lunedì 14 novembre 2011

ORRORI ALLA FRANCESE


DANS TON SOMMEIL - recensione
Postato alle giugno 20, 2011 14:15 di lunedì, 20 giugno 2011
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE

- DANS TON SOMMEIL -


Dans Ton Sommeil posterNuovo viaggio all'interno della nouvelle vague dell'horror francofono: questa volta è il turno di Dans Ton Sommeil (In Their Sleep per il mercato internazionale), esordio nel lungometraggio dei fratelli Caroline e Eric Du Potet, nativi di Grenoble e già autori, sempre in coppia, di diversi cortometraggi capaci di spaziare tra i generi, passando dal dramma al thriller con qualche incursione perfino nella commedia romantica. Il loro primo film sulla lunga durata, uscito nei cinema transalpini nel marzo 2010, ha come interprete principale la ex-Nikita Anne Parillaud, assistita da Thierry Frémont, Jean-Hughes Anglade (anche lui nel film di Besson del 1990) e Arthur Dupont (visto nell'elegiaco Gli amori di Astrea e Celadon di Eric Rohmer).

Sarah, infermiera, non si è ancora ripresa dalla morte del figlio, avvenuta un anno prima. Il marito se n'è andato, e lei è rimasta sola nella grande casa di campagna acquistata tempo addietro. Una notte, tornando a casa dall'ospedale in cui lavora, investe il giovane Arthur, il quale, una volta ripreso conoscenza, le confessa di essere in fuga da un pericoloso ladro. Sarah decide di aiutare il ragazzo, e lo porta a casa sua per proteggerlo. Nelle ore successive, però, si rende conto che la realtà è molto diversa rispetto alle apparenze: Arthur le ha mentito, e l'uomo che lo insegue ha ottimi motivi per farlo...

Elaborazione del lutto, solitudine, mancanza, negazione della famiglia, dolore e vendetta: questi sono i temi principali che i fratelli Du Pont sviluppano nella loro storia. Un racconto nel quale le prospettiva mutano più volte, così come i punti di vista, creando una spirale in cui la vicenda si reinventa in più occasioni. I personaggi principali transitano a più riprese tra il sonno e la veglia, e vanno ad accastare frammenti di un mosaico che si compone gradualmente, grazie al reiterato utilizzo di flashback a incastro utili per ricomporre il senso generale della sceneggiatura. Un registro linguistico abbastanza ardito, che i due registi riescono comunque a maneggiare con una certa sicurezza, creando un clima di oscura tensione che naviga sottotraccia, e immergendo lo spettatore in una malinconia di fondo che spezza ogni speranza di catarsi e riscatto.

Dans ton sommeil anne parillaud

Tutto in una notte, sfruttando una fotografia naturalista di sicuro effetto, abile a giocare con le ombre e i piani visivi sfocati, gli autori innalzano all'onore della cronaca due personaggi uguali e contrari, che finiscono per attrarsi inesorabilmente. Entrambi sono senza famiglia: Sarah l'ha perduta, un pezzo alla volta, smarrendo nel contempo ogni traccia di vitalità; Arthur, invece, non l'ha forse mai avuta, e per questo motivo, come il Tae-Suk dello splendido Ferro 3 di Kim Ki-duk, cerca case vuote in cui entrare di nascosto, per sentire il sapore di quegli affetti a lui negati, e rubare briciole d'intimità domestica. Un furto innocuo, in apparenza, da cui però è facile scivolare verso il sangue, la morte, e la conseguente e spietata vendetta.

Nella prima parte, Dans ton Sommeil sfiora i contorni dell'assedio, riallacciandosi in qualche modo ad altre recenti pellicole francesi come Ils – Them e À L'Interieur, e non ha paura di osare in alcune scene piuttosto cruente; poi, come detto, la prospettiva cambia, e la notte si fa messaggera di bugie e sogni infranti.

Così, in cerca d'autore, o meglio d'amore, Sarah e Arthur si guardano, si abbracciano e mentono, schivando la razionalità e leccando le ferite attuali e passate alla ricerca di un legame ormai impossibile; in questo senso, risulta esemplificativa la scena finale, simbolo dell'abbandono universale e di un silenzioso viaggio verso le tenebre.

dans ton sommeil

A conti fatti, abbiamo dunque a che fare con un prodotto di buon livello, abile a mantenere vivo l'interesse anche senza particolari picchi emotivi, grazie a una messinscena asciutta e rapida, capace di esaurirsi nei suoi 80 minuti di durata senza perdere tempo in inutili barocchismi narrativi ed estetici. È quindi l'ennesimo lavoro apprezzabile di una scuola che, pur faticando a ritrovare l'eccellenza dei vari Martyrs e Calvaire, continua a sfornare film più che dignitosi.

Nota a margine: cliccando sul tag “rubrica orrori alla francese”, che trovate in alto a destra della homepage, potete rileggere le recensioni di tutti i numerosissimi horror francofoni che abbiamo trattato qui su Cinemystic negli ultimi tre anni.


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LA MEUTE - recensione
Postato alle giugno 01, 2011 13:25 di mercoledì, 01 giugno 2011
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE - LA MEUTE

La MeuteA pochi giorni di distanza dalla recensione di Captifs, torniamo ancora a immergerci nella nouvelle vague dell'horror francofono, per parlare di La Meute (The Pack), film scritto e diretto dall'esordiente Franck Richard, e già oggetto di polemiche e censure nel Festival di Cannes 2010, per il quale era stato selezionato.

Ci troviamo di fronte a una pellicola che cerca di rielaborare alcuni temi fondanti del cinema di genere, in un processo di decostruzione e ricostruzione alienante, confuso, senz'altro imperfetto, ma non privo di intuizioni interessanti.

