lunedì 26 dicembre 2011

MELANCHOLIA - Recensione

Cogliendo l'occasione per fare ai lettori, pur con qualche ora di ritardo, gli auguri affinché sia possibile trascorrere festività il più possibile piacevoli e serene, Cinemystic approfitta di questi ultimi giorni del 2011 per recuperare alcune pellicole imprescindibili dell'annata che volge al termine. Oggi è il turno di Melancholia, recente fatica dell'amato/odiato Lars Von Trier, autore di dichiarazioni assai poco felici durante il Festival di Cannes, in cui il suo film era presente in concorso, tanto da farlo diventare persona non gradita.
Dopo la sanguinaria parabola filosofica del precedente Antichrist, il danese sceglie una narrazione all'apparenza più lieve e misurata, dividendo idealmente il film in due blocchi aventi come rispettive protagoniste Justine e Claire, sorelle sull'orlo di una crisi di nervi. La prima subisce un fastoso matrimonio senza essere convinta dell'importante passo che sta compiendo, tanto da mandare tutto all'aria; la seconda invece vive con preoccupazione l'avvicinarsi di un misterioso pianeta destinato a transitare accanto alla Terra, senza peraltro che vi sia il pericolo di una collisione. O almeno, così dicono gli scienziati.
Premessa d'obbligo: nel giudicare un film di Von Trier, bisognerebbe smetterla con queste ridicole fazioni calciofile secondo le quali vige l'obbligo di essere iscritti al partito pro oppure al partito contro, idolatrando l'autore oltremisura o al contrario stroncando senza pietà ogni suo lavoro senza alcuna motivazione analitica decente; usanza, quest'ultima, utilizzata da sempre anche da alcune rinomate (?) riviste nazionali. Al di là della simpatia o dell'antipatia verso l'uomo Von Trier, e verso un cinema per sua stessa natura destinato a giudizi controversi, basterebbe porsi alla visione dei suoi film, una buona volta, con un minimo di oggettività critica. Cosa che il sottoscritto da sempre cerca di fare.

L'analisi di Melancholia si poggia su basi simboliche, sulle quali porre in essere una doppia congiunzione astrale volta a scavare tra le anime divelte delle due protagoniste, smarrite nelle paure che dimorano nel loro oscillante inconscio. Mentre in cielo la luce blu di un pianeta altro corteggia i confini della terra, quaggiù le due donne cercano una via d'uscita al generale senso di sconfitta che accompagna le loro vite. Senza costrutto. Il tempo dell'Apocalisse, al di là delle facili profezie di bassa lega, è forse davvero giunto, per mondare l'universo dalla bieca corruzione che ha divorato il senso comune. Non basta la ricchezza, non bastano un matrimonio in pompa magna e una promozione aziendale, un campo da golf con diciotto buche e un cavallo con cui correre nel vento; l'atavica solitudine delle due sorelle sconfigge i sorrisi di plastica, gli abbracci spezzati, il dolce suono del benessere borghese; il male di vivere è una malattia che ha ormai esaurito ogni speranza di cura.
Von Trier, oltre ad attaccare come sempre lo spettatore, pare per una volta voler sfidare anche se stesso, nascondendosi in un andamento sussurrato, docile, durante il quale l'estremismo che lo ha reso celebre (e a suo modo unico) è accantonato. Ma in fondo si tratta solo di apparenze: Melancholia nasconde infatti tra i lembi ordinati il tratto distintivo di una storia disturbante, soffocante, buia, tragica. Inizia con una sequenza di quadri in semi-movimento sulle note del Tristano e Isotta di Wagner, finisce con un tocco di fantascienza, e nel mezzo sfiora Shakespeare e Kubrick. A un primo livello di lettura il meccanismo sembra a lungo girare a vuoto, ma è soltanto una trappola: in realtà il film si nutre delle nostre speranze, e mastica lentamente ogni squarcio di luce.
Le protagoniste hanno i volti di una tremante e indifesa Charlotte Gainsbourg, e di una Kirsten Dunst che offre la sua interpretazione migliore, pur senza raggiungere le vette di disperata immedesimazione emotiva di tante precedenti antieroine di Von Trier (la Watson di Le onde del destino, la Kidman di Dogville, la stessa Gainsbourg di Antichrist, senza dimenticare la sconvolgente Bjork di Dancer in the Dark); i suoi occhi esprimono comunque la verità di un respiro ghiacciato che va a spegnersi sequenza dopo sequenza, mentre il suo corpo nudo si offre, anche se solo in campo lungo, disteso in riva al fiume, tra i riflessi del pianeta blu, nell'immagine più bella.
Intorno a loro, soprattutto nella prima parte, sfilano attori più o meno confacenti al cinema di Von Trier, da Kiefer Sutherland a Charlotte Rampling, da Stellan Skarsgard a Udo Kier, senza peraltro lasciare tracce indelebili.
Il segno, vero e tangibile, tra le sue voci strozzate, lo lascia però il film stesso, inglobandoci in un doloroso blu destinato a trascinarci oltre le correnti dell'infinito.

4 commenti:

Babol ha detto...

Ce l'ho ancora tra i film da vedere.
Dev'essere davvero bellissimo!
P.S.
Auguri in ritardo!

Alessio Gradogna ha detto...

Sì, un film complesso, straniante, ma senza dubbio meritevole di visione. Grazie, auguri anche a te!

Anonimo ha detto...

Finale tra l'altro di una potenza inaudita secondo me. Uno dei film dell'anno senza se e senza ma, insieme a The tree of life e Il cigno nero.

Ale55andra

Alessio Gradogna ha detto...

E' vero, un finale dotato di grande forza, narrativa e visiva. Io nell'anno sono stato maggiormente folgorato da altre pellicole, ma senza dubbio Melancholia non va trascurato.