mercoledì 30 novembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (3) - La nudità di corpi e parole

Assistere a un festival di cinema non è mai un'esperienza banale. Assume ogni volta un ruolo fondamentale la possibilità (e la bellezza) di scoprire autori fino a quel momento non conosciuti, oppure approfondire discorsi tematici legati a registi già apprezzati ma di cui ancora non si era riusciti a completare la filmografia. In questo senso, Torino 29 offre spunti più che variegati, grazie ai quali è possibile spaziare a 360° in un mosaico di immagini che non si pone alcun limite tecnico e poetico. Così, felicemente dispersi nel marasma quotidiano, capita di imbattersi in autori letteralmente agli antipodi, ma allo stesso modo capaci di fornire suggestioni assai stimolanti, e squarci di grande cinema: Sion Sono ed Eugène Green. L'imponente retrospettiva sul poeta del dolore nipponico, di cui già abbiamo parlato nei post precedenti, continua a mietere ferite estatiche e stilettate capaci di scendere in profondità nell'anima dello spettatore: è il caso del recente Guilty of Romance, spietata educazione alla lussuria e alla perversione di una donna che decide all'improvviso di fuggire da una vita piatta e lobotomizzata per gettarsi con autentico furore tra le gioie del sesso. I personaggi dei lavori di Sono, però, si sa, non hanno mai vita facile: per loro la sofferenza è conseguenza inevitabile di ogni gesto e cambiamento. Anche alla giovane e conturbante Izumi, dunque, spetta l'arduo e indesiderato compito di scendere agli Inferi dell'afflizione; il suo procace e irresistibile corpo si spoglia di ogni veste, ma la nudità si porta via anche ogni forma di dignità, tuffandosi a capofitto tra le fauci del peccato, in un sentiero di umiliazioni da cui non sarà più possibile tornare indietro. Erotico, barocco, radicale, tragicamente romantico, lancinante e travolgente: Sion Sono al suo meglio.

Il corpo lascia invece il posto all'Arte della parola, nel cinema di Eugène Green, bella scoperta di questa edizione; minimalismo e ironia, rivisitazione dei generi, gusto immediato per il senso della vita umana al di là di ogni specificità psicologica, fioritura del fantastico come volto uguale e contrario del reale, piccole storie e piccoli tasselli di un puzzle capace di descrivere amori e mancanze senza alcun orpello tecnico. La profondità nella semplicità, a voler sintetizzare: quadretti spartani e delicati, entro cui si muovono (poco) i suoi personaggi, simili a marionette, ma dotati di una coscienza ben visibile. Green si stupisce di vedere molta gente in sala nonostante l'orario pomeridiano e il giorno infrasettimanale, e dopo le proiezioni dei corti Le nom du feu e Les Signes (con Mathieu Amalric, costante presenza/assenza di questo festival), e dello straniante lungometraggio Le Monde Vivant, ambientato in un Medioevo che poi tale non è, concede alla platea approfondite riflessioni (in italiano) sul significato stesso del cinema e delle sue componenti. Un regista-filosofo che si guarda e ascolta con piacere, e che il sottoscritto non può che ammirare per la scelta di rinnegare le origini americane per diventare a tutti gli effetti un uomo di Francia.

Sono e Green, opposti che si attraggono. Tra loro, una Festa Mobile sempre vivace (il documentario Joann Sfar, dedicato a un bravo disegnatore/fumettista parigino e diretto, guarda un po', da Mathieu Amalric), un concorso che per ora si mantiene su livelli discreti senza però decollare (il coreano A Confession, rigoroso ma incapace di trovare la scintilla vincente), e qualche visione pessima, come nel caso del mediocre thriller 388 Arletta Avenue, di Randall Cole, lavoro derivativo, pretenzioso, slegato e pleonastico.


La maratona continua: ci si prepara a tornare ancora tra le strade di Parigi, si spera con esiti migliori rispetto a Woody Allen, per cantare con Les Bien-Aimés di Christophe Honoré.

martedì 29 novembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (2) - Delusioni e Meraviglie

Prosegue senza soluzione di contenuità l'edizione numero 29 del Torino Film Festival. Una full immersion totale, che non lascia alcun margine di respiro. Nonostante qualche evidente stortura logistica operata quest'anno dall'organizzazione, si affollano le visioni, in una magnifica bulimia cinefila senza eguali nel panorama nazionale.
Così, tra una sala e l'altra, le varie sezioni propongono il loro meglio (e il loro peggio): il concorso lungometraggi entra nel vivo con tre opere molto diverse tra loro ma accomunate da una discreta riuscita generale; si inizia con Attack The Block, fantahorror di chiara impronta commerciale incentrato sull'invasione aliena in un ghetto di periferia; un assedio a tempo di rap, visto con gli occhi di una gang di ragazzi pronti a trasformarsi da delinquenti a eroi: un Super 8 Miles, per citare la crasi utilizzata dal simpatico regista Joe Cornish prima delle proiezione, evidente debitore del bellissimo film di Abrams senza nemmeno sfiorarne la qualità, molto più superficiale eppure alla fine non disprezzabile nella sua miscela di action, ironia e omaggi al cinema di genere degli anni settanta/ottanta. Da notare, a gran sorpresa, visto il genere in totale antitesi con i suoi gusti, la presenza in sala, come semplice spettatore, di Nanni Moretti. Molto bene poi il canadese Le Vendeur, dramma dedicato a un venditore d'auto capace di superare la crisi economica e la tragedia personale grazie all'attaccamento viscerale per il suo lavoro, e apprezzabile nella sua delicatezza di tocco Way Home, tedesco, storia di solitudini, vite giunte al capolinea, e amori stanchi ma ancora in grado di sopravvivere al tempo inclemente che divora il corpo e la lucidità del pensiero.

Proseguono a pieno regime anche le retrospettive: il Mito di Robert Altman riempie in ogni ordine di posto la sala per la riproposizione dell'immortale Nashville, accompagnato da un ricchissimo parterre composto da Keith Carradine, Michael Murphy, Kathryn e Stephen Altman, affiancati a ricevere il caloroso applauso del pubblico torinese e pronti a raccontare alla platea gustosi aneddoti relativi alla lavorazione del film. In contesti più piccoli, diciamo di nicchia, prosegue la riproposizione dell'intera (quasi) f
ilmografia di Sion Sono, occasione d'oro per apprezzare i suoi migliori lavori, intervallati da opere non proprio indimenticabili (il confusionario Into a Dream e l'occasione perduta Hair Extensions, film che tocca attimi di notevole forza narrativa per poi però scivolare in pesanti cadute di tono spinte sin oltre al limite del ridicolo).

Dalla ricchissima sezione fuori concorso Festa Mobile arriva invece il meglio e il peggio del festival. Della seconda categoria fa sicuramente parte Wrecked, fallimentare survival-movie prodotto e interpretato da Adrien Brody e realizzato con il palese intento di cavalcare l'onda dei recenti Buried e 127 ore. Un'ora e mezza di one man show, in cui Brody fornisce una bella prova d'attore, in un film che p
erò, semplicemente, non c'è: zero idee, zero originalità, per una pellicola derivativa, sciocca, inutile, che oltretutto sprofonda per via di inserti buonisti al limite del ricattatorio (il cane). Insomma, un disastro.
A conti fatti delude anche l'atteso nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris, in bilico tra l'incanto e la pioggia di una Parigi che scivola dalla contemporaneità al ritorno negli anni venti. Owen Wilson abbraccia la Ville Lumière circondato da un cast all-stars in cui trovano posto tra gli altri Marion Cotillard, Kathy Bates e un esilarante Adrien Brody nei panni di Salvador Dalì: il risultato è però fiacco, debole nella forma e nella sostanza, con un'idea di base troppo striminzita per reggere i novanta minuti di durata e una morale di fondo quantomeno semplicistica. L'ennesima dimostrazione di come Allen faccia davvero tr
oppi film.


