mercoledì 28 dicembre 2011

MIRACOLO A LE HAVRE - Recensione

L'ultimo lavoro del grande Aki Kaurismaki, tornato sulle scene cinque anni dopo Le luci della sera, ha avuto la sua prima apparizione italica in una pre-anteprima organizzata alla vigilia del Torino Film Festival. Purtroppo non ero presente alla serata, ma mi è stato riferito che il finlandese, presente in sala, avrebbe spiazzato il pubblico con una frase del tipo "il mio film è stato inserito come pre-anteprima perché è troppo brutto per far parte del programma ufficiale del festival".

Sì, come no. Caro Aki, ci prendi in giro. Lo fai da sempre. Probabilmente, in realtà, sai benissimo quanto unico e indispensabile sia il tuo modo di fare cinema. Oppure neanche ci pensi, te ne freghi e basta. In qualsiasi caso, qui le parole servono a poco, proprio come nei tuoi film: bastano le immagini, le storie, la poesia che ogni dannata volta tu riesci a inserire in ogni inquadratura. Fumiamoci una sigaretta insieme, caro Aki; brindiamo con una vodka; ci sei riuscito di nuovo.
Miracolo a Le Havre è la storia di un perdente, Michel. Un lustrascarpe che lavora soprattutto nelle stazioni, guadagna quei pochi euro indispensabili per la sopravvivenza, e la sera torna a casa da Arletty, una donna che con amore ha deciso di prendersi cura di lui. Tutt'intorno, un micromondo semplice, solitario, unito: una panetteria, un fruttivendolo, un paio di bar, qualche sfaccendato. Tutti amici, pronti a darsi una mano l'un altro in caso di bisogno.
All'improvviso Michel è costretto a modificare il tema della sua quotidianità: Arletty è ricoverata in ospedale per iniziare una terapia con cui provare a uccidere un tumore all'apparenza incurabile, mentre l'uomo incontra un ragazzino di colore, giunto a Le Havre in via clandestina insieme ad altri compatrioti del Gabon, con il difficile obiettivo di superare Calais e arrivare a Londra per raggiungere la madre.

Michel (André Wilms) è l'ennesima figurina stilizzata dell'universo di derelitti che da sempre popola il cinema di Kaurismaki. Ma questa volta il protagonista del dolore incontra qualcuno più disperato di lui. La degradazione scivola verso orizzonti ancora più tetri, ben rappresentati dal buio container in cui gli immigrati restano chiusi per giorni prima di essere liberati e subito dopo rinchiusi di nuovo nei centri di accoglienza, o rispediti nel proprio paese come pacchi postali indesiderati. Soltanto Idrissa cerca la fuga, nascondendosi nei tuguri più impensabili, sino al decisivo incontro con l'uomo che proverà a dargli un futuro.
Solidarietà, compattezza d'intenti, voglia di lottare insieme, e un pizzico di follia: solo così si potrà trovare una piccola luce in fondo al tunnel. La luce della speranza: per Michel, per Idrissa, per Arletty. Per tutti noi.
In Miracolo a Le Havre c'è una cagnetta, Laika, il cui nome è citato perfino nei titoli di testa. C'è un commissario di polizia (Jean-Pierre Darroussin) molto meno cinico e baro di quanto sembrerebbe. C'è, sempre e per sempre, l'intoccabile Kati Outinen, ancora con Kaurismaki 25 anni dopo (!) il loro primo lavoro insieme, Ombre nel paradiso. C'è il dramma dell'immigrazione, dipinto senza alcuna fastidiosa retorica. C'è la Francia con le sue baguettes e il freddo della Normandia. C'è il vivo ricordo di De Sica, e un cameo di Jean-Pierre Léaud. C'è una canzone rock declamata da un artista che pare essere uscito da un concerto dei Leningrad Cowboys. C'è tutto il cinema di Kaurismaki, eterno e immodificabile. Per fortuna.

Sì perché in fondo le storie dei suoi film si assomigliano un po' tutte, ma non ci stancano mai. Di storie così, di film così, ne vorremmo ancora. E ancora. Dieci, cento, mille. Ogni giorno.
A un certo punto, in ospedale, il dottore dice ad Arletty "un miracolo è sempre possibile"; lei sconsolata risponde "sì, ma non nel mio quartiere". Difficile darle torto. Eppure, la vagabonda magia kaurismakiana riesce nell'impresa, e il ciliegio di Marcel può infine sbocciare, con tutto l'orgoglio del mondo.

