lunedì 14 novembre 2011

CINEFESTIVAL REPORTAGE (2008-2011)

CINEFESTIVAL: TORINO GLBT 2011 (parte III)
Postato alle maggio 04, 2011 11:21 di mercoledì, 04 maggio 2011
da: [cinemystic]

Terza puntata del resoconto in diretta dal GLBT Festival di Torino.

Per la giornata di martedi mi dedico soprattutto ai film in concorso. Si inizia con il cinese Bad Romance, ambizioso melodramma basato su un mosaico di storie d'amore destinate a una fine nient'affatto lieta, in una Pechino sempre più attratta dalle influenze sociali provenienti dall'Occidente. Nonostante alcune scene di sesso piuttosto coraggiose, vista l'abituale rigidità cinese in tal senso, il film non convince granché. Il modello di riferimento, soffuso ed elegante, vorrebbe essere il Wong Kar-wai di In The Mood For Love e 2046, senza però possederne neanche in parte le qualità. L'eleganza formale veleggia a mezz'aria, e non trova fondamento nello sviluppo della sceneggiatura, convenzionale e non abbastanza approfondita.


Migliorano invece le cose con il successivo A Marine Story, diretto dall'americano Ned Farr e interpretato da Dreya Weber, moglie del regista. Siamo in un piccolo paese di periferia, dove Alex, soldatessa di indiscutibile valore, torna a casa dopo essere stata messa sotto accusa dall'esercito per le sue tendenze omosessuali. In lei convivono due anime: la fisicità virile e il senso di appartenenza alla patria e al corpo dei Marines, e dall'altra parte la fragilità di una donna costretta a soffocare le sue reali inclinazioni. Quando le viene dato l'incarico di addestrare una ragazza scapestrata, per il futuro arruolamento di quest'ultima, Alex ritrova forza vitale, e sente crescere in lei un sentimento ricco di sfaccettature, e sempre più difficile da nascondere. Nonostante qualche forzatura e alcuni momenti d'incertezza il film di Farr, imbevuto di cultura americana, procede con solidità, a testa alta come la sua protagonista, e riesce a farci penetrare nella battaglia interiore che Alex deve affrontare per giungere infine alla piena consapevolezza di sé. Molto brava la Weber, che mette in gioco corpo e cuore con dolente ed empatica passione.

Nel tardo pomeriggio, si sviluppa uno degli eventi più significativi di questa edizione del festival. Si proietta infatti Stonewall Uprising, documentario che narra una delle notti più importanti nella storia del riconoscimento dei diritti gay: la rivolta che nel giugno del 1968 portò gli avventori del famoso locale Stonewall a combattere contro le ingiuste prevaricazioni della polizia, segnando una tappa fondamentale nella strada per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Per l'occasione, è presente in sala Stuart Milk, nipote di Harvey, personaggio di primaria importanza nell'impegno politico a favore della comunità GLBT (per il quale Sean Penn ha recentemente vinto un Oscar grazie al film di Gus Van Sant). Mentre Milk presenta il documentario, l'emozione di Giovanni Minerba è palpabile, così come quella del pubblico presente.


Per chiudere la giornata, torno ai film in concorso con Harvest, del tedesco (di origini ungheresi) Benjamin Cantu. Due ragazzi, Marko e Jacob, apprendisti in una fattoria, si conoscono e si avvicinano, sviluppando un amore fondamentale nel loro percorso di crescita individuale. Dopo Romeos, un altro racconto di formazione proveniente dalla Germania: in questo caso il risultato è un po' meno intenso, ma Cantu è comunque bravo a giocare con gli sguardi, la timidezza e le insicurezze di due ragazzi in cerca di una spinta per spiccare il volo verso la definitiva maturazione. Tra mucche, tori, grano, vitelli e carote assistiamo così a un'educazione sentimentale di stampo vagamente truffautiano, efficace nonostante qualche lieve lungaggine nella parte iniziale.

Mercoledi faccio ancora in tempo a vedere un paio di film, prima di salire sul treno e salutare Torino e il festival. Inizio con Rosa Morena, diretto dal brasiliano Carlos Augusto Oliveira, che per quanto mi riguarda si propone come il migliore tra i lungometraggi in concorso visionati. La mia personale "palma d'oro" dunque, per il secondo anno di fila, va a un film sudamericano, dopo che l'hanno scorso avevo idealmente premiato l'argentino El Nino Pez, peraltro poi eletto vincitore anche dalla giuria ufficiale.
La storia è quella di Thomas, ricco uomo d'affari danese, gay, che va in Brasile con l'intenzione di adottare un bambino. Una volta giunto sul posto, si scontra con una realtà povera, sofferente, diametralmente opposta rispetto alla sua. Dopo essere stato picchiato a sangue da alcuni personaggi autoctoni, incontra una donna incinta, disposta a vendergli il nascituro dopo il parto. Thomas accetta, e inizia a sviluppare un forte legame con questa donna. Ancora una volta, però, i contrasti caratteriali e sociali renderanno assai ostico il compimento dell'accordo.
L'opera di Oliveira, soprattutto nella prima parte, riesce a essere appassionante, dura, permeata da un rigore formale che a tratti sfiora il documentarismo, ma al contempo anche emozionante e struggente. C'è forse qualche buonismo di troppo nella seconda metà, ma il risultato complessivo è molto apprezzabile, nonché efficace nel mettere in scena una moltitudine di ambiguità morali, sulle quali ognuno di noi può riflettere. Si può avere il diritto di "comprare" un bambino per strapparlo all'indigenza e regalargli una (presunta) vita migliore? Un uomo gay è in grado di crescere un figlio da solo? Un omosessuale e una donna etero possono provare a costituire una famiglia, e perfino amarsi, sconfiggendo i pregiudizi? Temi forti, e ben espressi.


A conclusione, c'è ancora tempo per Beauty & Brains, interessante documentario incentrato su un talent show che si svolge in Nepal, nel quale persone transgender possono mettersi in mostra per gareggiare, e soprattutto sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo alle discriminazioni a cui purtroppo sono soggetti.

Finisce qui, con una piccolo appunto agli organizzatori: la riduzione del volume di proiezioni ha fatto sì che molti film non siano stati replicati, e dunque non sia stato possibile visionarli, se impossibilitati a recarsi alla prima (e unica) proiezione. Sarebbe decisamente il caso di reintrodurre gli spettacoli mattutini, e anche fornire un maggiore spazio di manovra, al pomeriggio, tra uno spettacolo e il successivo, per evitare sovrapposizioni e inutili ingorghi logistici.

Per il resto, ancora una volta, tanti applausi a un festival bello e necessario. All'anno prossimo.

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CINEFESTIVAL: TORINO GLBT 2011 (parte II)
Postato alle maggio 03, 2011 12:04 di martedì, 03 maggio 2011
da: [cinemystic]

Dopo che ho dovuto saltare l'intero weekend, a causa di difficoltà logistiche legate ai trasporti, torno a immergermi nell'atmofera del GLBT Festival numero 26, e dedico la giornata del lunedi alla visione di 4 film, uno dopo l'altro, senza tregua.

Si inizia con Insects in the Backyward, film thailandese selezionato per il concorso lungomtraggio. Un dramma familiare a tinte forti, dedicato alla storia di una madre transgender (interpretata dalla stessa regista), che cerca, tra mille difficoltà, di mantenere un legame con i propri figli, i quali la odiano per via della sua ambigua sessualità. Un lavoro dolente, troppo rarefatto e incerto nella parima parte, ma molto più concreto nella seconda. Via via che i minuti passano, infatti, la tensione sale, e la storia si immerge in un gorgo oscuro fatto di solitudine lancinante, rifiuto, prostituzione, degradazione fisica e morale. Le speranze di luce, ora e per sempre, sono davvero poche.


A seguire mi reco a visionare Marciando nel buio, film italiano compreso nell'interessantissima sezione Italian Vintage. Diretto da Massimo Spano, e uscito nel 1995, fu premiato in alcuni festival, ma fu anche oggetto di molte polemiche, per via della crudità del racconto narrato. Siamo in una caserma, dove una giovane recluta subisce una violenza sessuale da parte di un suo superiore. A quel punto, il ragazzo decide di denunciare il misfatto, ma si scontra con la connivenza del potere gerarchico, che mira a nascondere il marcio che si annida all'interno dell'istituzione. Discutibile dal punto di vista formale, slegato, ingenuo, con scene assai poco riuscite, e una recitazione in taluni punti sotto il livello di guardia, merita comunque un recupero. Se non altro, infatti, l'atmosfera plumbea nel quale è immersa la vicenda raggiunge il suo scopo, risultando soffocante e disturbante.