E poi, tra una corsa e l'altra, una scoperta e una delusione, arriva, caldo come il tocco di una lama infuocata, l'assoluto capolavoro di questa edizione del festival: La Guerre est Declarée, di Valérie Donzelli, film di cui già avevamo accennato, candidato della Francia per i prossimi premi Oscar. Una storia devastante, raccontata con uno stile meraviglioso in grado di affiancare, con miracolosa brillantezza, il dramma più straziante e l'ironia più dolce. Sulle nostre guance scendono inarrestabili le lacrime, mentre assistiamo alla ferale lotta di due genitori intenti a salvare con ogni mezzo il loro bambino colpito da un tumore al cervello; eppure, sperduti nel dolore, troviamo anche modo di sorridere, grazie al sapiente uso delle musiche, al respiro della spensieratezza, al tocco magico della Donzelli, regista/sceneggiatrice/interprete della pellicola, insieme al suo reale compagno di vita Jeremie Elkaim.
Così, tra Jacques Demy e Truffaut, fino al Moretti di La stanza del figlio, scaviamo nel profondo dell'anima, disperati e al contempo estasiati di fronte a un'opera d'incredibile bellezza e intensità. Romeo e Juliette (da pronunciare rigorosamente alla francese) combattono la loro guerra, assistiti dalle famiglie, dagli amici, dalla speranza; noi combattiamo con loro. I volti di Valérie e Jeremie entrano nel nostro cuore, e lì trovano casa: non se ne andranno mai più.

domenica 27 novembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (1) - Le illusioni del dolore

Inizia il reportage in diretta dalla ventinovesima edizione del Torino Film Festival.
Si comincia subito con il botto, grazie a una doppietta incentrata su Sion Sono, "poeta del dolore" giapponese a cui l'evento dedica una succosa e affascinante retrospettiva. Il pomeriggio parte con la visione di Noriko's Dinner Table, sorta di prequel del capolavoro Suicide Club: due ore e mezza di immersione tra le viscere dell'assenza d'identità tipica dell'universo adolescenziale nipponico. Solitudine, abbandono, desiderio di rivalsa, spersonalizzazione dell'individuo in quanto tale, recite e maschere, sogni di fuga verso un futuro da costruire scivolando via dal giogo delle esperienze vissute. Un dramma intenso, un libro in immagini raccontato da un'onnipresente voce fuori campo che non abbandona mai la narrazione, e che ci conduce nel senso profondo di una surreale sub-realtà deprivata di ogni forma di individualismo.
Sion Sono, presente in sala e abbigliato come un piccolo Chaplin dei nostri giorni, si inchina con gentilezza al pubblico che lo applaude, e spiega come la storia di
Noriko prenda spunto da persone ed esperienze reali. Lo stesso dicasi per il film successivo, il colorato e devastante Strange Circus, una delle vette nella carriera dell'autore. Una straziante narrazione che non si pone alcun limite tecnico, toccando entusiasmanti interconnessioni tra cinema, arti visive, fotografia e musica, ed esplorando con dirompente fragore temi delicati quali la pedofilia, i traumi infantili e la vendetta. Sangue e tortura, suggestioni oniriche e grand guignol, perversione e (di nuovo) spersonalizzazione dell'individuo, dispersioni spazio-temporali e misteri raccapriccianti, per un freak-show che abbatte ogni confine razionale con risultati di altissimo spessore.
In serata, invece, è il turno di uno dei film forse più attesi del festival:
Into the Abyss, di Werner Herzog, documentario incentrato su Michael Perry, detenuto condannato a morte in attesa dell'esecuzione. Al di là dell'evidente presa di posizione di Herzog, pronto a declamare la sua contrarietà alla pena di morte, il lavoro in sé risulta inferiore alle aspettative. Appare evidente come non ci fosse abbastanza materiale per costruire un documentario di 100 minuti: di conseguenza non mancano momenti "riempitivi" che tolgono intensità al racconto, e abbondano gli attimi di costruzione scenica incerti e per questo latori di alcune perplessità. Il maestro tedesco, diciamolo, ha sicuramente fatto di meglio.

La mattinata di domenica si apre con
L'Illusion Comique, di Mathieu Amalric, già a Torino un anno fa con il bellissimo Tournée. Amalric compie una scelta coraggiosa, portando sullo schermo una pièce di Corneille e facendo dialogare i suoi attori in rima, dall'inizio alla fine, nonostante l'ambientazione contemporanea. Ne nasce un melò bizzarro, profumato d'antico pur nella sua veste moderna; per certi versi un figlio legittimo del Rohmer de Gli amori di Astrea e Celadon, la cui fruizione appare piuttosto ardita, ma che senza dubbio non manca di vitalità e sfrontatezza.
Per ora, dalla sala stampa, ci fermiamo qua. Molte altre visioni incombono. Nella bellissima atmosfera che come ogni anno regna a Torino, ci pare corretto segnalare una lacuna piuttosto marcata: l'abolizione delle navette per il trasporto da un cinema all'altro. Era un servizio comodo e indispensabile, e la sua assenza costringe il pubblico e gli accreditati ad allungare i tempi (e la fatica) per gli spostamenti. Capiamo l'esigenza di operare qualche risparmio sui costi, ma i tagli sul budget potevano (dovevano) essere operati su elementi meno utili.

martedì 22 novembre 2011

TORINO FILM FESTIVAL 29: Dieci film da non perdere


Al via venerdi l'edizione numero 29 del Torino Film Festival. La manifestazione proseguirà fino al 3 dicembre, per nove giorni di straordinaria e bulimica maratona cinefila. Come sempre. Anche quest'anno, se mai ce ne fosse stato bisogno, il TFF si conferma come il miglior festival italico, grazie a un programma meraviglioso e "impossibile", vista l'enorme quantità (e qualità) di pellicole interessanti. A Torino, come di consueto, non ci saranno né i tappeti rossi, né il glamour fine a se stesso; a differenza dell'inutile e dannosa "festa" (??) romana, sotto la Mole ci si immergerà solo e soltanto nella vera e reale magia del cinema. Ognuno potrà costruire i propri percorsi tematici, e scivolare con dolcezza nella lucida follia proposta dal concorso, dalle retrospettive e dalle sezioni collaterali. Un marasma d'infinito fascino.

Ecco quindi, a poche ore dall'inizio, dopo aver studiato a fondo l'astronomico programma, un parziale elenco in ordine sparso di pellicole a mio parere "imperdibili", almeno sulla carta.