Siamo in un luogo imprecisato, sperduto nel nulla. Una ragazza viaggia da sola in auto, senza meta. Lungo il tragitto concede un passaggio a un autostoppista, e dopo un po' i due si fermano a bere qualcosa in una vecchia e fatiscente locanda. Qui subiscono l'aggressione di una banda di volgari bikers, ma hanno salva la pelle grazie all'intervento della corpulenta padrona del locale. Poco dopo, di punto in bianco, l'autostoppista scompare. La ragazza, dopo aver informato lo sceriffo locale, torna nella locanda per cercare l'uomo, ma viene colpita alla testa. Al risveglio si ritrova prigioniera in una fattoria. Scoprirà, suo malgrado, di essere stata catturata per uno scopo ben preciso: il suo sangue, infatti, servirà per nutrire qualcosa di mostruoso, pronto a emergere dal sottosuolo...

Meglio fermarsi qui, per non rivelare troppo. Giusto lasciare un margine di sorpresa a chi ancora non ha visionato il film. Anche perché, se vogliamo, uno dei punti di forza di La Meute è proprio la capacità di spiazzare lo spettatore, attraverso snodi di sceneggiatura non sempre prevedibili.

La Meute Emilie Dequenne

Ancora una volta l'horror francofono rifugge la metropoli, e si dirige verso le periferie malsane e corrotte (La Horde, Frontieres), o in alternativa verso la campagna, ricca di osceni e torbidi segreti (Calvaire). Il lavoro di Richard aspira allo straniamento visivo, cercando di ribaltare le attese per creare un clima di ovattata suspence, sospinta dalle sulfuree scenografie e dall'uso ipnotico e ossessivo delle musiche.
A sostenere l'arduo compito, troviamo attori che gli appassionati di cinema francese ben conoscono: Emilie Dequenne (protagonista dello splendido Rosetta dei Dardenne), Yolande Moreau (premiata ai César per il suo ruolo in Seraphine), Philippe Nahon (già visto in Alta Tensione e nello stesso Calvaire), e Benjamin Biolay (padre allo sbando nel bellissimo Stella). Accanto a loro, va poi sottolineato il lavoro alla fotografia di Laurent Barès (lo stesso di À L'Interieur), e la produzione, divisa a metà tra Francia e Belgio.

Come si vede, la scuola transalpina ha ormai saputo creare un piccolo universo autoctono nel quale i personaggi si alternano, tornano e si ritrovano, aiutandosi a vicenda per rafforzare sempre più la consistenza dell'intero movimento. Un gioco “di squadra” che dovrebbe essere d'esempio per la triste realtà italica, piena di livore, invidie, disorganizzazione e risibili guerre intestine.

la meute yolande moreau

Straniamento, si diceva. Il modello a cui Richard si rifà maggiormente è proprio quello di Du Welz: l'orrore si mescola al senso del grottesco, l'inquetudine si incontra e scontra con un pronunciato sarcasmo, la follia viaggia di pari passo con la malinconia e la tragedia.
Tra scatti improvvisi e tempi dilatati, personaggi (troppo) caricaturali e silenzi opprimenti, il film si dipana rifuggendo dalla facile empatia, per farsi invece oggetto malato e incancrenito, soffocante e buio, vorace e bizzarro. Il sangue cola sulla terra, risvegliando un'innominabile alterità in cerca di eterna vendetta, e noi ne saggiamo l'acre sapore.

Ancora inedita in Italia, tanto per cambiare, la pellicola sa osare, pur perdendo di tanto in tanto la strada maestra. Richiama gli assedi romeriani, sfiora il Barker di Hellraiser, sfrutta alcune soluzioni visive non lontane dai recenti capolavori di Rob Zombie, ma cerca anche una propria identità. Obiettivo tutto sommato raggiunto.
Alla fine, infatti, di fronte a un primo impatto esitante, La Meute riesce a lasciare in eredità, sottopelle, una sensazione ruvida e disturbante.

la meute

Da non perdere i titoli di coda, durante i quali il regista si dilunga in fantasiosi ringraziamenti, citando anche tante icone dell'horror moderno, da Myers a Krueger, da Voorhies fino ai Gremlins, definiti “i migliori babysitter del mondo”.


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CAPTIFS - recensione
Postato alle maggio 28, 2011 11:24 di sabato, 28 maggio 2011
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE - CAPTIFS


captifs posterChi mi segue conosce ormai a menadito la mia sfrenata passione per tutto ciò che concerne il cinema francese, e il conseguente interesse quasi filologico per la nouvelle vague dell'horror transalpino, che tanti ottimi risultati ha prodotto negli ultimi anni. Non potevo quindi esimermi dal visionare uno degli ultimi lavori, in ordine cronologico, appartenenti al filone di cui sopra. Si tratta di Captifs (conosciuto anche come Caged per il mercato estero), diretto dal debuttante Yann Gozlan, uscito lo scorso mese di ottobre nei cinema francesi, e selezionato per alcuni importanti eventi di genere tra cui Sitges e lo Screamfest.

Tra l'altro, se si escludono un paio di trascurabili pseudo critiche di dilettanti allo sbaraglio, sul web, al momento, non esistono recensioni di questa pellicola. Cinemystic è qui anche per questo, pertanto vado con piacere ad analizzare in anteprima il lavoro di Gozlan.

Tre medici, in missione umanitaria in un imprecisato paese della ex Jugoslavia, hanno ormai terminato il loro compito, e si apprestano a tornare nella propria patria. Lungo la strada, prima del confine, sono però rapiti da un gruppo di (presunti) terroristi, e rinchiusi in celle buie da cui è impossibile evadere. Mentre le ore passano, gli sfortunati protagonisti attendono il loro destino, ignari di ciò che li attende; scopriranno che i rapitori sono commercianti illegali di organi, e una volta appurata l'amara verità, cercheranno disperatamente una via di fuga.