Senza pausa, torno poi al concorso lungometraggi, per assistere a Romeos, film tedesco in concorso. La storia è quella di Lukas, ragazzo di 20 anni che sta cercando di cambiare sesso, per diventare uomo a tutti gli effetti. L'incontro con l'affascinante Fabio, di origine italiana, scatena in lui un turbine emozionale che lo porterà a soffrire, ma anche, finalmente, a giungere alla piena consapevolezza della propria identità in divenire. Tenero, in equilibrio tra diversi piani narrativi, diretto con mano sicura e un buon gusto per dettagli e piani ravvicinati, è un lavoro convincente. I due giovani protagonisti "bucano lo schermo", e l'intreccio giunge al suo apice con delicatezza, senza forzature. Ancora una volta il cinema tedesco dimostra, a tutti i livelli, di essere in notevole e sicura ripresa.


Infine, per chiudere in bellezza una giornata intensa, torno all'Italian Vintage, per l'appuntamento con la revisione di uno dei più grandi capolavori della storia del cinema italiano: Salò o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini. A 36 anni dalla sua uscita, il film non ha perso un grammo della sua forza devastante (assioma dimostrato dalle numerose persone che hanno abbandonato la sala durante la visione, evidentemente sconvolte dalle immagini che scorrevano sullo schermo). Il testamento spirituale di Pasolini, ancora oggi, si configura come un memorabile pamphlet sulla mercificazione del sesso e dell'essere umano, ridotto a mero strumento di piacere e sopraffazione, e resta impresso nel cuore e nell'anima rivoltando ogni senso morale. Declamatorio, raffinato, elegiaco, disgustante; un film unico, intollerabile, definitivo, impareggiabile... e straordinario.

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CINEFESTIVAL: TORINO GLBT 2011
Postato alle aprile 30, 2011 15:22 di sabato, 30 aprile 2011
da: [cinemystic]

È iniziata giovedi 28 aprile, con la cerimonia d'apertura, l'edizione numero 26 del GLBT Festival di Torino. Parliamo di un evento ormai radicato nel calendario cinefilo nazionale, una manifestazione che ormai da tanti anni si pone come assoluto punto di riferimento per tutto ciò che concerne il cinema a tematica omosessuale.

L'edizione 2011 ha avuto una genesi un po' difficoltosa, tra i tagli alla cultura decisi dal Governo e il mancato patrocinio della Regione Piemonte, peraltro sconfessato dal pieno appoggio concesso dal Ministero delle Pari Opportunità. In ogni caso, pur con tanti ostacoli a complicare le cose, anche quest'anno il programma è ricco, affascinante, e portavoce di tanti percorsi tematici tra cui poter scegliere. 120 film in cartellone, provenienti da tutto il mondo; concorsi internazionali per lungometraggi, corti e documentari; focus dedicati ad argomenti di notevole interesse, tra i quali spicca la sezione dedicata all'omofobia, un'altra incentrata sull'Iran, e una miniretrospettiva dedicata al cinema di argomento lesbico; un interessantissimo drappello di opere italiane, firmati da autori come Bertolucci e Pasolini, da riproporre in occasione dei 150 anni dell'Unità; proiezioni estreme e radicali nella sezione Midnight Madness; omaggi a personalità significative del mondo gay... Insomma, c'è solo l'imbarazzo della scelta, e nonostante la perdita di una location affascinante come il Multisala Ambrosio, gli organizzatori meritano l'ennesimo applauso. Come sempre.

Il sottoscritto è partito alla volta di Torino venerdi 29, e dopo aver ritirato l'accredito stampa, si è chiuso tra le sale del Cinema Massimo per le prime proiezioni.

Si comincia con Four More Years, il film che la sera prima ha aperto il festival, diretto dalla svedese Tova Magnusson, e preceduto da un simpatico cortometraggio belga intitolato Au Commencement. Il film scandinavo, basato sulla storia di un politico che, in un momento di crisi dopo aver perso le elezioni, scopre la sua natura omosessuale innamorandosi di un collega del partito dell'opposizione, si dipana come una commedia semiseria, con risultati non trascendentali. Nonostante il divertimento della platea, infatti, il lavoro della Magnusson appare troppo prevedibile, racchiuso in schemi tanto sicuri quanto piatti, e non abbastanza lucido per scavare in profondità nell'anima combattuta dei due protagonisti.


A seguire, mi dedico al primo appuntamento dedicato alla sezione Italian Vintage, e mi appresto alla visione di Il Conformista, primo successo internazionale di Bernardo Bertolucci, realizzato nel 1970 e interpretato da Jean-Louise Trintignant, Gastone Moschin, Dominique Sanda, e da una giovane (e splendida) Stefania Sandrelli. Confesso che colpevolmente non avevo mai visto questo film; sono assai felice di aver rimediato. L'opera di Bertolucci, infatti, appare come un quadro spietato e acuminato di un'Italia assoggettata al potere politico negli anni del Fascismo. Nel raccontare la vicenda di Marcello Clerici, incaricato dal partito di recarsi a Parigi per uccidere un suo ex professore ora oppositore del regime, l'autore disegna un cielo plumbeo e soffocante, autoritario e repressivo, maledetto e perduto. Le colpe della vita raschiano la gola di tutti, fino a tagliare il cordone che le protegge dalla verità, e nel mondo marcio che tutto divora in nome di folli ideali, non c'è speranza per nessuno.
Lavoro di notevole spessore, Il Conformista, sgraziato e straniante, oblungo e oscillante verso mille direzioni diverse, oscuro e godardiano, con scelte di regia strepitose, che già mostra(va)no tutto il talento di Bertolucci, e scene erotiche di culto (una la intravedete nella foto qui sotto). Assolutamente da recuperare per chi non lo conoscesse.


Infine, per chiudere la giornata, scelgo Claire of the Moon, film d'esordio dell'americana Nicole Conn, realizzato nel 1992. Si tratta di un lavoro dalla forte importante storiografica, in quanto è stato uno dei primi prodotti a sdoganare sul grande schermo la tematica lesbica. La storia è quella di Claire e Noel, scrittrici che si incontrano durante una sorta di simposio artistico. Si trovano loro malgrado a dividere lo stesso appartamento, e all'inizio si detestano. Diametralmente opposte, per abitudini e mentalità, le due poco alla volta appianano i confini, e si avvicinano fino a desiderarsi. Poco alla volta, superando le rispettive paure, riusciranno a fondere i propri corpi, raggiungendo le vette del sesso e dell'amore.

Pur interessante per il tema affrontato, va detto che Claire of the Moon soffre di una certa mancanza di ritmo e sintesi. Verboso e prolisso, in molti punti assomiglia più che altro a una soap opera, e anche la componente erotica appare eccessivamente patinata. La regista ha girato questo film da autodidatta, senza esperienze precedenti, spinta dalla voglia di raccontare le difficoltà delle relazioni omosessuali nell'universo femminile: intento didattico molto apprezzabile, ma il cinema è un'altra cosa.

Appuntamento nei prossimi giorni, per altri resoconti dal festival. Trovate il programma completo sul sito ufficiale: http://www.tglff.com/


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CINEFESTIVAL: TOFIFE 2010 (parte III)
Postato alle dicembre 05, 2010 11:10 di domenica, 05 dicembre 2010
da: [cinemystic]

Ultimi due giorni di fuoco al festival, con visioni a getto continuo, una dopo l'altra, per godere dell'evento sino all'ultimo respiro.


Venerdi mattina si inizia con Por tu culpa, film argentino in conc
orso, dedicato all'odissea di una madre, che trascorre una notte in ospedale per curare il proprio figlio che si è rotto un braccio giocando con lei e il fratello, e si ritrova a doversi difendere dall'accusa di essere colpevole del fatto. Un film dal tema interessante, ma penalizzato da una regia troppo ossessiva e soffocante.
Proseguo poi con la visione dell'estremo e radicale porno/gay/horror/splatter (!!) L.A. Zombie, e subito dopo mi tocca subire il film più brutto e irritante di questa edizione, ovvero il pessimo The Last Exorcism. Per le singole recensioni degli horror vi rimando come di consueto alla mia Guida Supereva.
Amareggiato da cotanta porcheria appena subita, mi torna il sorriso quando, dopo essere corso in un altro cinema, ed essermi messo in fila con temperatura prossima allo zero, vedo scendere da un auto di servizio Carlo Verdone, invitato al festival da Gianni Amelio per presentare uno dei film più importanti nella sua formazione artistica, ovvero Lo sceicco bianco di Fellini.
La proiezione purtroppo viene interrotta da un gruppo di studenti di destra che fa irruzione nella sala, ma per fortuna dopo pochi minuti se ne vanno via, sommersi dai (giusti) fischi del pubblico, e ci si può godere il piacevolissimo lavoro felliniano. Al termine del film Verdone inizia un piccolo one man show, e intrattiene la platea con aneddoti e gag sempre piacevoli. E' stato un piacere poter vedere dal vivo un personaggio che in questi anni ho sempre seguito e apprezzato.
Dopo l'ennesima corsa, c'è ancora il tempo per un altro film, il quinto della giornata: Wasted on the Young, thriller australiano basato sui soprusi e le lotte di potere in una scuola australiana nella quale la violenza subita genera una spietata vendetta.


