domenica 13 novembre 2011

ARCHIVIO CINEMYSTIC (Settembre - Febbraio 2009, 40 post)

CULT COLLECTION - CANDYMAN
Postato alle febbraio 17, 2009 18:25 di martedì, 17 febbraio 2009
da: [cinemystic]

RUBRICA CULT COLLECTION

- CANDYMAN -

“Se ti metti davanti a uno specchio, e pronunci 5 volte il suo nome, Lui apparirà alle tue spalle, e con l’uncino che ha al posto della mano ti squarterà dall’inguine alla gola”.


É sempre un piacere rivedere un piccolo classico come Candyman, datato 1992, diretto da Bernard Rose, e tratto dal racconto The Forbidden dell’esimio e mai abbastanza lodato Clive Barker. Si è parlato molto di questo film, del mostro nero con l’uncino, a volte lodando e a volte criticando. La verità, come spesso capita, sta nel mezzo.

Candyman venne realizzato in un momento in cui il cinema horror era profondamente in crisi, a caccia di idee e d’ispirazione. Gli eroi degli anni ’80, da Freddy Krueger a Michael Myers a Pinhead passando per Jason Woorhees, accusavano notevoli segnali di stanchezza, già sepolti sotto cumuli di sequel inutili, ripetitivi e realizzati con il solo scopo di guadagnare soldi facili sfruttando i Miti tanto amati dal pubblico. Questo voleva essere Candyman, nella mente dei produttori (tra cui lo stesso Barker): la nuova icona capace di traghettare l'horror verso la fine del millennio. Obiettivo non riuscito, a dir la verità, perchè colui che “ti appare se pronunci 5 volte il suo nome” riscosse un discreto successo senza però riuscire a sfondare il muro dell’immaginario collettivo. Tant’è che diede sì inizio a una saga, la quale però si fermò dopo due soli altri (mediocri) episodi.

In ogni caso, tornando alla pura analisi critica del film, una re-visione odierna di Candyman risulta tutto sommato gustosa. Pellicola a sfondo razziale, che propone un netto contrasto tra classi sociali, mettendo le persone colored al centro focale del racconto, e si propone come l’altra faccia del mondo di Nightmare: là, la società borghese, pulita e ricca, racchiusa nella sua linda opacità e in rapporti perbenisti e fasulli; qui, la plebe, il sottobosco, la periferia urbana sporca e ghettizzata, violenta e volgare, ma portatrice di sentimenti profondi e di un’unità tribale impossibile da estirpare.

Per amore l'uomo nero morì, ucciso dall’ignoranza dei bianchi e dalle punture di migliaia di api. Per vendetta è ritornato, e di nuovo per macabro amore cerca di portare con sè nel regno degli Inferi la bella e algida Virginia Madsen, che nella prima parte appare fin

troppo fredda e misurata, ma nella seconda interpreta bene la sua follia dilagante.

Non ci riuscirà, lei fuggirà all’ultimo istante salvando dal fuoco un neonato, per poi perire tra le ustioni, e l’intera tribù del ghetto apparirà in processione al suo funerale per porgerle il giusto ringraziamento.

Pare che Rose (autore anche dello script) non abbia il coraggio di rischiare fino in fondo. Ma poi si rifà in un finale prevedibilissimo eppure piacevole. Proprio come l’intera pellicola, che pur senza toccare alte vette trasuda semplicità, ingenuità, un sano gusto per un terrore primario ancora di matrice decisamente rapportabile al decennio precedente, e un’unità d’intenti non disprezzabile. Muovendosi tra Leggenda, realtà e fantasia, e lesinando (fin troppo) lo splatter, Candyman, ad oggi, si guarda con un candido sorriso, quale simbolo di un cinema dell’orrore derivativo eppure sincero nelle sue componenti ataviche, e lontano dalla bieca alienazione contemporanea.

Nel 1993 vinse il premio del pubblico al prestigioso festival di Avoriaz, e l'attore Tony Todd, come tanti altri prima di lui, da quel momento non si è mai tolto di dosso il fardello di questo ingombrante ruolo.


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RANDOM VISIONS
Postato alle febbraio 10, 2009 15:51 di martedì, 10 febbraio 2009
da: [cinemystic]

Come già avevo fatto qualche tempo fa, posto un breve riassunto delle mie ultime visioni. Tempo complessivamente speso (quasi) sempre bene, per fortuna...

CLOVERFIELD = mi ero approcciato a questo film con molta diffidenza. Invece il disaster movie di Reeves mi è piaciuto. Al di là della ex-novità delle riprese interamente effettuate con la macchina a mano per simulare il film nel film, espediente che ormai è tutto fuorchè originale, Cloverfield regge bene la tensione. Certo, l'assunto per il quale il protagonista deve tornare nel mezzo del pandemonio, invece di fuggire, per salvare la sorella rimasta intrappolata, è vecchio come il mondo, e gli sceneggiatori si potevano (dovevano) sforzare di trovare uno spunto un po' più ricercato. Ma come detto il film regge, inquieta, mette in scena creature digitali molto ben realizzate, ha un ottimo sonoro, e azzecca in pieno la non-spiegazione finale. Peccato per la durata così limitata.

VITTIME DI GUERRA = Rivisto con interesse il war movie di Brian De Palma, una sorta di Redacted ante-litteram. In realtà non possiede nè la forza nè la coerenza nè l'intensità del suo film gemello, e ogni tanto scivola nella retorica fine a se stessa. Ma la violenza ai danni della ragazzina vietnamita fa male al cuore e allo stomaco, ancora oggi, ed è sempre un piacere rivedere Sean Penn nel ruolo più allucinato della sua gloriosa carriera.

TRE GIORNI PER LA VERITA' (The Crossing Guard) = Il secondo film da regista di Sean Penn, dopo Lupo solitario e prima de La promessa. Stroncato dai più, è un lavoro incompiuto, confuso, discutibile, carico di sperimentazioni tecniche perfino eccessive. Penn usa tutte le tecniche di ripresa e montaggio possibili e immaginabili, e dopo un po' non ci capisce più niente nemmeno lui. Ma il film possiede la verità della vendetta e la forza della disperazione, il che lo rende comunque interessante e coinvolgente. Struggenti alcuni dialoghi tra Jack Nicholson e Angelica Huston, efficace un David Morse super palestrato.

RACCONTO DI NATALE = Uscito nelle sale italiane poche settimane fa. Candidato a numerosi premi Cesar (tra cui miglior film francese dell'anno). Il film di Arnaud Desplechin fornisce l'ennesima dimostrazione di classe transalpina, al servizio di una narrazione frammentata che condivide molto con Parigi di Klapisch. Ma lo supera per brillantezza nei dialoghi, intensità nello stile, caratterizzazione dei personaggi.

BREAKFAST ON PLUTO = Passato nel 2005 al Gay Festival, un film immerso nella cultura transgender. Due ore deliziose, che Neil Jordan padroneggia con destrezza, a metà tra commedia e melò. Cillian Murphy attraversa interamente en travesti l'Irlanda degli anni '70, il bigottismo culturale, l'odio verso gli inglesi, il terrorismo nazionalista, il bisogno e la mancanza d'amore di chi si sente diverso, ed è splendido. Un'altra prova da applausi per uno dei migliori attori in circolazione. Meriterebbe l'Oscar. Il miglior film britannico degli ultimi anni, insieme a Vera Drake, Irina Palm e It's a Free World di Loach.

ALONE IN THE DARK = Ma chi è che permette a certa gente di girare questi film, quando ci sono in giro tanti registi bravi e talentuosi che non riescono a combinare nulla? Uwe Boll si è costruito una fama a metà tra il culto e il disgusto. Io devìo verso la seconda strada, dopo la visione di quest'accozzaglia action-horror baraccona e farlocca, senza capo nè coda, senza nessun interesse, se non l'attesa dei titoli di coda...


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HORROR 2008
Postato alle febbraio 03, 2009 18:51 di martedì, 03 febbraio 2009
da: [cinemystic]

Ormai già da un mese si è concluso il 2008, anno tutto sommato altalenante per il cinema horror internazionale. Da un lato, le pellicole uscite nell’annata appena conclusa hanno confermato una tendenza ormai in voga già da tempo: il pubblico ha voglia di horror, e registi e produttori se ne sono accorti.

Gli edulcorati ed insopportabili teen-slasher post-Scream di fine anni ’90 e inizio 2000 hanno lasciato spazio a un nuovo desiderio di sangue filmico, e violenza, gore, splatter, hanno rincominciato ad affollare le sale (e soprattutto l’home video) reclamando il proprio decisivo e conturbante ruolo. Caos, anarchia, ribellione, piaghe sociali, assalti all'intimità, infanzie violate: horror specchio fedele dell’andamento del mondo in cui viviamo? Sì, come sempre.


Dall’altra parte, però, si conferma anche la difficoltà, soprattutto per gli sceneggiatori, d’inventare strade nuove, nuovi Miti, nuove tendenze; spesso si tende, ancora e sempre di più, a rifugiarsi nel passato, nella riproposizione del già visto, sovente con varianti minime o nulle. Lo dimostra, ovviamente, la soffocante febbre da remake, che pare non avere fine, e i tanti altri film che fingono sorprese o novità per poi rivelarsi, agli occhi dello spettatore un minimo esperto, nient’altro che scopiazzature e plagi di capolavori gloriosi che sarebbe meglio lasciar riposare in pace.

In sostanza, quindi, la voglia di horror c’è, eccome. Lo splatter è tornato (anche se in questo senso il periodo d’oro che possiamo racchiudere tra il 1982 e il 1993, in pratica da Evil Dead a Braindead, è irrangiungibile). Le idee veramente intriganti, però, scarseggiano assai.

Personalmente, riguardo alle mie visioni, dividerei l’horror 2008 (prenderò però in considerazione anche alcuni film usciti in realtà nel 2007, che io però per un motivo o per un altro ho visto in ritardo), secondo alcune categorie riassuntive:

Delusioni cocenti, tremende, indifendibili, che non possono essere salvate in nessun modo: La terza madre, Rec, Doomsday, Io sono leggenda, E venne il giorno, Vacancy, Riflessi di paura.

Pellicole con elementi buoni e altri meno, che mi hanno convinto ma solo in parte, o non del tutto: Diary of the Dead, Halloween The Beginning, Death Proof, Frontiere(s), Il nascondiglio, The Rage, Midnight Meat Train.

Belle sorprese, piacevoli conferme, lavori riusciti, applauditi e convincenti: Eden Lake, Rogue, Ghost Son, Stuck, Hostel 2, Planet Terror, 28 settimane dopo.



Ho lasciato poi volutamente da parte 4 titoli, che meritavano un discorso a sè. 4 splendidi film, sicuramente di livello superiore. Diversissimi tra loro, accomunati solo dall’assoluta bontà della loro realizzazione. Gli unici titoli realmente indispensabili di questi ultimi mesi. E allora, eccoli, non in ordine di merito, bensì di (mia) visione:

THE MIST: la migliore trasposizione kinghiana degli ultimi anni. Ancora una volta Darabont dimostra di saper interpretare il maestro del Maine meglio di chiunque altro. Un film tesissimo, senza respiro, avvolto in una nebbia densa e realmente inquietante, con il finale emotivamente più devastante che si sia visto sullo schermo da lustri.

A’ L’INTERIEUR: alla faccia di tanti beoni idioti che popolano il web, e che giudicano immondizia tutto ciò che viene dalla Francia... solo perchè viene dalla Francia. Il film di Bustillo e Maury conferma la piena vitalità di questa piccola ma intrigante nouvelle vague transalpina: splatter puro, senza tregua, senza affetti, con coraggio, ritmo, idee e talento.

THE GIRL NEXT DOOR: il film più tremendo, scioccante, crudele, sconvolgente, ferino ed estremo che io abbia visto da tanto e tanto tempo. Anche per chi è abituato a visioni “forti”, il film di Gregory Wilson è una sfida ai propri limiti, al proprio stomaco, alla propria sopportazione mentale e visiva. Si vorrebbe solo chiudere gli occhi, urlare di dolore e liberarsi immediatamente di questo film incredibile, un incubo così realistico che ti entra nelle viscere per non andarsene mai più.

LASCIAMI ENTRARE: finalmente un titolo che ridà lustro all’annacquato Mito del Vampiro al cinema. Recupero della tradizione e aggiornamento all’attualità, fusi insieme in un film bello, tattile, soffice come la neve di Svezia, romantico, intelligente, ipnotizzante, delicato, riflessivo. Lontano anni luce da tutte le porcate vampiriche adatte solo a ragazzini celebrolesi che hanno infestato gli schermi negli ultimi anni. Un piccolo miracolo.

Tra inevitabili accordi e disaccordi, vi lascio nella speranza che il 2009 possa offrire un qualcosa di buono. Con coraggio, voglia di osare, e idee nuove, se possibile. Buone visioni.


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THE MILLIONAIRE
Postato alle gennaio 27, 2009 19:43 di martedì, 27 gennaio 2009
da: [cinemystic]

Come già accennato nel post precedente, ho seguito fin dagli esordi la carriera di Danny Boyle. L’ho amato subito, ed è stato anche uno dei primi autori che ho studiato in modo professionale, agli albori della mia “carriera”. Ho adorato la brillantezza noir di Piccoli omicidi tra amici. Ho apprezzato l’estatico trip anarcoide di Trainspotting. Non ho sofferto come altri l’esperimento The Beach. Ho applaudito con convinzione le geniali scelte di regia di 28 giorni dopo.

Poi Boyle, a mio avviso, ha perso un po’ di smalto. Millions, partito da un’idea di sceneggiatura intrigante, si è rivelato pulito ma fin troppo piatto, senza guizzi. E il recente Sunshine si è smarrito nell’autocompiacimento, troppo celebrale e ardito, in quanto non supportato da una corazza struttuale adeguata.

Ora arriva questo The Millionaire, trionfatore ai Golden Globes, e probabilmente anche ai prossimi Oscar. E dopo la visione, un senso di perplessità regna in me.

Intendiamoci: l’ultimo Boyle, tecnicamente, è un lavoro sopraffino. Il regista inglese prende e rielabora la materia narrativa a sua disposizione (la parabola trionfale di un giovane prodotto della povera periferia indiana, che riesce a vincere una montagna di soldi in un quiz televisivo, azzeccando tutte le risposte grazie ai ricordi delle traversie della sua giovinezza), con un gusto filmico che ne solidifica le qualità.

Boyle sfrutta una fotografia allettante, alterna piani più classici a inserti rudi, nervosi e quasi videoclippari, e riesce, dimostrando ancora una volta il suo innegabile talento, a rendere quasi epiche alcune sequenze in apparenza improponibili (come la corsa disperata del piccolo Jamal, ricoperto di melma, per ottenere l’autografo del suo eroe preferito).

Molto interessanti le musiche, che sanno fondersi col narrato provocando una qualche emozione, e bravo Boyle ad alternare le sequenze di maggior respiro, di chiaro impatto hollywoodiano, con un’analisi intima e sofferta delle fratture della società indiana, in cui pare recuperare la tradizione del realismo poetico di marca francese (Carnè, Clair, Renoir). Infine, molto bello il balletto autoctono che accompagna i titoli di coda.

Però... però bisogna distinguere l’analisi secondo un punto ben preciso: se vogliamo considerare The Millionaire come una favola, come un racconto fantastico, e dunque per definizione avulso dalla piena realtà, va tutto bene, il film è riuscito, tutto a posto, niente da dire.

Ma se si vuole andare a fondo, e valutare la storia di Jamal come un racconto di formazione “verosimile”, allora francamente sale agli occhi un certo imbarazzo. Perchè la sceneggiatura di The Millionaire è zeppa di coup de theatre non credibili, e non plausibili, chiaramente artificiosi, in qualche caso ridicoli (la fuga, facile facile, dei tre bambini dal covo dei loro aguzzini; Jamal che torna a Mumbai e in un attimo, tra milioni di persone, ritrova la sua amata perduta; il fratello che si spara dopo aver concesso la libertà a Latika, e aver fatto fuori senza alcuna fatica il suo boss). E’ tutto davvero troppo semplice. Il meccanismo stesso delle risposte ai quiz ottenute tramite i ricordi regge all’inizio, ma dopo un po’ tira la corda. E il finale, poi, affoga in una melensaggine frivola che mal si addice alla durezza di base della storia rappresentata.

Ognuno interpreti il film come meglio crede. Per quanto mi riguarda, resta una sensazione a metà, divisa tra il piacere della tecnica ammirata, e la perplessità riguardo all’onestà intellettuale di un film bello e furbo, molto furbo. Forse troppo.


