telefono, uno squilibrato finge di essere un poliziotto, e parlando con la direttrice del locale, la obbliga a spogliare, perquisire e mantenere sotto controllo la ragazza; la presunta colpevole sarà costretta a subire una lunga serie di tremende umiliazioni. 
Con un soggetto così, le potenzialità erano alte, a patto che ci fosse stato il coraggio di mostrare gli eventi senza pudore, dipingendo l'orrore nei suoi colori più neri. Gli sceneggiatori invece percorrono la strada opposta: si mantengono cauti, non rischiano, si accucciano in un finto pudore, e lasciano totalmente fuori campo i momenti più crudi della vicenda. Ne esce fuori un film pretenzioso, e molto meno disturbante di quanto sarebbe potuto essere se soltanto si fosse osato un po' di più.

Si continua con Shopping Tour, horror russo girato con un budget bassissimo, nel quale una madre e il figlio adolescente, in viaggio in Finlandia, finiscono tra le fauci di un gruppo di cannibali. L'intento del regista era riuscire a girare un film di genere in un paese in cui i vincoli sono ancora troppi; per il resto, lui stesso ammette che il suo lavoro è "puro divertimento". Giusto così. Il film risulta infatti umile, semplice, spassoso, e nella sua artigianale essenzialità riesce a farsi apprezzare.


Molto meno modesto invece V/H/S, horror collettivo volto a omaggiare gli anni Novanta, in cui un gruppo di delinquenti visiona una serie di videocassette amatoriali nelle quali sono racchiuse diverse storie intrise di sangue e dolore. Si ha davvero la sensazione di guardare una vecchia videocassetta rovinata da mille utilizzi: qualità video insufficiente, tagli, buchi, immagini che saltano e traballano. Idea nostalgica e interessante, se non fosse che tutti gli episodi sono girati con la telecamera a mano, per un totale di 120 minuti di "effetto mal di mare", alla lunga davvero estenuante. Alla (non) riuscita complessiva contribuiscono poi alcuni subplot zeppi di sciocchezze e idee derivative e raffazzonate. L'episodio diretto da Ti West, Second Honeymoon, risulta comunque il migliore. O forse il meno peggio.


Infine, una nefandezza indifendibile, Tower Block, thriller americano nel quale un misterioso cecchino tiene sotto scacco gli inquilini dell'ultimo piano di un palazzone ormai prossimo alla demolizione, uccidendoli uno a uno. Anche in questo caso, c'era materia per poter dare sfogo a un'opera intensa e apprezzabile; peccato che dopo neanche venti minuti il film si sfaldi inesorabilmente, crollando come un castello di carte. Tensione prossima allo zero, situazioni forzate e in qualche caso ridicole, personaggi privi di ogni spessore, dialoghi imbarazzanti, sottotesto politico/sociale accennato e poi abbandonato, scenette comiche totalmente fuori contesto inserite con il palese scopo di far ridere il pubblico, colpo di scena (?) finale appiccicato alla meno peggio. Un disastro. 
Viene da chiedersi come sia possibile che alcuni "rinomati" selezionatori del festival si siano potuti entusiasmare per una tale porcheria.

sabato 24 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 30 - The Lords of Salem, l'urlo del Male