Sabato. E' l'ultimo giorno, e spinto dalla viscerale passione riesco a tirarmi su dal letto alle 7 del mattino, e ad arrivare davanti al cinema alle 8.30 per la proiezione stampa di Hereafter, il nuovo film del sommo Clint Eastwood, in anteprima nazionale. Questa volta Clint sceglie un approccio a lui non convenzionale, raccontando tre storie parallele basate sulla vita dopo la morte, per un lavoro drammatico che a tratti sfiora i contorni del thriller soprannaturale. Un film che forse non raggiunge i picchi di tanti alti suoi recenti capolavori, ma si parla sempre e comunque di grande cinema.
Nel pomeriggio, infine, recupero due film che mi erano sfuggiti nei giorni precedenti: l'americano Winter's Bone e l'irlandese Outcast. Il primo, risultato vincitore del concorso lungometraggi e premiato dalla giuria presieduta da Marco Bellocchio, è un dramma dal respiro western, incentrato su una ragazza che va alla disperata ricerca del padre scomparso, e si ritrova impelagata tra i loschi segreti della comunità locale. Un film solido, espressione di quell'affascinante cinema indipendente che qualcuno, per fortuna, negli States, è ancora capace di fare, e impreziosito dall'intepretazione della giovane e brava Jennifer Lawrence, anche lei premiata dalla giuria.
Il secondo, invece, è un horror stregonesco e bizzarro, che alterna idee intriganti a cadute di tono abbastanza marcate.


Finisco così. Sette giorni di maratona pazza, bellissima, nonchè ricca di suggestioni, storie tanto diverse tra loro, spunti di riflessione critica ed emozioni vere. Il Torino Film Festival si conferma, ancora una volta, una manifestazione d'impareggiabile valore.

All'anno prossimo.


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CINEFESTIVAL: TOFIFE 2010 (parte II)
Postato alle dicembre 02, 2010 19:21 di giovedì, 02 dicembre 2010
da: [cinemystic]

Sono giorni di fuoco, qui a Torino. Si corre su e giù per il festival, senza sosta, e si va avanti nonostante la fatica, il sonno arretrato, il cibo raccattato, le code e il freddo che si insinua nelle vene. Quatto o cinque film al giorno, e nemmeno bastano, perchè da vedere ci sarebbe ancora di più. Il pubblico è numerosissimo, ancora più degli altri anni, e le nuove modalità di sbigliettamento per gli ingressi lasciano qualche dubbio. La sala per le proiezioni stampa è troppo piccola, e in generale ci sarebbe bisogno di altre sale, più grandi, per contenere la folla e facilitare la situazione.

Nonostante tutto questo, comunque, il festival rimane unico e splendido, e la qualità generale resta sempre buona.

Red Hill
Lunedi, dopo avervi salutato, sono corso a guardare The Ward, il tanto atteso ritorno del maestro John Carpenter. La visione, a conti fatti, si è comunque rivelata, purtroppo, una mezza delusione. Per la recensione completa, del suo film e degli altri horror, vi rimando alla mia Guida Supereva.

Sempre lunedi sono poi andato a vedere il bellissimo e straziante Caterpillar di Koji Wakamatsu, e ho chiuso la giornata con 127 Hours, il nuovo film di Danny Boyle, che torna al cinema d'autore dopo lo strombazzante e farlocco The Millionaire. Nonostante l'entusiasmo generale, al sottoscritto il lavoro di Boyle non ha convinto: troppo superficiale, autocompiaciuto, e tremendamente prevedibile.

Martedi la giornata, alle 10 del mattino, è iniziata con Les Signes Vitaux, film canadese in concorso: un dramma piuttosto intenso ma alquanto incerto nella struttura e in alcune avventate soluzioni di sceneggiatura. Subito dopo è stata la volta del violentissimo I saw the devil, thriller/horror coreano radicale e sanguinario, ma piuttosto freddo e alfine risultante più attento alla forma che alla sostanza. Nel pomeriggio ho visionato Vanishing on 7th Street, inquietante e riuscito horror di Brad Anderson, quindi Last Chestnuts, rarefatto e commovente film giapponese in concorso, e con le poche forze rimanenti Red Hill, un western scatenato e notevole. Il lavolo dell'australiano Patrick Hughes, infatti, omaggia tutta la gloriosa tradizione di un genere meraviglioso e immortale, e al contempo fonde la classicità con ritmiche da puro thriller e innovazioni e inserti di matrice quasi orrorifica, costruendo così un mosaico spiazzante ma anche molto affascinante.

Cyrus
Mercoledi inizio giornata dedicato alla mia amata Francia, e al thriller "da camera" Contre Toi, con la bravissima Kristin Scott-Thomas, ginecologa messa sotto sequestro, che allaccia un particolare rapporto di odio e poi quasi amore con il suo rapitore. Un'intensa storia di solitudini e abbandono, che va confluire in un finale bellissimo. Più convenzionale, invece Cyrus, film americano che sicuramente troverà una distribuzione nazionale: una malinconica commedia familiare, che persegue schemi piuttosto rigidi, avvalendosi però delle interpretazioni di un bravo John C. Reilly, del giovane Jonah Hill e di una splendida, bellissima e dolcissima Marisa Tomei, un'attrice di cui il sottoscritto si è ormai perdutamente innamorato.
Per chiudere la giornata si torna in Francia con Les Hommes Debout, in concorso: un apprezzabile film-documentario dedicato al dramma dell'immigrazione, e alle terribili condizioni di vita degli operai delle fabbriche lionnesi. Forse è stato troppo azzardato inserirlo in concorso, ma è senza dubbio un'opera meritevole di attenzione.

Neds
Giovedi "prendo l'aereo" e mi imbarco in Altitude, controverso horror ambientato tra i mostri e le paure che vivono in cielo, e subito dopo resto folgorato dal film forse più bello visto finora in questa edizione: Neds, ritorno alla regia di Peter Mullan, attore in tanti lavori di Ken Loach e Leone d'Oro a Venezia qualche anno fa per il brillantissimo Magdalene.
Per il suo nuovo lavoro Mullan sceglie tematiche a ben vedere consuete e convenzionali, che derivano proprio dalla poetica del suo "maestro", e racconta la storia di un ragazzo, ex studente modello, immerso fino al collo nelle piaghe della delinquenza giovanile nella Scozia degli anni settanta. Il linguaggio è a dir poco colorito, la violenza esplode senza tregua, i "guerrieri della notte" si inseguono e assaltano in ogni istante, la famiglia scompare in uno stupro reiterato e disgustoso, e ogni tentativo di cambiamento è destinato a soccombere, perchè il mondo là fuori è troppo cattivo ed egoista, e non conosce nè perdono nè pietà. I modelli di riferimento sono dunque assai classici, ma chisseneimporta: Neds è un film strepitoso, dotato di una forza espressiva devastante e totalizzante, e fagocita la nostra visione in un buio universale entro cui ogni speranza è uccisa dall'ineluttabilità del Male sociale. Applausi a scena aperta.
La giornata si chiude poi con Parked, flm irlandese qui a Torino in anteprima mondiale: un altro discreto dramma intessuto di solitudini, povertà, vite spezzate, sorrisi rubati e ferite al cuore che non si possono più rimarginare.

Ora vi saluto, e mi preparo per gli ultimi due giorni... fino all'esaurimento di ogni energia, e anche oltre.

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CINEFESTIVAL: TOFIFE 2010
Postato alle novembre 29, 2010 12:03 di lunedì, 29 novembre 2010
da: [cinemystic]

Come da tradizione, anche quest'anno parto alla volta di Torino, per una maratona senza fiato nel folto e variegato programma del miglior festival cinematografico italiano.


Arrivo nel capoluogo piemontese domenica 28, al mattino, accolto dalla neve e da un freddo non indifferente. Inizio le visioni con Tournèe, di Mathieu Amalric, già applaudito e premiato a Cannes. Un film colorato, frizzante, incontenibile, passionale e al contempo malinconico, con protagoniste 5 ballerine specialiste nel Burlesque, e un impresario che le porta su e giù per la Francia, cercando tra mille difficoltà di tenere in piedi un tour destinato ad affogare tra i veleni. Amalric realizza un'opera sincera e gradevole, mettendo se stesso al centro della scena e lasciandosi circondare da vere artiste del Burlesque, che si improvvisano attrici con risultati tutt'altro che sgradevoli. Ne esce un triste ritratto sulle difficoltà contemporanee del fare spettacolo, e sull'impossibilità di ricucire le ferite di una vita allo sbando. Il finale, comunque, lascia aperta almeno una speranza di futuro.