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OSCAR NOMINATIONS
Postato alle gennaio 23, 2009 20:04 di venerdì, 23 gennaio 2009
da: [cinemystic]

Sono state annunciate le nominations agli Oscar. Poche sorprese, direi. 13 candidature per The Curios Case of Benjamin Button di Fincher, 10 per The Millionaire di Boyle, 8 per Milk di Van Sant. Sono questi, probabilmente, i film che si divideranno la maggior parte dei premi più ambiti; premi che saranno quasi certamente ben spalmati, come oramai si usa da qualche anno a questa parte, senza la presenza di un titolo pigliatutto. Incertezza c’è, devo dire, anche se credo che Boyle sia in vantaggio.

Ci si aspettava una nomination come miglior film per The Dark Knight o per Wall-E, e invece sono stati esclusi entrambi, a vantaggio di The Reader di Stephen Daldry (vera sorpresa dell’anno, con 5 nominations in tutto, e Kate Winslet candidata per questo film e non per Revolutionary Road), e per Frost/Nixon di Ron Howard. Un po' di coraggio ogni tanto no, eh?

Ora, che Howard sia il figliol prodigo prediletto dell’Academy, lo si sa da sempre. Che ogni film che fa debba automaticamente essere candidato agli Oscar, è un assioma inconfutabile. Ma insomma, non se ne può più dei suoi polpettoni... e nemmeno di questi drammoni socio-politici in cui il cinema americano si bea di se stesso... basta!

Per il resto, (mi) colpiscono i flop totali di Australia di Luhrmann (candidato solo per i costumi), altra dimostrazione di come la stella splendente di Nicole Kidman sia ormai divenuta opaca e triste, e del suddetto Revolutionary Road (solo 3 nominations, e Di Caprio per l’ennesima volta ignorato).

Incomprensibile il veto imposto quest’anno all’incommensurabile Clint Eastwood, relegato a sole 3 candidature per Changeling e 0 per Gran Torino. Si dirà, “lo hanno già premiato troppe volte, hanno voluto dare più spazio ai giovani”... già, perchè Ron Howard è un giovane? Ridicolo.

Per il resto, piccole note positive: la candidatura di Entre les Murs di Cantet come miglior film straniero (ma tanto vincerà l’israeliano Waltz with Bashir), quella del sommo Werner Herzog tra i miglior documentari, quella di Hellboy 2 per il miglior make-up (ma ne meritava di più), quella postuma di Heath Ledger (che vincerà di sicuro), e quella di Penelope Cruz come non protagonista per il film di Woody Allen (potrebbe farcela). Zero totale per l'Italia.

Va da sè, il mio tifo sarà tutto per Kate Winslet e Sean Penn. Attendo ancora di vedere la triade Fincher-Boyle-Van Sant per poi sbilanciarmi. Di certo non vedrò quello di Ron Howard.

Mi fa comunque piacere vedere come due registi versatili e brillanti, Fincher e Boyle, che conosco bene e che ho seguito fin dagli inizi della loro carriera (rispettivamente con Seven e Piccoli omicidi tra amici), siano negli anni saliti nelle gerarchie fino ad approdare alla conquista di Hollywood. Bravi.


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EDEN LAKE
Postato alle gennaio 16, 2009 16:32 di venerdì, 16 gennaio 2009
da: [cinemystic]

NEW VISIONS – EDEN LAKE

Sono anni, questi, in cui sempre più spesso gli adolescenti affogano nella violenza. Piccoli hooligans che distruggono le scuole, infieriscono sui coetanei più deboli, bruciano il loro futuro, e filmano con il telefonino i loro abusi. Anche il cinema fantastico se n'è accorto, e comincia ora a metterli in primo piano, iniziando a superare il muro d’omertà da sempre presente quando si parla dei giovani, per mostrarne le nefandezze, portavoci di un orrore (quello sociale) ben più generale, profondo e spaventoso.

Registi di fama internazionale negli ultimi anni hanno già messo a fuoco il mondo disilluso di questi adolescenti disperati, pensiamo ad esempio al Van Sant di Elephant e Paranoid Park. Ma sta arrivando anche l’horror, ad esplorare questa tematica; precursori, per certi versi, oltre agli esperimenti sull’estremo compiuti dagli autori giapponesi, sono stati i francesi Moreau e Palud, con l’inquietante Ils – Them, rappresentazione di una terribile violenza perpetrata da una gang di ragazzini senza scrupoli, come ben mostrato nella sconvolgente sequenza finale.

A seguire questo nuovo prodromo di filone narrativo giunge ora Eden Lake, di James Watkins (esordiente, ma autore dello script di My Little Eye e dell’imminente The Descent 2), proveniente dall’Inghilterra, paese in cui il problema della violenza giovanile è molto sentito, e che il governo Blair, nonostante pesanti misure restrittive, non è riuscito a risolvere.

Per ora inedito in Italia, ma presentato allo scorso Ravenna Nightmare Festival, e vincitore del premio della giuria a Sitges, il film merita attenzione.

Una coppia di sposi, Jenny e Steve, decide di concedersi un week-end di vacanza, in campeggio, sul lago di Eden Lake. Appena arrivati, iniziano ad essere scocciati da un gruppo di ragazzini di 12-13 anni, maleducati e irridenti, volgari e irrispettosi. Il clima diviene sempre più teso, fino a che la gang ruba la macchina dell’uomo, il quale per vendetta (ma per sbaglio) uccide il loro cane, scatenando una sanguinosa contesa in cui la violenza esplode a livelli accecanti.


Gli adolescenti diventano carnefici, gli adulti divengono vittime, i ruoli sono ribaltati, i ragazzi sognatori di Stand By Me cadono nel gorgo della rabbia cieca. La messinscena, in un parossistico crescendo situazionale, segue un andamento relativamente schematico, forse fin troppo, correndo verso l’apogeo della fabula in un percorso a tratti persino scolastico.

A ben vedere, però, in un film di questo tipo, sono fondamentalmente due gli elementi che rendono più o meno appetibile la pellicola e innalzano o abbassano la qualità stessa del lavoro: la capacità di mantenere alta la tensione fino alla fine, e il coraggio di andare fino in fondo, scavalcando il tipico desiderio di fornire soluzioni piacenti e consolatorie. Da questi punti di vista, Eden Lake funziona e convince. Il clima falsamente idilliaco della prima parte (un po’ sullo stile di Wolf Creek), circondato dall’oasi paesaggistica in cui si muovono i protagonisti, muta gradualmente in un circolo vizioso e soffocante, in una partitura lisergica capace di innalzarsi progressivamente nella seconda parte; e Watkins il coraggio di andare fino in fondo ce l’ha eccome, tanto da lanciarsi in un epilogo tutt’altro che pacificatorio.


Eden Lake riesce quindi a provocare il giusto fastidio, a far riflettere sulla connivenza con la quale i genitori spesso si ergono a principali colpevoli della follia dei propri figli, e a provocare sani brividi di disgusto in un paio di sequenze in cui il sangue, mescolato alla sporcizia rappresa che ricopre i volti degli attori (Kelly Reilly e Michael Fassbender), scorre in quantitativi discreti.

Se il nuovo filone horror dedicato all’adolescenza violenta si costituirà come reale sottogenere a tutti gli effetti, lo sapremo prossimamente. Per il momento, il film di Watkins concede intriganti spunti d’analisi, e un efferato ritratto di una società sempre più lanciata verso un’amara autodistruzione.


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LASCIA PERDERE, JOHNNY!
Postato alle gennaio 15, 2009 14:24 di giovedì, 15 gennaio 2009
da: [cinemystic]

Poco più di un anno fa, al Torino Film Festival 2007, nel folto programma c’era spazio anche per l’anteprima di Lascia perdere, Johnny!, debutto alla regia di Fabrizio Bentivoglio. Fagocitato dalle infinite visioni, dalle corse pazze da una sala all’altra, dall’overdose di proiezioni, finii per perdermelo; o meglio, lo snobbai in favore di altre pellicole.

Fu un errore. Perchè vedendolo finalmente adesso, mi sono trovato di fronte a una sorpresa piacevolissima, andata oltre a ogni mia previsione.

Il film di Bentivoglio racchiude in sè tanti mondi, tanti microcosmi, mescolati insieme e racchiusi nell’oblò temporale degli anni ’70, dove forse si stava meglio, o forse si stava peggio, o forse in fondo si stava come adesso.

In uno stranito melange di volti, paesaggi e situazioni trovano spazio un giovane chitarrista, orfano di padre, timido e silenzioso, con i capelli incolti e assurdi doposci a piedi, che vorrebbero diventare bravo e famoso ma che per il momento si accontenta di strimpellare due accordi in un’orchestrina di paese; un bidello che terminati i doveri scolastici si traveste da grande musicista, salvo poi cadere nelle grinfie del vino fino a ridursi a parlare da solo, conciato da barbone, in una raminga stazione ferroviaria; un impresario che promette mari e monti e che poi fugge e scompare nel nulla quando comprende di aver giocato tutte le sue (false) carte; un cantante fallito che trova l’occasione per dare un senso alla sua rinunciataria vita; un famoso pianista che veleggia sicuro nella sua sgangherata e suadente vita da boheme, stregando il mondo con il fascino e il carisma che altri possono solo invidiargli.

Bentivoglio regista (e co-sceneggiatore) ha tante cose da dire, da mostrare, da ricordare. E’ ambizioso, e soprattutto coraggioso. E mette in piedi un film che scivola tra divertimento e malinconie, sagome surreali e intense concretezze, musica, canzoni d’amore, invecchiati figli dei fiori, giovani rampanti, ignobili papponi, artisti frustrati, onde del mare e sagre paesane, balli contadini e viscontiane nebbie di città.

Un marasma di contenuti padroneggiato con destrezza dai fratelli Servillo, da Valeria Golino, dal giovane e bravo debuttante Antimo Merolillo, e dallo stesso Bentivoglio attore. Un veemente e nostalgico racconto di formazione in cui talvolta la sovrabbondanza narrativa si palesa, e la confusione stilistica rischia di fare capolino in alcuni momenti, fino ad arrivare a un finale forse non del tutto compiuto.


Ma tant’è, bravo Bentivoglio. Bravo davvero. Lascia perdere, Johnny! è uno dei film italiani più temerari, interessanti, stuzzicanti e originali venuti allo scoperto negli ultimi anni. Anzi, non sembra neanche un film italiano, per come riesce a rifuggire dalle banalità conformiste e dalle dabbenaggini para-televisive che tanto ama il pubblico nostrano.

E infatti, non se l’è filato (quasi) nessuno. Come volevasi dimostrare.


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IL TRIONFO DI KATE
Postato alle gennaio 12, 2009 15:45 di lunedì, 12 gennaio 2009
da: [cinemystic]

Questa notte sono stati assegnati i Golden Globes, tradizionale anteprima degli Oscar, riconoscimenti per certi versi più importanti degli Oscar stessi, perchè vengono assegnati dalla stampa specializzata.

Ha perso Gomorra, battuto dal film israeliano Waltz with Bashir, e la cosa non mi stupisce affatto. Ha fatto incetta di premi The Millionaire di Danny Boyle. E’ stato assegnato, come prevedibile, il premio postumo (ma giusto e meritato) a Heath Ledger.

E soprattutto, è stata la notte del trionfo di Kate Winslet. Doppio premio, doppia statuetta, come miglior attrice protagonista per Revolutionary Road, e come non protagonista per The Readers. Ha battuto Meryl Streep, Angelina Jolie, Penelope Cruz, Anne Hathaway. Un doppio premio che ha del clamoroso, e che non fa altro che riempirmi di gioia.

Ho sempre adorato Kate Winslet. Negli anni è diventata sempre più bella e sempre più brava. A dispetto dei suoi presunti chili di troppo l’ho sempre trovata splendida e sensuale. Coraggiosa, versatile, sprezzante dei rischi, dopo il successo planetario del Titanic ha saputo gestirsi e non perdersi, ha interpretato tanti ruoli, diversissimi tra loro, senza avere mai paura di mettersi in discussione, di mostrare integralmente il proprio corpo, di affrontare parti diverse, difficili e complesse.

Bambina acerba in Creature del cielo, con i capelli blu e arancioni nel bellissimo Eternal Sunshine of the Spotless Mind, traviata dal marchese de Sade in Quills, composta e misurata in Iris e The Life of David Gale, commediante romantica in L’amore non va in vacanza, nuda e sexy in Holy Smoke, emaciata e sofferente in Neverland, sboccata e volgare in Romance & Cigarettes... Kate, mille volti e un talento indiscutibile, cristallino, e ora, ha 33 anni, sempre più florido e vincente.

Appuntamento tra un mese, per (si spera) il sacrosanto Oscar.


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LES ENFANTS DU PARADIS
Postato alle gennaio 07, 2009 16:03 di mercoledì, 07 gennaio 2009
da: [cinemystic]

Nel 1990, attraverso un sondaggio, i francesi proclamarono Les Enfants du Paradis (Amanti Perduti nella versione italiana), di Marcel Carné, come il più bel film della storia del loro cinema. Con la solita intelligenza e lungimiranza.

Perchè questo è davvero un capolavoro senza tempo. Girato nel 1944-45, durante l’occupazione nazista in Francia, verso la fine della seconda guerra mondiale, attraverso enormi problematiche realizzative (tecnici ebrei che non potevano lavorare, tecnici collaborazionisti che sparivano da un giorno all’altro, location inagibili), scritto da Jacques Prevert, interpretato dai migliori attori francesi dell’epoca (quelli rimasti, perchè alcuni, come Jean Gabin, si erano rifugiato a Hollywood), ancora oggi, a una sua revisione, si conferma un film immenso.

Ambientato negli ambienti teatrali della Parigi dell’800, e circondato da scenografie sontuose, racconta una meravigliosa storia d’amore destinata al fallimento, nella rielaborazione di quella corrente letteraria e cinematografica già elaborata da Vigo e Renoir (il realismo poetico), derivante dal surrealismo e dal naturalismo ottocentesco di Zola e Flaubert, di cui lo stesso Carné si era reso alfiere nei suoi lavori precedenti, tra cui ovviamente Il porto delle nebbie.

Les enfants du paradis (il titolo deriva dagli spettatori di teatro, quelli poveri, che visionavano gli spettacoli dal loggione, mentre ai ricchi erano destinati i posti in platea) racchiude in sè le migliori significazioni del cinema più puro, e al contempo lascia convergere nella propria narrazione il feuilleton, il romanzo d’appendice, la poesia, il teatro alto e quello basso, la musica, la danza, la pantomima, la pittura. Un’opera d’Arte totale, nel vero senso della parola, una volta tanto. E al contempo una chiara metafora della resistenza contro la guerra, e un sontuoso melodramma di struggente intensità.

Finora, in Italia, circolava solo in una vergognosa e castrata versione lunga 90 durata. Lode e onore alla BIM, che ha invece da pochi mesi editato un Dvd in cui è possibile finalmente vederlo nella sua versione originale, rimasterizzata e soprattutto integrale (181 minuti), così da poter seguire con precisione la narrazione e apprezzare appieno le interpretazioni in lingua originale di Arletty, Pierre Brasseur e Jean-Louis Barrault, nell’indimenticabile ruolo del mimo-pierrot Baptiste.

Un Dvd indispensabile, che ogni appassionato di cinema dovrebbe categoricamente avere nella propria collezione. Sì, Les Enfants du Paradis è probabilmente il più bel film francese, ed è senza dubbio uno dei più grandi film dell’intera storia del cinema.

Fascinazione senza limite, scolpita nell’eternità.





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PLATOON
Postato alle gennaio 05, 2009 13:59 di lunedì, 05 gennaio 2009
da: [cinemystic]

Se c’è un regista per cui nutro profonda avversione, nell’odierno panorama hollywoodiano, questi risponde al nome di Oliver Stone. Un autore a mio avviso fortemente sopravvalutato, lodato e incensato da lustri oltre ai propri effettivi meriti, tanto bravo ad accattivarsi i favori di pubblico e critica quanto portavoce di una poetica filmica povera e derivativa.

Stone è un po’ il simbolo dell’America retorica, supponente, che idolatra fantocci di nulla e si bea della spettacolarizzazione dell’evento fine a se stessa. Un’America che balbetta, inciampa, si toglie la polvere e si atteggia a padrona del mondo, in cui Stone veleggia sicuro nelle orgie visive a cui ogni volta si (ci) costringe, finendo spesso ad impastoiarsi in una melensaggine filmica francamente insopportabile.