Tutta qua, la trama di Captifs: semplice, diretta, immediata. Ottanta minuti di narrazione, senza fronzoli, per una storia oscura che segue linee direttrici piuttosto schematiche e lineari. In apparenza, parrebbe di avere a che fare con l'ennesimo clone dell'ormai sovrautilizzato sottogenere torture porn, ma (per fortuna) Gozlan cerca di percorrere sentieri alternativi. Ciò che interessa all'autore, infatti, non è il mero affastellamento di effetti scioccanti e violenze reiterate, bensì il senso di angoscia e incertezza che trasuda dai cuori in subbuglio delle tre vittime protagoniste della vicenda. Assistiamo così a lunghi silenzi, tempi sospesi, attese snervanti, respiri mozzati, in un prolungamento della suspence mirato ad avvolgere lo spettatore in un clima di soffocante condanna.

captifs 2010

La scelta del regista è corretta, così come il brillante utilizzo della macchina da presa. Notevoli sono anche alcune scelte fotografiche fondate sull'antinomia tra squarci di luce e fiumi di oscurità, e interessante è l'utilizzo del sonoro diegetico. Efficace, inoltre, la voluta inconoscibilità (e non-traduzione) del linguaggio autoctono parlato dai carnefici, espediente atto a sottolineare il terrore che avvolge i tre personaggi principali: due uomini e una donna, in trappola in una terra straniera, senza certezze nè legami.

Il problema, però, è allo stesso tempo opposto e conseguente: nella sua giustezza stilistica, Captifs manca di concretezza, non approfondisce le tematiche prese in esame, abbozza qualche subplot poi relegato in un angolo, e si accontenta di portare a termine il compitino, senza osare. Si ha così l'impressione di assistere soltanto a un buon esercizio tecnico e teorico, oltretutto penalizzato, nella seconda parte, da scelte di sceneggiatura forzate e assai poco credibili. Peccato, c'era senza dubbio margine per ottenere un risultato più solido e significativo.

captifs 2010

A conti fatti, parliamo di un prodotto di genere onesto e professionale (superiore, ad esempio, alla quasi totalità delle produzioni nostrane, ancora chiuse nei recinti del dilettantismo), che può meritare una visione a cuor leggero, ma che senza dubbio non resterà impresso nella memoria come altri recenti capolavori dell'horror francofono, da Calvaire a À L'Interieur, fino al sommo Martyrs.


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MUTANTS
Postato alle luglio 15, 2010 11:23 di giovedì, 15 luglio 2010
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE - MUTANTS

Gli “orrori alla francese” continuano senza remore a farsi riconoscere nel panorama del cinema fantastico odierno. Mentre estimatori e detrattori di questa “nouvelle vague” si scontrano e restano ben fermi sulle proprie posizioni (noi, come ben sapete, li amiamo assai), dalla Francia la produzione di horror prosegue a ritmi sempre più veloci e incalzanti.

Dopo La Horde, è stavolta il turno di Mutants, debutto nel lungometraggio di David Morlet.

Un misterioso virus ha sterminato gran parte dell’umanità. La dottoressa Sonia, il suo fidanzato Marco, e l’arcigna soldatessa Perez tentano la fuga, a bordo di un’ambulanza, per raggiungere una base militare in cui si cela la presunta salvezza. Battibeccano tra loro, Perez ci lascia le penne, e Marco viene morso e contagiato da uno zombi. Lui e Sonia si rifugiano in un enorme ospedale abbandonato, si tentano varie cure, ma il virus inizia a svilupparsi nel corpo dell’uomo, ora dopo ora, ineluttabilmente. Marco si trasforma passo per passo in una bestiale creatura, e Sonia (che è incinta) deve difendersi da lui, da tutti gli altri mostri che l’assediano, e pure da un gruppo di sopravvissuti che a un certo punto irrompe nella struttura…

Parte molto bene, Mutants. Poche parole, alta tensione, sangue a profusione, inquietudine neanche tanto sommersa. L’impatto scenografico deve molto a 28 giorni dopo di Boyle, ma il regista e i suoi collaboratori azzeccano un’originale ambientazione, tra i boschi e la neve, capace di rendere icasticamente il senso di abbandono, solitudine e Apocalisse ormai conclamata. Interessante poi è il doppio registro su cui si poggia la prima parte della narrazione, attraverso cui si attua il duplice processo di morte e assedio, dall’esterno (i mutanti affamati di carne) e dall’interno (la graduale trasformazione di Marco, e l’amore di Sonia che però deve anche scappare da lui).

Nessuna spiegazione, azione raccolta, silenzi adeguati, pause riflessive, buoni e realistici effetti speciali, discreto lavoro di regia, efficace apparato fotografico, e un paio di sequenze decisamente disturbanti (Marco che si stacca dalla bocca i denti, e che vomita e urina sangue) nelle quali il gore non è affatto lesinato: insomma, Romero docet, Boyle e Resident Evil pure, il materiale sfrutta omaggi e citazioni a gò gò, ma il risultato è curato (come sempre in ogni lavoro francese), gustoso e più che accettabile, e la pellicola si distacca dalla sarabanda cacofonica del “cugino” La Horde.

Peccato però che il lavoro di Morlet perda di mordente nella seconda parte: l’ingresso dei nuovi sopravvissuti, sbrodolanti machismo e misoginia, mette in scena personaggi parecchio stereotipati, e l’azione diventa tanto più veloce quanto più scontata e zoppicante. Nell’ultima mezz’ora tutto avviene in modo abbastanza ovvio e prevedibile, la povera Sonia si trasforma in un’Amazzone indistruttibile, e lo stesso finale non è che brilli per originalità, tutt’altro. La sensazione è che a un certo punto Morlet abbia finito le idee, e a quel punto non abbia saputo fare altro che “riempire” la restante parte del film imitando tanti altri predecessori.

Ponendo sulla bilancia la buonissima prima parte, e il brusco calo della seconda, il bilancio finale è comunque discreto. Certo, con una maggiore solidità in fase di script si poteva ottenere di più, e questo Mutants nei prossimi anni forse sarà dimenticato… Però l’horror francese è sempre vivo, vitale, e convinto della propria forza.

Il film, ça va sans dire, è per ora inedito in Italia, ma il consiglio è sempre il solito: procuratevelo in lingua originale con i sottotitoli.

