martedì 29 novembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (2) - Delusioni e Meraviglie

Prosegue senza soluzione di contenuità l'edizione numero 29 del Torino Film Festival. Una full immersion totale, che non lascia alcun margine di respiro. Nonostante qualche evidente stortura logistica operata quest'anno dall'organizzazione, si affollano le visioni, in una magnifica bulimia cinefila senza eguali nel panorama nazionale.
Così, tra una sala e l'altra, le varie sezioni propongono il loro meglio (e il loro peggio): il concorso lungometraggi entra nel vivo con tre opere molto diverse tra loro ma accomunate da una discreta riuscita generale; si inizia con Attack The Block, fantahorror di chiara impronta commerciale incentrato sull'invasione aliena in un ghetto di periferia; un assedio a tempo di rap, visto con gli occhi di una gang di ragazzi pronti a trasformarsi da delinquenti a eroi: un Super 8 Miles, per citare la crasi utilizzata dal simpatico regista Joe Cornish prima delle proiezione, evidente debitore del bellissimo film di Abrams senza nemmeno sfiorarne la qualità, molto più superficiale eppure alla fine non disprezzabile nella sua miscela di action, ironia e omaggi al cinema di genere degli anni settanta/ottanta. Da notare, a gran sorpresa, visto il genere in totale antitesi con i suoi gusti, la presenza in sala, come semplice spettatore, di Nanni Moretti. Molto bene poi il canadese Le Vendeur, dramma dedicato a un venditore d'auto capace di superare la crisi economica e la tragedia personale grazie all'attaccamento viscerale per il suo lavoro, e apprezzabile nella sua delicatezza di tocco Way Home, tedesco, storia di solitudini, vite giunte al capolinea, e amori stanchi ma ancora in grado di sopravvivere al tempo inclemente che divora il corpo e la lucidità del pensiero.

Proseguono a pieno regime anche le retrospettive: il Mito di Robert Altman riempie in ogni ordine di posto la sala per la riproposizione dell'immortale Nashville, accompagnato da un ricchissimo parterre composto da Keith Carradine, Michael Murphy, Kathryn e Stephen Altman, affiancati a ricevere il caloroso applauso del pubblico torinese e pronti a raccontare alla platea gustosi aneddoti relativi alla lavorazione del film. In contesti più piccoli, diciamo di nicchia, prosegue la riproposizione dell'intera (quasi) f
ilmografia di Sion Sono, occasione d'oro per apprezzare i suoi migliori lavori, intervallati da opere non proprio indimenticabili (il confusionario Into a Dream e l'occasione perduta Hair Extensions, film che tocca attimi di notevole forza narrativa per poi però scivolare in pesanti cadute di tono spinte sin oltre al limite del ridicolo).

Dalla ricchissima sezione fuori concorso Festa Mobile arriva invece il meglio e il peggio del festival. Della seconda categoria fa sicuramente parte Wrecked, fallimentare survival-movie prodotto e interpretato da Adrien Brody e realizzato con il palese intento di cavalcare l'onda dei recenti Buried e 127 ore. Un'ora e mezza di one man show, in cui Brody fornisce una bella prova d'attore, in un film che p
erò, semplicemente, non c'è: zero idee, zero originalità, per una pellicola derivativa, sciocca, inutile, che oltretutto sprofonda per via di inserti buonisti al limite del ricattatorio (il cane). Insomma, un disastro.
A conti fatti delude anche l'atteso nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris, in bilico tra l'incanto e la pioggia di una Parigi che scivola dalla contemporaneità al ritorno negli anni venti. Owen Wilson abbraccia la Ville Lumière circondato da un cast all-stars in cui trovano posto tra gli altri Marion Cotillard, Kathy Bates e un esilarante Adrien Brody nei panni di Salvador Dalì: il risultato è però fiacco, debole nella forma e nella sostanza, con un'idea di base troppo striminzita per reggere i novanta minuti di durata e una morale di fondo quantomeno semplicistica. L'ennesima dimostrazione di come Allen faccia davvero tr
oppi film.


E poi, tra una corsa e l'altra, una scoperta e una delusione, arriva, caldo come il tocco di una lama infuocata, l'assoluto capolavoro di questa edizione del festival: La Guerre est Declarée, di Valérie Donzelli, film di cui già avevamo accennato, candidato della Francia per i prossimi premi Oscar. Una storia devastante, raccontata con uno stile meraviglioso in grado di affiancare, con miracolosa brillantezza, il dramma più straziante e l'ironia più dolce. Sulle nostre guance scendono inarrestabili le lacrime, mentre assistiamo alla ferale lotta di due genitori intenti a salvare con ogni mezzo il loro bambino colpito da un tumore al cervello; eppure, sperduti nel dolore, troviamo anche modo di sorridere, grazie al sapiente uso delle musiche, al respiro della spensieratezza, al tocco magico della Donzelli, regista/sceneggiatrice/interprete della pellicola, insieme al suo reale compagno di vita Jeremie Elkaim.
Così, tra Jacques Demy e Truffaut, fino al Moretti di La stanza del figlio, scaviamo nel profondo dell'anima, disperati e al contempo estasiati di fronte a un'opera d'incredibile bellezza e intensità. Romeo e Juliette (da pronunciare rigorosamente alla francese) combattono la loro guerra, assistiti dalle famiglie, dagli amici, dalla speranza; noi combattiamo con loro. I volti di Valérie e Jeremie entrano nel nostro cuore, e lì trovano casa: non se ne andranno mai più.

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