Tra minestroni atroci (ad esempio The Doors e Wall Street) e lavori discreti ma sopravvalutati (JFK, Nato il 4 luglio, perfino Natural Born Killers, bel giocattolino però vuoto al suo interno), la carriera di Stone è proseguita leggiadramente cadendo senza appigli in un burrone profondo, fino a toccare il fondo nell’imbarazzante World Trade Center (e a quanto ho sentito dire anche il nuovo W. non è da meno).

Eppure, tra un disastro e l’altro, c’è un film di Stone che riesco a promuovere a pieni voti, e la cui (re)visione mi provoca sempre emozione e inalterata fascinazione, ovvero Platoon, anno 1987. Un concentrato di alterità fisica e filmica, in cui il gusto dell’estremo sfiora il paradosso nella voluta esasperazione di ogni gesto, sguardo, evento, svolta. Lontano dall’effimera ampollosità, una volta tanto, Stone getta anima e corpo nella trasposizione della sua stessa vita (per 15 mesi egli combattè realmente nei campi di battaglia del Vietnam), immergendoci in un verde copioso e soffocante. Il verde della giungla, delle foglie, delle divise dei militari, il verde della speranza che muore e rinasce ogni giorno e ogni notte negli interminabili attimi entro cui quei ragazzi convivono in ciascun istante con il terrore del dolore.

Senza perdere tempo, senza pleonasmi, Stone per due ore ci catapulta in un pozzo senza fondo, in mezzo a formiche e sanguisughe, tra l’odore del napalm e il fluire del sangue, tra bombe in buca e villaggi sterminati; anche noi possiamo chiudere gli occhi, provare a essere là, e guardare in faccia quegli uomini senza più un Dio in cui credere, uomini ridotti a bestie, che travisano nella droga l’urlo disperato della quotidianità, e finiscono ad ammazzarsi tra loro nell’apogeo dell’inevitabile follia.

E così, tra sequenze di pura battaglia lunghe, concitate e tecnicamente pregevoli, e momenti di (finto) relax in cui lo spettatore così come il soldato è costretto a rimanere sempre all’erta (perchè nella giungla non si dorme mai veramente), il luciferino Willem Dafoe si nutre della foresta e si mimetizza in essa con straordinario talento, il rude Tom Berenger sputa in faccia al destino per urlare al cielo la propria virilità, e l’adepto Charlie Sheen abbandona il sentiero dell’umanità per scivolare un passo alla volta nel gorgo ferino di un abisso senza più luce.

Se Apocalypse Now (irripetibile e sublime capolavoro fondante l’anima stessa dell’Arte visiva) rimane il più bel film di guerra della storia del cinema, e La sottile linea rossa (splendida e limpida dissertazione filosofica applicata al cinema) resta il miglior war-movie degli anni contemporanei, Platoon si ferma solo un gradino sotto, insieme a Full Metal Jacket. Quattro Oscar giusti e meritati, per l’unico Stone realmente indispensabile, tra lo strazio e la fuliggine, le stelle nel cielo e gli arti mozzati.

L’inferno, è l’impossibilità del pensiero.


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PARANOID PARK
Postato alle dicembre 22, 2008 16:25 di lunedì, 22 dicembre 2008
da: [cinemystic]

Il 23 gennaio uscirà nelle sale italiane Milk, di Gus Van Sant, film che tratterà del primo attivista politico americano dichiaratamente gay, e di come venne assassinato da un suo rivale. Impreziosito dall’interpretazione di Sean Penn, parliamo di uno dei più seri candidati per la Notte degli Oscar (in cui dovrebbe sfidare The Millionaire di Boyle, Il curioso caso di Benjamin Button di Fincher, Frost/Nixon dell’onnipresente Ron Howard, Revolutionary Road di Mendes, e forse chissà, Wall-E).

Potrebbe essere l’anno del trionfo di Van Sant, e allora, aspettando Milk, mi è sembrato giusto dare una ripassata al suo penultimo lavoro, quel Paranoid Park uscito in pratica un anno fa. Ormai il regista del Kentucky si è altamente specializzato nella narrazione di storie riguardanti adolescenti inquieti, soli, travolti dal mondo che li circonda, incapaci di trovare parole e gesti atti a mostrare all’ineffabile mondo adulto il loro disagio verso la vita che li circonda.

Un cinema, quello di Van Sant, che peraltro affonda da sempre le proprie radici nella ribellione, nella protesta, in un circolo di rabbia e disperazione entro cui i suoi attori ballano tristemente un tango di perdute speranze. Fin dai tempi di Drugstore Cowboys, passando per il respiro alacre di Belli e Dannati e per l’empietà oscura di Will Hunting, fino ad arrivare alla deflagrazione di Elephant, ci siamo dovuti scontrare con un cinema scortese eppure elegante, sporco eppure affascinante, abile manovratore di sguardi e sentimenti ma anche, talvolta, capace di deviare verso il centro della terra in una nuvola di lancinante grigiore.

Paranoid Park non si allontana affatto da questo meccanismo, per il quale l’attrazione / repulsione verso il narrato si fa sentimento unico e contrario nel mentre della visione. Un altro ballo disperato, un’altra totentanz diluita verso un destino segnato, un altro viaggio nei meandri della giovanile inettitudine alla vita. In questo caso, però, mi è parso che Van Sant abbia perso di vista l’elemento decisivo con il quale innalzare il livello del proprio cinema: la concretezza. Sì, quella praticità materica e altresì psicologica che ci forniva il senso profondo delle sue condannate storie. Elephant, ad esempio, era un film soffocante, indelicato, spietato e crudele nel modo giusto, pragmatico e viscerale.

Paranoid Park, invece, pare afflosciarsi in un supponente gioco di regia entro cui Van Sant si lascia prendere la mano, esagerando in ralenti, decostruzioni della scena, silenzi artificiosi, mescolamento dei tempi. Diviene così un film svolazzante, farfallino, che solo a tratti sa ritrovare quella densità di manovra propria dei suoi lavori migliori.

Tutto sommato, si conferma una certa discontinuità di fondo, che da sempre permea l’opera di Van Sant, capace di emozionare realmente pubblico e critica con i suddetti Drugstore Cowboys, Belli e Dannati, Will Hunting (che resta il suo capolavoro), o anche di sorprendere ed entusiasmare traviando Nicole Kidman nell’ottimo Da Morire o sputandoci in faccia l’amaro calice dei ragazzi di Elephant; ma purtroppo, talvolta, incapace di deludere, nella pleonastica operazione metafilmica di Psyco, e nell’insopportabile confusione stilistica di Last Days, oppure di preparare ricette riuscite solo a metà, come in Scoprendo Forrester o in Paranoid Park. Di buono c’è che comunque, da lui, ci si può sempre aspettare l’idea vincente. E dunque, andiamo con fiducia verso Milk.


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GO GO TALES
Postato alle dicembre 18, 2008 15:00 di giovedì, 18 dicembre 2008
da: [cinemystic]


Abel Ferrara è uno dei pochi registi realmente indispensabili rimasti in circolazione. Con la sua violenta poetica, la carica iconoclasta, la rabbia incontrollata, l’anarchia

di pensiero e visione. Un bohemien nato nel secolo sbagliato, un folletto dotato d’infinita classe,

un drammaturgo di rara profondità emotiva, sempre pronto a scannerizzare parole e immagini, sangue e sporcizia, umori e liquami, per partorire progenie delittuose e insaziabilmente deliziose.

Dopo il gustoso pus underground (per dirla alla Moretti) di The Driller Killer, L’Angelo della vendetta, Il cattivo tenente e Body Snatchers, dopo la raf

finata anarchia di The Addiction, King of New York, New Rose Hotel e Fratelli, dopo lo splendido (e incompreso) Mary, ormai Ferrara da qualche anno è uscito definitivamente dalla prigione del sottobosco e del rifiuto, della cafonaggine e della di lui paura, per ergersi ad autore di serie A, riconosciuto da tutti come tale.

Ed è per questo che ormai Ferrara può permettersi di fare quello che vuole. Anche un film come Go Go Tales, il quale, diciamolo pure, è puro pleonasmo. Cento minuti fuori orario, tutto in una notte, interamente immersi nelle luci del buio. Un locale di spogliarelliste, con le infinite deviazioni e derivazioni del proprio microcosmo. Un gestore che si mangia tutti i soldi fottendoseli al gioco, una matrona che vuole chiudere tutto perchè si è stancata di non essere pagata, ballerine che si ribellano perchè di lavorare gratis proprio non ne hanno voglia.

E nel mentre, baristi che stanno lì da una vita, papponi e magnaccia, comitive di giapponesi eccitati, freaks della notte, artisti falliti e rifiuti della società, gente che critica il Paradise ma in realtà ce l’ha nel cuore e ad andarsene non ci pensa proprio. Alcool come se piovesse, soldi e ancora soldi, luci al neon, musica ipnotizzante, macchina da presa svolazzante, corpi femminili caldi e sudati che si dimenano sulle assi del palco. Tette e gambe e trucco pesante, banconote infilate nelle mutandine, calze a rete e costumi e schiene spalmate di voluttà.

A metà tra Scorsese e Altman, Ferrara s’immerge in un divertissement d’altri tempi, facendoci respirare il roco odore dell’eterna notte della dannazione. Con la libertà creativa che (quasi) solo lui può permettersi, scivolando in un flusso narrativo che mi vien da paragonare solo ai Goodfellas, il cantore della perdizione mette poi insieme un cast allucinogeno, regalando ruoli all’apparenza impossibili.

Un flusso di vene palpitanti in cui trovano posto Willem Dafoe, che canta, strabuzza gli occhi e si diverte un mondo; Asia Argento, che fa la lap dance, ci fa vedere il suo tatuaggio inguinale e ficca la lingua in bocca a un Rottweiler; Bob Hoskins, che ostenta per l’ennesima volta la sua eterna bravura; Riccardo Scamarcio (!), che compare in scena con il suo sorriso ebete e si ritrova cornuto e mazziato; Romina Power (!!) che legge l’estrazione dei numeri del Lotto; Burt Young, che vince un concorso a premi; Andy Luotto (!!!) che sprofonda nell’abiezione del mercante di sogni; e pure Stefania Rocca, che (s)vestita da go go dancer mette in scena una sensualità fuori dal comune, e un erotismo puro da far girare la testa ai morti (altro che le frigide starlette americane).

Senza tregua, dal magnifico dolly della sequenza iniziale al beffardo sguardo di ghiaccio di Dafoe nel finale, Ferrara ci trascina in un vortice fumoso di fascino antico. E dire che questo è il film più inutile della sua magnifica carriera, eppure batte per distacco la gran parte delle cazzate che escono nei cinema in questi tempi disastrati. Go Go Tales, pleonasmo dorato. Gloria a lui.


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CULT COLLECTION - CHINA BLUE
Postato alle dicembre 12, 2008 16:13 di venerdì, 12 dicembre 2008
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION

- CHINA BLUE -

A suo modo, Ken Russell è sempre stato un genio. Iconoclasta, ribelle, spregiudicato, visionario. Icona del cinema gay (non a caso il Gay & Lesbian Festival di Torino gli ha dedicato una bella retrospettiva nel 2006), ma anche di quello etero, da sempre diviso tra la televisione e il cinema, tra prodotti alimentari e standardizzati e creazioni filmiche in cui poter invece dar sfogo a tutta la propria carica distruttiva. Feroce nella sua lotta contro la banalità della morale, iroso nei suoi inni per la liberazione sessuale, sempre ironico al punto giusto, autore di un cinema felicemente colorato, passionale, sboccato, delirante, ingenuo e mefitico nella propria brillantezza. Dal 1956 ad oggi non ha mai smesso d'inventare, girovagando come un apolide nei meandri della notorietà, non rinnegando mai il proprio insaziabile istinto ludico, raggiungendo l’apice della sua carriera con quel meraviglioso capolavoro anticattolico e anticlericale che risponde al nome di The Devils (1971), navigando poi tra commedie e drammi, biografie romanzate ed esperimenti narrativi, surrealismo filmico e provocazioni imperiose. Da Tommy a Valentino, da Stati di Allucinazione a Gothic, da Il messia selvaggio a Lisztomania... passando per China Blue (1984).

Già, China Blue (Crimes of Passion in originale), bell’esempio di cosa fosse (sia) il cinema di Ken Russell. Visionario, barocco, pittorico, decostruzionista, spietato, romantico, antinaturalista, erotico, all’occorrenza ai limiti del pornografico, ma raramente inetto e volgare.

In questo film, bello e inafferrabile, ci sono sulla scena 3 personaggi, con i loro scultorei contrasti. Lei, Joanna Crane (Kathleen Turner), donna in carriera di giorno e puttana di notte, fulgida bellezza, trasformismo senza limiti, una piccola tigre in grado di fare ogni cosa pur di soddisfare i clienti, ma in fondo profondamente e disperatamente sola; lui, Donny Hopper (Bruce Davison), appassito da una carriera andata in fallimento e da una moglie bigotta e frigida, che incaricato di una missione di spionaggio aziendale (pedinare la vita notturna di Joanna/China Blue) finisce per innamorarsene; e infine l’altro lui, il reverendo Peter Shayne (Anthony Perkins), prete intento a compiere la missione di salvare dalla perdizione le pecorelle smarrite, prete che però va in giro con vagine di gomma e vibratori enormi nella borsa, si droga in abbondanza, e sfoga sulle bambole gonfiabili la propria inarrestabile libidine repressa.

3 personaggi in cerca di vita, d’amore, di comprensione, in un universo sporco, squallido e crudele. Bagliori notturni, intermittenti luci al neon, scene erotiche di grande classe (come quando China Blue bacia il piede di Hopper per poi risalire su, sempre più su, fino all’apice del piacere), la violenza che inevitabilmente esplode nel finale... un asimmetrico carillon di sentimenti e sensazioni che vola verso la redenzione negata, l’abiezione forzata, il sesso onnipotente.

Kathleen Turner è coraggiosa e bellissima, e Anthony Perkins, bhè, è Anthony Perkins, nell’ennesima parziale variazione dell’unico vero personaggio di tutta la sua carriera (ovviamente il folle Norman Bates di Psyco). Uno dei migliori film di Russell, da rivedere con gusto e voluttà, nel nome della libertà di pensiero e parola.


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HOSTEL part 2
Postato alle dicembre 09, 2008 16:05 di martedì, 09 dicembre 2008
da: [cinemystic]

Premessa: ho detestato il primo Hostel. Uscito con un battage pubblicitario esorbitante, spacciato come uno dei film più sconvolgenti di tutti i tempi, e altri sproloqui vari, si è rivelato un polpettone insopportabile, stracolmo di violenza gratuita, banalità di scrittura, tette e culi al vento senza logica, inserti splatter risibili e puramente artificiali, al servizio di adolescenti dementi e infestati da incontrollabili smanie ormonali. Uno dei peggiori horror degli ultimi anni.

Detto ciò, al momento della sua uscita, ho accuratamente evitato Hostel Part 2. L’altra sera, attratto da una delle mie solite voglie masochiste, ho deciso alfine di affrontare l’imponderabile. Qualche volta il coraggio (dicesi follia?) però paga, tant’è che mi sono stupito e divertito, in quanto questo Hostel 2 è nettamente meno peggio del primo. Meno volgare, meno stupido, meno insulso, diretto con un pochino più di decenza, con una costruzione della storia maggiormente sensata, e almeno un paio d’idee realmente interessanti: la scelta di far vedere allo scoperto gli aguzzini, e di mostrarli intenti a chiacchierare pacatamente su ciò che stanno per andare a fare, quasi a voler teorizzare un’infantile innocenza dal Male, e la mercificazione del corpo ridotta addirittura a mero strumento di gioco (la bella sequenza in cui i futuri torturatori si lanciano in un’asta telematica in tempo reale per aggiudicarsi le donzelle disponibili, il che ricorda l'australiano Feed). Visivamente attraente, poi, il bagno di sangue della "contessa Bathory" nella prima metà del film.

Molto più scontato, visto e stravisto invece il cambio di prospettiva della donna che da vittima diviene essa stessa inclemente giustiziere. Ma non si pretenda troppo. Hostel 2 è simpatico e godibile, e non l’avrei mai pensato. Memorabile, infine, la battuta dedicata alla bionda quasi morente: “abbiamo un’offerta speciale, ma è valida solo per i prossimi 20 minuti”, con susseguente bonaria apparizione di Monsieur Cannibal Ruggero Deodato.