Passo poi a Portrait of a fighter as a young man, film rumeno in concorso. Uno spietato affresco del regime comunista in Romania dopo la seconda guerra mondiale, per una messinscena incentrata su un gruppo di guerriglieri partigiani che vivono tra le montagne, in condizioni impossibili, cercando di contrastare il nemico, con vite però appese a un filo capace di spezzarsi da un istante all'altro. E' un lavoro buio, ineluttabile, senz'altro capace di raggiungere lo scopo di denuncia a cui mirava, ma anche appesantito da una lunghezza eccessiva e da una certa ripetitività situazionale.

Nel tardo pomeriggio tocca a Jack Goes Boating, debutto alla regia del bravissimo Philip Seymour Hoffman, che per la sua iniziazione detro la macchina da presa sceglie di raccontare una piccola storia d'amore, difficile e singhiozzante, ma anche molto dolce. Hoffman mette in gioco la propria fisicità e il volto buono che da sempre lo contraddistingue, per dipingere il profilo di un uomo timido, solo, insicuro, che grazie all'amore trova la forza, un passo alla volta, per scoprire se stsso, e volare finalmente con ali di farfalla dopo tanti anni trascorsi recluso in un bozzolo stretto e soffocante. Un film davvero bello, divertente e anche struggente, con momenti di notevole romanticismo e intensità, grazie anche all'ottima Amy Ryan.


Lunedi 29 inizio invece la giornata ripescando un film di culto che mai ero riuscito a vedere: Sta fermo, muori, resuscita, esordio alla regia di Vitalji Kanevski, premiato a Cannes nel 1990. Un'opera straordinaria, girata in un bianco e nero di matrice neorealista, attrvaerso il quale lo sguardo partecipe del regista indaga l'amicizia e le precarie condizioni di vista di due ragazzini nella Russia del 1947. Fango, gelo, sporcizia, povertà, delinquenza, ribellione, drammi individuali e collettivi, per un film lacerante, assolutamente da riscoprire.

E ora vi lascio, per il momento, e vado a trovare un certo John Carpenter...


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RAVENNA NIGHTMARE 2010: A SERBIAN FILM
Postato alle novembre 01, 2010 11:11 di lunedì, 01 novembre 2010
da: [cinemystic]

Si è chiusa ieri sera l’edizione 2010 del Ravenna Nightmare Film Festival, con le proiezioni degli ultimi due film in concorso, la cerimonia di premiazione (che ha visto la vittoria, decretata all’unanimità dalla giuria formata dal sottoscritto, Suzi Lorraine e Sean Hogan, dell’americano Godspeed), e una conclusione a tinte forti, affidata al famigerato A Serbian Film di Sdrjan Spasojevic.

Se n’è parlato tanto di questo film, forse troppo. Qualche mese fa scrissi un piccolo articolo di presentazione dell’opera, e tanto bastò a scatenare una furiosa polemica tra chi sostiene sempre e comunque la libertà di poter girare e visionare un prodotto estremo, e i moralismi bacchettoni di chi vorrebbe bruciare al rogo questo tipo di pellicole, lasciando trionfare la censura per potersi così affidare a un rassicurante immaginario fatto di nani danzerini, ragazzette seminude, grandi fratelli, fiction da dieci milioni di spettatori a puntata, cinepanettoni d’essai (sic), domeniche ai centri commerciali, telegiornali truccati e cervelli atrofizzati e omologati.

Ora, in questa sede, al di là delle stanche contrapposizioni ideologiche verso le quali è pressochè impossibile trovare un punto di raccordo, ci interessa semplicemente analizzare e giudicare il film, in quanto opera d’Arte (perchè tale è, nel bene e nel male). A tal proposito, a visione ultimata, non sono pochi i dubbi che sovvengono alla mente.

La storia ormai è risaputa: Milos, un ex attore porno, bisognoso di soldi per poter dare una vita migliore alla moglie e al figlioletto, accetta di tornare sulle scene per lavorare alle dipendenze di un misterioso regista, che gli offre un compenso da capogiro con l’unico obbligo di rimanere allo scuro riguardo alla trama dell’hard movie che dovrà interpretare. Firmando il contratto Milos, senza saperlo, stringe un patto con il diavolo, e si trova implicato in una terrificante spirale di violenza, perversione e sadismo, che lo coinvolgerà insieme ad altre vittime innocenti, famiglia compresa.

E’ facile, e non errato, vedere questo film come una metafora esorcizzante atta a mettere in mostra il degrado culturale e spirituale di una nazione, la Serbia, ancora incapace di trovare una propria identità spirituale ed economica. Da questo punto di vista il lavoro di Spasojevic raggiunge parzialmente il suo scopo, anche se in vari momenti si ha la netta sensazione di come il regista si sia lasciato prendere la mano, deviando dal sentiero primario per mirare soprattutto allo shock emotivo da infliggere all’occhio indifeso dello spettatore.

A un secondo livello di lettura, invece, A Serbian Film rappresenta un tentativo metalinguistico, in cui il fare Arte si eleva (o abbassa) alla pura autoreferenzialità, azzardando una riflessione sul meccanismo per il quale il cinema diventa vita, e viceversa, sino a smarrire ogni confine e barriera razionale.

Con coerenza, come sempre, io continuo a sostenere come sia positivo il fatto che un governo di Stato finanzi un film simile, nonostante la sua radicalità; un gesto di coraggio che in un paese ormai lobotomizzato, squallido e morente come l’Italia neanche ci sognamo. E’ anche vero, però, che di titoli legati al filone snuff movies e affini ne abbiamo ormai già visti tanti, migliori di questo.
A Serbian Film contiene sequenze davvero tremende, difficili da sopportare e digerire, mostruose nella loro ineluttabilità, ma è girato con una certa approssimazione e confusione, resta spesso sulla superficie, in pochi momenti riesce a essere compatto e davvero convincente, ed è molto lontano da altre pellicole masochiste e devastanti ma di solidità ben superiore, ad esempio Martyrs, The Girl Next Door e Mum & Dad.

“Molto rumore per nulla”, dunque? No, bé, non proprio. Questo film ha comunque una sua dignità artistica, senza dubbio, indipendentemente dall’opinione dei moralisti da quattro soldi. Il cinema di qualità, però, sta da un’altra parte.


(Originariamente pubblicato su Guide Cinema Horror Supereva)


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CINEFESTIVAL: TOFIFE 2009 (parte II)
Postato alle novembre 22, 2009 10:33 di domenica, 22 novembre 2009
da: [cinemystic]

Seconda parte della mia cronaca quotidiana dedicata all'edizione 27 del Torino Film festival.

GIOVEDI 19 = Dopo qualche ora di pausa torno in sala, e riparto con Tetro, la nuova opera di Francis Ford Coppola, il film più atteso del festival, in anteprima nazionale. Siamo di fronte a un melodramma molto intenso, che riecheggia tanto cinema degli anni '40, nel racconto di due fratelli e dei conflitti legati alle vicende del loro passato. Contemporaneamente Coppola mette in scena anche un atto d'amore nei confronti del teatro e della scrittura, e lo fa quasi interamente in un fulgido bianco e nero intervallato da pochi stralci di colore. Un film complesso e di non semplice lettura, forse troppo legato su se stesso nella prima parte, maggiormente vivace nella seconda quando gli eventi esplodono nella loro ineluttabilità. Un Coppola sorprendente, che però non mi ha del tutto convinto. Il pomeriggio prosegue all'insegna del passato, e vado a rivedermi il bellissimo Vivre Sa Vie, di Jean-Luc Godard, che come sempre rompe gli schemi prestabiliti del linguaggio cinematografico per raccontare, in 12 segmenti, la vita dolorosa di una donna di strada, interpretata dalla bella Anna Karina. La giornata si conclude con Crackie, film in concorso della canadese Sherry White: un'opera dolente e appassionante, nella quale convergono una nonna, una madre e una figlia, tre figure di donna forti e solide, ferite dalla vita ma ancora capaci di lottare. Una lietissima sorpresa per un debutto con i fiocchi, intenso e concreto al punto giusto, giustamente vincitore del Gran Premio della Giuria.