1) Noriko's Dinner Table (di Sion Sono) = Titolo scelto per rappresentare la retrospettiva quasi integrale (manca purtroppo il doc sul black metal Lords of Chaos) dedicata a Sion Sono, uno dei registi più brillanti, fantasiosi, controversi ed estremi dell'intero panorama mondiale. Un'idea micidiale, in senso positivo, quella di dedicare all'autore nipponico un evento di tale portata. Una ventina di film in cartellone, per (ri)scoprire un regista dotato di enorme fascino visivo, e capace di raccontare storie devastanti con uno stile unico. Noriko è una sorta di sequel dello splendido Suicide Club, due ore e mezza di radicale cinema immorale, in cui piombare tra le viscere dell'Arte come strumento di destrutturazione culturale. Un'occasione unica.2) L'illusion comique (di Mathieu Amalric) = Un anno dopo il bellissimo Tournée Amalric, ormai vero e proprio simbolo del cinema francese contemporaneo, con risultati brillantissimi sia come attore sia come regista, torna al TFF con una surreale narrazione tratta da una pièce di Corneille. Sperimentazione e talento.3) Into the Abyss (di Werner Herzog) = Herzog è uno dei pochissimi autori davvero indispensabili del cinema mondiale. Non lo scopriamo certo oggi. Al TFF propone un devastante documentario incentrato su Michael Perry, condannato a morte in attesa dell'esecuzione. Il maestro, di sicuro, come solo lui sa fare, riuscirà per l'ennesima volta a scavare sotto la superficie dell'animo umano, per aprire ferite mai più rimarginabili.4) La guerre est declarée (di Valerie Donzelli) = Il film che a sorpresa la Francia ha candidato ai prossimi premi Oscar. Un dramma familiare atipico, tragico ma anche colorato e capace di ironia e speranza. Ne ho parlato diffusamente qui. Impossibile mancare.5) Les Bien-Aimés (di Christophe Honoré) = Un altro maestro del cinema transalpino, alle prese con una frizzante storia che viaggia nel tempo tra gli sguardi di un cast in cui troviamo Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Ludivine Sagnier e Louis Garrel. Profumo di gloria.6) The Oregonian (di Calvin Lee Reeder) = Horror psicologico americano, intriso di suspence, silenzi, personaggi surreali, suggestioni lynchiane e inquietudini striscianti. Pur con tutta la diffidenza del caso nei confronti dell'asfittico cinema di genere statunitense, proviamo a fidarci.7) Intruders (di Juan Carlos Fresnadillo) = Fantasmi, traumi sepolti, memorie da incubo. Clive Owen in un horror la cui trama pare non entusiasmare per originalità. Ma al sottoscritto il lavoro precedente di Fresnadillo, 28 settimane dopo, era piaciuto assai, per cui fiducia anche a lui.8) Ghosted & Attack The Block = Doppio titolo a rappresentare il sempre interessante e valido concorso lungometraggi (tanto per dire, l'anno scorso vinse Winter's Bone). Due pellicole molto diverse tra loro (un teso prison movie e un curioso fantahorror urbano) ma accomunate dalla provenienza inglese. E siccome la scuola britannica in questi tempi è in gran forma, abbiamo buone speranze.9) Le pont des arts (di Eugène Green)= Un'altra brillante idea del TFF targato 2011, all'interno della sezione Onde come sempre curata con invidiabile capacità dal bravissimo Massimo Causo, è l'omaggio a Green, autore francese raffinato, rigoroso, e molto poco conosciuto dal pubblico italiano. Un'altra bella occasione per scoprire suggestioni nuove e affascinanti.10) Le Havre (di Aki Kaurismaki) = E qui, tra mille lodi, dobbiamo mettere sul piatto l'unica critica nei confronti dell'organizzazione: splendida la scelta di conferire il Gran Premio Torino a Kaurismaki, genio monumentale e inarrivabile, ma perché ospitarlo e proporre il suo ultimo capolavoro proprio nel primissimo giorno del festival, quando molti accreditati (come il sottoscritto) non saranno ancora arrivati a Torino, e saranno dunque impossibilitati a vederlo e applaudirlo? Davvero un peccato. E un brutto errore di programmazione. Ma il film, va da sé, è imperdibile. Per fortuna negli stessi giorni uscirà anche nelle sale.A tutto ciò ci sarebbero da aggiungere, tanto per gradire, la mega-retrospettiva dedicata a Robert Altman, le anteprime nazionali di The Descendants (con George Clooney) e Albert Nobbs (con Glenn Close), il thriller claustrofobico Wrecked (con Adrien Brody), il cinefilo Dernière Séance di Laurent Achard, il Woody Allen di Midnight in Paris, la sezione Figli e Amanti in cui si rivedranno capolavori di Pasolini, Peckinpah e Tavernier, e notizia dell'ultima ora, anche l'anteprima di Twixt, ritorno all'horror gotico di Francis Ford Coppola. Infine, per i masochisti, ci sarà pure Mientras Duermes, nuova fatica del sopravvalutatissimo Balaguerò.Insomma, un programma delizioso, da gustare a pieni polmoni. Appuntamento su Cinemystic nei prossimi giorni, per un nutrito reportage in diretta da Torino. Intanto, se volete, cliccando qui potete rileggere le mie cronache festivaliere delle scorse annate, dal TFF e non solo.Buio in sala.

giovedì 17 novembre 2011

HORROR FESTIVAL, I VINCITORI

Autunno. Tempo di horror festival italici, almeno quei pochi che ancora riescono a sopravvivere nel disastro culturale che ormai ha totalmente fagocitato l'ex Bel Paese. Nel giro di pochi giorni si sono susseguite le tre manifestazioni nostrane più importanti legate al cinema di genere, ovvero il Ravenna Nightmare, il Tohorror, e lo Science + Fiction di Trieste. Può essere forse interessante dare un'occhiata ai verdetti emersi nei rispettivi concorsi dedicati ai lungometraggi.


Risulta senz'altro apprezzabile e condivisibile la notizia che riporta come Monsters, del sudafricano Gareth Edwards, abbia vinto il primo premio a Trieste. Un film di altissimo livello, capace di fuggire da tutti gli stereotipi legati al sempre più inflazionato filone incentrato sulle invasioni aliene, e in grado di operare una sorprendente fusione tra l'orrore della narrazione e un afflato poetico, intimo, perfino commovente. Un lavoro davvero ottimo, tra i migliori prodotti di genere visti negli ultimi anni. Per chi non l'avesse ancora visto il consiglio è senza dubbio l'immediato recupero.

Al tradizionale e benemerito ToHo
rror Festival, sotto la Mole, ha invece vinto lo svizzero Sennentuntschi, di Michael Steiner. Verdetto tutto sommato corretto, per un film non esente da numerosi difetti, ma anche originale, sincero, e permeato da un alone inquietudinale senza dubbio scevro da pleonasmi e manierismi. Per approfondimenti vi rimando alla recensione completa pubblicata qui su Cinemystic poco tempo fa.

Appare invece a dir poco discutibile il risultato del Ravenna Nightmare, la cui giuria ha decretato la vittoria del pessimo Secuestrados, dell'iberico Miguel Angel Vivas. Un lavoro assai derivativo, che utilizza come palese modello di riferimento l'Haneke di Funny Games per proporre una messinscena infarcita di stereotipi, banalità assortite, svolte elementari, personaggi insopportabili e scelte tecniche (i reiterati split screen) risibili e infantili. L'ennesima conferma di quanto il cinema di genere spagnolo sia molto sopravvalutato.

lunedì 14 novembre 2011

NUOVA CASA, NUOVA VITA

Cinemystic è un blog nato nel marzo 2008. Dopo oltre anni e mezzo di attività su Splinder, 250 post pubblicati e oltre 37000 visite ricevute, da oggi trasloca qui, per proseguire e se possibile ancora migliorare il proprio destino.