PS: in un’intervista di lancio al film quella gran macchietta di Tarantino ha dichiarato: “Eli Roth è il maestro che da anni aspettavamo. Ho scelto lui per dirigere i due Hostel perchè il suo primo film, Cabin Fever, mi ha letteralmente stregato: l’ho visto 7 volte !! “.

Ora, i casi sono due: o Tarantino non ha proprio niente da fare nella sua vita, o ha sparato una gran cazzata. Va bene che Cabin Fever è un ottimo film, ma 7 volte ??? Quanto a Eli Roth assunto a maestro venuto dal cielo per esaudire le nostre preghiere, bhè, è meglio stendere un pietoso velo di commiserazione...


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CEMENTO ARMATO
Postato alle dicembre 05, 2008 14:58 di venerdì, 05 dicembre 2008
da: [cinemystic]


Circa un anno e mezzo fa uscì nei cinema nostrani Cemento Armato, gangster noir italiano di Marco Martani. Il noto web magazine Sentieri Selvaggi (sul quale da anni dirigo la rubrica dedicata all’horror e affini) pubblicò una recensione a dir poco entusiasta, glorificando il film come un vero e proprio capolavoro, un’opera emozionante e imperdibile, uno splendido affresco in grado da solo di rilanciare le sorti del derelitto cinema italiano. Sorrisi a leggere quelle parole, perchè pur ammettendo di non aver ancora visto il film, mi risultava davvero impossibile credere a cotanto insigne valore declamato a pieni polmoni dalla redazione.

Cemento Armato l’ho visto ora, finalmente. Meglio tardi che mai. E nonostante tutto il mio scetticismo, devo in gran parte ricredermi. Le parole di Sentieri erano e restano eccessive, ma questo è davvero un film di valore. Martani ambienta la sua storia in una Roma assunta a giungla del Male, della corruzione e della connivenza. Riesuma temi cari al gangster movie di tradizione statunitense, e persegue la strada tracciata un paio d’anni prima da quel gran bel Romanzo Criminale di Placido. Alcuni personaggi e dialoghi paiono troppo stereotipati, alcune sequenze troppo confuse o decisamente non credibili, e la rappresentazione dei due protagonisti, il giovane delinquentello e il Boss dei Boss, assume purtroppo i volti di Nicolas Vaporidis e Giorgio Faletti. I quali recitano in modo mediocre.

Eppure, nonostante questi palesi difetti, il film risulta essere tesissimo, appassionante, coinvolgente, senza respiro, piacevolmente soffocante, ben scritto, con idee intriganti, diretto con mano ferma, senza cadute nè pause nè concessioni alla logica televisiva.

Cinema vero, derivativo finchè si vuole, ma solido. Faletti-Corleone danza nella sua lucida abiezione, la scena dello stupro arriva improvvisa e disturba non poco, la caccia al gatto col topo tra i due protagonisti (che si cercano a vicenda senza saperlo e per diversi motivi) resta in piedi fino alla fine in un crescendo d’emozioni, l’orrore sovrasta i sentimenti, e i personaggi secondari (tra cui un ottimo Ninetto Davoli) svolgono con perizia la loro funzione di aiutante/antagonista a seconda dei casi. Si annusa la polvere da sparo, si scappa smarriti nei vicoli romani, si contano i morti, si partecipa col cuore. Bravi tutti quelli che hanno creduto in questo piccolo gioiellino.

Cemento Armato è senza dubbio uno dei migliori film italiani degli ultimi anni. Leggo che gran parte della critica, pronta in altri momenti a osannare immonde porcate, l’ha stroncato con decisione e cattiveria. Pazienza, mi tengo la mia opinione. Con un film così si comincia quasi a sperare che il cinema di queste terre agonizzanti possa in qualche modo rinascere. Poi si guarda il box office, e si scopre che gli italiani affollano in branco le sale sbavando per vedere High School Musical e il nuovo di Massimo Boldi o dei Vanzina. E allora la depressione torna a regnare sovrana... che dire, l’Italia morirà, questo è certo. Anzi, è già morta. Ma Cemento Armato resta un bel film. Non a caso, sbeffeggiato dagli italiani, ha vinto invece dei premi all’estero. E questo dimostra tante e tante cose.


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Parigi / Piccola ode a Juliette Binoche
Postato alle dicembre 04, 2008 16:46 di giovedì, 04 dicembre 2008
da: [cinemystic]

Chi mi conosce sa che non potevo esimermi dal guardare questo film, uscito quest’anno, diretto da Cedric Klapisch. Tante microstorie, ambientate nella Ville Lumiere, che si svolgono parallelamente per poi avvilupparsi su se stesse e talvolta finire a convergere. Personaggi principali, altri secondari, alcune semplici macchiette, pietanze principali e contorni, toni da melò, aneliti di tragedia e spunti da commedia. Niente di memorabile, comunque. Un film di mestiere, scritto con la solita puntualità e precisione francesi, che scorre via per 120 minuti con costanza ma senza sprazzi mirabolanti.

Due sono però i motivi che rendono indispensabili la visione.

Il primo, va da sè, è la stessa Parigi. Ambientare due ore di film in mezzo alle vie della città più bella del mondo, equivale a mettere il proprio denaro in cassaforte. Sequenze ambientate a Montmartre, sui ponti della Senna, sotto alla Tour Eiffel, in mezzo ai mercatini di frutta e verdura. Gioielli d’Arte e di Storia visti da vicino, o ripresi sullo sfondo, sempre però presenti a far sentire il proprio immortale respiro. Parigi in cui “nessuno è mai contento, tutti si lamentano, però ci piace”, come confessato dal giovane protagonista, mentre a bordo di un taxi percorre le vie della città diretto all’ospedale dove si dovrà operare con il rischio di morire. Un’operazione di cui non sapremo mai l’esito, perchè non è ciò che più importa: in mezzo a tutto, apogeo di ogni destino, sta lei, Parigi, suprema Dea dalle infinite sembianze.

Il secondo motivo, ha un nome e cognome, e si chiama Juliette Binoche. Un’attrice semplicemente straordinaria, che forse più di ogni altra incarna l’insuperabile bellezza delle donne di Francia. Si è costruita da tempo una carriera più che solida, passando con invidiabile facilità dalla commedia al dramma (da Il Paziente Inglese a Niente da Nascondere, da Chocolat alla trilogia dei colori di Kieslowski), privilegiando la madrepatria senza però disdegnare incursioni in produzioni americane, e oggi, superati i quarant'anni, è più bella (e brava) che mai. Deliziosa, nel film di Klapisch, in ogni suo gesto e parola ed espressione. Deliziosa quando improvvisa un goffo spogliarello, così come quando al mattino compra la frutta con indosso sciarpa e berretto di lana. Deliziosa quando sorride e quando piange, quando ben vestita partecipa a una festa o quando si muove per casa senza nemmeno un filo di trucco (vero Nicole Kidman? Prendi esempio, tu che ti stai trasformando in una specie di mostro, a forza di imbottirti di botox o come cavolo si chiama). Juliette, una Musa candida, spontanea, acqua e sapone, sexy quando serve, dolce spesso, perfetta sempre, volgare mai.

Se qualche tempo fa avevo dedicato un post a Emmanuelle Beart, emblema dell’erotismo alla francese, ora è giusto dedicarne uno a Juliette Binoche, che in fondo è l’essenza uguale e contraria della Beart, ovvero il simbolo del carattere e della determinazione di un’attrice vera, e della pura e incontaminata bellezza transalpina, una bellezza sincera, ammaliante, rassicurante, vibrante.


Una bellezza senza tempo. E senza trucco.











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CULT COLLECTION - CABAL
Postato alle novembre 14, 2008 07:50 di venerdì, 14 novembre 2008
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION - CABAL


Per fortuna questo non è un film dimenticato, né bisognoso di rivalutazione. La sua (giusta) fama bene o male ce l’ha, e mi pare sopravviva con sicurezza all’oblio del tempo che scorre. Eppure, se capita di trovarselo davanti, merita senz’altro una revisione.

E’ davvero un peccato, che nel corso della sua lunga carriera l’esimio Clive Barker abbia mantenuto un rapporto solo marginale con il cinema. Perché al di là delle sue superbe doti di scrittura, ha dimostrato, nelle poche occasioni in cui si è messo dietro la macchina da presa, di poter padroneggiare con destrezza anche il mezzo filmico. Soltanto 5 film diretti, due corti (Salomè e The Forbidden), il meraviglioso capolavoro Hellraiser, l’incompiuto ma interessante Il Signore delle Illusioni, e Cabal, tratto dal suo stesso romanzo. Poi altre partecipazioni in veste di produttore, tra le quali va ricordato soprattutto il benemerito Candyman, unica icona di quegli anni in grado di rivaleggiare almeno parziamente con l’infinita saga di Nightmare, e alcune incursioni come sceneggiatore (di recente un paio di episodi dei Masters of Horror, e il nuovo attesissimo Midnight Meat Train). Niente più tentativi di regia, dal 1985 ad oggi, ahinoi.

Cabal è uno spettacolo visivo con pochi eguali, dal punto di vista meramente tecnico, scenografico, coreografico, effettistico. Make up potente e variegato, pittura in movimento, pareti colme di antichi graffiti, sfondi (finti) mirabilanti; una delizia per gli occhi, e un gioco di abiezione che sfiora il fumetto per sfociare nell’orrore più puro. Se si possono in qualche modo indicare come predecessori stilistici l’ineguagliato Freaks di Tod Browning e il più innocuo La città dei mostri di Corman, è anche chiaro che le tematiche di fondo, basate sull’alterità, sulla mancanza di accettazione del diverso, sul rinnegamento della razza umana in quanto tale, sulla sensualità ferina, sono profondamente radicate nell’immaginario di Barker.

A onor del vero, poi, la sceneggiatura sconta alcuni limiti di coerenza e concretezza. Se il romanzo (Nightbreed) è fluido e convincente, il film si attorciglia invece su se stesso, cadendo in buche (il)logiche abbastanza profonde. Ciò a dimostrare quanto annosa e cementata sia la difficoltà di trasporre l’opera letteraria in cinema, perfino nel caso in cui l’autore di entrambi i lavori sia il medesimo.

Resta comunque un film estremamente affascinante, che trasuda vero horror in ogni istante, non manca di brillante e mai invasiva ironia, usa lo splatter con parsimonia, e si avvale di una gustosa e divertita recitazione di David Cronenberg nei panni dello psicologo omicida. Si tifa per le creature, chiaramente, una tribù di cannibali reietti del diavolo che merita tutta la solidarietà possibile; e riguardando Cabal, anche adesso, si respira ancora quell’aria genuina di notti horror… quelle notti dei primi anni ’90 trasmesse da Italia 1, notti che ormai non ci sono più.


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ONDE
Postato alle novembre 10, 2008 10:45 di lunedì, 10 novembre 2008
da: [cinemystic]

Film interessante questo Onde, di Francesco Fei, anno 2005. Per una volta il cinema italiano offre un lavoro fresco e stimolante, lontano dalle dabbenaggini para-televisive e dai pastrocchi pseudo sociologici. Infatti Onde è un film che trasuda profondo cinema, un cinema magari azzardato e sperimentale, ma meritevole di approvazione. La storia d'amore tra due "diversi", un non-vedente e una ragazza dal viso sfigurato, sullo sfondo di Genova e del suo mare, diventa un'esperienza filmica tattile, sincopata, straniante. Suoni ovattati, dialoghi che si perdono nel silenzio e poi tornano a salire, spazi temporali che si intrecciano e confondono. Rumori, profumi, sapori, sensazioni sempre sollecitate.

Certo alle volte Fei, ex regista di videoclip qui al suo primo lungometraggio, si lascia prendere un po' la mano, e sovraccarica eccessivamente gli snodi narrativi, finendo per approdare a un po' di confusione, e a mollare a metà strade solo accennate.

Ma resta un tentativo apprezzabile di costruire una piccola storia e di gestirla in modo anti-convenzionale, mettendo da parte il puro aspetto visivo e visuale del cinema per dare spazio alla libera espressione del senso e di tutti i sensi che l'uomo possiede.

E poi c'è Anita Caprioli, che da tempo giudico come una delle migliori attrici italiane in circolazione. Pure qui, pur deturpata nella sua bellezza, lo conferma. Brava, spontanea e intensa, meriterebbe vetrine anche più prestigiose.


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PREMI e APPLAUSI (?)
Postato alle novembre 07, 2008 13:52 di venerdì, 07 novembre 2008
da: [cinemystic]

Apprendo ora che quel gran spreco di talento di Frontiere(s) ha vinto il Ravenna Nightmare Film Festival. Decisione facile, scontata, che non mi sorprende affatto. Peccato però che uno come Ruggero Deodato (era a capo della giuria) vada a premiare la non-originalità, invece di dare spazio ad autori che cercano di mettere in mostra qualcosa di nuovo...

Ma d'altronde, non è una novità, io non sono quasi mai d'accordo con i verdetti delle giurie dei festival. Tanto per rimanere a Ravenna, mi ricordo ad esempio che due anni fa vinse Ils - Them, film discreto e interessante ma secondo me non il migliore di quell'edizione, e che tre anni fa vinse Satan's Little Helper (Halloween Killer) di Jeff Lieberman, film simpatico ma nettamente inferiore ad almeno altri 3/4 film in concorso in quella circostanza.

L'unica variante fu nel 2006 all'horror festival di Pesaro, quando stranamente, per una volta, fui d'accordo con il verdetto che premiò Nella Mia Mente di Pastrello... cosa strana, anche perchè io ero uno dei membri della giuria... :)

Auguro a tutti un tranquillo week-end di paura !!


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NEW VISIONS - "STUCK" di Stuart Gordon
Postato alle novembre 06, 2008 14:13 di giovedì, 06 novembre 2008
da: [cinemystic]

RUBRICA NEW VISIONS

- STUCK -

Sia lodato Stuart Gordon. E sia pure benedetto. Avevo appena finito di annunciare la mia incipiente depressione, causata dalla delusione per Frontiere(s) e dal trauma dell’immondo Doomsday, ed ecco che arriva lui, paladino delle anime perse, a ridarmi fiducia nel cinema e nell’intera umanità.

Per i pochi novizi che magari non sapessero, Gordon da oltre vent’anni è uno dei più brillanti autori che navigano nell’horror e negli altri generi più oscuri e affini. Dal 1985 ad oggi ha diretto, tra gli altri, il meraviglioso e ineguagliabile Re-Animator, l’ottimo e genuino Dolls, l’interessante From Beyond, il fantapolitico 2013: la fortezza, il lovecraftiano Dagon, i brillanti Edmond e King of the Ants, e un paio di riusciti episodi dei Masters of Horror. Partito dallo splatter più puro, membro di una bella factory che comprendeva l’amico Brian Yuzna, pronto a interscambiarsi con lui di volta in volta i ruoli di sceneggiatore, regista e produttore, e l’attore-feticcio Jeffrey Combs, ha negli ultimi anni virato la sua poetica verso un noir intessuto di grottesco e surrealismo, mantenendo costante la buona qualità del suo lavoro.

Il suo ultimo parto, Stuck, per ora inedito in Italia (ma si trova facilmente sul web), è un gioiello.


Un uomo e una donna. La giovane Brandi (Mena Suvari), e il meno giovane Thomas (Stephen Rea). Lei lavora in un ospedale, pulisce il sedere agli anziani, s’impasticca un po’ alla sera per divertirsi, e sta per essere promossa a capo-infermiera. Lui era un project manager di successo, ma ora è senza lavoro e perfino senza casa, tanto da ritrovarsi a fare il barbone. A inizio film seguiamo le loro vicende in montaggio parallelo. Poi, una notte, lei investe lui, e lui rimane incredibilmente incastrato tra i vetri del parabrezza della macchina. Brandi è sconvolta, non sa che fare, non vuole chiamare il 911 per paura di doversi assumere la colpa dell’incidente. Thomas è gravemente ferito, immobilizzato nel suo sangue, ma è ancora vivo, e tra un rantolo e l’altro chiede aiuto. Brandi nasconde l’auto nel garage. Da qui parte uno scorsesiano viaggio all’inferno, a ritmi sincopati, scandito in in meno di 24 ore, per combattere il senso di colpa (lei) e per salvarsi la vita (lui).