(Originariamente pubblicato su Guida Horror Supereva)


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LA HORDE
Postato alle giugno 17, 2010 12:13 di giovedì, 17 giugno 2010
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE - LA HORDE

La nouvelle vague dell’horror francese continua a produrre lavori di sicuro interesse, e prosegue il suo percorso di riattualizzazione del cinema di genere. Stavolta è il turno degli zombi, protagonisti assoluti di La Horde, debutto alla regia della coppia Yannick Dahan / Benjamin Rocher, presentato allo scorso Festival di Venezia (complimenti a Muller per il coraggio), ma ovviamente poi non uscito nelle sale in Italia.

Un poliziotto è stato ucciso da una banda di malviventi. I suoi colleghi vogliono vendicarlo, e armati fino ai denti assaltano i responsabili dell’omicidio, chiusi in una stanza all’interno di un fatiscente palazzone nella banlieue. Mentre le due fazioni si scannano tra loro, però, al di fuori dell’edificio, si scatena l’Apocalisse, e un’orda di mostruosi e affamati morti viventi inizia a compiere una carneficina, divorando ogni malcapitato. Agenti e delinquenti si ritrovano a essere braccati, e devono a malincuore unire le forze, per cercare una via di fuga dal palazzo e trovare un modo per salvarsi.

La Horde inizia con un funerale. Atmosfera plumbea, e nessuna parola per i primi 2/3 minuti. Poi, un quarto d’ora di puro noir. Dopodichè, l’avvio di una sarabanda splatter/gore che proseguirà con pochi momenti di sosta fino alla conclusione della vicenda.

La produzione è assolutamente francese, ma qui siamo su territori ben diversi rispetto a Martyrs o Calvaire. Forse, a ben vedere, siamo più vicini a Frontieres, con il quale il film del debuttante duo condivide l’ambientazione squallida e cadente della periferia in disarmo (con annessa critica sociopolitica). Non a caso, Xavier Gens è stato uno dei mentori di questa operazione. I sottotesti, comunque, sono lasciati in un angolo, appena accennati, perchè questa pellicola è divertimento allo stato puro, adrenalina, pioggia di sangue, Caos, azione e rumore. Un rave movie scatenato, che mira semplicemente all’intrattenimento dello spettatore, catapultandolo in un delirio intriso di emoglobina a fiotti e polvere da sparo, urla e rabbia, violenza e vendetta, rabbia e ironia, morte e resurrezione.

Un limite? In certi casi sì, ma non stavolta, perchè questo era l’obiettivo dichiarato dei due registi, e lo scopo, magari scolastico ma sincero, è stato raggiunto.

Ovviamente, essendo in territori post-moderni, anche l’iconografia zombesca ne risente; l’ombra di Romero è presente sempre e comunque, ma le creature transalpine, sporche e bestiali, voraci e veloci, immonde e disgustose, entrano nella famiglia di Boyle e Snyder, e hanno poco da spartire con le claudicanti marionette sessantottine. Allo stesso modo, siccome i tempi sono cambiati, l’assedio si dipana non più nell’indimenticabile supermercato di Dawn of the Dead, bensì in un edificio brutto, ammuffito, degradato e “ignorante”; idem per il linguaggio colorito utilizzato da quasi tutti i protagonisti.

Pronti, partenza, via: spegnere il cervello, e godere del delirio. Questo il senso ultimo di La Horde, che tiene ben presente i modelli di riferimento, e si apparenta con il Carpenter di Distretto 13 e l’action orientale, il Planet Terror di Rodriguez e l’horror videogame di Resident Evil, azzardando inserti fotografici quasi fumettistici, beandosi di una regia vivace e brillante, esaltandosi in un paio di scene di massa entusiasmanti (mai titolo di un film fu più azzeccato), e proponendo un finale beffardo e ben poco consolatorio.

Certo, difetti ce ne sono, il deja vu è sempre dietro l’angolo, l’afflato caricaturale dei personaggi a volte risulta eccessivo, e la consapevole beceraggine alla lunga può anche stancare… Ma il lavoro dei francesi appare genuino e appassionato, e dunque, va bene anche così.

Non perdetevi la canzone rap dei titoli di coda, che con notevole fantasia intona il sorprendente (?!?) ritornello “La Horde c’est Bordel, La Horde c’est Mortel“. Assioma indiscutibile.

(Originariamente pubblicato su Guida Cinema Horror Supereva)

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ORRORI ALLA FRANCESE - VINYAN
Postato alle aprile 28, 2009 19:22 di martedì, 28 aprile 2009
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE

- VINYAN -


Lo attendevo con ansia, Vinyan, il nuovo film di Fabrice Du Welz, autore quattro anni fa dello splendido, intenso, inquietante e al contempo commovente Calvaire, forse in assoluto il masterpièce di tutta la nouvelle vague dell’horror francofono. Finalmente è arrivato, presentato allo scorso festival di Venezia e uscito da poco in Dvd (ma non ancora in Italia).

Per fortuna (per ora) Du Welz non si è fatto attrarre dalle sirene hollywoodiane, è rimasto coerente con se stesso, si è preso tutto il tempo di cui aveva bisogno, è riuscito a mettere insieme una co-produzione anglo/franco/belga, un conosciuto attore americano (Rufus Sewell) e la più grande attrice francese in circolazione (Emmanuelle Béart), ha trasferito tutta la troupe in Thailandia, e ha tirato fuori un film che non delude affatto, e anzi, ne conferma il promettente talento.

Una coppia, in vacanza in Thailandia, perde il proprio figlio in occasione del grande tsunami del 2005. Un’onda lo travolge e se lo porta via. I due decidono di rimanere lì, e dopo 6 mesi d’infruttuose ricerche Jeanne ancora non vuole convincersi della morte del suo amato Joshua. Convince quindi lo scettico marito a imbarcarsi su un battello per esplorare alcuni villaggi tra Thailandia e Birmania, al seguito del signor Gao, una sorta di santone del luogo. Progressivamente i due s’inoltrano in una terra sempre più selvaggia, finendo per dimenticare la civiltà, e mettere a repentaglio la propria sanità mentale, oltre che la vita stessa.