lunedì 26 dicembre 2011

MELANCHOLIA - Recensione

Cogliendo l'occasione per fare ai lettori, pur con qualche ora di ritardo, gli auguri affinché sia possibile trascorrere festività il più possibile piacevoli e serene, Cinemystic approfitta di questi ultimi giorni del 2011 per recuperare alcune pellicole imprescindibili dell'annata che volge al termine. Oggi è il turno di Melancholia, recente fatica dell'amato/odiato Lars Von Trier, autore di dichiarazioni assai poco felici durante il Festival di Cannes, in cui il suo film era presente in concorso, tanto da farlo diventare persona non gradita.
Dopo la sanguinaria parabola filosofica del precedente Antichrist, il danese sceglie una narrazione all'apparenza più lieve e misurata, dividendo idealmente il film in due blocchi aventi come rispettive protagoniste Justine e Claire, sorelle sull'orlo di una crisi di nervi. La prima subisce un fastoso matrimonio senza essere convinta dell'importante passo che sta compiendo, tanto da mandare tutto all'aria; la seconda invece vive con preoccupazione l'avvicinarsi di un misterioso pianeta destinato a transitare accanto alla Terra, senza peraltro che vi sia il pericolo di una collisione. O almeno, così dicono gli scienziati.
Premessa d'obbligo: nel giudicare un film di Von Trier, bisognerebbe smetterla con queste ridicole fazioni calciofile secondo le quali vige l'obbligo di essere iscritti al partito pro oppure al partito contro, idolatrando l'autore oltremisura o al contrario stroncando senza pietà ogni suo lavoro senza alcuna motivazione analitica decente; usanza, quest'ultima, utilizzata da sempre anche da alcune rinomate (?) riviste nazionali. Al di là della simpatia o dell'antipatia verso l'uomo Von Trier, e verso un cinema per sua stessa natura destinato a giudizi controversi, basterebbe porsi alla visione dei suoi film, una buona volta, con un minimo di oggettività critica. Cosa che il sottoscritto da sempre cerca di fare.

L'analisi di Melancholia si poggia su basi simboliche, sulle quali porre in essere una doppia congiunzione astrale volta a scavare tra le anime divelte delle due protagoniste, smarrite nelle paure che dimorano nel loro oscillante inconscio. Mentre in cielo la luce blu di un pianeta altro corteggia i confini della terra, quaggiù le due donne cercano una via d'uscita al generale senso di sconfitta che accompagna le loro vite. Senza costrutto. Il tempo dell'Apocalisse, al di là delle facili profezie di bassa lega, è forse davvero giunto, per mondare l'universo dalla bieca corruzione che ha divorato il senso comune. Non basta la ricchezza, non bastano un matrimonio in pompa magna e una promozione aziendale, un campo da golf con diciotto buche e un cavallo con cui correre nel vento; l'atavica solitudine delle due sorelle sconfigge i sorrisi di plastica, gli abbracci spezzati, il dolce suono del benessere borghese; il male di vivere è una malattia che ha ormai esaurito ogni speranza di cura.
Von Trier, oltre ad attaccare come sempre lo spettatore, pare per una volta voler sfidare anche se stesso, nascondendosi in un andamento sussurrato, docile, durante il quale l'estremismo che lo ha reso celebre (e a suo modo unico) è accantonato. Ma in fondo si tratta solo di apparenze: Melancholia nasconde infatti tra i lembi ordinati il tratto distintivo di una storia disturbante, soffocante, buia, tragica. Inizia con una sequenza di quadri in semi-movimento sulle note del Tristano e Isotta di Wagner, finisce con un tocco di fantascienza, e nel mezzo sfiora Shakespeare e Kubrick. A un primo livello di lettura il meccanismo sembra a lungo girare a vuoto, ma è soltanto una trappola: in realtà il film si nutre delle nostre speranze, e mastica lentamente ogni squarcio di luce.
Le protagoniste hanno i volti di una tremante e indifesa Charlotte Gainsbourg, e di una Kirsten Dunst che offre la sua interpretazione migliore, pur senza raggiungere le vette di disperata immedesimazione emotiva di tante precedenti antieroine di Von Trier (la Watson di Le onde del destino, la Kidman di Dogville, la stessa Gainsbourg di Antichrist, senza dimenticare la sconvolgente Bjork di Dancer in the Dark); i suoi occhi esprimono comunque la verità di un respiro ghiacciato che va a spegnersi sequenza dopo sequenza, mentre il suo corpo nudo si offre, anche se solo in campo lungo, disteso in riva al fiume, tra i riflessi del pianeta blu, nell'immagine più bella.
Intorno a loro, soprattutto nella prima parte, sfilano attori più o meno confacenti al cinema di Von Trier, da Kiefer Sutherland a Charlotte Rampling, da Stellan Skarsgard a Udo Kier, senza peraltro lasciare tracce indelebili.
Il segno, vero e tangibile, tra le sue voci strozzate, lo lascia però il film stesso, inglobandoci in un doloroso blu destinato a trascinarci oltre le correnti dell'infinito.