Evento doveva essere, evento è stato. L'attesa era altissima, la voglia di entusiasmarsi anche, il terrore di ricevere una cocente delusione pure. E allora, diciamolo subito: a giudizio di chi scrive, The Lords of Salem non raggiunge le clamorose vette dei primi due capolavori di Rob Zombie, ovvero La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. Attenzione però: da qui a parlare di fallimento ce ne passa. Anche questa volta, infatti, di nuovo alle prese con un lavoro tutto suo, dopo i due controversi Halloween, il musicista/regista, pur non raggiungendo vertici assoluti, (ri)conferma di essere di gran lunga il miglior talento espresso dal cinema di genere negli ultimi lustri.
La giovane Heidi lavora come disc jockey presso la radio di una piccola cittadina. Un giorno riceve un pacco contenente il disco di una misteriosa band mai sentita nominare. Ascoltandolo, inizia a essere perseguitata da macabri incubi che la trasportano in un viaggio stregonesco ambientato nel passato. Poco alla volta Heidi perde contatto con la realtà, sino a diventare suo malgrado protagonista di un efferato sabba atto a riportare in vita credenze demoniache sepolte nell'oblio, e ora pronte a riemergere dalle tenebre.
Realizzando un progetto studiato per diversi anni, Rob Zombie sceglie in questa sede un approccio più classico, rinunciando alla stupefacente commistione di generi dei primi lavori per costruire un incubo prettamente horror, nel quale le tendenze sanguinarie si sposano a lunghe attese. Per dipanare la sua trama, Zombie procede a passi lenti, senza lasciarsi prendere dalla consueta furia, e accoglie un modo di fare cinema più lineare. Quasi convenzionale, si potrebbe dire. Le streghe di Salem tornano a reclamare il proprio ruolo, sconvolgendo la vita di una dj scelta come martire da violare per assicurare il concepimento dell'entità demoniaca: il passato divora il presente, la credenza popolare si tramuta in realtà, la pace della quotidianità è spazzata via. Il Male, strumento secolare e indistruttibile, si sveglia dal letargo per imprigionare la protagonista tra i neri tentacoli della dannazione, e la blasfema disarmonia espone il suo devastante piano di distruzione.
Convenzionale, si diceva, ma solo fino a un certo punto: Zombie condisce il suo film con una carica iconoclasta sorprendente, distruggendo ogni possibile deriva consolatoria, e immette nella narrazione estremismi che senza dubbio saranno tagliati dalle tristi mani della censura nell'eventuale uscita in sala. Nonostante questo, il racconto persegue schemi abbastanza risaputi, non disdegnando citazioni di Shining e Rosemary's Baby, e svolge il suo compito senza infamia né lode.
Due sono però i fattori che rendono comunque The Lords of Salem indimenticabile: la prima ha un (finto) nome e cognome, Sheri Moon. Come sempre, e stavolta più che mai, l'autore celebra senza ritegno la consorte, dipingendo ogni centimetro del suo corpo, più nudo che vestito, con morbosa attenzione; le regala una fisionomia contrastata, in cui la sensualità si abbina a una tenerezza quasi fanciullesca; la porge al centro di ogni significante e significato, attuando così la definitiva glorificazione di una donna di inaudita bellezza, e di un'attrice alla sua prova migliore.


Il secondo fattore risiede nell'incredibile talento visivo di Zombie, anche qui capace di invenzioni stilistiche, musicali e scenografiche capaci di mozzare il fiato. La macchina da presa vola nei meandri del nostro campo visivo, gli ambienti assumono mille vite in una, la raffigurazione delle creature orrorifiche sfugge a qualsiasi definizione ancestrale, il connubio tra inserti sonori e immagine rasenta la perfezione. Un pantheon di creatività senza pari, da cui nascono sequenze monumentali. Ne valga una per tutte: il primo ingresso di Heidi nella cattedrale dove il Re della Notte la attende. Roba da brividi. E pensare che questo signore fa(ceva) tutt'altro mestiere. Pazzesco.

TORINO FILM FESTIVAL 30 - Holy Motors, dentro al cinema e oltre


Neanche il tempo di arrivare e ambientarsi, e al Torino Film Festival si è subito travolti dalla consueta e bulimica abbuffata cinefila. Venerdì 23 il programma si avvia con le proiezioni contemporanee di Chained, di Jennifer Lynch (figlia di David), e di 11/25: The Day Mishima Chose His Own Fate, penultimo lavoro di Koji Wakamatsu, maestro giapponese scomparso poche settimane fa. Il film della Lynch è accolto da giudizi pessimi pressoché unanimi, mentre l'opera di Wakamatsu, pur sorretta da un notevole rigore etico e morale, si dimostra troppo didascalica, a tratti perfino scolastica.
Poco male, perché subito dopo il festival cala il suo primo asso: Holy Motors, di Leos Carax, ex ragazzo ribelle del cinema francese, già applaudito quest'anno a Cannes. 
Riassumerne la trama è operazione quasi impossibile, oltreché inutile: vi basti sapere che il protagonista, Oscar, viaggia tutto il giorno per le strade di Parigi, a bordo della sua limousine, scortato dalla fedele austista. Il tragitto è intervallato da numerose soste, durante le quali Oscar scende dal mezzo per dare vita a una lunga serie di "appuntamenti", che altro poi non sono se non scene di finzione, nelle quali l'uomo interpreta di volta in vota personaggi surreali e profondamente differenti. Un meccanismo eterno, intoccabile, che si ripete ieri, oggi e domani, senza un inizio e senza una fine.
Metacinema allo stato puro: Holy Motors, volando oltre l'apparente bizzarria della messinscena, scava nel solco di un discorso di rara profondità, in cui si attua una dolorosa riflessione di carattere linguistico e ideologico, volta a profanare una volta per tutte l'atavica divisione tra realismo e creazione artistica. Come il Calvero del chapliniano Luci della ribalta, Oscar vive per un ruolo e tanti ruoli, per una maschera e tante maschere, esaltando sino al parossismo un mestiere che collima con la vita stessa. Nella sua auto l'attore si trucca e si strucca, si veste e si riveste, cambia aspetto in ogni istante, e senza soluzione di continuità si fa uno, nessuno e centomila, glorificando l'atto stesso della recitazione come sublime metafora del (non) senso dell'esistenza. 