In Calvaire, Du Welz ci aveva trascinato all’interno di un microcosmo, un piccolo paese di campagna, in cui la follia gradualmente prendeva il sopravvento sulla realtà. Qui è ancora un microcosmo, a essere protagonista, e di nuovo l’ambiente geografico assume un ruolo di precipuo Soggetto fondante la narrazione. Ma in questo caso la Terra insana estende il proprio dominio e i propri confini, sino a fagocitare la percezione dell’essere umano e a mutarlo in bestia la cui razionalità scema via via che ci si inoltra nei meandri del nulla.

L’assunto di base dello script è abbastanza comune: si parla di una madre disperata, che a tutti i costi non vuole rassegnarsi alla perdita del figlio, e che è pronta a qualsiasi cosa pur di ritrovarlo (pur in contesti completamente diversi, l’abbiamo appena visto ad esempio in Changeling). Nella confusione mentale derivata dalla non-accettazione del lutto, Jeanne vacilla, ogni bambino Thai assomiglia al suo Joshua anche se ovviamente non lo è, e il marito, figura razionale e virile, finisce per essere un nemico, un ostacolo sulla via della resurrezione.

Una via lastricata di ostacoli, scavata nell’abisso dei sensi, immersa nei quattro elementi naturali, acqua in primis, e costeggiata dallo spiritismo, dai riti religiosi del luogo, dai Totem leggendari di un popolo ancora primitivo, dai colori pitturati sui volti dei bambini, dall’oppio nell’aria che sfoca le facoltà mentali, inibisce la ribellione, e lascia sfocare la mente verso un sogno a occhi e cuore aperti.


Vinyan
, dopo un incipit efficacissimo dal punto di vista sonoro, e una prima parte d’ambientamento che forse sconta qualche lentezza di troppo, poco alla volta si spoglia dalla civiltà e si denuda nel ventre della Madre Terra. Du Welz realizza il suo volo pindarico ai confini del mondo, lasciando navigare quel battello in un’Ade di anime defunte. In tutto questo c’è il Cuore di Tenebra di Conrad, c’è ovviamente Apocalypse Now, c’è anche un po’ di Cannibal Holocaust e perfino qualcosa dell’herzoghiano Fitzcarraldo... e infine c’è l’horror, riflesso nei sogni inquietanti dei due protagonisti, nei visi barbari e inospitali dei bambini (i veri padroni del luogo), nell’acqua primordiale che diviene sangue, e in una sequenza splatter di derivazione romeriana, di cui si poteva anche fare a meno.

In tutto questo, il valore aggiunto della pellicola ha un nome e un cognome: Emmanuelle Béart. Una divinità con il viso di donna. Splendida, con i capelli arruffati e i vestiti stropicciati. Splendida, per come attraverso lievi mutazioni di sguardo raccoglie su di sè la trasformazione psichica di una donna che sta essa stessa per divenire Totem, Leggenda, Demone e Madre. Splendida, per come mette tutto il suo corpo a disposizione del regista, per amoreggiare in ogni istante con la macchina da presa, senza remore di alcun tipo, come ha sempre fatto per tutta la sua carriera. Anche se la recitazione in inglese, quindi in una lingua non sua, toglie un pochino di naturalezza alle sue parole, la sua interpretazione è strepitosa, ipnotica, seducente, favolosa.

Pur imperfetto, e forse non così ammaliante e conturbante come Calvaire, a cui personalmente rimango più affezionato, Vinyan conferma comunque il talento cristallino di Fabrice Du Welz.

In Italia, un film di questo livello non si vede da minimo 15 anni. In compenso tutti si lamentano, spesso senza provare a fare nulla per cambiare le cose. Vive la France (e pure il Belgio)!

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MARTYRS - Nelle viscere dell'orrore
Postato alle marzo 24, 2009 10:13 di martedì, 24 marzo 2009
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE

MARTYRS

Tra le prime persone qui in Italia che hanno visto Martyrs, il nuovo film di Pascal Laugier, c’è qualcuno che ha scritto “dopo questo film l’horror non sarà più lo stesso”, e “questo film segna una rivoluzione nel panorama cinematografico mondiale”. Frasi sicuramente eccessive, ma a conti fatti neanche poi più di tanto.

La leggenda narra che durante le prime proiezioni ai festival, ci siano stati momenti di reale panico nelle sale: gente che si è sentita male, che ha vomitato, che è svenuta, che è stata portata via in ambulanza. Forse sono tutte fandonie, non lo so, non ero presente, ma non mi stupirei se almeno in parte fosse accaduto realmente.

Perchè qui ci troviamo di fronte a un film che va oltre: oltre al concetto stesso di orrore, all’estremo, alla significazione di una macabra visione.

Il sottoscritto è abituato ormai da quasi 20 anni a inquietanti visioni di ogni tipo, a film malati, degenerati, violenti, sanguinari, eccessivi. Ne ho visti a decine, a centinaia. Ragion per cui l’occhio è allenato, lo stomaco anche, la mente pure, e sono ben poche le pellicole che riescono ancora a sconvolgermi. Mi era capitato solo una volta, negli ultimi 3/4 anni, ed era successo, come oramai saprete, con The Girl Next Door. Ebbene, con Martyrs è accaduto di nuovo.

Una bambina seminuda, sporca e piena di lividi e ferite corre, urlando disperata, scappando da non sappiamo dove. In un ospedale un’altra bambina, con capelli e occhi corvini, è interrogata da un dottore, mentre la fanciulla della scena iniziale, che evidentemente è sopravvissuta a qualcosa di realmente orribile, è perseguitata da un fantasma che la terrorizza. Facciamo un salto in avanti di alcuni anni. Un’apparentemente allegra famiglia, padre, madre e due figli, fa colazione. Suona il campanello di casa, entra Lucie (la bambina di inizio film, ora cresciuta) e li ammazza tutti e quattro, a fucilate e martellate. Interviene la sorella Anna, e cerca in qualche modo di rimediare al gesto di follia di Lucie, che intanto è ancora perseguitata dal fantasma. Dopo un po’ Anna scopre un passaggio segreto che porta nei sotterranei della casa, arrivano i veri “proprietari” dell’abitazione, e la rapiscono: da qui in poi, l’Inferno.

