sabato 3 dicembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (5) - Finale senza il botto

In un'edizione in cui alcuni dei grandi nomi hanno più o meno deluso (Herzog, Allen), si sperava che Twixt, ritorno all'horror gotico di Francis Ford Coppola, potesse portare un po' di entusiasmo. Il risultato, invece, non è parso convincente. Nel film un imbolsito Val Kilmer, scrittore di (poco) successo, si reca in una piccola cittadina per promuovere il suo ultimo romanzo. I riscontri sono prossimi allo zero. Ai ferri corti anche con la moglie, l'autore cerca in ogni modo di trovare la giusta ispirazione per il libro successivo. Sviluppando una malsana idea nata dallo sceriffo locale, il romanziere si immerge tra le nebbie di un passato misterioso, riportando alla luce eventi traumatici accaduti nel luogo tanto tempo prima. Nel suo viaggio mistico a ritroso, è accompagnato addirittura da Edgar Allan Poe in persona, verso un incubo lugubre e sanguinario.
Indubbiamente interessante dal punto di vista visivo, soprattutto in virtù di un'ottima ricerca fotografica, il lavoro di Coppola gioca con i generi, cercandone una rilettura imbevuta di destrutturazione e parodia. Pur azzeccando qualche momento di discreta ilarità, la sceneggiatura si sfalda però senza appello, risultando derivativa, fiacca, slegata, poco convinta, sino a sfociare in un finale affrettato e assai poco convincente. Resta così a conti fatti un esperimento metacinematografico incapace di trovare la giusta direzione strutturale.
Il festival giunge alla conclusione. Le ultime pellicole in gara risollevano, in parte, un concorso lungometraggi apparso in tono senz'altro minore rispetto alle scorse annate (dove si erano visti lavori di altissimi livello, ad esempio Die Welle, Queimar las Naves, La Nana, Winter's Bone). Diverte il laconico e surreale Either Way, islandese, vagamente kaurismakiano nell'anima e capace di non prendersi troppo sul serio. L'opera di Sigurdsson vince il primo premio: un verdetto bello e condivisibile, per uno dei migliori film visti nella sezione. Si fa poi apprezzare almeno a livello teorico il russo Heart's Boomerang, solido ma fin troppo quadrato e lineare. Entusiasma invece la platea, ma non convince del tutto a livello critico, l'americano 50/50, di Jonathan Levine, incentrato sul dramma di un ragazzo colpito da un tumore; Levine dipana con discreta efficacia la consueta commistione tra il dramma della narrazione e i toni da commedia, aiutato anche dalle presenze di Anjelica Huston, Bryce Dallas Howard e Anna Kendrick (sempre più brava e bella), ma esagera con grossolanità e volgarità assortite, come da abitudine per gli americani, non riuscendo nemmeno a evitare qualche caduta retorica. Il pubblico, comunque, ha tributato al regista un'assoluta standing ovation.
L'ultima proiezione, la trentesima per chi scrive, è dedicata a The Oregonian, delirante horror incubale che sfrutta la lezione lynchiana per inoltrarsi in un guazzabuglio visivo che fa dell'incoerenza la propria bandiera. Una follia senza confini, imbevuta di ridicolaggini ma non priva di qualche suggestione tutto sommato inquietante; un lavoro difficile, coraggioso e non così disprezzabile, nonostante gli insopportabili ululati in sala di qualche maleducato e stupido pseudo-giornalista.
Si chiude così una settimana di estenuante maratona. Quello torinese si conferma, senza dubbio, ancora una volta, il miglior festival italiano, anche se va detto, con l'onestà che da sempre contraddistingue Cinemystic, come l'edizione 2011 non sia stata la più riuscita dell'era Amelio. Molte sono infatti state le pellicole inferiori alle attese, pochi i veri colpi di fulmine. Un livello generale non eccelso, a cui vanno aggiunti diversi problemi di tipo logistico che hanno diminuito la riuscita dell'insieme. Alcune sale (in particolare il Reposi 5 e il Greenwich 3) sono davvero imbarazzanti per un evento di tale portata, e, lo ribadiamo, l'abolizione delle navette ha costituito una grave lacuna, costringendo gli accreditati (compreso il sottoscritto) a fatiche inutili, e a perdere con molto dispiacere alcune proiezioni, a causa del'eccessiva distanza tra i vari cinema.
Se questa mancanza è stata causata da motivi di budget, la soluzione appare tutto sommato semplice: basterebbe mettere in programma 230 film invece che 250, oppure, ancor meglio, evitare di invitare alla cerimonia d'apertura la Penelope Cruz di turno, presenza totalmente inutile nell'economia del festival. In questo modo si potrebbe comunque risparmiare sui costi, senza privare pubblico e stampa di un servizio utile e indispensabile.
L'appuntamento, in ogni caso immancabile, va all'anno prossimo. A presto, Torino.

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