VENERDI 20 = Giornata di maratona totale, la più lunga e intensa, con proiezioni una dopo l'altra dal mattino fino a notte. Parto con due lavori della regista francese Christelle Lhereux, il cortometraggio Toutes les montagnes se ressemblent (bello e delicato) e il film sperimentale Un Sourire Malicieux, in cui un uomo e una donna si corteggiano in un set artificiale installato in una radura, raccontando le immagini di un film che non vediamo ma di cui sentiamo i dialoghi: Gli Uccelli di Hitchcock. Lavoro particolare e di non facile assimilazione, nel tentativo di porre in essere una distruzione ideologica del contrasto tra realtà e finzione scenica. Mi calo poi nei meandri dell'horror, per il film canadese Pontypool, dedicato a un virus misterioso che fa impazzire gli abitanti di una piccola cittadina, e al dj della radio locale che continua a trasmettere raccontando in tempo reale ciò che sta accadendo. Molto interessante l'idea di base, e ottimamente tesa la prima mezz'ora; a mio giudizio però poi, quando la vicenda si dipana, il film crolla completamente, si sfalda, e affoga in un vago senso di ridicolo. Peccato davvero.

Si prosegue senza sosta, e vado a vedermi Bleeder, di Nicolas Refn, regista danese finora sconosciuto in Italia la cui retrospettiva è stata la grande rivelazione di questo festival, entusiasmando il pubblico. In effetti, questo Refn ha un talento non comune, e Bleeder, storia di uomini fragili e fagocitati dalla durezza della società a cui appartengono, è una folgorazione: gustose citazioni cinefile a iosa, momenti di puro lirismo intervallati a dirompenti esplosioni di violenza, personaggi ottimamente tratteggiati, ironia mai banale, scelte tecniche audaci, storia ipnotizzante, applausi convinti. Complimenti davvero ai selezionatori del festival per averci fatto scoprire questo ottimo autore.

Le energie iniziano a vacillare, ma oggi si va avanti fino allo stremo, e dunque via con un altro film in concorso, il rumeno Medal of Honor. Ancora una volta, si conferma la brillantissima qualità della selezione, e di nuovo si apprezza un altro film sorprendente e davvero mirabile: una piccola storia di redenzione, in cui un uomo anziano riceve una medaglia per le gesta compiute in guerra 50 anni prima, e da questo momento inizia un viaggio dentro se stesso per trovare un senso alla propria vita. Tenero, emozionante e sincero, tocca le corde del cuore e lo fa con assoluta semplicità e un tocco registico sensibile e prezioso. Il film di Calin Netzer vince il premio del pubblico, ma avrebbe meritato anche di più. Con gli occhi ormai distrutti, e il fisico traballante, raccolgo infine le ultime energie per andare a vedere l'horror australiano The Loved Ones, di Sean Byrne, sicuramente il film più estremo passato a Torino nelle ultime tre edizioni del festival: uno splatter cruento, che viaggia su due registri paralleli, uno più ludico e giocoso, l'altro immerso nel nero più devastante. Gore a piene mani, per un esordio totalmente derivativo, che sconta anche molte ingenuità, ma tutto sommato diverte e si lascia apprezzare per l'onestà d'intenti che lo accompagna.


SABATO 21 = E' ora, purtroppo, di salutare Torino. Resta ancora il tempo per un ultimo film, Beautiful Kate, dell'australiana Rachel Ward: un melodramma a tinte fosche, a metà tra presente e passato, in cui si pone in scena la storia di una famiglia legata da torbidi e incestuosi segreti. Ben girato, ma fin troppo pulito e schematico nella scrittura e nella regia, non riesce a coinvolgere emotivamente al punto giusto, anche se ha un certo coraggio nell'esposizione dei temi trattati.

Chiudo qua, con un soddisfacente bilancio finale di 24 film visti in tutto (7 francesi, 6 americani, 3 australiani, 2 canadesi, e 1 di varie altre nazioni), il rimpianto per altre pellicole che nel marasma ho perso per strada, e comunque la gioia per una settimana di ottimo cinema.
Complimenti ancora ad Amelio e alla sua squadra per la varietà del programma allestito, e in particolare per l'ottima qualità dei film in concorso (la migliore di questi ultimi anni), dimostrazione che in giro per il mondo ci sono ancora tanti registi giovani e bravi capaci di raccontare belle storie anche con pochi mezzi a disposizione, ma con tanta voglia di crederci e tanto amore per il cinema. Bravi loro, e bravi coloro che li hanno portati al festival. E ora, già con molta malinconia, si riaccendono le luci in sala, e si torna alla vita "reale". All'anno prossimo.

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CINEFESTIVAL: TOFIFE 2009
Postato alle novembre 18, 2009 21:13 di mercoledì, 18 novembre 2009
da: [cinemystic]

Anche quest'anno, come di consueto, si va a Torino, si indossa il pass, e ci si lancia in una bella abbuffata cinefila. Edizione numero 27 per il miglior festival italiano, la prima diretta da Gianni Amelio, che prende il posto di Nanni Moretti proseguendo peraltro la strada intrapresa dal suo predecessore. Come sempre, programma variegato e alquanto interessante: film in concorso e fuori concorso da tutto il mondo, sezioni dedicate alle pellicole più sperimentali, retrospettive di valore (Nagisa Oshima, Nicholas Ray, Nicolas Winding Refn), omaggi a grandi film del passato, documentari e cortometraggi, ospiti e anteprime, percorsi tematici, proiezioni da mattina a sera sparse in una decina di sale, clima di pura e sincera cinefilia (qui non ci sono i lustrini di Venezia e Roma, per fortuna), e qualità più che soddisfacente.

DOMENICA 15 = Parte la maratona del sottoscritto. Giusto il tempo di arrivare sotto la Mole, e ritirare accredito, catalogo, programma e borsa omaggio (troppo piccola, infatti userò quella dell'anno scorso), e ci si immerge subito in sala. Si comincia più che bene, con La Nana, film cileno in concorso, di Sebastian Silva: racconta la storia di una cameriera triste e delusa dalla propria vita, alienata dalla solitudine e dalla noia del quotidiano, che poco alla volta riuscirà a trovare una via per credere di nuovo in se stessa e nel proprio futuro. Una pellicola fresca, frizzante, divertente, in ottimo equilibrio tra commedia e dramma esistenziale, diretta con coraggio e ben scritta. Si ride molto ma c'è anche modo di riflettere e trovare piena empatia con la vicenda. Applausi convinti.
Navetta, cambio di sala, e poi visione di Le Refuge, il nuovo film di François Ozon. Una coppia distrutta dalla droga, e una donna che scopre di essere incinta e fino all'ultimo cerca di trovare dentro di sè la risposta riguardo alla volontà o meno di tenere il bambino. Dramma lineare, che cerca di scavare nelle profondità del vissuto attraverso un esistenzialismo preciso ma fin troppo algido, forse non del tutto convinto, di certo non abbastanza intenso. Sensazione di manierismo imperante. Ozon ha fatto di meglio.
Terzo film della giornata Get Low, in concorso, diretto dal debuttante americano Aaron Schneider (che però qualche anno fa vinse l'Oscar per un suo cortometraggio), con un cast stellare: Robert Duvall, Bill Murray e Sissy Spacek. Western mascherato, ambientato negli anni '30, in cui un burbero uomo anziano vuole organizzare il suo funerale prim'ancora della sua morte, in modo da sapere cosa la gente del villaggio pensa veramente di lui; in realtà questo sarà un espediente per confessare a tutti un terribile segreto che lo tormenta da sempre. Ottimo film, diretto con mano sicura, forse un po' "facile" in alcune situazioni, ma comunque solido e affascinante. Sardonico ed esilarante Murray, impeccabile la Spacek, semplicemente meraviglioso Robert Duvall: un attore meraviglioso, che ancora una volta offre un'interpretazione splendida, tutta smozzichi, sussurri, mugolii, rughe, frasi spezzate e sguardo penetrante. Il suo viso è ipnotico, la sua bravura immensa, e il modo in cui si cala nel personaggio riesce davvero a commuoverci. Uno di quegli attori che non andrebbe MAI visto doppiato, perchè in lingua originale è tutto un altro mondo. Ecco uno dei motivi per cui i festival sono fondamentali. Standing ovation della platea durante i titoli di coda, e reiterate domande al regista, venuto dagli States per presentare il film.