Lo so, detto così si capisce poco. Ma non sarebbe giusto spiegare oltre. Bisogna guardarlo Martyrs, per capire compiutamente gli sviluppi della trama. Ma prima di farlo bisogna prepararsi, mentalmente e spiritualmente, perchè si verrà avviluppati da una visione inclemente, che non si dimenticherà, e solo con coraggio e forza d’animo si potrà riuscire ad arrivare fino in fondo.

Il film di Laugier è la pietra tombale del torture porn, è la vetta dell’iceberg della nouvelle vague dell'horror francofono, è una discesa primordiale nelle viscere nel nero più nero. Volete sapere, in un’ora e mezza di film, quali sono i momenti di calma, relax, e “normalità”? Ebbene, quattro minuti all’inizio, e un minuto e mezzo verso la metà. Stop. Tutto il resto è sangue, carne, violenza, grida, morte, sopraffazione, disperazione.

Ci sono dei difetti, in questo allucinante incubo filmico. Laugier, tanto parco e misurato nella regia del non del tutto riuscito Saint Ange, qui in qualche punto si lascia prendere la mano in senso opposto, esagera con la macchina a mano anche in momenti non necessari, e si trastulla in qualche arditezza stilistica superflua e ridondante. L’orrido fantasma che vediamo più volte nella prima parte, ricorda molto, forse troppo, quelli di Nakata e soprattutto di Shimizu (Ju-On). Il film è diviso in due con uno stacco troppo netto, che fa sì che le due parti appaiano leggermente slegate.

Ma per il resto, Martyrs è anche e soprattutto un grande film, Perché va fino in fondo, senza mollare la presa. Non c’è speranza, nè pena, nè rimorso, nè consolazione. Nessuna luce, nessun respiro, nessun painkiller. Niente catarsi, nè salvezza, nè futuro. Solo orrore, lacrime, disarmante brutalità. Fin dalla prima sequenza si entra in un vortice buio che non ci lascerà fino alla fine. Ci si ricopre d’angoscia, si soffoca, si attorciglia il fegato. Nella prima parte, non è facile resistere. Nell’ultima mezz’ora, ancora peggio.

Vien da pensare “per favore, basta”, vien voglia di spegnere il lettore Dvd o il Pc. Ma bisogna andare avanti, perchè un vero martirio può essere tale solo se lo si attua fino in fondo. Già perchè questa è la storia del martirio di Lucie, di Anna, ma anche del nostro martirio. Noi spettatori non ci identifichiamo in niente, non possiamo distogliere lo sguardo, siamo impotenti, inermi di fronte al massacro fisico e mentale che ci troviamo davanti. Le giovani e sventurate protagoniste toccano con mano l’Inferno e vi restano imprigionate; noi con loro.

Carne a brandelli, sangue che sgorga e sangue rappreso, pugni e schiaffi, vene tagliate, penosi rigurgiti d’afflizione, un branco di aguzzini al confronto dei quali i neonazisti di Frontiere(s) sembrano un coro di chierichetti, un gusto per l’indomito sadismo della tortura al cui paragone Hostel e compagnia cantante sono film per famiglie, una concretezza figurativa forse paragonabile solo alla serie Guinea Pig o alle più bieche follie di Miike (Audition, Imprint), un finale indicibile.

In più, a rendere il tutto ancora più insopportabile, la raffigurazione ideologica del realismo: qui non ci sono alieni, mostri unghiuti, entità astratte, pazzi serial killer, o chissà che. C’è un fantasma sì, ma fa male davvero. E poi, nella seconda parte, si assiste a un qualcosa che in fondo è molto meno lontano dal mondo in cui viviamo di quanto si potrebbe pensare; quindi, va da sé, fa molto più paura.

Laugier ha la bontà d’animo (si fa per dire) di risparmiarci almeno due cose: non c’è violenza sessuale, e l’ultima incredibile “prova” a cui viene sottoposta Anna è lasciata per gran parte fuori campo. Grazie al cielo. Ma si rifà regalandoci alcune incredibili sequenze, tra cui una sorta di “maschera di ferro” inchiodata al cranio di una vittima, estratta poco alla volta tra dolori disumani. Ai limiti dell’insostenibile.

Per il resto, non c’è scampo. Lo stomaco si rattrappisce, l’occhio luccica, la mente vacilla, il respiro si contrae e infine sparisce. Siamo dentro al martirio, e forse non ne usciremo più.

Si potrebbe discutere a lungo, riguardo all’onestà intellettuale di questo film, ovvero se Laugier e il produttore Granpierre l’abbiano pensato così perchè davvero ci credevano o come operazione costruita a tavolino per sconvolgere il pubblico. Chissà, probabilmente lo sanno solo loro, nel profondo della propria coscienza. In ogni caso, questo è il risultato: un’opera al nero di furiosa e asfissiante potenza, un concentrato di devastazione emotiva, una sfida alla sopportazione visiva, la pornografia dell’impurità cinefila, il film più duro ed estremo degli ultimi anni insieme al sopracitato The Girl Next Door.

É da poco uscito il Dvd di Martyrs in Francia. Dovrebbe arrivare anche in Italia, hanno garantito che uscirà integrale, non ci credo finchè non lo vedo. In ogni caso, con il doppiaggio si perderà molto, come sempre. Ragion per cui, se potete, guardatelo in lingua originale con i sottotitoli. Spegnete le luci, isolatevi dall’esterno, fate un profondo respiro, e iniziate, se ne avete il coraggio. Vivrete un’esperienza cinematografica che vi manderà in subbuglio. Benvenuti al vostro Martirio.