Così, di volta in volta, l'uomo muta pelle per diventare una vecchina storpia in cerca di elemosina, un cyber-ninja alle prese con amplessi virtuali, un mostro che rapisce una donzella in un cimitero dove ogni lapide mostra l'indirizzo web del rispettivo defunto, un padre di famiglia alle prese con la quotidianità della figlia, un sicario senza scrupoli, un anziano morente. E poi ancora, e ancora; mille film mescolati insieme, e mille simulacri in un unico corpo, quello di Denis Lavant, eccezionale trasformista il cui scheletro diventa materia da plasmare e disfare con vorace ambizione.
Scatenato, eccentrico, incontrollabile, a suo modo geniale; dentro Cosmopolis e molto più in là: Holy Motors supera qualsiasi restringente definizione stilistica, per farsi universale messaggio di strazio e disperazione. Un urlo muto racchiuso nella crescente spossatezza di Oscar, condannato ad abiurare la realtà della vita per proseguire nella sua imperitura missione, guidata da una misteriosa e non ben definita associazione di cui fa parte Michel Piccoli, totem che appare e scompare dopo pochi minuti, lasciando comunque una traccia indelebile.


Questo è il mondo di Carax: un terreno mistico e liutato, dove anche le auto possiedono sentimenti, dove ogni persona indossa un costume e si camuffa, dove ogni gesto accoglie simbolismi che aprono direzioni inattese. Dentro al cinema, e fuori nelle strade. Senza più barriere tra verismo e impostura. Come la vita, oltre la vita. Memorabile.

lunedì 19 novembre 2012

TORINO FILM FESTIVAL 2012 - Dieci film da non perdere


Alla fine ce l'hanno fatta anche quest'anno. Nonostante le spiacevoli ingerenze altrui (ne parlammo in questo articolo), Gianni Amelio e i suoi selezionatori sono riusciti a mettere in piedi un programma come sempre enorme, infinito, ricco di spunti e suggestioni. 

Puntando sulla qualità, senza troppi fronzoli, con pochi lustrini e tanta sostanza, l'imminente Torino Film Festival scende in campo con circa 230 film, divisi tra concorso ufficiale, sezioni collaterali e retrospettive. Un marasma d'irresistibile fascino, solido e vorace, per festeggiare al meglio il traguardo dell'edizione numero trenta.

Se proprio si vuole trovare un piccolo difetto, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, lo si può scovare nell'assenza di film francesi in concorso, e in generale nella limitata presenza del cinema transalpino, perlomeno in rapporto alle annate più recenti. Ma sono davvero soltanto particolari, perché anche nel 2012, dal 23 novembre al 2 dicembre, Torino si tramuterà nella vera capitale del cinema, scatenando una Festa (termine non casuale) senza confini, nella quale sarà possibile soddisfare ogni esigenza di passione e ricerca, setacciando le undici sale coinvolte a caccia di conferme, sorprese, capolavori, emozioni; un pasto succoso e accecante.

E allora, come già avevamo fatto lo scorso anno, abbiamo scelto dieci titoli che vogliamo provare a consigliarvi: un piccolo e azzardato vademecum, con cui muoversi all'interno del labirinto.


THE LORDS OF SALEM, di Rob Zombie = Senza ombra di dubbio l'evento numero uno di questa edizione. Un colpo clamoroso, che al momento dell'annuncio ha scatenato l'entusiasmo di tutti i cultori dell'horror. Sarà un onore poter assistere, tra l'altro in una delle prime proiezioni a livello mondiale, al nuovo e attesissimo lavoro del più grande talento espresso dal cinema di genere negli ultimi lustri. Non sappiamo se il risultato sarà pari alle aspettative, ma intanto stiamo contando i giorni che mancano.