Quanti temi ci sono, in soli 80 minuti di film: l’inadeguatezza e la crudeltà delle istituzioni, il degrado urbano della società, la ghettizzazione delle periferie, la solitudine, l’abbandono, l’umiliazione, l’orrore della colpa, la moralità dell’individuo, l’egoismo, la paura, la solidarietà, la voglia incrollabile di restare in vita…ci sarebbe infinita materia di analisi.

Cari Marshall, Gens, Balaguerò, e compagnia cantante: invece di scopiazzare a destra e a manca, indossate il grembiulino di scuola, sedetevi al vostro banco, studiate, e imparate. Imparate come da una sola singola idea, per di più apparentemente ridicola (un uomo incastrato nel parabrezza di una macchina), si possa ricavare un film semplice ma coinvolgente, intelligente, originale, solidissimo, zeppo di significazioni e agganci, mai retorico e mai eccessivo. Imparate da Gordon.

Per i primi 40-45 minuti Stuck è un lavoro perfetto. Fin dai titoli di testa, fin dalla prima (disgustosa) scena, è tutto al punto giusto, con i tempi giusti, neanche una virgola o una parola fuori posto. Poi forse cala un poco la presa, si arena un attimo, scivola in qualche turpiloquio di troppo, per poi tornare a spingere nel convulso finale. Il risultato complessivo, comunque, è validissimo.

Mena Suvari, l’ex ragazzina di American Beauty, è pienamente in parte, perfetta per il ruolo, e possiede uno sguardo sbarazzino e una carica erotica non comuni. Stephen Rea, occhi bassi, faccia da perdente, andatura un po’ dandy, è perfetto pure lui, e ci riporta alla mente il James Caan dello splendido Misery, lottando come un disperato per la propria vita.

Vittima e carnefice, carnefice e vittima, comicità nera e splatter, noir urbano e follia dilagante, pezzi di vetro che penetrano nella carne e frustate di negligenza che scavano nel cervello. Una gemma preziosa, da procurarsi il più in fretta possibile. Una sontuosa lezione di cinema firmata dall’esimio Dottor Gordon.



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DOOMSDAY
Postato alle novembre 05, 2008 11:24 di mercoledì, 05 novembre 2008
da: [cinemystic]

Attendevo con molto interesse questo Doomsday, perchè consideravo il regista Neil Marshall come uno dei talenti più promettenti di questi ultimi anni. Giudizio avvalorato dalla realizzazione di due film, Dog Soldiers e The Descent, entrambi convincenti e stuzzicanti.

Evidentemente, però, c’è una tendenza sempre più in voga, nell’horror e affini, per la quale i registi maggiormente dotati decidono di buttare miseramente via il proprio talento. C’è riuscito ad esempio Eli Roth, affogato nei miasmi dei due Hostel. C’è riuscito Xavier Gens, scialacquando le proprie doti nella trama stantìa di Frontiere(s). Zak Snyder, che dopo il bel L’alba dei morti viventi si è riempito il portafoglio con i coatti muscoli sudati di 300. Tanti bravi autori giapponesi, emigrati (e persi) negli States. E anche Marshall ce l’ha fatta, ad annientarsi, splendidamente.

Doomsday comincia benino, in un clima post-apocalittico concitato e soffocante, sulla scia del miglior Romero. Il virus misterioso e incontrollabile che stermina la popolazione di Glasgow, l’anarchia che regna nelle strade, la violenza irrazionale... tutto già visto, ma almeno, parrebbe, con una buona dose di personalità, e qualche sano momento splatter. Poi il film si trasforma in un palese doppio remake di 1997: Fuga da New York e 28 Giorni Dopo, con alcune scene copiate pari pari, musiche quasi identiche, e si comincia a storcere il naso, perchè si sperava in qualche idea un po’ più originale.

Poi dopo mezz’ora arriva la catastrofe: la protagonista, una Jena Plissken al femminile, ovviamente androgina, iper-atletica, indistruttibile, ed espressiva come un baccalà annoiato, finisce prigioniera di un’allucinante tribù di punkettari caciaroni e cannibali, con visi dipinti, creste alte e comportamenti animaleschi. Considerando che il film è ambientato nel 2050 o giù di lì, e che la missione di Miss Jena doveva svolgersi in una città teoricamente deserta, alla ricerca dei pochi eventuali sopravvissuti, lo sbocco narrativo di questo popolo di punkettoni ignoranti e bestiali appare ridicolo e imbarazzante. Mamma mia.

Come se non bastasse, dopo alcuni chiassosi e irritanti minuti stile rave party, finiamo improvvisamente catapultati in un’altra zona della città, edenica e pura, in cui gli altri sopravvissuti starebbero cercando di costituire la razza perfetta e incontaminata (che fantasia...), e di punto in bianco torniamo all’età delle crociate, con tanto di cavalieri alabardati (!!!!) dotati di armatura, scudo, cavalli e mazze chiodate da combattimento. Per sopravvivere, Miss Jena si traveste da Russell Crowe nel Gladiatore, e sconfigge un nemico corazzato all’interno di un’arena stile antica Roma. Trash allo stato puro. Ormai la sceneggiatura è a livelli da ricovero ospedaliero. E il problema è che non fa nemmeno ridere, e non ha neanche un briciolo della genuina demenza ad esempio di un Planet Terror.

Ma Marshall continua nel suo immondo capolavoro, sposta l’azione sulle strade, lungo infinite highways da deserto americano (ma non siamo in Gran Bretagna ??), e ci propina un interminabile inseguimento tra automobili che volano sull’asfalto, bykers che neanche in un B-Movie di Corman, adrenaliniche (???) sequenze action che Bruce Willis non si è mai neanche sognato, esplosioni galattiche, fuoco e fiamme.

Infine (che il Signore sia lodato), Marshall chiude il cerchio, e si inventa un geniale finale che non fa altro che ricopiare Carpenter, e che avrebbe saputo scrivere anche un bambino in fasce.

Sono stupefatto. Ho dovuto violentare me stesso, e dar fondo a tutta la mia professionalità, per arrivare fino ai titoli di coda. Mai e poi mai avrei immaginato cotanta nefandezza. Non vedevo una porcata similmente immonda da tanto tanto tempo.

Qualche considerazione conclusiva:

1) Fiato alle trombe, Doomsday vince l’Oscar come film più brutto del 2008, battendo perfino Rec e La Terza madre. Applausi e vive felicitazioni.

2) Chiaramente, dopo i vari Roth e Snyder, ci siamo bruciati (anzi, carbonizzati) anche Marshall. E c’è da cominciare a preoccuparsi, perchè di gente su cui fare affidamento ne resta sempre meno. Ho la sensazione che questo film, per certi versi, possa essere considerato un film prototipo del cinema del presente, e del futuro. Ma spero con tutto il cuore di sbagliarmi, perchè se così fosse il cinema è destinato a morire. O forse è già morto.

Prima la delusione di Frontiere(s), ora i conati di dolore provocati da questa atrocità. Sono depresso. Chi mi da un aiuto per tirarmi su?


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MOMENTI DI GLORIA
Postato alle novembre 03, 2008 09:59 di lunedì, 03 novembre 2008
da: [cinemystic]


Che film, lo sport, quando regala emozioni così. Ieri è stata una giornata colossale, da questo punto di vista. Cinema allo stato puro, che devia nella realtà, una realtà da superbo batticuore.

Cominciamo dal tennis, il mio sport da sempre. A Parigi, nel palazzetto di Bercy (che ho visitato tre mesi fa mentre ero in viaggio nella Ville Lumiere), si disputa uno dei tornei più importanti della stagione. A sorpresa, un francese, nonché uno dei miei giocatori preferiti, Jo-Wilfred Tsonga, arriva in finale, inanellando turno dopo turno una serie di grandi partite che puntualmente lo vedono sfavorito sulla carta ma vincitore sul campo. Non aveva mai vinto un torneo di così alto livello in carriera, Tsonga, ed era da 7 anni che un francese non vinceva più a Bercy.

Scorre la finale, Jo offre una prestazione splendida, 15000 persone, con il solito calore francese, lo spingono con un tifo inarrestabile. Punto dopo punto, fino alla fine, Tsonga ci mette tutte le qualità, le doti atletiche, il carisma. Lotta, carica il pubblico che lo trascina con il cuore. E vince, scoppiando in lacrime, salendo in tribuna a ringraziare i genitori, guardando verso il cielo per ricordare la nonna che non c’è più.

Un bravo ragazzo, umile e onesto, che manda letteralmente in delirio me, tutta Bercy, e tutta la Francia. Oggi i titoli dei principali quotidiani d’oltralpe, L’Equipe, Le Monde, Le Figaro, Le Parisien, sono tutti per lui (perché lì il calcio non fagocita tutto come accade invece in Italia). Tsonga vince, Parigi esplode, e per me arriva una delle più belle gioie tennistiche degli ultimi anni! Non c'è niente da fare, la mia simbiosi con la Francia è sempre più forte e radicata…

Neanche il tempo di razionalizzare la vittoria, e mi metto a guardare il Gran Premio di Formula 1. Uno sport che avevo quasi totalmente abbandonato negli ultimi anni, eroso dalla noia delle corse, e che ho riscoperto quest’anno, grazie a un mondiale pazzo e divertente. Tutta l’Italia tifa per Massa, io ovviamente vado controcorrente e tifo Hamilton. E’ la corsa decisiva… e il fato si inventa un thriller totalmente folle, un’incredibile sceneggiatura che neanche gli autori di Hitchcock, Argento, Lang e Chabrol messi insieme avrebbero potuto architettare. Hamilton deve arrivare quinto per vincere il titolo… a 7 giri dalla fine è proprio quinto. Si addensano nuvoloni, comincia a piovere, tutti corrono ai box a cambiare le gomme, rientrano, non si capisce più niente. Hamilton è ancora 5°, il titolo è ancora suo, per un pelo. Ma al terzultimo giro sbaglia una frenata, Vettel che era dietro di lui lo supera, ora è 6°, e Massa sarebbe campione. La beffa più atroce si sta materializzando.

Negli ultimi due giri Hamilton cerca disperatamente di ripassare Vettel, ma non ce la fa, non ce la fa. Massa taglia il traguardo, gli dicono alla radio che è campione, i suoi genitori ai box saltano e piangono. Trenta secondi dopo arriva Hamilton, sesto dietro a Vettel. Sono basito, mani tra i capelli. Ma in sovraimpressione appare la scritta 5 Hamilton. Quinto? Come è possibile? Per un secondo si ferma il respiro, tra il dubbio e l’incredulità. E poi si svela il coup de théâtre più inimmaginabile: alla penultima curva Hamilton e Vettel hanno superato un’altra macchina, che procedeva lentamente perché aveva le gomme da asciutto. Nessuno se n’era accorto. Quindi Hamilton è 5°, ed è campione. Alla penultima curva dell’ultima corsa. Tutti piangono, tutti esultano, alcuni non capiscono. Si mescolano emozioni, lacrime di gioia e lacrime di atroce delusione. Il finale più incredibile della storia della Formula Uno.

Che film. Qualcuno ci scriva su una sceneggiatura, per favore. Qui c’è materia per un adattamento cinematografico di alto livello. Quel sorpasso di Hamilton alla penultima curva è un po’ come la rovesciata di Pelè in Fuga per la Vittoria, un po’ come l’ultimo pugno di Balboa in Rocky IV, o di Jake La Motta in Toro Scatenato, un po’ come l’ultimo metro dei corridori in Momenti di Gloria. Solo che stavolta è stato tutto reale.

Evviva lo sport, quando sa regalare emozioni così pure, intense, pulite, vibranti, indimenticabili.


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Un saluto a GERARD DAMIANO
Postato alle ottobre 29, 2008 12:47 di mercoledì, 29 ottobre 2008
da: [cinemystic]

Pochi giorni fa ho scritto qua sul blog un post dedicato a Gola Profonda. Lunedì, il suore mentore e regista, Gerard Damiano, se n'è andato, a quasi 80 anni, stroncato da un infarto. Mi pare giusto tributargli un saluto, perchè pur ritenendo esagerata la definizione di "maestro" che qualcuno gli ha assegnato, è stato comunque un uomo a cui dobbiamo essere grati.

Damiano ha carpito il desiderio di rivolta della sua epoca, ha rischiato tutto nel dare alla luce Deep Throat, è finito sotto processo, ha difeso strenuamente la sua creatura. Ha combattuto contro i perbenismi, il bigottismo, l'ottusità borghese, l'ignoranza americana, per rendere il porno un genere vero e trainarlo fuori dal suo squallore underground. Una lotta per la libertà di pensiero e visione, che a conti fatti ha ottenuto un risultato ben maggiore di quanto chiunque potesse immaginare. Poi ha continuato nel suo intento, quello di rappresentare il porno con classe raffinata e intuizioni ricercate, rinnegando l'accoppiamento brulicante e scontato che purtroppo impera nell'hard di oggi, rimanendo sempre fedele al suo credo. Ora, nell'aldilà, ritroverà forse la sua impareggiabile Musa, Linda Lovelace. Rest in Peace.


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TUTTA LA VITA DAVANTI
Postato alle ottobre 20, 2008 10:31 di lunedì, 20 ottobre 2008
da: [cinemystic]

Vien voglia di difenderlo a spada tratta, questo nuovo film di Paolo Virzì. Perché finalmente il cinema italiano tenta la strada dell’analisi sociale, e lo fa con cognizione di causa, lasciando perdere le deprimenti derive para-televisive e ottenendo un risultato buono, apprezzabile, senz’altro superiore alla non eccelsa media del nostro cinema.
Però, chi fa questo “mestiere”, ha il dovere di porre anche l’accento sui problemi e sulle incongruenze dei prodotti che si trova ad analizzare, scavando se possibile in profondità, superando un livello di analisi primario e superficiale. E allora… e allora ho letto recensioni di critici “importanti” che hanno declamato come Virzì sia riuscito a ricreare alla perfezione il mondo dei call center, le sue leggi e le sue derivazioni. Beati loro, che non hanno idea di cosa voglia dire lavorare realmente in quei posti. Io invece ce l’ho, e quindi posso parlare con cognizione di causa, per dire che la realtà messa in scena da Virzì è invece profondamente edulcorata e favolizzata rispetto alla verità.
Perché perlomeno nel 95% dei casi i call center non sono luoghi belli, ariosi e puliti come si vede in Tutta la vita davanti, ma sono invece dei Lager brutti, sporchi e squallidi, dove si lavora malissimo, con attrezzature vetuste e malfunzionanti, e dove gli operatori stanno pigiati spalla a spalla uno con l’altro, come animali, senza quasi avere spazio vitale per respirare. Inoltre, se è vero che i call center utilizzano trucchetti motivazionali per cercare di far rendere al meglio i poveri operatori, in realtà non esistono canzoncine, balletti, sms del buongiorno, sorrisi felici stampati in fronte e viaggi premio a Miami. Infine, se è vero che lo stipendio del povero lavoratore precario e part-time si aggira sui 400 euro al mese, non capita mai che nell’arco delle 4 ore si riescano a concludere con esito positivo 10-12 telefonate, perché i tre quarti della gente ti manda a quel paese senza neanche lasciarti in tempo di parlare.
In sostanza, Virzì ha studiato il mondo dei call center, l’ha ricreato con intelligenza per alcune cose (il licenziamento di chi non rende, l’ottusa alienazione mentale), ma ha preferito sviare il lato più triste di quegli orrendi microcosmi, offrendone invece un’immagine molto meno cruda.


Oltre a ciò, per chiudere con gli aspetti negativi, venendo a parlare del tema puramente filmico, si può affermare che Tutta la vita davanti duri almeno 15/20 minuti di troppo, sbandando dalla strada maestra per aggiungere eventi e colpi di scena francamente inutili: dal sub plot della madre morente, all’incidente stradale del venditore, fino all’omicidio di Massimo Ghini. Tutte pagine di sceneggiatura di cui non c’era bisogno. E questo è un po’ un difetto ahimè insito nel moderno cinema italiano, che non si accontenta di raccontare una storia semplice, diretta, concreta, portandola senza fronzoli dall’inizio alla fine (come sanno invece splendidamente fare i francesi), ma finisce spesso e volentieri per deragliare in una sovrabbondanza narrativa e ideologica che va a inficiare il risultato complessivo dell’opera.
Detto questo, e nonostante tutto questo, il film di Virzì resta da applaudire. Perché comunque scorre, interessa, intriga, riflette non banalmente sulla disastrata situazione occupazionale italiana e sui laureati che in questo fottuto paese si ritrovano a fare la fame, e al contempo regala momenti spassosissimi (memorabile la battuta di Mastandrea “ho finto di avere origini finlandesi…non l’avessi mai fatto: un’ora di chiacchierata sul cinema di Kaurismaki! Ma chi cazzo è Kaurismaki ??”). La giovane Isabella Ragonese stupisce per versatilità e bravura, Elio Germano è ben in parte, così come la coraggiosa madre snaturata Micaela Ramazzotti, che si mostra integralmente senza veli. La Ferilli, forse per la prima volta in vita sua, recita davvero, e pure bene; il suo alter-ego, la team leader arrivista ma nell’intimità profondamente sola, è davvero intenso, e meritava quasi un film tutto per sé. Insomma, vivaddio, una volta tanto nel cinema italiano tutti i personaggi hanno un’anima, una personalità, una ragion d’essere. Lode a Virzì per questo.
Salviamolo dunque questo film, altrochè. Ozpetek e tanti altri ne prendano esempio. Ma non mi venite a dire che ha dipinto con assoluto realismo il mondo dei call center, perché non è vero.