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ORRORI ALLA FRANCESE - FRONTIERE(S)
Postato alle ottobre 27, 2008 11:12 di lunedì, 27 ottobre 2008
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE

FRONTIERE(S)


Frontiere(s) uscirà nelle sale italiane il 7 novembre. Molti lo adoreranno. A me invece ha fatto profondamente incazzare. Già, perché il film è girato bene, benissimo. Xavier Gens dimostra di avere grande talento, sa il fatto suo, dirige con sicurezza e maestria. La fotografia è ottima, così come le scenografie. L’intepretazione degli attori non è male (ma bisogna guardarlo in lingua originale per apprezzarla). Gli effetti speciali tengono la scena, e alcune scene di puro splatter manderanno in visibilio gli appassionati.

Mettendo insieme tutti questi aspetti, sarebbe potuto essere un mezzo capolavoro. E invece, Monsieur Gens, che si è anche scritto il film, ha avuto l’illuminante e geniale idea di costruire una trama che altro non è se non l’ennesimo e inutile remake di Non Aprite Quella Porta. Già, perché dopo un interessante incipit ambientato nel mezzo degli incendi e dei tumulti scoppiati nelle banlieuses parigine (stesso sfondo sociale dell'ottimo A’ l’Interieur), che lasciava presagire una storia intrigante, i 4 protagonisti della vicenda, fuggiaschi e ricercati, non trovano di meglio che finire in un hotel sperduto nel nulla, in cui si trovano a dover fare i conti con una famiglia di pazzi squinternati, che ovviamente li imprigionano, torturano, ammazzano. Ma pensa un po’ che fantasia.

C’è un vecchio capo-famiglia che detiene l’autorità del folle microcosmo, alcuni figli da sangue, un macellaio quasi identico a Leatherface. E indovinate, una della vittime viene suo malgrado scelta come nuova componente della famiglia, per procreare e proseguire la “razza”, mentre gli altri sono allegramente maciullati. Sigh.

Perché, io mi chiedo, un regista dotato di siffatto talento, deve buttarsi via con una trama così insipida, ripetitiva, inutile, clonata, fastidiosa? Era proprio così difficile inventarsi qualche variante, un’idea nuova, una prospettiva diversa, un racconto originale? E sì che nell’ultima mezz’ora il regista prova a inserire qualche significazione alternativa (il retaggio nazista), ma lo fa con poca convinzione, e il danno ormai è compiuto.

Che tristezza. Che delusione. Nel festival del deja vù abbiamo appunto una famiglia di chiarissima ispirazione (clonazione) hooperiana, un retaggio visivo vicinissimo a La casa dei 1000 corpi, un paio di sequenze claustrofobiche alla The Descent, qualche atroce tortura simil-Wolfcreek (oppure tiriamo in ballo l'indecente Hostel, fate voi), una covata di pargoli deformi di evidente ascendenza cronenberghiana (Brood), e così via. Sprazzi di novità? Zero. E a posteriori appare posticcio e forzato anche l’iniziale sfondo socio-politico.

Ribadisco, Gens gira benissimo, sfrutta magnificamente i colori, conferma la grande vitalità della nouvelle vague francofona, azzecca un paio di personaggi di buon spessore (il capofamiglia teutonico e la ragazza-madre ingobbita che spera ancora in un futuro migliore), nel finale ci mette un paio di sequenze solenni e perfino liturgiche… e sbraca sprecando tutto nell’insulsaggine della trama. Una mancanza di sforzo narrativo che nell’anno 2008 non può più essere accettata nè perdonata.

Sono certo che molti ameranno Frontiere(s). Io rimango incazzato.


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ORRORI ALLA FRANCESE - MALEFIQUE
Postato alle ottobre 24, 2008 10:02 di venerdì, 24 ottobre 2008
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE

- MALEFIQUE -



Questo post si riallaccia a quello precedente. Tra gli horror che avevo citato, nella descrizione di questa nouvelle vague francese (anzi francofona, sennò Davide mi bacchetta), c’era anche Malefique, di Eric Valette, il quale può essere considerato una sorta di precursore del movimento, essendo datato 2002, quindi antecedente ai vari film di Aja, Du Welz e compagnia.

E dunque, Malefique… quattro individui sono rinchiusi in una cella comune. Tra loro si instaurano amicizie, rivalità, rapporti ambigui, nella condivisione delle lunghe giornate in gattabuia. Abbiamo un imprenditore finito in galera per non ben definiti loschi affari, un ex professore che ha ammazzato la moglie e che ora non disdegna la sodomia, un ragazzo ritardato che si è mangiato la sorella, e un transessuale che non ha ancora ben capito se vuole essere uomo o donna. Un giorno i 4 scoprono dietro a una parete un antico libro di magia nera, scritto da un ex detenuto terrorizzato all’idea di invecchiare e alla ricerca della formula per trovare il segreto dell’eterna giovinezza, e si convincono di poter utilizzare quelle oscure pagine per decifrare i riti in esse contenuti e così evadere e ritrovare la libertà.

Tutta qui, la trama. Un classico incipit sanguinolento in flashback, un’ora in cui l’azione rimane integralmente racchiusa tra le pareti della cella, e un finale piuttosto sorprendente. Unità di luogo e d’azione, dinamiche interpersonali, claustrofobia, esoterismo, paranormale, chiari e palesi rimandi lovecraftiani. Il tema del libro antico che racchiude al suo interno chissà quali innominabili e pericolosi segreti non è affatto nuovo, e Valette lo sa. Avendo a disposizione una trama risicata, tenta di tenere in piedi il film tessendo un clima piuttosto surreale, grottesco, guidato dai caratteri antitetici dei 4 personaggi, rischiando in un finale altisonante e fantasioso.