Per chi già mi conosce non c'è bisogno di presentazioni. Ci tengo comunque a sottolineare che tutto quello che ho scritto in questo lungo periodo è stato salvato e "traslocato", così che nulla si potesse perdere. Per comodità gli articoli più "datati" sono stati raggruppati in post collettivi, ma se avrete voglia di navigare nel blog, sfogliando le pagine o utilizzando l'elenco delle categorie e delle rubriche (sono quelle segnate con l'asterisco iniziale) qui a destra della home page, (ri)troverete tutto quello che magari già avete letto.
Per i nuovi lettori, invece, un sincero benvenuto nel respiro di una creatura che da sempre si propone di parlare di cinema a 360°, senza censure né confini di genere, spaziando da ciò che più amo (in primis l'horror in tutte le sue infinite connotazioni e il cinema francese) a ogni altra suggestione meritevole di approfondimento.
Su Cinemystic ci sono recensioni, reportage dai festival, cult movies, film del presente e del passato, attualità e salti nel tempo, divagazioni letterarie, notizie che riguardano la mia attività di scrittore e critico. Ci sono il cinema muto e lo splatter/gore, film francesi e norvegesi e giapponesi e italiani e australiani, Kaurismaki e Aronofsky, Sion Sono e Marcel Carné, Mario Bava e Adriano Celentano, cortometraggi indipendenti e grandi produzioni, cinema d'essai (soprattutto) e produzioni mainstream (all'occorrenza). Con una spiccata attenzione per il cinema di qualità, ma senza barriere né preclusioni di sorta. In piena libertà. Come sempre dovrebbe essere.
Dopo tre anni e mezzo, dunque, Cinemystic continua e riparte, con ancora più entusiasmo.
Ben trovati, benvenuti, ben arrivati.

EMOZIONI ALLA FRANCESE


Adoro il cinema francese. Ormai lo sapete. Un amore viscerale, assoluto, che si conferma e anzi cresce, ancor di più, giorno dopo giorno. Ecco perché, in attesa dei grandi eventi festivalieri autunnali (ToHorror, Torino Film Festival e Noir Fest di Courmayeur), mi sto dedicando in questo periodo al recupero di tante recenti opere transalpine che per un motivo o per un altro ancora non ero riuscito a vedere. Tra le altre ne ho scelte tre, di livello assoluto, meritevoli di essere citate sulle pagine di Cinemystic.

angele et tonyAngèle et Tony (di Alix Delaporte, 2010) = Uno dei tanti piccoli grandi film sfornati ogni anno dalla solidissima industria francese. Girato con un budget ridottissimo, diretto da una ex giornalista al debutto sul grande schermo, si è imposto all'attenzione generale in patria, ottenendo notevoli incassi, per poi (per fortuna) uscire anche in Italia, per merito dell'occhio sempre lucido e benemerito di Nanni Moretti e della sua Sacher.
Siamo di fronte a un dolente melodramma sentimentale ambientato in un villaggio di pescatori in Normandia. C'è una donna, appena uscita di prigione, in cerca di una sistemazione e sofferente per l'impossibilità di ottenere la custodia del figlio, e un uomo, rude, scavato da una vita di duro lavoro manuale. Due anime fluttuanti in un Purgatorio di sogni e pentimenti. Angèle vaga incerta, nervosa, cercando una pace interiore perduta nell'oblio degli errori di un passato impossibile da cancellare. Tony cerca di imporre la sua corazza livida, per ripararsi dai pericoli di un amore silenzioso nei confronti di una donna che, almeno all'inizio, sta con lui solo per interesse. Ne esce un film trattenuto, rigoroso, sofferto, ma anche capace di squarci di ottimismo.
La Delaporte sfiora il cinema di Truffaut, e si pone con intimo rispetto verso le anime tagliate dei due protagonisti (Clotilde Hesme e Grégory Gadebois, entrambi bravissimi), pronti a nuotare mano nella mano nel mare della speranza. Da segnalare con piacere anche la presenza di Lola Duenas, una delle muse almodovariane che più amiamo, da sempre.


Le premier jour du reste de ta vie (di Rémy Bezançon, 2008) = Ecco uno di quei film utili a dimostrare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, come il cinema francese sia di gran lunga il migliore al mondo. Opera seconda di un regista in rapida ascesa, premiato con tre César, spaccato appassionante e lucidissimo di una famiglia alle prese, in un arco temporale di dodici anni, con significative tappe di un'esistenza segnata da contrasti, vendette, abbandoni, ritorni, oscillazioni comportamentali, e affetti infine capaci di sopravvivere a ogni ruggine.
Un classico melò familiare alla francese, si potrebbe dire, ma permeato da una solidità d'intenti stupefacente, e capace di penetrare nel profondo, in un processo empatico che resta impresso nel cuore anche dopo il bel motivo musicale di Sinclair che accompagna i titoli di coda. Sceneggiatura limpida, stile di regia brillante, realismo sottile che non perde mai la strada maestra, ironia lieve, squarci di sincera commozione, e un cast meraviglioso: la splendida Deborah François (la figlia adolescente), i sorprendenti Pio Marmai e Marc-André Grondin (gli altri due figli), l'impeccabile Jacques Gamblin (il padre), e una svanita Zabou Breitman (la madre): cinque punte per una stella in grado di brillare a lungo nel firmamento del cinema d'Oltralpe.
L'ultimo sguardo, con cui la François punta i suoi occhi direttamente verso di noi, rompendo il muro sintattico che separa finzione e spettatore, si stampa dritto nell'anima, e lì per sempre resterà.


tomboyTomboy (di Céline Sciamma, 2011) = La Sciamma non è più una giovane promessa del cinema francese. É invece ormai una certezza. Aveva debuttato quattro anni fa con l'ottimo Naissance des Pieuvres, presentato al Torino Film Festival, viaggio nei turbamenti sentimentali e sessuali di tre ragazze alla ricerca della piena accettazione di sé, e adesso, con Tomboy, vero e proprio caso dell'anno in patria, ha saputo confermare tutto il buono che ci aveva lasciato intravedere.
Questa volta ha spostato la lancetta un po' indietro, dedicandosi alla storia di un bambina di nove anni che si finge maschio per assicurarsi il rispetto e l'affetto degli amici; pur alle prese con età differenti, l'autrice non ha perso un filo della genuinità espressiva già messa in mostra nel lavoro precedente. Una breve ma intensa estate bergmaniana, durante la quale la Sciamma ribadisce di possedere un tocco delicato, raffinato, quasi magico; una dote mai autoreferenziale, bensì posta al servizio della narrazione, durante la quale si lascia molto spazio al non-detto e al non-spiegato, puntando invece sulla quotidianità innocente dei suoi giovani protagonisti, cullati dalle onde del destino verso un avvenire ancora tutto da scoprire.
Vincitore dell'ultimo GLBT Festival di Torino, e apprezzato all'unanimità pressoché ovunque, Tomboy è un lavoro dolce, e assai prezioso.
Nota a margine: durante una conferenza stampa Angela Prudenzi, selezionatrice della Settimana della Critica di Venezia, ha dichiarato: “Il cinema francese ci mette sempre in difficoltà, per l'elevata quantità e qualità delle opere che produce ogni anno”. I film della triade Delaporte-Bezançon-Sciamma sono proprio fulgidi esempi di una cinematografia unica e impareggiabile.

HALLOWEEN 2011

HALLOWEEN, I FILM IN TV (E NON SOLO)
Postato alle ottobre 31, 2011 12:36 di lunedì, 31 ottobre 2011
da: [cinemystic]

Che la sarabanda abbia inizio. Arriva la notte di Halloween, e come ogni anno l'Italia tenta di far sua una festa che non le appartiene. In ogni caso the show must go on, e così, come sempre, nelle prossime ore fioccheranno i travestimenti, le feste a tema, le zucche, le canzoni stregonesche, i dolcetti e gli scherzetti.

Nel marasma generale, molte persone saranno in giro a far baldoria; ma di sicuro ci sarà anche qualcuno che rimarrà a casa, magari con la voglia (o la necessità) di una tranquilla serata davanti alla Tv, in cui approfittare dei palinsesti orrorifici ad hoc messi in piedi dai canali terrestri e satellitari. Dando uno sguardo alle varie programmazioni, il panorama non è particolarmente entusiasmante: governa infatti in molti casi la banalità; qualche piccola chicca, però, con un po' di impegno, la possiamo trovare.

