mercoledì 30 novembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (3) - La nudità di corpi e parole

Assistere a un festival di cinema non è mai un'esperienza banale. Assume ogni volta un ruolo fondamentale la possibilità (e la bellezza) di scoprire autori fino a quel momento non conosciuti, oppure approfondire discorsi tematici legati a registi già apprezzati ma di cui ancora non si era riusciti a completare la filmografia. In questo senso, Torino 29 offre spunti più che variegati, grazie ai quali è possibile spaziare a 360° in un mosaico di immagini che non si pone alcun limite tecnico e poetico. Così, felicemente dispersi nel marasma quotidiano, capita di imbattersi in autori letteralmente agli antipodi, ma allo stesso modo capaci di fornire suggestioni assai stimolanti, e squarci di grande cinema: Sion Sono ed Eugène Green. L'imponente retrospettiva sul poeta del dolore nipponico, di cui già abbiamo parlato nei post precedenti, continua a mietere ferite estatiche e stilettate capaci di scendere in profondità nell'anima dello spettatore: è il caso del recente Guilty of Romance, spietata educazione alla lussuria e alla perversione di una donna che decide all'improvviso di fuggire da una vita piatta e lobotomizzata per gettarsi con autentico furore tra le gioie del sesso. I personaggi dei lavori di Sono, però, si sa, non hanno mai vita facile: per loro la sofferenza è conseguenza inevitabile di ogni gesto e cambiamento. Anche alla giovane e conturbante Izumi, dunque, spetta l'arduo e indesiderato compito di scendere agli Inferi dell'afflizione; il suo procace e irresistibile corpo si spoglia di ogni veste, ma la nudità si porta via anche ogni forma di dignità, tuffandosi a capofitto tra le fauci del peccato, in un sentiero di umiliazioni da cui non sarà più possibile tornare indietro. Erotico, barocco, radicale, tragicamente romantico, lancinante e travolgente: Sion Sono al suo meglio.

Il corpo lascia invece il posto all'Arte della parola, nel cinema di Eugène Green, bella scoperta di questa edizione; minimalismo e ironia, rivisitazione dei generi, gusto immediato per il senso della vita umana al di là di ogni specificità psicologica, fioritura del fantastico come volto uguale e contrario del reale, piccole storie e piccoli tasselli di un puzzle capace di descrivere amori e mancanze senza alcun orpello tecnico. La profondità nella semplicità, a voler sintetizzare: quadretti spartani e delicati, entro cui si muovono (poco) i suoi personaggi, simili a marionette, ma dotati di una coscienza ben visibile. Green si stupisce di vedere molta gente in sala nonostante l'orario pomeridiano e il giorno infrasettimanale, e dopo le proiezioni dei corti Le nom du feu e Les Signes (con Mathieu Amalric, costante presenza/assenza di questo festival), e dello straniante lungometraggio Le Monde Vivant, ambientato in un Medioevo che poi tale non è, concede alla platea approfondite riflessioni (in italiano) sul significato stesso del cinema e delle sue componenti. Un regista-filosofo che si guarda e ascolta con piacere, e che il sottoscritto non può che ammirare per la scelta di rinnegare le origini americane per diventare a tutti gli effetti un uomo di Francia.

Sono e Green, opposti che si attraggono. Tra loro, una Festa Mobile sempre vivace (il documentario Joann Sfar, dedicato a un bravo disegnatore/fumettista parigino e diretto, guarda un po', da Mathieu Amalric), un concorso che per ora si mantiene su livelli discreti senza però decollare (il coreano A Confession, rigoroso ma incapace di trovare la scintilla vincente), e qualche visione pessima, come nel caso del mediocre thriller 388 Arletta Avenue, di Randall Cole, lavoro derivativo, pretenzioso, slegato e pleonastico.


La maratona continua: ci si prepara a tornare ancora tra le strade di Parigi, si spera con esiti migliori rispetto a Woody Allen, per cantare con Les Bien-Aimés di Christophe Honoré.

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