venerdì 23 dicembre 2011

LA FIAMMIFERAIA di Aki Kaurismaki

Dopo un periodo di pausa, dovuto alle incombenze di un trasloco, Cinemystic torna in piena attività, con un piccolo articolo dedicato a uno dei pochi autori realmente indispensabili del cinema contemporaneo. Parliamo del finlandese Aki Kaurismaki, da tempo cantore di una poesia narrativa che non ha eguali tra i registi in attività, e tornato quest'anno sulle scene con Miracolo a Le Havre (nelle prossime ore sempre qui troverete l'apposita recensione). Può intanto essere giusto, soprattutto in pieno periodo natalizio, riscoprire e riassaporare uno dei film che possono davvero porsi come simbolo della sua ineguagliabile forza espressiva, ovvero La Fiammiferaia, uscito nel 1989 e interpretato dalla musa kaurismakiana per eccellezza, Kati Outinen.

Iris lavora in una fabbrica che produce fiammiferi. Un'esistenza monotona, piatta e solitaria, scandita da rituali opprimenti e immodificabili. Vive con la madre e il patrigno, personaggi abietti che la sfruttano, la trattano come una sguattera e si fanno mantenere dalla ragazza. Iris va a ballare, cercando una misera valvola di sfogo alla triste quotidianità, ma nessun uomo la invita in pista. Si compra un bel vestito, unico sfizio possibile dopo aver ricevuto lo stipendio, ma scoperta e schiaffeggiata dal patrigno è costretta a riportarlo al negozio. Si commuove davanti a un film in televisione, stira e prepara da mangiare, si guarda intorno e non trova alcun divertimento, alcuna ragione per godere della vita. Quando finalmente un uomo pare interessarsi a lei, Iris, dopo una notte di sesso, sogna un legame, sogna l'amore, sogna la fuga dalla prigione in cui sfiorisce giorno dopo giorno; i suoi occhi di bimba tornano per un attimo a brillare, e la notizia di una futura gravidanza non fa altro che acuire il suo desiderio di emancipazione. Ma è soltanto un'illusione: l'uomo la umilia senza pietà, la abbandona, rifiuta qualsiasi proseguimento del rapporto. Iris, cacciata di casa, è ancora una volta sola, sola più che mai. Fino a quando una molla le scatta nel cervello, scatenando un folle orgoglio di vendetta.
Iris è la Regina del popolo di reietti che da sempre popola l'universo perdente di Kaurismaki, un rifiuto della società intriso di umori devastati e devastanti, un contenitore di mediocrità racchiuso in un arcobaleno di abbandono e misericordia. Nel suo volto si attua il senso ultimo di una civiltà annebbiata dalle fauci rabbiose dell'egoismo umano, e nell'esplosione di una rivincita destinata a conseguenze letali si dipana, per paradosso, l'unico afflato di (vana) speranza concesso a chi non può ottenere altro dalla propria lacrimevole esistenza.
Come da consuetudine i personaggi di Kaurismaki non parlano quasi mai. Si limitano a bere, e a fumare una sigaretta dopo l'altro. Senza bisogno di parole, Iris danza un tango di disperazione senza fine, sottraendo allo spettatore qualsiasi via di fuga. Così, mentre in Tv scorrono immagini di guerra e sangue, il piccolo mondo proletario della fiammiferaia consuma il suo veleno. E noi ci commuoviamo, grazie alla potenza perfino chapliniana di un cinema unico e meraviglioso.

lunedì 5 dicembre 2011

COURMAYEUR NOIR IN FESTIVAL 2011

Non ancora sazio dopo la pantagruelica maratona torinese, il sottoscritto si prepara a tornare in viaggio per una breve presenza a Courmayeur, giovedi e venerdi, per assistere a un paio di giornate del Noir in Festival 2011. Tra letteratura e cinema, durante l'evento si vedranno molte anteprime, tra cui, per ovvi motivi professionali e affettivi, mi piace segnalare l'horror Don't Be Afraid of the Dark, scritto e prodotto da Guillermo Del Toro, ma anche We Need to Talk About Kevin con John C. Reilly e Tilda Swinton.

