lunedì 14 novembre 2011

RUBBER - recensione

RUBBER - recensione
Postato alle agosto 01, 2011 13:23 di lunedì, 01 agosto 2011
da: [cinemystic]

rubber posterUno pneumatico prende vita, inizia a rotolare per le strade, e con la forza del pensiero uccide chiunque gli ostacoli la via, facendo esplodere la testa ai malcapitati. Inseguendo una donzella che in un primo tempo era riuscita a sfuggirli, il copertone alloggia in un motel, guarda la televisione, si fa la doccia, ammazza la cameriera che voleva pulire la stanza. I poliziotti lo inseguono, cercando di eliminarlo.

Cosa? No, non sono preda di un colpo di calore estivo. La surreale trama appena accennata esiste davvero, e appartiene a Rubber, film horror (?) canadese diretto da Quentin Dupieux, transitato nel 2010 prima a Cannes e poi a Locarno, acquistato dagli statunitensi per la distribuzione e rimasto ovviamente inedito in Italia.

Come giudicare una trama di tale assurdità? Ridicolaggine? Genialità? Presa per i fondelli? Ognuno si faccia la propria idea. Una pellicola così non può che generare una vasta gamma di giudizi altalenanti e spesso opposti. Perlomeno, va dato merito a Dupieux (anche sceneggiatore e montatore) di aver provato a mettere in piedi un prodotto tutt'altro che banale.

Rubber, nel corso del suo astruso svolgimento, compie un'operazione di pura autoreferenzialità: il cinema entra nel cinema, abbattendo il confine sintattico tra pubblico e materia rappresentata. Il processo avviene grazie a un espediente basilare: nel film vediamo infatti, tra le dune del deserto, un gruppo di spettatori, che assiste in tempo reale al dipanarsi degli eventi, scoprendoli insieme a noi. Il meccanismo ludico mira a porre in essere la distruzione del confine tra realtà e finzione. Lo capiamo dal messaggio che uno dei personaggi declama senza riserve sin dall'incipit della pellicola: la realtà è assurda, deprivata di qualsiasi senso, fondata sulla non-ragione da cui sovente partono le nostre azioni; il cinema, in quanto specchio della vita, può quindi permettersi la più grande delle libertà, ovvero la narrazione di un racconto spogliato di ogni forma di credibilità.

rubber roxane mesquida

È difficile assistere al film senza essere colti da una forte sensazione di canzonatura. Se però si riesce in qualche modo a entrare nello spirito goliardico del progetto, alla fine ci si diverte. Il regista-musicista Dupieux, infatti, riesce a intavolare inserti perfino esilaranti, e non manca di omaggiare senza remore la tradizione dell'horror, instaurando svergognati ossequi a Cronenberg e Romero.
Certo, la trama concedeva materiale sufficiente per trenta-quaranta minuti di prodotto, per cui completare gli ottanta minuti di effettiva durata risulta operazione ostica. Non mancano momenti di stanca, ma tra le pieghe del delirio si vedono idee interessanti, e l'operazione generale, se presa dal verso giusto, può infine risultare piacevole e positiva.

rubber film

In Rubber il teatro dell'assurdo scivola nel cinema, assumendo le fattezze di uno pneumatico umanizzato e spietato: volete rotolare per un po' insieme a lui, inseguendo la bella e sexy Roxane Mesquida e facendo scoppiare qualche testa per allietare il tragitto? A voi la scelta, a patto di non cercare spiegazioni. D'altronde, “perché in E.T. di Spielberg l'extraterrestre è marrone? Per nessun motivo. E perché in Non Aprite Quella Porta non vediamo mai i personaggi andare in bagno e lavarsi le mani? Per nessun motivo. E perché non possiamo toccare l'aria che respiriamo?” Facile: per nessun motivo.


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