Concentrandoci su Sky, che in teoria dovrebbe essere la piattaforma più intrigante dal punto di vista cinefilo, anche se ormai in realtà il livello dei canali tematici risulta sempre più basso, sottolineamo la poca fantasia degli addetti alla programmazione: Horror Channel, partito in pompa magna per poi invece dimostrarsi fino ad ora una fiacca e sbiadita copia del già inutile Fantasy, propone stasera Halloween di John Carpenter e La Casa di Raimi; parliamo di due capolavori immortali, è chiaro, ma un minimo di creatività in più non avrebbe fatto male. Discorso che si potrebbe allargare anche ad Axn Sci-Fi, in corsa con Final Destination 2 (peraltro l'episodio migliore del franchise), seguito da Shining.

la maschera della morte rossa

Non vanno molto meglio (anzi, vanno peggio) le cose su Sky Cinema Max, che ci affibbia in sequenza le prime due colossali scempiaggini della serie Paranormal Activity, per poi giocare la carta Drag Me To Hell, affossarsi di nuovo nella mediocrità con La stanza delle identità occulte, e rialzarsi un pochino soltanto alle 2 del mattino, con l'interessante I 13 spettri, discreto remake di un classico di Wlliam Castle.

Nella povertà d'intenti generale, l'unico canale del pacchetto Sky Cinema a salvarsi è MGM: lì infatti troviamo una gustosissima accoppiata di film del maestro Roger Corman, lo strepitoso La maschera della morte rossa e l'ottimo Sepolto Vivo, vere e proprie chicche del ciclo dedicato a Poe. Poco prima di mezzanotte, sempre su MGM, arriva poi la visione più bizzarra della serata: Reptilicus, primo e unico monster movie della storia del cinema danese (!), girato con quattro soldi nel 1962 e dedicato a un enorme drago preistorico ritrovato in Lapponia, risorto dai ghiacci e ora libero di seminare il terrore a Copenaghen. Cartapesta a profusione, effetti speciali artigianali (per essere gentili), atmosfera da puro B-Movie, per un film modesto che però può almeno offrire un minimo di curiosità per gli appassionati.

reptilicus

Passando al digitale terrestre, non brilla per originalità neanche Rai Movie, alle prese con una lunga notte dedicata interamente all'ex maestro Dario Argento, del quale si prepara a riproporre addirittura cinque film uno dopo l'altro: L'uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, Suspiria, Tenebre e Phenomena. Un appuntamento amarcord, per ricordarci quanto grande è stato Argento, e per non farci dimenticare l'impietoso confronto con le oscenità ahinoi realizzate negli ultimi lustri.

Per chi invece vuole staccarsi dalla Tv, e godersi un buon horror in Dvd, un paio di consigli: senza dubbio Trick 'r Treat, notevole film a episodi diretto nel 2007 da Michael Dougherty, e purtroppo distribuito poco e male. È stato appena trasmesso in prima Tv dal canale Italia2, ma sul web lo si trova anche in lingua originale con i sottotitoli; è un prodotto brillante, scritto con acume e intelligenza, e assai piacevole nella sua rielaborazione dei topoi legati alla tradizione halloweeniana. A questo link potete leggere una mia recensione più dettagliata.

Sempre per rimanere nel sottogenere film a episodi, potrebbe anche essere bello fare un salto in un passato non troppo antico, e recuperare il primo, ottimo Creepshow, diretto da George Romero e partorito dalla penna di Stephen King in omaggio ai gloriosi fumetti della EC Comics. Un film che profuma di anni Ottanta come pochi altri, genuino e vintage senza essere vecchio; da rivedere in relax, tra passione e nostalgia.

CREEPSHOW

Infine, un consiglio fuori tema ma valido per tutte le stagioni: chi ancora non l'avesse fatto, è pregato di recuperare subito Bubba Ho-Tep, meraviglioso cult diretto da Don Coscarelli nel 2002, interpretato da un commovente Bruce Campbell, e uscito nel 2010 finalmente in Dvd anche in Italia, dopo anni di oblio, per merito della Dall'Angelo Pictures. Un horror che sa essere al contempo divertente, inquietante, originale, sorprendente, doloroso e straziante: cosa chiedere di più?


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PARASOMNIA - recensione

PARASOMNIA - recensione
Postato alle ottobre 24, 2011 12:33 di lunedì, 24 ottobre 2011
da: [cinemystic]

parasomnia film posterLa giovane e bella Laura Dexter soffre di una radicale forma di narcolessia, a causa della quale alterna brevi momenti di veglia a lunghi periodi di sonno. La ragazza è ricoverata in una clinica psichiatrica, luogo in cui è tenuto segregato anche Byron Volpe, serial killer capace di ipnotizzare le sue vittime per indurle a compiere brutali omicidi. Danny, studente di lettere, si innamora di Laura, e la conduce in segreto fuori dalla clinica; dovrà però difenderla dagli attacchi di Volpe, desideroso di impossessarsi della mente della “bella addormentata”.

Parasomnia, diretto da William Malone, è uscito tre anni fa, sul finire del 2008, ma non ha avuto una grande eco; come spesso capita, per colpa di una distribuzione inadeguata, è rimasto lì, nell'oblio. Abbiamo a che fare con un prodotto controverso, non esente da svariati difetti, ma anche portavoce di alcuni elementi intriganti.

Malone è uno abbastanza bravo; ha iniziato a dirigere piccoli film negli anni ottanta, alternandoli con lavori per la televisione, riuscendo a farsi apprezzare dagli appassionati. Di lui ricordiamo soprattutto l'ottimo remake di House on Haunted Hill (Il mistero della casa sulla collina), lo sconclusionato Feardotcom (Paura.com), e il notevole Fair-Haired Child, episodio della prima serie dei Masters of Horror. Con Parasomnia il regista nato a Lansing, Michigan, ha realizzato la sua opera più personale, portando alla luce un universo fiabesco condotto secondo binari paralleli che conducono senza soluzione di continuità dalle contingenze della realtà ai misteri della componente onirica.

parasomnia film
Si respira un'atmosfera molto vicina ai B-Movies di qualche lustro fa, durante la visione; un labirinto mentale tetro e variopinto, capace di richiamare suggestioni che traslano dall'espressionismo tedesco al Nightmare di Craven, giungendo sino al dark estremizzato di Tim Burton, senza dimenticare un volontario tentativo di rivisitazione/omaggio al genere, condotto grazie alla carismatica presenza dell'intoccabile e gustosissimo Jeffrey Combs nei panni di un ispettore di polizia.
Così, tra concretezza e immaginazione, il mondo confuso della dormiente Laura Dexter ci conduce in territori nebulosi, nei quali la forza indecifrabile dell'inconscio si scontra con le mostruosità assortite imperanti nei segreti della psiche. Il tutto, come corollario di una trama che tenta, non sempre con la giusta coesione, di amalgamare poliziesco, thriller e horror.

Talvolta confuso, spesso poco credibile, migliore nella prima parte e più scontato nella seconda, e penalizzato da un alone melodrammatico piuttosto risibile, il film sfrutta comunque le doti registiche di Malone, abile a districarsi tra inquadrature sghembe e inserti serrati senza per fortuna cadere nelle piaghe dell'insopportabile post-modernità da mal di testa di tanto cinema di genere contemporaneo. Inoltre, si lascia apprezzare per una una fotografia vivace, per alcuni momenti splatter-gore surreali ma divertenti, e per la bontà di una parte del cast, in cui spiccano la graziosa protagonista Cherilyn Wilson e il sopracitato Combs.
Non convincono più di tanto, invece la mono-espressività di Dylan Purcell (Danny) e la caratterizzazione di Patrick Kilpatrick (Volpe), alle prese con una figura di killer lecteriano che alla fine risulta essere poco personale e dunque assai stereotipata.

parasomnia jeffrey combs

A conti fatti, Parasomnia risulta essere, volendo usare un'espressione di immediata lettura, un film più interessante che bello, con idee apprezzabili ma anche molta confusione di fondo. A voi la scelta per un suo eventuale recupero.