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INDOVINELLO CINEFILO
Postato alle ottobre 15, 2008 14:38 di mercoledì, 15 ottobre 2008
da: [cinemystic]

Piccolo giochino cinefilo, per stemperare un po' le tensioni quotidiane... A quale film appartiene questo simpatico dialogo ?

PERSONAGGIO A - "ma scusi, come ha fatto?"

PERSONAGGIO B - "bhè, non avendo grandi capacità intellettive, ho elargito favori sessuali... 633 pompini in 5 giorni !! In effetti, mi sento un po' provata..."

Vediamo chi per primo azzecca la soluzione. Vi assicuro che non è difficile.


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CULT COLLECTION - GOLA PROFONDA & HARDCORE
Postato alle ottobre 13, 2008 10:45 di lunedì, 13 ottobre 2008
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION

- GOLA PROFONDA & HARDCORE -


Nel 1974 usciva nei cinema americani Gola Profonda, di Gerard Damiano. Un film che cambiava completamente il modo di pensare dei cittadini degli States, e mutava radicalmente la fruizione del cinema pornografico. Campione d’incassi, Deep Throat sconvolgeva il benpensante mondo a stelle e strisce: code interminabili davanti ai cinema, casalinghe in sala insieme ai mariti per scoprire il proibito, superare il confine del lecito, rivangare il diritto di vedere ciò che si vuole, e come si vuole. Attraverso infinite code processuali Deep Throat veniva sequestrato e vietato in diversi Stati da magistrati bigotti e frustrati, e questo per effetto antitetico serviva solo ad accrescerne ulteriormente il mito. Tutti dovevano vederlo, tutti dovevano sapere, tutti dovevano ammirare gli incredibili blow jobs di Linda Lovelace. Il porno usciva dall’underground, dal mistero, dalla nicchia nascosta nelle cantine della perversione, e diveniva strumento alla portata di tutti.

Dopo anni di strascichi giudiziari, anche le varie Corti iniziarono a lasciar cadere le accuse, a togliere i divieti, a rassegnarsi alla non-illegalità di Deep Throat e delle immagini per l’epoca scioccanti contenute al suo interno. Piano piano l’America riconosceva il porno come vero genere cinematografico (artistico?), e il cinema a luci rosse usciva dal suo nascondiglio, in un processo graduale.

Nel 1978, quattro anni dopo Deep Throat, proprio nel mezzo di questa rivoluzione pornografica, Paul Schrader realizzava il suo Hardcore. Una piccola comunità di fanatici religiosi e bacchettoni, seguaci di credenze calviniste che lo stesso regista ben conosceva. Un padre di famiglia e una figlia adolescente, brava, dolce, irreprensibile, che però un giorno scompare. Il padre disperato assume un detective privato per ritrovarla.

Qualche giorno dopo l’investigatore lo chiama, gli organizza una proiezione privata in un cinema, e gli fa vedere un cortometraggio a luci rosse di bassa lega, amatoriale, in cui una giovane ragazza viene presa da un uomo e una donna: la fanno salire su un letto, la spogliano, le sfilano le mutandine. Il resto non lo vediamo, ma lo intuiamo. E’ sua figlia. Per Jake Van Dorn è il crollo di una vita di convinzioni, convenzioni e disciplina. Tra le lacrime e la rabbia, disfatti gli argini, Van Dorn si cala all’Inferno, nei meandri del porno, per ritrovare sua figlia, usando la forza, l’inganno, la violenza.

La trama è simile al successivo 8 mm – delitto a luci rosse di Schumacher, film inizialmente interessante che però poi finisce a sguazzare miseramente in una spettacolarizzione tematica fine a se stessa. Il film di Schrader è più vero, più duro, e si muove proprio lungo questa linea di confine, in un momento storico in cui il porno navigava ancora a metà strada tra il lecito e l’illecito, il legale e l’illegale, ciò che era permesso e ciò che era vietato. La calata di Van Dorn nelle viscere nell’underground si dipana tra case chiuse, peep show, sexy shop, vibratori di ogni dimensione, magnaccia da strada, produttori senza scrupoli, prostitute di bassa lega, snuff movies, sadomasochisti. Ciò che se ne ricava è un profondo senso di squallore, ma anche un (apparente) attacco frontale al perbenismo della borghesia americana e agli eccessi ideologici della religione. Peccato che Schrader si dimostri più bigotto del suo protagonista, e non vada fino in fondo, fermandosi sempre prima del limite, facendo vedere poco o nulla, accontentadosi del soft in momenti in cui l’hard sarebbe stato necessario per riflettere più a fondo sul mondo messo in scena, smielandosi in un finale consolatorio.

Resta però un interessante viaggio rivolto verso l’altra faccia dell’America, e resta appunto, ancor di più, un’intrigante fotografia di un periodo complesso, a metà tra la rivoluzione geni(t)ale di Deep Throat, e lo sdoganamento definitivo delle luci rosse a largo consumo che sarà poi ottenuto con l’avvento delle videocassette.

Per un’analisi più compiuta del mondo del porno visto dall’interno, meglio senz’altro riguardarsi Boogie Nights di Andersson o Guardami di Ferrario. Ma forse anche il film di Schrader merita una revisione… e la merita anche (e soprattutto) Gola Profonda, un’opera immortale e fondamentale, anche se i tristi farisei non lo ammetteranno mai.


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ONORE A STEFANO BORGONOVO
Postato alle ottobre 09, 2008 15:59 di giovedì, 09 ottobre 2008
da: [cinemystic]

Questo articolo non c’entra nulla con il cinema. Ma mi sento dentro la necessità di doverlo scrivere. C’era una volta un giocatore di nome Stefano Borgonovo, attaccante della Fiorentina nei primi anni ’90. Un idolo della giovinezza per chi come me tifa Viola fin da quando era bambino.

Oggi c’è ancora, Stefano Borgonovo, ma a poco più di 40 anni è completamente immobilizzato su una sedia a rotelle, vittima di una orribile malattia chiamata SLA (o morbo di Gehrig) che toglie la funzionalità a tutti i muscoli del corpo, e di cui ancora non si conoscono scientificamente né le cause né le cure. Stefano non può compiere nessun movimento, può muovere soltanto gli occhi e la bocca, ma non può parlare, e comunica attraverso un computer che registra i suoi pensieri convertendoli foneticamente in frasi pronunciate elettronicamente o in scritte che appaiono sullo schermo. Sua moglie Chantal e i suoi figli lo assistono 24 ore su 24.

Poco tempo fa Stefano ha deciso, con infinito coraggio e invidiabile dignità, di rendere pubblica la sua situazione, di mostrare alla televisione la propria devastante condizione. Fiorentina e Milan hanno organizzato un’amichevole a Firenze, con lo scopo di devolvere interamente l’incasso per aiutare la ricerca contro questa atroce malattia. La serata si è svolta ieri, e abitando purtroppo lontano da Firenze ho potuto solo guardarla in Tv, trasmessa da Sky (perché per quegli imbecilli della Rai era troppo eliminare per una sera una fottuta fiction per trasmettere un qualcosa di infinitamente più importante).

C’erano giocatori di Fiorentina e Milan di adesso, e tante altre “vecchie glorie”, compagni di squadra di Stefano negli anni in cui indossava gli scarpini e terrorizzava le difese avversarie. C’erano Baresi, Gullit, Donadoni, Nappi, Antognoni, Sacchi, Galli, Massaro, Sacchi, Terim, tanti altri, e ovviamente un grande uomo di nome Cesare Prandelli, che meno di un anno fa ha perso la moglie per una grave malattia, e quindi sa bene cosa si prova.

Quasi 30.000 persone hanno riempito lo stadio. Prima dell’inizio dell’amichevole Borgonovo è sceso in campo, affiancato dal fraterno amico Roberto Baggio, che trainava la carrozzina, e dalla figlia, con indosso la maglia Viola. Baggio ha portato la carrozzina sotto la curva Fiesole, e tutti si sono alzati in piedi per applaudire Stefano, un applauso interminabile, durato minuti interi. Stefano stava lì, ovviamente immobile, ma con un sorriso pieno di voglia di vivere, e muovendo e strizzando gli occhi cercava di ringraziare a suo modo tutti quanti, per l’affetto che gli stavano tributando.

Tanta gente si è commossa, e non solo il pubblico. C’erano anche i giocatori, colleghi e amici ed ex compagni, con gli occhi lucidi. Ruud Gullit è crollato e ha pianto come un bambino. Poi si è giocata la partita, Stefano l’ha seguita interamente, a bordo campo, con Baggio al suo fianco, e ogni tanto tramite computer mandava dei messaggi che apparivano su un maxischermo. Messaggi di ringraziamento, di speranza, ma anche carichi di simpatia, di ironia, segno di una persona che non vuole mollare, che vuole vivere, lottare, crederci. Chi segnava correva da lui ad abbracciarlo, il pubblico continuava a intonare cori ed esporre striscioni in suo onore. Dopo la partita un altro giro di campo, con il fido Baggio a fianco, altri minuti di intensi e infiniti applausi.

E’ stata una serata stupenda. Il pubblico di Firenze si è dimostrato magnifico, e mi ha fatto sentire fiero di essere fiorentino, non di nascita ma di adozione. Stefano si è mostrato, senza paura, con immensa dignità, per comunicare al mondo la disgrazia sua e di tutte le persone meno famose colpite da questa malattia, e per lanciare un messaggio di aiuto, di forza, di speranza, di vita.

Quanti di noi sarebbero in grado di trovare la forza per continuare a vivere in una situazione simile? Quanti di noi sarebbero capaci di affrontare una tragedia simile se colpisse uno dei nostri cari? Perché trascorriamo il tempo a roderci il fegato per quotidiane stronzate senza importanza, invece di goderci appieno la fortuna che abbiamo ad avere anche solo la salute?

Grazie Stefano, per il coraggio, per come ci hai fatto riflettere. Grazie Firenze, per la civiltà e l’umanità che hai dimostrato. Ieri è stata una delle serate più emozionanti che io abbia trascorso da tanto tempo a questa parte. Ho pianto copiosamente, e non mi vergogno minimamente a dirlo.

I tuoi occhi, e il tuo sorriso, non li scorderò mai. Sperando che un giorno tu e tutti gli altri possiate vincere la partita più difficile, contro questa maledetta “stronza”, come l’hai definita. Anche se il destino è stato infame, non smettere mai di lottare. Ancora Grazie, Stefano.



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REIGN OVER ME
Postato alle ottobre 07, 2008 14:25 di martedì, 07 ottobre 2008
da: [cinemystic]

Spesso il cinema è questione di alchimia. Un insieme uniforme che si crea in un impeto realizzativo alfine magico, e che mette insieme regia, sceneggiatura, recitazione, scenografie, luci, colori e musiche in un impasto quasi mistico il cui risultato supera qualsiasi aspettativa. E talvolta alcuni film costituiscono piccoli miracoli: come quando un regista finora di basso profilo, ben lontano da livelli di eccellenza (Mike Binder), scrive e dirige una storia basata su un argomento a forte rischio di scontatezza e retorica (il dramma di un uomo che ha perso l’intera famiglia nella tragedia americana dell’11 settembre), rischia molto affidando la drammatica parte di protagonista a un attore finora famoso soltanto per commediacce (Adam Sandler), e nonostante tutto ne ricava un film bellissimo, intenso, ammaliante, concreto, realmente commovente in un paio di sequenze: Reign Over Me.

Purtroppo quando uscì al cinema un annetto fa me lo persi, colpevolmente, deviando il mio interesse verso altre pellicole; ma sono felice di averlo recuperato, e di essere rimasto stupito di fronte a uno dei film americani più coinvolgenti e intelligenti degli ultimi anni.

Alchimia, si diceva. Un concetto difficile da trovare, scavando nel tessuto di cui oggigiorno si compone la grande maggioranza dei prodotti d’oltreoceano, in cui troppo spesso (almeno) un elemento esce dal seminato e va a inficiare il risultato finale. Reign Over Me invece la trova, l’alchimia, nel modo giusto, e lascia scorrere senza sbavature un film intriso di rabbia rappresa, cognizione della solitudine, inno all’amicizia, negazione di una realtà troppo orribile per poter essere espulsa dall’organismo e quindi purificata.

Un’estetica del dolore che soffia via la retorica e sguazza a mani basse nell’esemplare codificazione di un personaggio, quello di Sandler, tra i più stranianti, curiosi, inclassificabili e affascinanti che penne cinefile abbiano concepito in questo inizio di terzo millennio. Un’anti-eroe alieno e al contempo profondamente umano, il quale devia il terrore esistenziale che lo fagocita immolandosi a un regime di non-appartenenza, che lo scaraventa in un mondo di fiaba personale avulso dalla realtà che lo circonda. Fino a ritrovare, pian piano, grazie a un amico coriaceo (Don Cheadle, che ottimo attore lo è da sempre) e a una psicoterapeuta volitiva (Liv Tyler fattasi finalmente donna), la voglia di provare a ridipingere la realtà, o ciò che di meglio se ne può ancora ricavare.

Una moglie, tre figlie e un cane morti in quel volo, fantasmi piangenti che non torneranno più, come tutte le vittime reali di quel giorno; ma una vita che resta, da portare avanti, sfidando la memoria affinchè quella mostruosa ferita, che mai per l’eternità potrà smettere di sanguinare, possa però almeno essere tamponata, quel tanto che basta per togliersi quelle cuffie dalle orecchie e smettere di introiettare il tormento.

Reign Over Me è il frutto di un’alchimia ineccepibile, ed è un piccolo miracolo. Alle volte, per fortuna, succede.


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IL MIO MIGLIOR AMICO
Postato alle ottobre 03, 2008 10:13 di venerdì, 03 ottobre 2008
da: [cinemystic]

Regista elegante e raffinato, Patrice Leconte. Lo è sempre stato. Autore capace di riassumere nei suoi film le caratteristiche peculiari del cinema francese, e di fonderle in uno schema mutevole in grado di valutare e studiare i comportamenti umani in un'ottica di volta in volta piacevole, dibattuta o disillusa. Negli anni ha ambientato le sue storie nel diciottesimo secolo (Ridicule), alla vigilia della seconda guerra mondiale (Rue des Plaisirs), o più spesso ai giorni nostri. Ha esplorato Parigi scivolando con dolcezza dalla reggia di Versailles alle strade di periferia, e ha messo in mostra una catena di personaggi dotati di corpi a seconda del caso seduttori (Il profumo di Yvonne), amorosi (La ragazza sul ponte), violentemente carnosi (Il marito della parrucchiera), vibranti e insicuri (Confidenze troppo intime), sempre con un'attenzione mai retorica per le difficoltà dei rapporti umani e per le loro ambivalenze comportamentali. Fino al suo film più compiuto, L'uomo del treno, in cui sono le stesse vite a cambiarsi e mutarsi per assumere connotazioni diverse e orizzonti inaspettati. Un regista dallo stile sobrio, asciutto, ma sempre preciso e mai ondivago, che ha visto nei suoi lavori alternarsi grandi regine di Francia come Sandrine Bonnaire, Juliette Binoche e Fanny Ardant, contornate spesso da colui che è divenuto suo attore feticcio, Daniel Auteuil.

Ed è proprio lui il protagonista de Il mio migliore amico, sua più recente fatica, uscita in Italia a fine 2006. Commedia frizzante ma al contempo rigorosa, volta a porre al centro dell'attenzione un uomo imbevuto di contatti umani, ma totalmente incapace di conoscere e frequentare l'amicizia, quella vera, in cui la fiducia e la fedeltà reciproca sanno resistere a qualsiasi intemperie.