THE ANGELS' SHARE, di Ken Loach = In anteprima italiana l'ultima opera del maestro britannico, già premiata al Festival di Cannes. Loach sarà anche presente a Torino, per ritirare un riconoscimento alla carriera. Una grande occasione per applaudire un autore unico e intoccabile. (Modifica: a poche ore dall'inizio del festival il film è stato tolto dalla programmazione; Loach ha infatti rifiutato il premio, con un gesto di solidarietà verso alcuni lavoratori del Museo del Cinema che hanno da poco perso il posto. Un vero peccato, ma il massimo rispetto a Loach per la sua coerenza di uomo e artista.)

HOLY MOTORS, di Leos Carax = Altra anteprima nazionale per un lavoro apprezzatissimo da pubblico e critica a Cannes, e qui per ora privo di distribuzione, tanto per non perdere mai le squallide abitudini nostrane. Uno scatenato inno al cinema, alla creatività, alla fantasia, piazzato subito a inizio festival, per cominciare in bellezza. Imperdibile.

THE LAND OF HOPE, di Sion Sono = Dopo la splendida retrospettiva a lui dedicata nella scorsa edizione, il geniale autore nipponico torna sotto la Mole con un film sulla carta lontano dai suoi standard: sofferto, intimista, girato in stile quasi documentaristico. La curiosità è comunque altissima.

ANNA KARENINA, di Joe Wright = L'eterea Keira Knightley in un adattamento di Tolstoj girato come il Moulin Rouge di Baz Lurhmann. Insensata follia o sontuoso capolavoro? Tra pochi giorni la sentenza.

LE FILS DE L'AUTRE, di Lorraine Levy = Due ragazzi, due famiglie, due vite; dramma socio-culturale interpretato dall'immarcescibile Emmanuelle Devos, assoluta garanzia di estrema qualità.

K-11, di Jules Stewart = La madre della protagonista di Twilight (!!) esordisce con uno scorrettissimo film carcerario dominato da trans, pedofili, fetish e sadismo. Trash senza ritegno. Le anime pie stiano alla larga, gli altri possono tentare l'azzardo. Con cautela.

SHOPPING TOUR, di Mikhail Brashinsky = Una comitiva russa assalita da un branco di cannibali in un supermercato finlandese. Divertimento horror allo stato puro o castroneria galattica? Stesso consiglio di cui sopra.

VIAGGIO IN ITALIA, di Roberto Rossellini = I festival sono esperienze meravigliose anche perché danno la possibilità di rivedere su grande schermo capolavori sublimi e immortali, come nel caso del meraviglioso cantico rosselliniano, che sarà riproposto in una versione restaurata. Perderlo sarebbe un delitto.

WRONG, di Quentin Dupieux = Il folle franco-canadese, già autore dell'incredibile Rubber, torna con un lavoro a quanto pare ancora più grottesco e delirante del precedente. Cinema dell'assurdo spinto oltre al parossismo. Meglio che farsi un acido. Siete avvisati.


Anna Karenina film

Dieci titoli, selezionati con grande fatica, perché in realtà c'è di più, molto di più. Potremmo citare anche V/H/S, discusso horror a episodi, 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate, penultimo lavoro dell'appena scomparso Koji Wakamatsu, o ancora Maniac, morboso e chiacchieratissimo remake del capolavoro di Lustig, Les Gouffres, con l'immancabile Mathieu Amalric nelle vesti di un geologo, il lancinante Abigail Harm, con due colossi come Amanda Plummer e Burt Young, Christmas with the Dead, tratto e prodotto da Joe Lansdale, il circense e felliniano L'étoile du jour, con Beatrice Dalle. 
Senza dimenticare le retrospettive integrali dedicate a Joseph Losey e Miguel Gomes, e senza ovviamente trascurare il concorso ufficiale, fucina di giovani talenti e imponenti rivelazioni. Insomma, sarà il solito magnifico massacro.

Ce l'hanno fatta, anche questa volta. 