LUNEDI 16 = Si parte alle 11 del mattino con Van Diemen's Land, film australiano in concorso, basato sulla vera storia di 8 galeotti che fuggirono dalle prigioni della Tasmania e si persero nelle foreste, per poi perdere il controllo e ammazzarsi l'un l'altro per provare a sopravvivere cibandosi della carne altrui. La bellezza scenografica è indiscutibile, ma il film alfine risulta abbastanza deludente: troppo scolastico e prevedibile, senza guizzi o idee significative. Qualche collega ha tirato in ballo paragoni con Herzog e Malick: bè, in realtà non c'entrano un bel niente nè uno nè l'altro.
Si continua con Kinatay, del filippino Brillante Mendoza, presente nella sezione Festa Mobile, già premiato quest'anno a Cannes. Un tremendo pugno nello stomaco. Tutto in una notte, o quasi, nel buio perenne, in cui un giovane è suo malgrado fagocitato in un incubo soffocante, trovandosi a dover collaborare con una gang che rapisce, sevizia e ammazza una prostituta. Tempi dilatati, prime sequenze immerse nel caos delle strade di Manila e poi cambio di registro, lunghi ed estenuanti momenti in cui il regista indugia sul viso sconvolto del protagonista, schermo sempre nero, poche parole e atroci silenzi, linguaggio cinematografico ostico e rigoroso, fino alla deflagrazione nello splatter/gore (deriva che non era necessaria) e alla perdita di ogni speranza di redenzione. Un film che va vissuto e ripensato, non per tutti i gusti, infatti il pubblico non ha gradito. Ma di valore invece ne ha, eccome.
Dopo uno shock simile, è meglio rilassarsi un momento, e allora vado a guardarmi Run For Cover, vecchio western di Nicolas Ray del 1955: un piccolo e tutto sommato semplice lavoro, realizzato con molto mestiere, che però fa bene all'anima.
Non pago, mi inoltro nel quarto film della giornata: Non Ma Fille, Tu N'Iras Pas Danser, di Christophe Honorè. Per certi versi, è il tipico dramma familiare a più voci di classica scuola francese, permeato dalla solita classe dei cineastri transalpini (roba che in Italia non ci arriviamo neanche a piangere), con però anche surreali inserti onirici che non ci si aspetterebbe. Un film bizzarro e straniante, con un fiore all'occhiello: il personaggio della protagonista Lena, ben interpretata da Chiara Mastroianni. Nevrotica, incostante, fragile, insopportabile. Una donna allo sbando, che pediniamo, amiamo e detestiamo allo stesso tempo.


MARTEDI 17 = Si inizia anche oggi alle 11 del mattino con un film in concorso americano, You Won't Miss Me. Anche qui una donna persa nei propri tormenti, che dopo un ricovero in istituto psichiatrico cerca invano di ricostruire i pezzi della propria vita. La resa, però, stavolta, non convince. Molte banalità, ridondanze estetiche, superficialità di fondo, regia inultimente nevrotica, e storia che non decolla mai.
Nel pomeriggio mi rituffo nei tempi antichi, cominciando con The True Story of Jesse James, altro ben western di Nicolas Ray, anno 1957; piacevole visione peraltro parzialmente rovinata da due cafoni maleducati, uomo e consorte, seduti accanto a me, 70 anni di età come minimo, che parlano a voce alta tutto il tempo neanche fossero al bar. Dopo vengo a sapere che lui è nientemeno che un critico "famoso", e lei la sua compagna. E' proprio vero che la stupidità e l'ignoranza non hanno nè età, nè status, nè limiti.
Veloce cambio di sala e poi bellissima revisione di Effetto Notte, capolavoro di François Truffaut del 1973, un vero e proprio atto d'amore per il cinema, fresco come una rosa ancora oggi. Una delizia che ogni appassionato dovrebbe imparare a memoria.
Quarto e ultimo film della serata, uno dei maggiori eventi di quest'edizione: Fantastic Mr.Fox, nuovo lavoro di Wes Anderson, questa volta alle prese con l'animazione in stop-motion. Folla oceanica, controlli di sicurezza perfino eccessivi, e cellulare di ognuno impacchettato in una busta di plastica, per impedire riprese illegali. Ma i distributori pensano davvero di uccidere la pirateria con ridicolaggini simili? Comunque, io non amo granchè il cinema di Anderson, ma il film non è male, una bella favoletta piuttosto simpatica e tecnicamente efficace, anche se corre sempre su un binario facile e immediato, senza approfondire più di tanto.


MERCOLEDI 18 = Oggi si parte addirittura alle 9.45 del mattino (!!), con, indovinate un po', un film francese, tanto per cambiare (ormai avrete capito che il sottoscritto ogni volta che sente profumo di Francia ci corre appresso come un segugio). Questa volta guardo Le Roi de l'Evasion, di Alain Guiraudie, in concorso. Una pellicola debordante, ambientata tra i boschi e le calde fattorie del sud, in cui un pingue uomo gay di 43 anni fa marchette, colleziona avventure e disavventure di ogni tipo, e non contento si innamora di una ragazzina di 16 anni e fugge via con lei. Dissacrante, grottesco, paradossale, zeppo di macchiette, situazioni da pura commedia, eccessi sessuali, nudità, corse a perdifiato, battute taglienti come rasoi, linguaggio diretto, in un guazzabuglio che qualche volta si sfilaccia un po', ma senza mai per fortuna perdere la strada maestra. Davvero un film fantasioso e vivace, senza vergogna, irriverente e corrosivo.
Proseguo con un altro film in concorso, il norvegese Nord, di Rune Langlo, distribuito dalla Sacher di Moretti. Dalle campagne francesi alle nevi scandinave, che ricoprono interamente lo schermo mentre un uomo a bordo di una motoslitta compie un viaggio intercalato da incontri bizzarri, per andare a trovare la figlia che non ha mai conosciuto. Parzialmente irrisolto, ma comunque interessante, e giustamente misurato.
Infine, ultimo film per ora, Bomber, dell'inglese Paul Cotter. Commedia amarognola a dir poco scadente, debordante di luoghi comuni, pseudo-umorismo grossolano, e una storia senza capo nè coda, scritta male e sviluppata peggio. Sicuramente il peggior film visto in questi primi 4 giorni. Ma buona parte del pubblico ride di gusto... contenti loro...

E' ora di prendersi qualche ora di pausa, per poi tuffarsi nel gran finale di un festival che comunque, anche quest'anno, dimostra di essere ancora e sempre bello e indispensabile.
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CINEFESTIVAL: TOFIFE 2008 (parte III)
Postato alle dicembre 01, 2008 18:35 di lunedì, 01 dicembre 2008
da: [cinemystic]

Ed eccoci, all'ultimo resoconto direttamente dal Torino Film Festival.

VENERDI 28 = Giornata di visioni variegate. Parto alle 10 del mattino e mi dirigo a rivedermi il bellissimo La Morte e la Fanciulla di Polanski. Grande film, che conosco già a menadito ma non mi stanco mai di riguardare. Rigoroso esempio di “cinema da camera”, non a caso tratto da una pièce teatrale, scritto alla perfezione, con un magnifico ensemble di attori tra cui svetta l’inappuntabile Sigourney Weaver. Un film da imparare a memoria.

Mi volto poi verso le terre di Francia, per vedere due film transalpini uno di fila all’altro. Inizio con Donne-Moi la Main, in concorso, che peraltro non mi convince granchè. Storia di due fratelli gemelli che intraprendono un’avventura on the road per arrivare in Spagna e assistere al funerale della madre, sono prima legati in una simbiosi inattaccabile, poi via via sempre più distanti. Il film pare fermarsi alla superficie, non scende abbastanza in profondità, e solo a tratti riesce a gestire con la corretta forza visiva la materia narrata. E’ poi il turno di Mateo Falcone, fuori concorso, film onirico e rarefatto, quasi totalmente privo di dialoghi, in cui il potere ammaliante del paesaggio e il sonoro in presa diretta della Natura dominano la scena. Interessante e coraggioso, forse eccessivo nella propria non-narrazione.

Per chiudere vado a scoprire Maledetti Vi Amerò, film d’esordio di Marco Tullio Giordana, anno 1980. Storia di un compagno comunista, attivista politico, che fugge dall’Italia per 5 anni e quando torna trova un paese irriconoscibile, profondamente cambiato dall’assassinio di Aldo Moro. Divertente a tratti, toccante in altri, altamente disilluso, il film è grezzo e slegato, e sconta i difetti di un esordio. Ricorda un po’ lo stile del poco antecedente Ecce Bombo di Moretti, e dipinge comunque con efficacia un ritratto ruvido di un paese alla deriva (già allora), riuscendo ancora oggi a provocare sdegno, acute riflessioni e poco incoraggianti conclusioni. Caustica e gustosa anche la conferenza post-film, che vede Giordana e Moretti dibattere su quei tempi bui della storia italiana, e sulle difficoltà di fare cinema in un’epoca dagli estremi contrasti ideologici.

sienna miller e keira knightleySABATO 29 = Mi tengo per l’ultimo giorno di festival alcune delle visioni più interessanti. Con un sovrumano sforzo di volontà riesco a essere in sala alle 9 del mattino (!!!) per vedere The Edge of Love, di John Maybury, semi-biopic del poeta Dylan Thomas, ambientato in Galles negli anni ’40, in mezzo alla seconda guerra mondiale. Tra un bombardamento e l’altro, con intermezzi in cui Thomas declama i propri versi, si dipana la storia delle due donne fondamentali nella vita del poeta, la moglie e l’amante, interpretate da Sienna Miller e Keira Knightley. La ricostruzione storica è puntuale, alcune scene riescono a essere struggenti, il ritmo pare quasi da musical, ma il film non convince fino in fondo. Eccessivamente prolisso in taluni punti, e un po’ troppo melensamente hollywoodiano anche in momenti in cui non doveva esserlo. Sta di fatto, comunque, che in un’epoca di presunte giovani starlette montate (in tutti i sensi) e incapaci, Sienna Miller e Keira Knightley sono due accecanti raggi di sole nel grigiore generale. Belle, brave, intense, empatiche, all'occorrenza tenere o sensuali, in The Edge of Love sono entrambe letteralmente splendide, e valgono decisamente da sole la visione della pellicola.