A una prima occhiata, pare che il tentativo vada a vuoto: Malefique sembra non decollare mai, il ritmo a tratti scompare e incombe la noia, alcuni situazioni risultano forzate e/o irrisolte. Vien voglia di buttarlo via. Ma in realtà non è proprio così, perché tutto sommato si resta quasi ipnotizzati, in una sensazione straniante e confusa, che in fondo regala una certa empatia con la narrazione. La risoluzione conclusiva è ardita ma divertente, un paio di buoni effetti speciali si lasciano apprezzare, e Valette dimostra una qualche qualità (anche se poi purtroppo pure lui si è venduto a Hollywood, per andare a realizzare l’inutile remake del miikiano The Call).

In sostanza, siamo di fronte a un film che non ha enormi pretese, e nemmeno grande qualità, ma che, se si entra un po’ nel suo clima vacuo, risulta alfine affascinante. E’ stato tra l’altro premiato in un paio di importanti festival di genere (Gerardmer e Fant-Asia), ed è da poco uscito in Dvd anche in versione italiana.

PS: la riflessione sul potere della parola, sui libri come strumento di vita e di morte, sulla fusione dell’uomo che entra materialmente nelle pagine del testo e viceversa, riporta piacevolmente alla mente, oltre a Lovecraft, anche il grandissimo Clive Barker, e i suoi indimenticabili racconti contenuti nei Books of Blood. Proprio come diceva lui, dall’alto della sua sapienza: “SIAMO TUTTI LIBRI DI SANGUE”…


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ORRORI ALLA FRANCESE - A' L'INTERIEUR
Postato alle ottobre 22, 2008 10:28 di mercoledì, 22 ottobre 2008
da: [cinemystic]

ORRORI ALLA FRANCESE


À L’INTERIEUR


Da qualche anno a questa parte è davvero nata una nuova scuola per quanto concerne l’horror francese. Autori giovani, spesso alle prime armi, che con mezzi relativamente limitati riescono a intessere storie forti, inquietanti, talvolta agghiaccianti, riallacciandosi alla tradizione di genere ma cercando al contempo di portare aria fresca e (in)salubre.

Alexandre Aja, Fabrice Du Welz, Xavier Gens, Eric Valette, David Moreau, Xavier Palud, hanno creato un affiatato gruppo di lavoro talvolta interconnesso, che utilizza il genere horror come cartina di tornasole di paure comuni e quotidiane, e al contempo come estensione artistica della confusione culturale e sociale che regna da qualche anno nel territorio francese e più in generale europeo. I risultati sono apprezzabili, talvolta ottimi, come dimostrano il bellissimo e straziante Calvaire, l’interessante Ils-Them, i nuovi Frontiere(s) e Vynian, il cupo Malefique, solo per citarne alcuni.

E così, da questa improvvisa e genuina nouvelle vague, esce fuori anche questo À l’interieur, diretto da Julien Maury e Alexandre Bustillo, uscito a metà 2007 in patria, visto in numerosi festival (è stato premiato a Sitges), inedito in Italia (ma si trova sul web sottotitolato in italiano).

La trama è alquanto semplice: una donna prossima alla gravidanza, dopo aver perso 4 mesi prima il marito in un incidente stradale, trascorre in solitudine la notte della vigilia di Natale, in attesa dell’imminente parto. Dal buio spunta però un’altra misteriosa donna, che riesce a penetrare in casa sua e cerca in tutti i modi di ucciderla, per impossessarsi del suo bambino.

Durante gli 80 minuti scarsi di svolgimento della storia, le due donne giocano a guardia e ladro all’interno dell’abitazione, una per cercare di fuggire e salvarsi, l’altra per porre a termine il suo disegno di morte. Intervengono saltuari fattori esterni (la madre e un collega di lavoro della ragazza, alcuni poliziotti), ma la narrazione si concentra su queste due figure femminili, agli antipodi tra loro, una giovane quasi mamma timida e impacciata, silenziosa e provata dalle tragedie passate, e una dark lady tutta vestita di nero, in gothic style, che agisce con spietatezza fuori dal comune.

Tutto in una notte, i due registi sfruttano le pareti, gli infissi, gli angoli, le ombre, gli oggetti della quotidianità, per portare avanti un racconto claustrofobico, serrato, ancor più inquietante perché privo di spiegazioni razionali. A far da sfondo alla vicenda, i disordini scoppiati nelle banlieuses parigine, la rivolta degli immigrati, le macchine date alle fiamme. Un sottofondo di matrice politica e xenofoba, secondo il quale la collettiva paura dell’altro, dello straniero, dell’esterno, è traslata metonimicamente nel terrore individuale di essere all’improvviso violati all’interno della propria protettiva abitazione.


Dal punto di vista meramente strutturale, invece, À l’interieur spiazza completamente. Inizia come un horror d’at
mosfera, lento e sussurrato. Ma poi, dopo 20-25 minuti, tutto cambia, e il film si trasforma in uno splatter/gore violentissimo, crudele, soffocante, che si avvale di copiosi e reiterati scoppi di sangue gorgogliante e di ogni genere di atrocità. Il sangue scorre a fiumi, con picchi di estremismo visivo che riportano a certo cinema giapponese (Takashi Miike e il suo Ichi The Killer, ad esempio), per giungere a un finale da capogiro, in cui si squarciano letteralmente viscere e organi interni.

Bustillo e Maury per fortuna rifuggono la moda imperante e ormai nauseabonda della perenne e traballante macchina a mano (alla Rec), preferendo utilizzare uno stile più classico, fatto di carrelli, campi fissi, movimenti lievi, e valorizzando le numerose e affascinanti tonalità cromatiche che il sangue e la luce naturale possiedono. Gli effetti speciali sono adeguati, le due attrici (Beatrice Dalle e Alysson Paradis) anche. Attenzione poi all’ultima inquadratura, una sorta di quadro in movimento che regala uno splendido effetto fotografico.

À l’interieur è quindi ovviamente vietato ai deboli di stomaco (e alle donne in dolce attesa), ma è un lavoro senz’altro meritevole di visione, attenzione e approvazione. Un orrore alla francese che sventra dal di dentro, e terrorizza dal di fuori.


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