A partire da venerdi, su CineClandestino, rivista per la quale sarò accreditato e ospitato, potrete trovare qualche mio articolo in diretta dalla manifestazione. Dopodiché, qualche settimana di meritata (?) pausa, peraltro accompagnata da molteplici e variegate visioni casalinghe. La giostra del cinema, infatti, da queste parti, non si ferma mai. A presto.

sabato 3 dicembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (5) - Finale senza il botto

In un'edizione in cui alcuni dei grandi nomi hanno più o meno deluso (Herzog, Allen), si sperava che Twixt, ritorno all'horror gotico di Francis Ford Coppola, potesse portare un po' di entusiasmo. Il risultato, invece, non è parso convincente. Nel film un imbolsito Val Kilmer, scrittore di (poco) successo, si reca in una piccola cittadina per promuovere il suo ultimo romanzo. I riscontri sono prossimi allo zero. Ai ferri corti anche con la moglie, l'autore cerca in ogni modo di trovare la giusta ispirazione per il libro successivo. Sviluppando una malsana idea nata dallo sceriffo locale, il romanziere si immerge tra le nebbie di un passato misterioso, riportando alla luce eventi traumatici accaduti nel luogo tanto tempo prima. Nel suo viaggio mistico a ritroso, è accompagnato addirittura da Edgar Allan Poe in persona, verso un incubo lugubre e sanguinario.
Indubbiamente interessante dal punto di vista visivo, soprattutto in virtù di un'ottima ricerca fotografica, il lavoro di Coppola gioca con i generi, cercandone una rilettura imbevuta di destrutturazione e parodia. Pur azzeccando qualche momento di discreta ilarità, la sceneggiatura si sfalda però senza appello, risultando derivativa, fiacca, slegata, poco convinta, sino a sfociare in un finale affrettato e assai poco convincente. Resta così a conti fatti un esperimento metacinematografico incapace di trovare la giusta direzione strutturale.
Il festival giunge alla conclusione. Le ultime pellicole in gara risollevano, in parte, un concorso lungometraggi apparso in tono senz'altro minore rispetto alle scorse annate (dove si erano visti lavori di altissimi livello, ad esempio Die Welle, Queimar las Naves, La Nana, Winter's Bone). Diverte il laconico e surreale Either Way, islandese, vagamente kaurismakiano nell'anima e capace di non prendersi troppo sul serio. L'opera di Sigurdsson vince il primo premio: un verdetto bello e condivisibile, per uno dei migliori film visti nella sezione. Si fa poi apprezzare almeno a livello teorico il russo Heart's Boomerang, solido ma fin troppo quadrato e lineare. Entusiasma invece la platea, ma non convince del tutto a livello critico, l'americano 50/50, di Jonathan Levine, incentrato sul dramma di un ragazzo colpito da un tumore; Levine dipana con discreta efficacia la consueta commistione tra il dramma della narrazione e i toni da commedia, aiutato anche dalle presenze di Anjelica Huston, Bryce Dallas Howard e Anna Kendrick (sempre più brava e bella), ma esagera con grossolanità e volgarità assortite, come da abitudine per gli americani, non riuscendo nemmeno a evitare qualche caduta retorica. Il pubblico, comunque, ha tributato al regista un'assoluta standing ovation.
L'ultima proiezione, la trentesima per chi scrive, è dedicata a The Oregonian, delirante horror incubale che sfrutta la lezione lynchiana per inoltrarsi in un guazzabuglio visivo che fa dell'incoerenza la propria bandiera. Una follia senza confini, imbevuta di ridicolaggini ma non priva di qualche suggestione tutto sommato inquietante; un lavoro difficile, coraggioso e non così disprezzabile, nonostante gli insopportabili ululati in sala di qualche maleducato e stupido pseudo-giornalista.
Si chiude così una settimana di estenuante maratona. Quello torinese si conferma, senza dubbio, ancora una volta, il miglior festival italiano, anche se va detto, con l'onestà che da sempre contraddistingue Cinemystic, come l'edizione 2011 non sia stata la più riuscita dell'era Amelio. Molte sono infatti state le pellicole inferiori alle attese, pochi i veri colpi di fulmine. Un livello generale non eccelso, a cui vanno aggiunti diversi problemi di tipo logistico che hanno diminuito la riuscita dell'insieme. Alcune sale (in particolare il Reposi 5 e il Greenwich 3) sono davvero imbarazzanti per un evento di tale portata, e, lo ribadiamo, l'abolizione delle navette ha costituito una grave lacuna, costringendo gli accreditati (compreso il sottoscritto) a fatiche inutili, e a perdere con molto dispiacere alcune proiezioni, a causa del'eccessiva distanza tra i vari cinema.
Se questa mancanza è stata causata da motivi di budget, la soluzione appare tutto sommato semplice: basterebbe mettere in programma 230 film invece che 250, oppure, ancor meglio, evitare di invitare alla cerimonia d'apertura la Penelope Cruz di turno, presenza totalmente inutile nell'economia del festival. In questo modo si potrebbe comunque risparmiare sui costi, senza privare pubblico e stampa di un servizio utile e indispensabile.
L'appuntamento, in ogni caso immancabile, va all'anno prossimo. A presto, Torino.