Ambientato nell'affascinante mondo dell'arte antiquaria, il film narra di una solitudine radicata nel cuore di un mercante che pensa di poter barattare l'amicizia come fosse un antico vaso greco, e che scopre il declino di una vita ricca nella forma ma tristemente povera nella sostanza.

Auteuil, attore dalla mille facce, è bravo quanto basta. Nel film si recita bene, non si parla mai a caso, si riempiono gli ambienti con leggerezza, si sorride e si ride e poi ci si blocca per un senso di malinconia crescente. Il pre-finale è forse fin troppo "televisivo", ma pazienza. Leconte riesce, con classe, a divertire e a riflettere sul significato reale dell'amicizia, concetto sempre più difficile da sviluppare nel terribile mondo, alienato ed egoista, in cui purtroppo viviamo.


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FUTURE VISIONI ...
Postato alle ottobre 01, 2008 10:42 di mercoledì, 01 ottobre 2008
da: [cinemystic]

Purtroppo sono giorni questi in cui, per varie vicissitudini, non ho tempo di guardare nessun film. Ragion per cui non ho argomenti validi per scrivere nuovi post. Ne ho approfittato per andare a spulciare l'elenco dei film appena usciti nelle sale italiane, e quelli in arrivo nelle prossime settimane, e ho evidenziato quelli per me di maggior interesse.

Innanzitutto attendo con ansia di vedere Il matrimionio di Lorna dei Dardenne. Non se n'è parlato benissimo a Cannes, anche se ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Ho comunque incondizionata fiducia in loro, anche se è difficile che questo film possa raggiungere le vette emotive degli splendidi Rosetta e L'Enfant.

Ho completa fiducia anche nella Francia tutta, e dunque mi intriga molto Parigi, il film appena uscito e diretto da Klapisch con la magnifica Juliette Binoche. Un ricettacolo di storie ambientate sullo sfondo della città più bella del mondo, caotica e romantica, dolce e puttana a seconda delle angolazioni. Ai primi posti della mia agenda.

Sperando di recuperare al più presto Burn After Reading dei Coen, Il papà di Giovanna di Avati, e magari anche la commediaccia horror Black Sheep, noto poi con piacere che tra una settimana prenderà vita nelle sale italiche The Mist, l'ottimo horror kinghiano di Darabont che ho già recensito in questa sede. Speriamo abbia una distribuzione decente, una volta tanto.

In uscita anche Entre les Murs, il film di Cantet che ha vinto a Cannes, sulla cui alta qualità credo si possa andare sul sicuro. Resto dubbioso invece sul Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee, autore che non mi pare molto adatto ai lidi del kolossal a sfondo storico. Per il resto, a parte il solito timbro annuale di Woody Allen (Vicky Christina Barcellona), e il gradito ritorno di Julia Roberts con il melò Fireflies in the Garden (solito orrendo titolo italiano Un segreto tra di noi), vedo molti titoli non propriamente eccitanti.

Andando poi un po' avanti nel tempo, inorridisco al solo pensiero di Ultimatum alla terra, remake del capolavoro sci-fi di Robert Wise, in uscita a dicembre, con Keanu Reeves e Jennifer Connelly. Poveri noi. Vedremo se riusciranno a battere l'insulsaggine di Invasion...

Infine, ci toccherà attendere fino all'anno nuovo per 3 titoli sulla carta straordinari: Australia di quel folle inventore di favole di Baz Luhrmann, Revolutionary Road di Sam Mendes con il sontuoso trio Di Caprio / Kate Winslet / Kathy Bates, e ovviamente The Exchange di Clint.

In tutto questo, in cima al mio taccuino resta indisturbato il Torino Film Festival, che in quanto a reale genuinità cinefila fa le scarpe sia a Venezia sia a Roma; a fine novembre mi vedrà impegnato in una maratona di assoluto fascino, capeggiata dalla retrospettiva completa dedicata a Roman Polanski, che mi godrò fino allo sfinimento. Waiting for...


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RANDOM VISIONS
Postato alle settembre 25, 2008 16:07 di giovedì, 25 settembre 2008
da: [cinemystic]

Oggi ho deciso di scrivere qualche opinione rapida su alcuni film che ho avuto modo di vedere (o rivedere) recentemente, e che per un motivo o per l'altro non hanno trovato spazio con uno specifico post a loro dedicato...

DISTURBIA (2007, D.J. Caruso) = A tratti sembra una stupida commedia romantica, poi scopre il suo cotè thriller-horror di ovvia matrice hitchockiana e di piena condotta citazionista. Devastato da clamorosi buchi di sceneggiatura, imbarazzanti e inaccettabili, si salva solo parzialmente grazie a una discreta dose di tensione in alcuni tratti. Il protagonista teen-idol Shia LaBeouf non se la cava neanche male.

LA RAGAZZA CON LA VALIGIA (1961, Valerio Zurlini) = Piccolo classico del cinema italiano, forse non abbastanza considerato. Il miglior film di Zurlini, con una giovane, radiosa e magnifica Claudia Cardinale. Inappuntabile nella costruzione della trama e nell'apparato scenografico, ben diretto, senza fronzoli, duro e nostalgico.

VENOM (2005, di Jim Gillespie) = Il team di So cosa hai fatto realizza un lavoro marcatamente commerciale, adatto giusto per spillare soldoni ai facilotti adolescenti americani. Si parla di voodoo e stregoneria, in modo alquanto superficiale (sul tema obbligatorio riguardarsi l'ineguagliato Il serpente e l'arcobaleno di Wes Craven). La trama fila via liscia, elementare, senza la minima sorpresa. Di buono almeno ha una rilevante dose di crudeltà e cattiveria.

L'ABOMINEVOLE DOTTOR PHIBES (1971, Robert Fuest) = Un gioiello da almanacchi del cinema horror. Uno dei serial killer più divertenti e fantasiosi che si siano mai visti. Un'appassionata sintomatologia dell'omicidio, ma anche una profonda storia d'amore. Scenografie colorate e fumettistiche come nei migliori Hammer. E, ça va sans dire, Vincent Price è grandioso, anche senza pronunciare una sola parola.

BOBBY (2006, di Emilio Estevez) = Non male, non male davvero. Narrazione fluida, compatta, a metà tra Altman, Scorsese e Anderson. Significazioni socio-politiche portate avanti con convinzione e intensità. Messaggi di fratellanza tradotti in immagini cinematografiche con momenti da brividi, e una difficile commistione tra scene di fiction e inserti documentaristici riuscita con successo. Un incredibile parterre di grandi attori che fanno letteralmente a gara per superarsi in carisma e bravura: alla fine, vincono l'eleganza senza tempo di Anthony Hopkins e la straziata decadenza di un'imperiosa Sharon Stone.


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LE LUCI DELLA PIETA' - AKI KAURISMAKI
Postato alle settembre 23, 2008 14:13 di martedì, 23 settembre 2008
da: [cinemystic]

Ho già declamato in questi spazi la mia assoluta adorazione per il cinema di Aki Kaurismaki? Forse no. Bene, lo faccio ora. Ho un amore intoccabile e profondo per il cinema del regista finlandese. L'altra sera ho rivisto il suo film più recente, Le luci della sera, e per l'ennesima volta sono rimasto ammaliato dalla straziante poesia che fuoriesce da ogni fotogramma delle sue opere.

Piccole storie, piccoli drammi, piccoli uomini sfortunati, abbandonati, ingannati, ingrigiti da misere vita, che hanno però nei loro cuori una forza e un coraggio vigorosi e coriacei. Piccoli affanni e infime tragedie raccontate con uno sguardo ebbro di partecipazione emotiva, e con un senso di condivisione, pietà e comprensione che esula da qualsivoglia faciloneria retorica. Il melò e il grottesco, la risata e le lacrime, il minimalismo funzionalista e un gioco di regia e sceneggiatura che riduce al nulla le parole, contrae gli spazi, elimina il superfluo, si focalizza su sguardi e gesti molto più esemplificativi di qualsiasi inutile concetto verbale.

Unico regista contemporaneo ad aver assimilato e saputo in un certo modo riproporre la lezione chapliniana, Kaurismaki pare freddo, glaciale come la sua nordica terra. Se poi lo vedi, e ascolti le sue conferenze stampa, sembra un derelitto uomo grasso e alcoolizzato, strafottente e misogino. Ma nei suoi film, nelle sue piccole storie, con i suoi piccoli uomini, egli riempie la scena di atti di amore sublime, solidarietà sincera, umanesimo profondo, rabbia e rassegnazione annullati dalla voglia di non arrendersi mai.

L'uomo senza passato è il suo capolavoro, vera e propria summa di una poetica mai rinnegata dallo scorrere del tempo. Storia di disperazione e abbandono, capace di momenti di puro lirismo (come quando l'uomo, senza identità e senza un soldo, va in un bar, ordina un bicchiere d'acqua, vi intinge una bustina di thè portata da casa, e il gestore, impietosito, gli offre la cena), così come tutto il resto della sua costante filmografia: il rigore narrativo de La fiammiferaia e di Ariel, le divertenti bizzarrie di Calamari Union e Leningrad Cowboys Go America, l'estremismo visivo di Juha, la speranza crescente di Nuvole in viaggio, il compiaciuto décor di Vita da Bohème... l'opera di Kaurismaki è un insieme unico, portato avanti tassello per tassello con piena consapevolezza e coerenza.

I suoi personaggi hanno sempre, in ogni frame, la sigaretta in bocca. Suonano canzoni intrise di malinconia, e talvolta di gioia. Sono tristi, soli, defraudati, latori di una felicità perduta o mai provata. Vivono per mezzo di immagini, e senza bisogno di parole affondano le unghie nella nostra mente borghese abituata al caldo tepore e al benessere sociale, regalandoci una commozione che pulsa nelle vene e scorre dagli occhi umidi.

Ci sono due sequenze ne Le luci della sera che mi piace citare: in una il protagonista Koistinen alla fine del suo turno di lavoro beve una vodka da solo, in silenzio, in un bar spoglio, relegato in un angolino, con lo sguardo basso, davanti all'ingresso dei bagni. Nell'altra incontra dal nulla una donna, e subito dopo lei le chiede "cosa facciamo?", e lui "non lo so, ci sposiamo?", "quando?", "subito!", "ma prima dovremmo conoscerci", "va bene, e come si fa"?

In questi due simbolici momenti è racchiusa l'essenza del cinema di Kaurismaki. Le privazioni, l'emarginazione, il vuoto, il silenzio, gli ambienti denudati, il fumo e l'alcool come amici fidati, il disperato bisogno di contatti umani, il fallimento, l'incapacità di vivere, il rifiuto delle convenzioni, il riso amaro... e soprattutto, tanta e tanta splendida poesia.


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LE RICAMATRICI
Postato alle settembre 19, 2008 10:22 di venerdì, 19 settembre 2008
da: [cinemystic]

C'è che dice che il cinema italiano è in ripresa. Forse, parzialmente, è anche vero. Fatto sta che ogni volta che guardo un film francese e nel contempo mi metto a pensare all'odierno cinema italico, il confronto è quasi sempre impietoso, per non dire imbarazzante.

Le ricamatrici, anno 2004, opera prima di Eleonore Faucher, premiato alla Settimana della Critica a Cannes, ne è l'ennesimo esempio. Il tipico film francese che si muove languidamente, sottotono, con calma e intelligenza, portando alla luce piccoli drammi di tutti i giorni con un gusto filmico e una sensibilità artistica che i registi italiani, nella gran parte dei casi, neanche si sognano.

Qui siamo nella campagna dell'Alto Rodano. C'è una ragazza di 17 anni, dagli infuocati capelli rossi, che ruba cavoli nei campi e lavora in un supermercato per potersi mantenere da sola. Scopre di essere incinta, cerca di non farlo sapere a nessuno, e per tenere al riparo il suo segreto si rifugia a casa di una donna, ricamatrice per l'alta moda parigina, facendosi assumere come sua aiutante. La donna ha perso un figlio da poco, attraversa una grave crisi esistenziale che la porta perfino a tentare il suicidio. La ragazza le sta vicino, e tra le due nasce poco a poco un'empatia madre-figlia che le conduce ad aiutarsi e confortarsi a vicenda, per ritrovare entrambe una felicità prima negata dalle loro sfortune.

L'Angelo dai capelli rossi ha il volto di Lola Naymark, bravissima, con lo sguardo perennemente timoroso, guardingo, rivolto a terra, capace però di rialzarsi all'improvviso per illuminarsi di gioia. La "madre adottiva", dai capelli corvini, ha invece il volto scavato di Ariana Ascaride, anche lei brava nel mostrarci passo dopo passo l'evoluzione interiore di una donna che lotta per riacciuffare la propria vita.

Il tutto è diretto senza fronzoli, fotografato con tenui e affascinanti colori pastello, immerso in un'atmosfera rurale da cui si respira un alone di selvatichezza mai domo. Scopriamo anche noi la sotterranea e ipnotizzante Arte del ricamo, attraverso insistiti dettagli delle donne al lavoro e dei tessuti che ne ricavano, e lo facciamo senza parole inutili; nessun volo pindarico, e un lieto fine che sembra messo lì per forza ma in realtà a conti fatti ci sta più che bene. Qualche scena, qui e là, pare un po' pasticciata, e comunque il film non raggiunge l'intensità di altri splendidi film francesi recenti tipo, e mi piace citarlo di nuovo, il sontuoso La voltapagine.

La Faucher non è Chabrol, ma insomma, come si dice... averne di film così: belli, semplici, veri, genuini, sussurrati, profumati di passione e di un gusto quasi antico per il voler "raccontare una storia", con le sue sfumature, luci, ombre, sguardi, silenzi, lacrime e sorrisi, lontano dalla proliferante beceraggine pop-corniana e para-televisiva. Averne. In Italia. Perchè dalla Francia, per la fortuna di chi sa scoprirli e apprezzarli, ne abbiamo a profusione.


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CULT COLLECTION - YUPPI DU
Postato alle settembre 16, 2008 13:42 di martedì, 16 settembre 2008
da: [cinemystic]



RUBRICA CULT COLLECTION

- YUPPI DU -


Ecco, questo è un film che riassumente perfettamente la definizione di Cult. Un sincero ringraziamento al Clan Celentano, a Sky e alla Mostra di Venezia per aver estratto dalla polvere, restaurato e riproposto questo capolavoro sommerso della storia del cinema italiano.

Yuppi Du uscì nel 1974, sull’onda di un battage pubblicitario senza precedenti e di un budget per i tempi faraonico. Ebbe subito grande successo, stupì, sconvolse, fu amato e odiato. Poi gradualmente scomparve dalla circolazione, e non fu mai edito nè in Vhs nè in Dvd. Ora, a più di 6 lustri dalla sua realizzazione, torna in vita, torna alla luce, e ci permette di (ri)scoprire un’opera stupefacente, un unicuum irripetibile, un oggetto filmico totalmente straniante, inclassificabile, indispensabile. Un film che a rivederlo ancora oggi lascia basiti, fa sorridere, può irritare, ma soprattutto ipnotizza e si stampa indelebilmente nel cervello.

Si può dire tutto quello che si vuole di Adriano Celentano: personaggio scomodo, con idee talvolta non condivisibili, ego smisurato, atteggiamenti scomodi studiati ad Arte, deliri autocelebrativi, e quant’altro. Ma nessuno, e ribadisco nessuno, può negare che il molleggiato sia da oltre quarant’anni una delle icone più forti e radicate dell’intera cultura italica. Un’icona che nel 1974, con Yuppi Du, realizzò un film dall’impressionante forza visiva, al confronto del quale la gran parte sia del cinema italiano di allora, sia quello di oggi, risulta imbarazzante.

Se è vero che la trama, con protagonista Felice Della Pietà, povero barcaiolo veneziano combattuto per l’amore di due donne agli antipodi tra loro, è alquanto esile e semplice, è ancor più vero che non c’è in Yuppi Du una singola scena che non contenga invenzioni sorprendenti, idee magnifiche, colori sgargianti, inquadrature inattese, stacchi sincopati e imprevedibili. Un flusso ipnotico coadiuvato da un montaggio frastornante e delirante. Inquadrature fisse come quadri in miniatura, carrelli talvolta lievi talvolta violenti, ralenti e accelerazioni improvvise, sangue e amore, dadaismo e sperimentazione pura.