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TOHORROR FILM FESTIVAL 2011

BRIVIDI D'ORIENTE AL TOHORROR FILM FESTIVAL 2011
Postato alle ottobre 19, 2011 12:06 di mercoledì, 19 ottobre 2011
da: [cinemystic]

tohorror 2011Si svolgerà dall'8 all'12 novembre, presso il Cineclub Blah Blah in Via Po a Torino, l'undicesima edizione del Tohorror Film Festival. Parliamo di un evento di grande tradizione nel sempre più povero panorama italico; una manifestazione che tra mille difficoltà, soprattutto di carattere economico, riesce comunque a trovare la forza per restare in vita, proponendo un programma non privo di spunti d'interesse.

Sotto la Mole si alterneranno sette lungometraggi in concorso (tra cui mi piace segnalare l'horror svizzero Sennentuntschi qui recensito poche settimane fa), e ventiquattro cortometraggi (in lizza anche Ultracorpo di Pastrello e La dolce mano della rosa bianca di Melini), con spazio anche per sceneggiature inedite e numerosi momenti collaterali.

Tra le altre cose, si vedranno lo slasher americano The Orphan Killer, corti e serie web fuori concorso, performances dal vivo, live set musicali, mostre e aperitivi accompagnati dalle esibizioni del Circolo degli Amici della Magia di Torino.

Non mancheranno, inoltre, incontri con scrittori, giornalisti, antropologi e curatori degli effetti speciali. Il 10 novembre, ad esempio, sarà presente Cristiana Astori, per presentare il suo nuovo romanzo Tutto Quel Nero, pubblicato da Mondadori e dedicato alla misteriosa e seducente figura della splendida Soledad Miranda, attrice feticcio di Jesus Franco.

tokyo syndromeIl giorno prima, mercoledi 9 novembre, alle 19.30, sarà invece il turno del sottoscritto, ospite del festival per una conferenza in cui si parlerà di cinema horror giapponese, con particolare riferimento al mio libro Tokyo Syndrome, pubblicato nel 2006 e incentrato proprio sull'imponente fenomeno del J-Horror, che negli scorsi anni ha imperversato tra gli appassionati di tutto il mondo.

In alto a sinistra potete vedere la bellissima locandina del festival.

Per chi vorrà e potrà, appuntamento a Torino.




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UN SALUTO A DAVID HESS

UN SALUTO A DAVID HESS
Postato alle ottobre 10, 2011 12:03 di lunedì, 10 ottobre 2011
da: [cinemystic]david hess

Ecco uno di quei post di cui si sarebbe volentieri fatto a meno. Ma la vita, si sa, è spesso crudele, e non concede sconti.

Meno di un anno fa ero seduto in platea, al Ravenna Nightmare Film Festival, ridendo di gusto mentre lo vedevo gigioneggiare sullo schermo nel divertente slasher indie Smash Cut. Pochi mesi fa, invece, ero davanti a questo stesso computer, a scrivere un articolo biografico su di lui, pubblicato sulla rivista web Horror Dream Magazine. Oggi sono qui, di nuovo, a parlare di David Hess, ma con un tono assai differente: inaspettatamente, infatti, poche ore fa, David se n'è andato, all'età di 69 anni.

Hess è stato uno di quei personaggi capaci di entrare senza sforzo nell'immaginario collettivo degli appassionati, rimanendoci poi ben piantato nei lustri a venire. I più lo ricordano per la sua luciferina interpretazione in L'ultima casa a sinistra di Wes Craven, e per apparizioni in altri prodotti di genere come Autostop Rosso Sangue di Festa Campanile, e il dittico La casa sperduta nel parco (di cui a breve avrebbe dovuto girare un sequel) e Camping del terrore, entrambi di Deodato.
Non tutti sanno che Hess è stato però un artista poliedrico, capace di costruirsi diverse carriere parallele, con particolare successo in ambito musicale: è stato proprio lui a scrivere
canzoni di enorme impatto mediatico come Speedy Gonzalez, poi cantata da Pat Boone, per non parlare di alcuni brani composti per Elvis Presley, dell'opera The Naked Carmen, premiata ai Grammy Awards, e di valide colonne sonore (Cabin Fever di Eli Roth).


In ambito cinematografico, Hess ha giocato a lungo con il cinema di genere: l'ha scoperto quasi per caso, l'ha corteggiato e spremuto, se ne è allontanato e poi è tornato a casa, accompagnato da quei riccioli neri e da quel volto sardonico che tutti noi conoscevamo e di tanto in tanto ritrovavamo con piacere, come capita con i vecchi amici.

In fondo David Hess era proprio questo: un'icona, un uomo che amava il suo lavoro, ma anche un amico di lunga data, la cui perdita ci addolora molto.

In Smash Cut l'abbiamo visto recitare quasi se stesso, sbeffeggiando al contempo quello stesso cinema horror che (insieme alla musica) gli ha dato la giusta notorietà. Senza saperlo, questo ruolo dirompente è stato il suo testamento artistico. Un'uscita di scena corrosiva, scatenata, meritevole di un ultimo e sincero applauso.

Ciao David.


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HOBO WITH A SHOTGUN - recensione

HOBO WITH A SHOTGUN - recensione
Postato alle settembre 27, 2011 14:16 di martedì, 27 settembre 2011
da: [cinemystic]

hobo with a shotgun posterQuando l'allievo supera i maestri. Hobo with a Shotgun, tratto da uno dei fake trailer di Grindhouse, è molto meglio di Machete e Death Proof, ed è anche superiore al (buon) Planet Terror. Il canadese Jason Eisener, già autore di interessanti cortometraggi e regista del suddetto finto trailer, al debutto sulla lunga distanza, ha seguito l'esempio dei mentori Tarantino e Rodriguez, riuscendo nell'impresa di scavalcarli.

Hobo è stato presentato in anteprima al Sundance 2011, è uscito nelle sale in Canada e negli States, poi in Dvd nel mese di luglio. Ora sta transitando in alcuni festival di genere europei. In Italia, ça va sans dire, è inedito, e con ogni probabilità tale resterà. Ma fatevi un favore: procuratevelo.