venerdì 2 dicembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (4) - L'elegia di Chiara Mastroianni

Profumo di gloria, avevamo scritto qualche giorno fa nell'articolo di presentazione del Torino Film Festival 2011, con riferimento a Les Bien-Aimés di Christophe Honoré, presente nella sezione Festa Mobile. Ebbene, gloria doveva (poteva) essere, e gloria è stata. Per 140 minuti, durante la visione, siamo stati catapultati in un affascinante mondo parallelo, accompagnato dai singulti dell'amore, della speranza, della disillusione. Una madre e una figlia, un arco temporale lungo quatro decenni, le strade di Parigi, soggiorni più o meno lunghi a Praga, Londra e altrove, in viaggio verso la vita, per poi tornare, ancora e ancora, tra i vicoli della Ville Lumière. Amori che vanno, nascono, spariscono, ricompaiono. Amori cercati, voluti, sognati. Amori impossibili, teneri, disperati. Il melò come atto fondante di vite in divenire, alla continua ricerca di una verità sepolta tra i cassetti del cuore. Una storia suadente, toccante, lieve ma decisa. E poi, ora e sempre, le canzoni, bellissime, scritte da Alex Beaupain, cantate dagli attori e dalle attrici, nella resurrezione di una meraviglia cinematografica imbevuta di passato ma capace anche di toccare il segreto intimo del presente.


Honoré venera Chiara Mastroianni come un feticcio: la insegue, le sta addosso, le regala molteplici primissimi piani, la inquadra da ogni possibile angolatura, da ogni prospettiva; e
ntra idealmente con la macchina da presa fin dentro i pori della sua pelle. Lei sta al gioco, con fiducia, brava più che mai. Chiara cammina, piange, bacia, danza, canta. Con lei Catherine Deneuve, che appare all'improvviso su un ponte di Parigi illuminando lo schermo come una Dea, e poi accarezza il racconto fino alla fine con il suo inarrivabile carisma. Accanto a queste due donne totemiche un arcigno Milos Forman e il solito tenebroso Louis Garrel. Prima di loro Ludivine Sagnier, cresciuta più che bene (in tutti i sensi), che torna ancora a cantare dopo 8 Femmes di Ozon e Les Chansons d'Amour sempre di Honoré.Chiara ama, corre, guarda, rincorre, spera, crolla. Ludivine e Catherine la precedono, accompagnano, seguono. Senza retorica né autocompiacimenti. Noi restiamo immobili, inerti e ammaliati, sedotti dalla magia delle parole, delle note, degli sguardi. Ballando con le stelle (di Francia). Fino all'epilogo e oltre. Applausi a scena aperta.

Con le energie ormai prossime allo zero, dopo sette giorni di maratona inarrestabile, il festival si avvicina alla conclusione. Mentre la gente affolla le sale più grandi per le proiezioni di maggior appeal commerciale, nelle salette più piccole e intime la retrospettiva su Sion Sono prosegue nella sua caustica vitalità. Vediamo così il viaggio nel buio di un commerciante di pesci tropicali in Cold Fish, pellicola la cui storia naviga non troppo lontana dai lidi dell'ottimo Kinatay di Mendoza, pareggiandone lo spessore (im)morale ma risultando prolisso, con un blood feast finale forse (per una volta) sin troppo rimarcato. Ma vediamo anche Sono alle prese con lavori di evidente stampo sperimentale, come il surreale e parodistico Utsushimi, e il sorprendente e struggente I Am Keiko, malinconico dramma sulla solitudine, l'impossibile arresto del tempo, e il (non) senso di una vita smarrita nell'ovatta e nel silenzio.

A non convincere, per ora, è invece il concorso lungometraggi, che pare vivere un'annata di poca ispirazione. Dopo alcuni lavori sufficienti ma privi della scintilla vincente, il livello scende ancora con il mediocre prison movie Ghosted, dell'inglese Craig Viveiros: una storia di soprusi, legami e vendette all'interno di un penitenziario, interessante nei primi 20-30 minuti, ma poi irrimediabilmente perduta in una coacervo di stereotipi e banalità, con una sceneggiatura meno che elementare e una risoluzione finale di deprimente ovvietà.