Appuntamento qui su Cinemystic, da sabato 24 in poi, per il diario da Torino, in tempo reale, con recensioni e aggiornamenti per tutta la durata del festival.

lunedì 12 novembre 2012

IL VIAGGIO DI JEANNE - Il segreto del cinema francese


Talvolta qualcuno mi chiede per quale motivo io abbia questo amore sfrenato nei confronti del cinema francese. Alla domanda posso rispondere in mille modi, a seconda del contesto, ma pensandoci bene potrei anche evitare qualsiasi argomentazione linguistica e culturale, e limitarmi a dire: “sta tutto nelle immagini, nelle storie, nella quotidianità”.
In fondo è sufficiente visionare alcuni lavori francesi usciti negli ultimi anni, per capire l'inarrivabile profondità emotiva e strutturale che rende il cinema transalpino nettamente superiore a qualsiasi altro paese del mondo. La voltapagine di Denis Dercourt, Stella di Sylvie Verheyde, Le premier jour du reste de ta vie di Rémi Bezançon, Un poison violent di Katell Quillévéré, Les petits mouchoirs di Guillaume Canet, Il viaggio di Jeanne di Anna Novion: sono solo i primi esempi che mi sovvengono alla mente, tasselli di quella straordinaria “medietà” compositiva con la quale i francesi, con clamorosa continuità, sono in grado di comporre piccoli sonetti, piccoli romanzi di formazione, piccoli racconti di vita, imbevuti di una tale grazia, semplicità, purezza, da renderli ogni volta gioielli d'inarrivabile fascino. In questi lavori, più ancora rispetto alle produzioni maggiori, dimora il segreto della sublime bellezza del cinema d'Oltralpe. 


Uno dei titoli sopra citati, Il viaggio di Jeanne, in originale Les grandes personnes, è l'esordio nel lungometraggio di Anna Novion, regista francese di madre svedese. Il film è stato realizzato nel 2008, e ha avuto anche una fugace apparizione nei cinema italici l'anno successivo. 
Al centro della storia il bibliotecario Albert e la figlia adolescente Jeanne. Come ogni anno, nel periodo estivo, i due organizzano un viaggio alla scoperta di luoghi mitici situati in giro per l'Europa. Questa volta è il turno di Orust, isola della Svezia dove la leggenda narra sia nascosto il tesoro di un guerriero vichingo. Giunti a destinazione, si trovano loro malgrado a dover dividere un appartamento con altre due donne, con cui peraltro Jeanne sviluppa una solida amicizia. 
Separato dalla moglie, e iper-protettivo nei confronti della figlia, Albert cerca di coinvolgerla nelle sue bizzarre ricerche, mentre la giovane pare più interessata alla vita sociale, ai ragazzi del posto, ad acciuffare un processo di crescita utile per intraprendere il percorso verso l'età adulta. L'idiosincrasia tra i due conduce verso l'inevitabile esplosione di conflitti da tempo latenti, ma la vacanza svedese, tra avventure e delusioni, sarà comunque utile affinché entrambi possano prendere coscienza di ciò che realmente vogliono estrarre dal succo della vita.


Candore, pienezza d'intenti, eliminazione di qualsiasi sovrastruttura aleatoria: Il viaggio di Jeanne sfrutta la fascinazione scenografica del luogo di riferimento, e indaga nei volti e nell'anima dei due personaggi principali, seguendone con timidezza azioni e reazioni. Una classicheggiante storia di solitudine, abbandono, incertezza, rinascita, dipinta con la consueta, brillantissima “medietà” di cui ho accennato. 
Un film lieve e ammaliante, così come il volto della protagonista, Anais Demoustier, classe 1987, vincitrice per distacco del mio ideale premio come “folgorazione cinematografica dell'anno”: un'attrice limpida, naturale, pulita, seducente, coraggiosa, versatile, di cui mi sono totalmente innamorato, tanto da correre alla ricerca di tutti i lavori da lei finora interpretati, alcuni dei quali nemmeno usciti nella povera e triste Italia. Accanto ad Anais una garanzia, Jean-Pierre Darroussin, splendida faccia da cane bastonato, inappuntabile nella sua recitazione dimessa e sconfitta.


Il film della Novion è abile a inserire un paio di non-invadenti citazioni bergmaniane, e in qualche punto naviga non lontano dall'ottimo My Summer of Love di Pawlikowski. Ci mostra gli imbarazzi dell'adolescenza e le incomprensioni degli adulti, il desiderio di comprensione e i sogni forse non del tutto svaniti. Si muove compatto, rasenta la perfezione nella prima parte, cala lievemente d'intensità nella seconda, e torna a salire nel finale; una conclusione dolce e amara, ben esemplificata nell'ultima inquadratura, in cui la camera si sofferma sui piedi di Jeanne, la quale, dopo aver portato per tutto il film anonime scarpe da ginnastica, indossa ora un paio di ciabattine infradito: un segno di freschezza, liberazione, crescita, emancipazione e speranza. Con un sorriso rivolto al cielo. Verso il futuro. Verso la vita.