Siamo negli anni Ottanta. Un senzatetto viaggia a scrocco sui treni, transitando da un luogo all'altro. Un giorno giunge in un'orrenda cittadina degradata, in mano alla criminalità, dove la violenza prolifera giorno dopo giorno, senza alcun intervento da parte della polizia corrotta. L'uomo assiste a scempiaggini di ogni tipo, e prende a cuore il destino di una giovane prostituta, che in cambio gli offre un giaciglio per la notte. Durante una rapina, il vagabondo decide di capovolgere la situazione: imbraccia un fucile, e colmo di rabbia uccide i delinquenti di turno. Da quel momento, il novello Paladino della giustizia intraprende una guerra solitaria per contrastare l'oscenità imperante: spara contro chiunque si renda colpevole di atti criminali, ed elimina gli adepti del folle Drake, vero e proprio Re della città, il quale non tarderà a cercare vendetta.

hobo with a shotgun

Hobo with a Shotgun è un delirante viaggio nella sporcizia fisica e mentale che ingloba l'America degli anni Ottanta (ma potrebbe benissimo essere anche quella attuale). Una società allo sfacelo, nella quale l'iperviolenza deflagra in ogni istante calpestando i diritti umani e divorando qualsiasi barlume di civiltà.
Ci troviamo immersi in un sottoproletariato urbano svilente e miasmatico, stilizzato sino a toccare e superare il parossismo, in un'agonizzante corsa verso vette di squallore metropolitano sconfortanti e allucinogene. Una cornice che riporta alla mente le sublimi nefandezze di Street Trash (Horror in Bowery Street, di Jim Muro), e perfino i recenti Dance of the Dead di Hooper e L.A. Zombie di Bruce LaBruce.
Uno scenario apocalittico che fa da corollario a una rappresentazione filmica giocoforza impostata sulla radicalizzazione dell'evento, spinta sempre oltre i limiti, in un coacervo di smembramenti, decapitazioni, fontane di sangue e spruzzi di emoglobina che ricoprono, idealmente e non solo, l'intero schermo.
Non siamo lontani dall'estremismo visivo di tanto cinema nipponico contemporaneo, da Tokyo Gore Police di Nishimura all'Ichi The Killer miikiano, e assistiamo alla totentanz sentendo il respiro di quell'epoca d'oro in cui si scambiavano le videocassette con gli appassionati, alla ricerca dell'underground nudo e crudo.

Hobo è un doveroso, puro e genuino omaggio all'exploitation, al concetto di B-Movie, al cinema di genere nella sua veste più ludica. Un ossequio per fortuna scevro da qualsiasi deriva commerciale, e invece spinto da intenti concreti e cosparsi di sincero affetto.
Ecco, allora, la fotografia iperrealista in Technicolor, gli effetti speciali che rifiutano con orgoglio l'imperante digitale (che bellezza...), le citazioni più o meno evidenti, il senso ultimo di un lavoro filmico anarchico e politicamente scorretto che non lascia scampo a nessuno (tanto per fare un esempio, una scolaresca finisce carbonizzata all'interno di un pullman dato alle fiamme).

hobo with a shotgun

Eisener rischia, sfuggendo ogni deriva consolatoria, e scatena il suo meccanismo perfetto offrendogli il corpo e l'anima di Rutger Hauer, capace di perdersi nei boschi del biellese durante le riprese del Dracula in 3D (poveri noi) ma ancora in grado di offrire interpretazioni intense e credibili, accompagnate dal carisma e dall'esperienza, nonché da un impegno vero ed evidente. Accanto a lui, la brava e sensuale Molly Dunsworth. Nel lato opposto della barricata, un manipolo di cattivi pronti a recitare sempre sopra le righe.

Hobo gioca, spara, lotta, squarta, cade, si rialza. È un Cavaliere del Bene nel regno dell'afflizione. Un Painkiller impavido e feroce. Un Messia della Rivoluzione, alle prese con donzelle seminude che ballano su fontane di sangue, teste e arti spappolati, mazze da baseball ricoperte di rasoi, stupri e cacce all'uomo, cyborg all'apparenza indistruttibili e torture assortite. La sarabanda non dà respiro, l'orgia affastella tessere di brutalità, il blood feast non conosce soste, sino a un finale tirato via un po' troppo in fretta.

Eppure, nonostante i palesi intenti appena evidenziati, il gioiellino firmato Eisener non punta soltanto alla gazzarra. C'è di più.
Soprattutto nella prima parte, infatti, l'autore riesce anche a porre sul piatto temi importanti e dolorosi, legati alla povertà dei senzatetto, alla loro solitudine atavica, ai loro piccoli sogni impossibili da realizzare, all'egoismo di chi li cataloga come feccia senza nemmeno pensare a dar loro un aiuto. Ci riesce con mirabile sensibilità, attraverso semplici e intense sequenze che risultano perfino strazianti e commoventi. Un'operazione complessa, riuscita negli ultimi anni solo all'altrettanto strepitoso Bubba Ho-Tep di Coscarelli.

hobo with a shotgun

Così il mondo gira, impazzito: c'è un barbone che non dorme su un letto vero da chissà quanto tempo e vorrebbe comprarsi un tosaerba per mettere su una piccola attività; c'è una ragazza che potrebbe fare l'insegnante ma si ritrova a vendere il suo corpo per sopravvivere; ci sono i desideri infranti e la rassegnazione, le vessazioni e l'improvvisa voglia di reagire. Tutt'intorno, il Caos trionfa e gode senza ritegno.
Forse, però, c'è ancora una lieve speranza, per provare a salvare ciò che resta dell'umanità. Con un fucile.


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MILANO FILM FESTIVAL 2011

MILANO FILM FESTIVAL 2011
Postato alle settembre 19, 2011 20:30 di lunedì, 19 settembre 2011
da: [cinemystic]

Settimana intensa, quella appena trascorsa, vissuta per gran parte al Milano Film Festival. Una manifestazione interessante e in crescita, che ha mostrato alcuni limiti dal punto di vista logistico, ma anche la capacità di scovare e proporre, in anteprima nazionale, molti film interessanti provenienti da tutto il mondo.

Visitando la rivista Sentieri Selvaggi, o semplicemente cliccando sui rispettivi titoli, potete leggere il mio reportage dal festival, con le recensioni particolareggiate di alcune tra le migliori pellicole viste durante l'evento: l'americano Here (già rivelazione dell'ultimo Sundance), il cileno Gatos Viejos (nuovo film del regista dell'ottimo La Nana, con lo stesso sceneggiatore e le stesse attrici del lavoro precedente), l'australiano Mad Bastards (anch'esso molto apprezzato al Sundance) e il coreano Bleak Night (premiato al Pusan Film Festival).

here braden king

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SUPER 8 - recensione

SUPER 8 - recensione
Postato alle settembre 09, 2011 15:36 di venerdì, 09 settembre 2011
da: [cinemystic]

super 8 posterEsce oggi nelle sale italiane Super 8, uno dei film più attesi dell'anno, scritto e diretto da J.J. Abrams (creatore di Lost), e prodotto dall'onnipresente e onnipotente Steven Spielberg. Un tuffo in un presente profumato di passato, nel quale torniamo a respirare il fascino primigenio di un cinema che a quanto pare può ancora vivere.

Siamo negli anni settanta, in un piccolo paese di provincia dell'Ohio. Un gruppo di ragazzini sta cercando di realizzare un film horror amatoriale, per partecipare all'imminente festival scolastico. Una notte i cineasti in erba si ritrovano, di nascosto, per girare una delle scene più importanti; in quel momento, senza preavviso, assistono al terribile deragliamento di un treno in corsa. Da lì tutto cambia: strani eventi turbano la tranquillità del luogo. Poco alla volta si scopre che una creatura aliena ha deciso di evadere dalla propria oscurità, per vendicare i torti subiti da parte dell'uomo.

Super 8 vive di autoreferenzialità. Si nutre di stereotipi. È derivativo fino al parossismo, e prevedibile in ogni suo fotogramma. Acciuffa, mastica e ricicla un abbondante immaginario cinematografico che parte dal celeberrimo E.T. spielberghiano e giunge sino alle recenti decostruzioni strutturali di District 9. Impasta la fantascienza e l'horror, il metacinema e la sociologia schietta, lo spettacolo e l'amore, l'intrattenimento e l'autorialità. È furbo, furbissimo.
Una ricetta d'infinita ovvietà, condita da tutti gli ingredienti del caso: il bambino che ha appena perso la madre ed è in crisi con il padre, la ragazzina oppressa da un genitore irresponsabile, il ragazzotto grassoccio che nell'arte cerca la catarsi per sfuggire ai fallimenti del quotidiano, le inquietudini della gente comune, il corpo militare beota, il cattivo che poi in fondo tanto cattivo non è. Insomma, un film paraculo come pochi altri, se mi si perdona l'espressione.

super 8 film 2011

Chi mi conosce e mi legge sa quanto io detesti il cinema fracassone americano, commerciale e celebroleso, ignorante e deprimente, situato all'estremo opposto rispetto alla sensibilità artistica di tanto cinema europeo che invece ammiro e adoro. Di conseguenza, un film di questo tipo sarebbe da maciullare senza pietà.