Segue poi uno dei titoli da me più attesi, il film svedese di vampiri Lat Den Ratte Komma In, di Thomas Alfredson, che uscirà anche nelle sale a gennaio con il titolo Lasciami Entrare. Ambientato nella neve e nei plumbei cieli di Svezia, narra la storia di due bambini dodicenni, lei ammazza gli abitanti del villaggio per nutrirsi di sangue, e lui, bambino “normale” fragile e vessato dai coetanei, si innamora di lei inconsapevole della loro profonda diversità. Il film è molto meno commerciale di quanto si potesse credere. Elegante, raffinato, riflessivo, con tempi volutamente lenti, è un mosaico affascinante, triste, melanconico, sofferente, che recupera alcune tradizioni iconografiche del mito del vampiro (può entrare in una stanza solo se gli si concede il permesso) e alcuni topoi cinematografici di sicuro impatto (la tematica herzoghiana del vampiro maledetto dal destino, che fa quello che fa perchè vi è costretto dalla straziante fame, non certo per voluttà o sogno di potere). Purtroppo Alfredson scivola in un finale non necessario ed eccessivamente “speranzoso”, ma resta da applaudire un film bello, secolare, odorante nostalgia di polvere accumulata nel tempo, un film che per fortuna rifugge dalla bieca spettacolarizzazione post-moderna del Mito. Andatelo a vedere quando uscirà!

E’ quasi ora di salutare il festival. Resta il tempo per gli ultimi due film. Wendy & Lucy, fuori concorso, è la triste storia di una ragazza che senza soldi s’imbarca con il proprio cane in un’avventura on the road, e si trova a scontrarsi con una realtà dura e inclemente, che la porterà prima a perdere il suo fedele Amico, e poi a doverlo ritrovare ma di nuovo lasciare, per l’impossibilità di poterlo nutrire.

Infine, Die Welle, film tedesco in concorso. In una scuola, un docente vuole insegnare ai suoi alunni il significato dell’autarchia, e improvvisa per gioco una dittatura costruendo una finta organizzazione neo-nazista. Ma i suoi alunni iniziano ad identificarsi sempre più in questo intrigante divertissement, fino a immergersi anima e corpo nel ruolo e a perdere totalmente il controllo della situazione. Pare quasi per alcuni versi un Battle Royale all’Occidentale, e rimane in costante rischio di sprofondare nella più insopportabile retorica. Ma alla fin fine il film di Dennis Gansel sta in piedi, resiste, azzecca alcune sequenze molto intense, risulta appassionante, e inquieta davvero per la proiezione nella realtà di ciò che ci viene mostrato. L’ultima inquadratura poi (simile a quella de Il Caimano), provoca un secco brivido lungo la schiena.

Ho finito. Mi dirigo già un po’ triste verso l’uscita, e neanche a farlo apposta apro una porta e mi trovo faccia a faccia con Nanni Moretti. Saluto Torino con 25 film collezionati in 7 giorni, più incontri vari con i registi. Bilancio bello e positivo. La mia Palma per le miglior visioni del festival (parlando di film nuovi, escludendo quindi i grandi classici di Polanski e Melville) alla fine va a tre titoli: Dream, di Kim Ki-Duk, Queimar Las Naves di Francisco Franco, e proprio Let The Ratte Komma In. Ovvero Corea, Messico, e Svezia: il giro del mondo in 7 giorni. Uno dei tanti motivi che costruiscono la bellezza estatica di un festival di cinema. All’anno prossimo.


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CINEFESTIVAL: TOFIFE 2008 (parte II)
Postato alle novembre 27, 2008 11:46 di giovedì, 27 novembre 2008
da: [cinemystic]


Continua la cronaca direttamente dalla sala stampa del Torino Film Festival!

MARTEDI 25 = Salto mezza giornata di festival, a causa di commissioni non rinviabili da dover fare a casa. Faccio in tempo solo a vedere il nuovo film di Kim Ki-Duk, Dream (fuori concorso), e lo applaudo con convinzione. Una storia di notevole perversione mentale (un uomo e una donna, lui sogna, e lei nella realtà commette i gesti che lui ha sognato), che si tramuta nell’ennesimo racconto del regista coreano dedicato all’amore, alla volatilità delle emozioni, al senso di perdita. A metà tra dramma surreale e noir, il film qualche volta pare sfiorare il ridicolo, ma poi si eleva a inauditi picchi di poesia visiva. Ancora una volta Kim Ki-Duk si dimostra maestro nel gusto per la pulizia delle immagini, per il tocco pittorico delle inquadrature, per la commovente dolcezza che si sprigiona dai suoi personaggi.

MERCOLEDI 26 = Maratona senza fiato, oggi. Dedico la giornata interamente ai film in concorso, e in poche ore compio il giro del mondo. Slovenia, Australia, Cina, Messico. 4 film, 4 continenti. Questa è una delle cose che rendono meraviglioso assistere a un festival di cinema. Si parte con We’ve never been to Venice, dello sloveno Blaz Kutin. Un piccolo film (dura solo un’ora) che mostra l’elaborazione del lutto da parte di due giovani genitori che hanno appena perso il proprio figlio. Il giorno prima del funerale, seguiamo i due nella loro mestizia, mentre alternano stati di completa catatonia a improvvisi scatti di rabbia feroce. Tra lunghi silenzi ed esplosioni d’odio verso il destino, il regista compie un percorso semplice ma molto intenso, che emoziona realmente, fino all’ultima inquadratura, in cui i due si dirigono verso la tomba dove di lì a pochi minuti sarà sepolto il figlio.

Si passa poi all’australiano Bitter & Twisted, di Christopher Weekes. Un’altra storia di una famiglia confusa, che cerca faticosamente di tenersi insieme mentre i meccanismi al suo interno si sfaldano inesorabilmente. Molto buono nelle intenzioni, un po’ meno nella realizzazione pratica: alcuni personaggi non sono infatti sufficientemente formati, e la commistione di generi che il regista sceglie appare a volte farraginosa. Si continua con il cinese The Shaft, di Zhang Chi, ambientato in un piccolo paese di periferia, con persone povere e umili che passano la loro vita a lavorare in miniera, sognando di andarsene lontano, verso la città e verso un futuro migliore. Lento, lentissimo, è un film che manca totalmente di ritmo, e che si affloscia in una certa banalità situazionale di fondo.

Infine, si chiude in bellezza, con Quemar Las Naves, di Francisco Franco (no, non è il dittatore risorto…). Il più bello tra i film in concorso visti finora. Un melodramma tipicamente ispanico, carnale e sensuale, deflagrante di passioni, che ricorda molto Almodovar per la sessualità debordante, l’uso dirompente delle musiche, la mescolanza di tragedia e commedia. Tocca anche il tema dell’omosessualità, e lo fa con giusto tatto e niente retorica. I giovani attori protagonisti sono splendidi, le canzoni pure, e la narrazione procede con limpidezza, senza pause, con una evidente teatralità di gesti e parole che non toglie però mai spazio al cinema. Ottimo davvero. Meritata l’ovazione del pubblico verso Franco al termine della proiezione.

GIOVEDI 27 = Concluso questo articolo tornerò in sala, per visionare The Buried Forest di Kohei Oguri e probabilmente per rivedermi il magnifico L’inquilino del terzo piano di Polanski. Poi, negli ultimi due giorni, cercherò ancora di trovare spazio (e forze residue chissà dove) per il film di vampiri svedese Let the Right One In (in pratica l’unico horror in programma in 8 giorni di festival, e questo è il solo limite della lodevole gestione Moretti), per il fuori concorso Wendy And Lucy, per l’interessante The Edge of Love di John Maybury (con un cast a dir poco intrigante: Sienna Miller, Keira Knightley, Cyllian Murphy), e per altri film che ancora devo decidere; seguirò l'ispirazione del momento.

Credo che chiuderò il festival con circa 25 film visionati in 7 giorni… numero soddisfacente, direi. Qualora non dovessi più riuscire ad aggiornare queste pagine, un plauso generale ancora una volta a un festival indispensabile, che Moretti ha saputo ulteriormente valorizzare senza snaturarne le caratteristiche. A presto!


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CINEFESTIVAL: TOFIFE 2008
Postato alle novembre 24, 2008 14:30 di lunedì, 24 novembre 2008
da: [cinemystic]

Direttamente dalla sala stampa del Torino Film Festival, riesco a trovare un buco tra un film e l’altro per aggiornarvi un po’ sulla cronaca dei miei primi 3 giorni, 3 giorni di classica e impareggiabile maratona festivaliera, che si dipana correndo da una sala all’altra, impazzendo per far concatenare gli eventi, saltabeccando da una visione all’altra alla ricerca di talenti, conferme, intuizioni, idee ed emozioni riflesse nel buio delle sale… E dunque:

SABATO 22 NOVEMBRE = Arrivo a Torino a metà mattinata (con un’ora di ritardo per colpa dei soliti maledetti non funzionanti treni di questa orrenda nazione). Volo a prendere il pass stampa ed entro subito in sala per la prima visione: Kurus, film fuori concorso proveniente dalla Malesia, diretto da Woo Ming Jin, che l’anno scorso aveva vinto il premio della giuria qui a Torino per The Elephant and the Sea, film che non mi era affatto piaciuto. Questa volta il regista raddrizza il tiro, e mette in piedi un lavoro godibile e apprezzabile, raccontando con giusta parsimonia stilistica la tenera e dolce storia di un ragazzo quindicenne sommerso dai tipici problemi dell’adolescenza, che ritrova però sorrisi e stimoli di vita innamorandosi della sua bella insegnante d’inglese.

Dopo una breve pausa rientro in sala per assistere subito a uno degli eventi più attesi dell’intero festival, l’incontro tra Nanni Moretti e Roman Polanski. Vedere a pochi metri da me Polanski è un’emozione vera, intensa, essendo lui autore di un cinema che amo profondamente. L’incontro dura quasi due ore, e ci offre una vera e propria lezione di cinema e di vita. Moretti incalza l’ospite con una sfilza infinita di domande riguardanti infiniti aspetti della sua carriera, e Polanski delizia la platea con una miriade di storie, aneddoti, rivelazioni. Quasi tutti i suoi film sono tirati in ballo, la sua lunga e splendida carriera è sviscerata nel profondo, e Polanski, parlando un po’ in italiano un po’ in francese, dimostra un carisma e una simpatia inimitabili. Racconti adorabili, battute pungenti, risposte sagaci, bonarie prese in giro allo stesso Moretti che ovviamente sta al gioco, stralci di cinema puro, divertimento continuo. Due ore di “lezione” in cui la platea è catapultata in una deliziosa ipnosi.

Concluso l’incontro, mi dirigo in un’altra sala e mi gusto Lo spione (Le Doulos), famoso noir del 1962 di Jean-Pierre Melville (a cui è dedicata una delle retrospettive del festival), con un Jean-Paul Belmondo in gran forma. Nonostante la stanchezza imperante (sono ormai le 8 di sera e io sono in ballo dalle 8 del mattino) trovo poi ancora il tempo per andare in un’altra sala a vedere il primo film in concorso, Non-Dit, della belga Fien Troch. Molto positivo il giudizio: un dramma di perseverante intensità, che racconta l’impossibilità per due genitori di accettare la scomparsa della propria figlia e di ridare un senso a una vita ormai disintegrata. Emozioni, lacrime, sguardi vacui, parole non dette, frasi smorzate, primi piani insistiti, prospettive sfocate, il tutto ripreso con una stile rabbiosamente intimista che mi riporta alla mente il cinema di Lodge Kerrigan (nonché il meraviglioso La Stanza del Figlio), e che si impreziosisce delle ottime interpretazioni di Emanuelle Devos e Bruno Todeschini.

DOMENICA 23 NOVEMBRE = Mi concedo un po’ di sonno in più per recuperare la fatica del sabato, e parto all’ora di pranzo con un altro film in concorso, l’inglese Helen. Sorta di bizzarro noir alla ricerca di un’adolescente misteriosamente scomparsa nel nulla, ambientato tra le foglie cadenti dei parchi britannici, il film si perde in un senso d’incompiutezza, di obiettivi raggiunti a metà, di vuoti colmati alla rinfusa, e mi convince molto poco.

A metà pomeriggio è la volta di un altro evento per me attesissimo: Il Pianista, di Roman Polanski. Film che adoro con ogni mia fibra, che chiaramente già conosco a menadito, ma che voglio assolutamente rivedere per l’ennesima volta, con l’ausilio della proiezione in lingua originale e di uno schermo mastodontico (siamo infatti nella sala più grande del festival). A presentare il film interviene lo stesso Polanski, accolto da una vera e propria standing ovation, e per due ore e mezza la tragedia straziante delle immagini e la sofferenza scavata sul volto di Adrien Brody riescono a mantenere l’intera sala in un silenzio partecipe e commosso. Altro applauso strosciante durante i titoli di cosa, ennesimo mai abbastanza grande tributo a un film meraviglioso e a un uomo di cinema straordinario.

Infine, terzo e ultimo film della giornata, è il messicano Lake Tahoe, di Fernando Eimbcke, fuori concorso. A metà tra commedia e dramma familiare (a quanto pare il leit-motiv del festival, scelto da Moretti per evidente attinenza con la sua visione del cinema), è la piccola storia di un ragazzo che sfascia la macchina del padre come gesto di rabbia nei confronti della di lui morte, e che poi per trovare il pezzo di ricambio necessario per aggiustarla si trova ad avere a che fare con tutta una serie di personaggi inconsueti e bizzarri. Da una parte, pare di ritrovare in Lake Tahoe il gusto per il minimalismo surreale di Kaurismaki, e dall’altra, mi torna un po’ in mente l’odissea soffocante del bimbo di Dov’è la casa del mio amico? di Abbas Kiarostami. Il risultato complessivo è tutto sommato discreto.

A metà del pomeriggio, mentre guardavo Polanski, mi dicono che in un’altra sala un gruppo di manifestanti fa irruzione e interrompe per qualche minuto una proiezione, per protestare contro il ragazzo morto il giorno prima in una scuola di Rivoli. Ho la mia idea sull’accaduto, ma preferisco lasciar perdere; in questa sede mi limito al cinema.

LUNEDI 24 NOVEMBRE = Questa volta affronto le intemperie, il freddo e le non sufficienti ore di sonno per essere in sala già alle 9.30 del mattino, a visionare il fuori concorso New Orleans Mon Amour, di Michael Almereyda (autore alcuni anni fa dell’interessante Nadja, horror vampirico prodotto da Lynch). La storia di una coppia, un medico e una giovane volontaria che sgombra le macerie dell’uragano Katrina. Un amore che se ne va, poi ritorna, poi pare scappare di nuovo, in un gioco a elastico sul rapporto di coppia e i contrasti forse insanabili che esso comporta. La tragedia sociale e il dramma individuale si fondono insieme, in un film che sperimenta diversi stili di scrittura e visione, non sempre efficaci e solidi. Almereyda comunque sa il fatto suo, e riesce fino alla fine a tenere in piedi la narrazione senza spezzarne il filo conduttore.

Esco dalla sala e ci rientro immediatamente per un altro film in concorso, l’americano Prince of Broadway, di Sean Baker. Ancora una famiglia sospesa (un uomo di colore, venditore di vestiti e borse contraffatte, si ritrova all’improvviso tra le mani un figlio che nemmeno sapeva di avere), una storia giocata sull’improvvisazione, sulla degradazione urbana, sul linguaggio di strada, su esistenze in bilico tra povertà e illegalità, su solitudini e false virilità. Interessante a tratti, divertente in qualche punto, ma decisamente troppo cacofonico e a lungo andare pletorico, salvo un finale comunque ben pensato.

Ora sono qui a scrivere, dopodichè mi ributterò nell’arena, e andrò probabilmente a vedere Les Enfants Terribles di Melville, o forse Mona Lisa di Neil Jordan, o magari il polacco Katyn di Andrzey Wajda…in realtà ancora non ho ancora deciso! Intanto vi saluto, e spero nei prossimi giorni di poter aggiornare ancora queste pagine…

Ieri Moretti, microfono alla mano, ha detto una frase che ben riassume lo spirito festivaliero: “chi frequenta i festival sa bene che durante queste giornate noi viviamo in un mondo a parte, impermeabile agli eventi esterni. Non sappiamo nulla di ciò che accade al di fuori, perché siamo in una bolla”. Sì, hai ragione Nanni: durante i festival siamo in una bolla, una bolla entro cui viaggiamo in una catarsi un po' delirante… con il viso scavato dalla stanchezza, ma con tanta e tanta soddisfazione.


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