Invece no. Perché dall'alto delle sue palesi strizzate d'occhio, Super 8 funziona, riuscendo davvero a prenderci la mano e ricondurci verso quell'atavica magia che il cinema d'oltreoceano sembra(va) aver smarrito per sempre. Il meccanismo costruito da Abrams sta in piedi senza sforzo, ed è permeato da un'atmosfera languida, balsamica, oserei dire perfino lirica, grazie alla quale noi tutti possiamo, in un certo senso, tornare bambini, e alzare gli occhi verso il cielo per scrutare gli infiniti misteri che si annidano tra le stelle.

Il processo d'immedesimazione con gli eventi narrati procede a meraviglia: in fondo potremmo essere proprio noi, quelli che stanno girando un filmetto di zombi in Super 8 (fischieranno le orecchie a Moretti), quelli che hanno il poster di Halloween appeso nella cameretta, quelli che s'innamorano di una ragazzina tenera come il miele e fragile come una foglia d'autunno.
Siamo noi, con loro e dentro di loro, in sella alle Bmx, determinati a scoprire la vita, impavidi nell'assistere alle macabre contingenze in atto con la sensibilità fatale della gioventù. Noi, attaccati dall'alieno di turno che però in fondo è meno mostro di chi lo ha torturato e segregato per anni, in nome di una scienza ottusa e puerile; noi, che odiamo i genitori ma vorremmo solo abbracciarli. Noi che vogliamo essere liberi di sbagliare, lottando per il futuro.

super 8 film 2011

Aiutato dalle musiche di Michael Giacchino (anche lui nel team di Lost), Abrams corre lontano dall'insulsa stupidaggine di Michael Bay, dalla retorica di Oliver Stone, da terrificanti sconcezze come La guerra dei mondi, dal finto intellettualismo di Shyamalan; va avanti, o meglio torna indietro, riuscendo ad attualizzare il passato e a ridarci per un istante l'idea di cinema come sogno e visione.
Ben consapevole della maggiore efficacia del non-visto, lascia quasi sempre fuoricampo l'alieno, lontano dalla fisionomia dei Kaiju Eiga nipponici riattualizzati da Cloverfield e invece molto più simile ai gamberoni del sopracitato District 9. E se forse la storia giunge al finale troppo in fretta, Abrams ci permette di (ri)ammirare le luci fluorescenti di un cinema ancora possibile. Furbo, sì. Destinato a incassare vagonate di soldi, sì. Ma anche puro, una volta tanto.

Un piccolo miracolo, impreziosito dagli occhi ingenui dei due protagonisti: Joel Courtney e soprattutto la meravigliosa Elle Fanning (13 anni, sorella di Dakota), autrice di una prova di sconvolgente bravura: una rivelazione assoluta, un volto che sarà difficile dimenticare.

Per il cinema, con il cinema, in omaggio al cinema, Super 8 ci insegna come inseguire a tutti i costi la modernità sia una sciocchezza colossale. Qualche volta può anche essere bello, bellissimo, tornare alla memoria storica e intima che ci appartiene, e lì sostare, per un po', cullati da una dolcissima malinconia.


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UNFACEBOOK - recensione

UNFACEBOOK
Postato alle settembre 01, 2011 15:02 di giovedì, 01 settembre 2011
da: [cinemystic]

unfacebookIl sottoscritto segue ormai con costanza da diverso tempo le evoluzioni della carriera di Stefano Simone, giovane e prolifico autore che sta cercando di farsi strada all'interno del cinema di genere nostrano. Dopo aver visionato alcuni dei suoi primi cortometraggi, e aver recensito l'horror gotico Cappuccetto Rosso e il liturgico e onirico Una vita nel mistero, è il turno del suo nuovo lavoro, Unfacebook, lungometraggio tratto dal racconto Il Prete di Gordiano Lupi.

La storia, girata nella desolante periferia di Manfredonia, vede al centro della scena un prete di provincia, portabandiera di una concezione religiosa votata verso la mancanza di perdono di Dio nei confronti delle persone che si macchiano di ignobili ingiustizie. Il parroco mira a farsi rappresentante terreno del pensiero superiore, punendo i responsabili delle suddette nefandezze. Aiutandosi con l'ipnosi e le conoscenze informatiche, conduce al suicidio un pedofilo, un'adultera e un truffatore: tutti e tre gli avevano in precedenza rivelato i loro peccati durante la confessione. La missione punitiva del prete prosegue e si espande, attraverso una chat da lui stesso creata; un luogo d'incontro virtuale, all'interno del quale l'uomo convince alcuni ragazzi (ridotti a zombi deprivati di volontà propria) a compiere una serie di reiterati omicidi. La polizia locale indaga sui delitti, senza molto costrutto.

Simone prosegue il suo percorso di formazione, continuando ad accarezzare e mescolare i generi più vicini alla sensibilità artistica che lo guida: noir urbano, thriller, horror con elementi soprannaturali. Dopo le derive eteree del (buon) lavoro precedente, torna qui a occuparsi di territori più concreti, immergendosi in strade lastricate di sangue e follia, coscienze sporche e morbosità assortite.
La figura del prete, ossimorico strumento di (in)giustizia divina, si staglia al centro del racconto, per poi in parte defilarsi a vantaggio di uno sviluppo narrativo improntato sulla pericolosità insita nell'(ab)uso delle chat e dei social network. Il terrore urbano supera così i suoi confini strutturali, facendosi simbolo dell'alienazione mentale di cui ormai quasi tutti noi siamo consapevoli vittime, in quanto seguaci di un culto ingannatorio, a causa del quale corriamo il rischio di diventare anche e soprattutto carnefici.
Il tutto, nel film, avviene attraverso l'indiretto meccanismo mediatico-ipnotico, che ci riporta ad alcuni interessanti e recenti riferimenti cinefili di stampo nipponico (gli strepitosi Kairo, di Kiyoshi Kurosawa, e Suicide Club, di Sion Sono).

Unfacebook
In Unfacebook gli intenti di base sono senza dubbio apprezzabili, così come alcune (ottime) soluzioni di regia e montaggio, utili a dimostrare ancora una volta la bravura tecnica di Simone, e la sua indiscussa padronanza del mezzo cinematografico. Il film, sin dal convincente incipit, mantiene per tutta la durata una certa solidità d'intenti, nonostante qualche lentezza di troppo nella parte centrale. A non convincere sono però alcuni dialoghi di stampo prettamente pedagogico (la psicologa che descrive i nefasti effetti della dipendenza da contatto virtuale), troppo artificiosi per poter assumere una qualche credibilità.
Efficaci le musiche di Luca Auriemma, e buona la prova del protagonista Giuseppe La Torre, che si muove lungo il film con andamento ieratico; insufficiente, invece, la resa recitativa del commissario di polizia Paolo Carati, fiacco e totalmente inespressivo.

Nonostante qualche limite, Unfacebook è comunque un'altra discreta prova, utile a Stefano Simone per proseguire nel suo cammino verso le soddisfazioni che merita, e che speriamo possa ottenere.


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