Celentano da sfogo a tutte le proprie manie attoriali, Claudia Mori e Charlotte Rampling fanno a gara per bellezza e intensità, personaggi secondari all’apparenza improbabili risultano invece dotati di straordinaria veemenza narrativa (come il disabile Napoleone – Gino Santercole). Un film che sembra commedia e invece sfiora il dramma e poi scivola nel grottesco e infine deborda nel musical e nel balletto, per poi impastare tutti i generi in un’amalgama onirica e sinuosa. Temi di forte impatto sociale (le difficoltà della classe operaia, gli scioperi, lo stupro, l’alienazione industriale, la perdita di innocenza delle città, l’inurbamento selvaggio, le morti sul lavoro, il potere soffocante del denaro a confronto con la genuina povertà) affrontati con lucido occhio critico, in anticipo sui tempi e di clamorosa attualità ancora oggi.

Un erotismo di fondo sempre presente e mai volgare, come quando la Rampling, in un’inquadratura estremamente eccitante, si sfila le mutandine da sotto il vestito prima di consumare la sua ultima notte d’amore. Personaggi teneri come il pescatore Lino Toffolo, che rifiuta la corruzione della ricchezza pur di mantenere integra la propria moralità. Aforismi azzeccati del tipo “chi meglio di un povero conosce il valore dei soldi”. Momenti divertentissimi, dalla Mori che cade dal letto e finisce nell’acqua, a Celentano che insulta la Rampling colpevole di aver finto il suicidio, e battute deliziose come “ho già ordinato i mobili antichi, il falegname li sta costruendo nuovi di zecca”.

E infine, come ciliegine, in tutto questo marasma di significanti e significati, un paio di sequenze musicali letteralmente da brividi: l’emozionante balletto plastico e surrealista sulle note di “Silvia non è morta, è ritornata dal Canal”, e la meravigliosa danza sensuale tra Celentano e una discinta Rampling sulle parole della stessa “Yuppi Du”.

Il restauro compiuto è di altissimo livello, tant’è che sembra di assistere a tutti gli effetti a un film del 2008. Niente effetto Grindhouse, tanto per intenderci, a rimuovere un pochino il polveroso fascino del cinema d’antan. Ma poco male, questa resta un’operazione culturale, una volta tanto, solo e soltanto da applaudire. Anche perchè a mente fredda, giorni dopo la visione, le note e le immagini di Yuppi Du restano ancora impresse nella memoria, si muovono in stop motion, e respirano di vita propria: un miracolo che riesce solo ai capolavori!


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11 SETTEMBRE 2001
Postato alle settembre 15, 2008 09:58 di lunedì, 15 settembre 2008
da: [cinemystic]

A volte, ricordare, fa bene. E’ giusto non dimenticare, ed è bello quando il cinema riesce a scavare nella realtà per infuocare i nostri cervelli spesso spenti dall’oblio della quotidianità.

Ciò che accadde l’11 settembre del 2001 sconvolse i cuori del mondo intero, ci fece tremare, sussultare, piangere. Un anno dopo il network televisivo francese Canal Plus ebbe la lodevole iniziativa di realizzare un film commemorativo dedicato a quella tragedia, commissionando a 11 grandi registi di tutto il mondo il compito di girare un cortometraggio di 11 minuti e 9 secondi ciascuno.

In questi casi, parlando di film collettivi, di film a episodi, i due rischi da sempre maggiori sono la caduta nella retorica, e un’eccessiva disomogeneità delle singole opere componenti il quadro complessivo. Per fortuna, a mio giudizio, anche se molti l'hanno giudicato male, non è questo il caso. Se è vero infatti che per forza di cose non tutti i corti sono di uguale livello, è pur vero che la qualità media dei rispettivi lavori si mantiene discreta, e che la gran parte di essi riesce a riflettere su quel tragico misfatto con intelligenza ed evitando (quasi) sempre banalità e facili autocommiserazioni. In ogni caso alla fine, non a caso, tra gli 11 corti, i più belli portano le firme di autori già di per sè straordinari, che confermano anche in questo anomalo contesto la loro assoluta classe. E allora ne cito tre, fautori degli episodi a mio giudizio più intensi: Sean Penn, Claude Lelouch e Ken Loach.

Il corto di Sean Penn offre 11 minuti di grande, grandissimo cinema. Una commovente riflessione sulla solitudine, sul mesto abbandono, sul senso di perdita di un anziano uomo (un grande Ernest Borgnine) che vive da solo a New York, in un piccolo e triste alloggio in cui non c’è mai abbastanza luce, cercando di combattere la memoria di una moglie adorata che non c’è più, e di un figlio morto in guerra. Con un’idea narrativa straordinariamente paradossale, Penn fa sì che il crollo delle Torri Gemelle porti finalmente la luce all’interno di quell’appartamento buio, liberando le lacrime da troppo tempo trattenute di un uomo che può ormai vivere solo nel ricordo. E le lacrime scorrono anche dai nostri occhi, per un’opera di meravigliosa sensibilità, che dimostra ancora una volta come Sean Penn, dopo un’onorata carriera d’attore, sia ormai diventato regista di classe sopraffina, e sia, come già ho avuto modo di affermare, l’unico vero e possibile erede di Clint Eastwood.

Bello, bellissimo, anche l’episodio di Claude Lelouch. Una donna sordomuta, che vive in un appartamento a poca distanza dalle Torri, e scrive al computer una lettera in cui vuol dare l’addio al suo compagno, mentre i tavoli vibrano e la Tv, a pochi metri da lei, trasmette in diretta le immagini della catastrofe. Ma la donna non si accorge di nulla, e scopre l’amara verità solo quando il suo Lui rientra in casa, con lo sguardo vacuo e il volto e i vestiti totalmente ricoperti di polvere. Una sincera e toccante riflessione sull’incomunicabilità, sul mondo parallelo in cui giocoforza vivono le persone affette da handicap, e in fondo anche un grido di speranza verso l’amore, oltre il dolore.

Una citazione d’obbligo anche per Ken Loach, che accomuna la tragedia del 2001 con la strage compiuta nel 1973 in Cile, nel giorno della caduta di Allende. Una lettera che un emigrato cileno scrive ai cittadini degli States chiedendo di non dimenticare, mentre scorrono immagini di repertorio che mostrano rappresaglie per le strade, torture e massacri. Loach detesta l'America e non ha paura a dirlo, ma lo fa con cognizione di causa. Una canzone sussurrata dalle dolci corde di una chitarra classica, e un’intima e straziante preghiera non solo contro l’11 settembre 2001, ma contro tutte le guerre.

Gli altri 8 episodi offrono invece significazioni meno brillanti e più discontinue. Non mancano comunque lavori confusi ma riusciti (Denis Tanovic), o simpaticamente genuini e giocosi (Idrissa Ouedraogo). Non colpiscono più di tanto Mira Nair e Samira Makhmalbaf, Youssef Chahine sprofonda nel narcisismo gratuito, Amos Gitai ha fatto di meglio, l’episodio di Inarritu è pleonastico, e infine l’uomo-serpente di Imamura, surreale e crudelmente fiabesco, ci fa letteralmente vergognare di essere uomini, perchè in fondo, come da giusta epigrafe, "le guerre Sante non esistono".


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CULT COLLECTION - L'IGUANA DALLA LINGUA DI FUOCO
Postato alle settembre 11, 2008 11:09 di giovedì, 11 settembre 2008
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION

- L'IGUANA DALLA LINGUA DI FUOCO -

Una volta, tanti anni fa, fare il regista era ancora un vero e proprio mestiere, non una semplice operazione di business come spesso capita al giorno d'oggi. Un mestiere che si imparava sul campo, rubando il sapere ai grandi maestri, in cui con pochi mezzi bisognava ingegnarsi per realizzare il miglior prodotto possibile. Soprattutto nel cinema di genere, tanti film, girati con due lire, trovavano la loro ragion d'essere solo e soltanto grazie all'abilità dello sceneggiatore e del regista, che doveva utilizzare la macchina da presa come vero e proprio strumento creativo, per dar vita a spaventi e suggestioni.

Erano i tempi del "regista artigiano", definizione portata in Italia a livelli sublimi da quei geni di Mario Bava (prima) e Lucio Fulci (poi). Tra loro, e tra tanti altri onesti artigiani, c'era anche Riccardo Freda, che diresse il primo horror della storia del cinema italiano, ovvero I Vampiri, 1957. Quattordici anni dopo lo stesso Freda andava in trasferta a Dublino per realizzare L'Iguana dalla lingua di fuoco, un giallo-horror di pregevole fattura che riassume un po' tutta quella casistica portata ai massimi risultati pochi anni dopo da Argento.

Abbiamo infatti un titolo a dir poco esotico e un ineffabile serial killer, la cui identità rimane ovviamente celata fino agli ultimi minuti. C'è la polizia "ufficiale" che brancola nel buio, e quella "ufficiosa" (un ex investigatore ormai uscito dalle scene) che fa per conto suo e ottiene i risultati migliori. Ci sono omicidi violenti e sanguinosi (un paio di gole tagliate con annesso, e per l'epoca piuttosto copioso, coté splatter), personaggi con segreti nascosti e molteplici identità, un elemento catalizzatore del testo (gli occhiali da sole dell'assassino), una bella femme fatale molto meno innocente di quanto sembri, e così via.

Soprattutto, per tornare al discorso di cui sopra, il buon Freda, che qui si presenta con il fantasioso pseudonimo di Willy Pareto, ci mette tanto mestiere. Inquadrature con angolazioni inattese, zoom reiterati, focalizzazioni alterne, apparizioni improvvise che squarciano la quiete, inserti sonori ben congeniati; il tutto impreziosito da un paio di azzeccati flashback e dall'interpretazione limpida e sicura di Luigi Pistilli, altro mestierante di fiducia (Reazione a catena di Bava, Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave di Sergio Martino, il bellissimo western Il grande silenzio di Corbucci...).

Respiri di cinema autentico, genuino, onesto. Raffazzonato finchè volete, al limite del thrash, ma molto meglio di tante porcherie contemporanee.


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ODE a EMMANUELLE BEART
Postato alle settembre 08, 2008 15:59 di lunedì, 08 settembre 2008
da: [cinemystic]

Si conclude la Mostra del cinema di Venezia, con la vittoria a sorpresa di The Wrestler di Aronofsky. Si chiude un’edizione che molta critica ha bollato come orribile, pessima, soprattutto con l’evidente e mal celato intento di spingere sempre di più il Festival di Roma affinchè superi Venezia per glamour e visibilità. Il tutto ovviamente a causa di palesi ragioni politiche – partitiche che si dividono tra amicizie interessate, provvigioni sottobanco, favori e controfavori, e chissà cos’altro. Che becero squallore.

Ma comunque, stendiamo un pietosissimo velo sopra alle nefandezze italiche, e parliamo d’Arte. Tra tutti i film in calendario alla Mostra ce n’era uno che mi intriga particolarmente, e che spero di vedere al più presto: Vinyan, di Fabrice Du Welz. Questo per due motivi: innanzitutto perché Du Welz è il regista di quel Calvaire che tre anni fa mi impressionò e meravigliò, un melò-horror disperato, passionale, lancinante, crudele, sanguigno, romantico, bellissimo. Sono quindi curioso di vedere se il regista avrà saputo confermarsi.

Il secondo validissimo motivo ha il nome e cognome dell’attrice protagonista di questo film: Emmanuelle Béart. Un’attrice, semplicemente, fantastica.

E’ difficile descrivere la Béart senza cadere nella retorica, soprattutto perché in lei è racchiuso il concetto stesso dell’Arte più pura. Una donna di una bellezza inaudita, il cui viso racchiude contemporaneamente la dolcezza semplice di un Angelo e la provocante perversione di un Diavolo, e il cui corpo sodo e perfetto personifica sonetti antichi di Muse racchiuse nel fluttuante oblio dell’eternità, e statue greche di secolare tradizione.

Come se non bastasse la Béart è sempre stata anche brava, molto, crescendo negli anni fino a giungere a prove di spessore attoriale indimenticabili. Giovane e di virginale purezza in Manon delle sorgenti di Claude Berri, incarnazione di una splendida elegia del del corpo femminile ne La bella scontrosa di Rivette (in cui recita nuda per quasi tutto il film, con sorprendente naturalezza), armonica e melanconica in Un cuore in inverno di Sautet, cinica e spietata nel grandioso L’Inferno di Chabrol, sdoganata negli States per Mission Impossible di De Palma, innamorata del suo stesso sesso ne La Repetition della Corsini, frizzante cameriera canterina in 8 donne e un mistero di Ozon, diabolica prostituta in Nathalie di Anne Fontaine, di nuovo preda di lacrime amorose in Storia di Marie e Julien ancora con Rivette… solo per citare alcune delle sue più belle intepretazioni.

Oggi, a 42 anni, la Béart è ancora radiosa, e incarna la tipica e impareggiabile classe francese; conserva una bellezza che toglie letteralmente il fiato, una professionalità ammirevole, e un’aurea mai scalfita dallo scorrere del tempo.

Sensuale e dionisiaca, erotica e pura, intensa e bravissima: la merveille de France, Emmanuelle Béart.














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BEST MOVIES OF THE YEAR
Postato alle settembre 05, 2008 10:21 di venerdì, 05 settembre 2008
da: [cinemystic]

La maggior parte dei cinefili è consueta fare le classifiche dei film più belli dell'anno rapportandosi alla "stagione cinematografica", cioè ai film usciti tra settembre dell'anno prima e luglio/agosto dell'anno in corso. Io, una vita controcorrente, ho invece preferito da sempre proclamare i "best of" prendendo in considerazione l'anno solare, gennaio-dicembre, un po' come fanno quei baracconi degli Academy Awards.

Stavolta però sono stato "costretto" da una rivista per cui collaboro a fare anch'io la classifica "stagionale", indicando la mia top 5 dei film usciti nelle derelitte sale italiane da settembre 2007 ad agosto 2008. E allora, già che ci siamo, semmai a qualcuno interessasse, faccio che ampliarla, e postare la mia top 15, riferita appunto, per una volta, alla "stagione cinematografica" e non all'anno solare, completata anche dai peggiori flop.

Premetto che è una classifica incompleta, perchè qualche titolo importante, ad esempio Batman, Gomorra e Go Go Tales, ancora non sono riuscito a vederlo. E dunque, a vous...

TOP 15, BEST MOVIES OF THE YEAR

1) INTO THE WILD - Sean Penn

Una splendida elegia panica, un meraviglioso inno alla libertà e alla conquista di sè. Penn unico vero erede di Clint Eastwood

2) REDACTED - Brian De Palma

Cinema-veritè, nudo e crudo dal devastante impatto emotivo e dalla terribile forza cinematografica

3) NO COUNTRY FOR OLD MEN - Coen Brothers

Un'opera al nero di rara intensità e compattezza, con un magnifico e sorprendente Bardem

4) LA PROMESSA DELL'ASSASSINO - David Cronenberg

L'ennesima conferma di un maestro senza confini, una spietata indagine sul significato della moralità

5) 10 COSE DI NOI - Brad Silberling

Il film rivelazione dell'anno. Una commedia freschissima, esilarante, con una bravissima Paz Vega e uno straordinario Morgan Freemen

6) IL PETROLIERE - P.T.Anderson

Sangue e carne, morte e abbandono, un grande film di un grande narratore

7) INTERVIEW - Steve Buscemi

Cinema da camera, piacevole e ipnotizzante. Un gioiellino, con una Sienna Miller da infarto

8) QUEL TRENO PER YUMA - James Mangold

Remake solido, giusto, attento, con due splendidi attori. Western never dies!

9) 4 MESI, 3 SETTIMANE, 2 GIORNI - Christian Mungiu

Cinema del dolore, lancinante, che ha il grande merito di mantenere un punto di vista oggettivo e neutro

10) HELLBOY 2: THE GOLDEN ARMY - Guillermo Del Toro

Il mio Del Toro da sfogo a tutta la sua infinita creatività, e si conferma autore vero

11) UN'ALTRA GIOVINEZZA - F.F. Coppola

Filosofia e metafisica applicate al cinema. Un'esperienza visiva difficile ma indispensabile

12) RATATOUILLE - Brad Bird

Il miglior film d'animazione degli ultimi 2-3 anni, stravince il duello con l'ormai stantìo Orco Verde

13) 28 SETTIMANE DOPO - J.C. Fresnadillo

Raro esempio di sequel che se non raggiunge l'originale perlomeno si mantiene su buonissimi livelli. Eletrizzante. Bravo Fresnadillo

14) PLANET TERROR - R.Rodriguez

Ebbene sì, a sorpresa Rodriguez surclassa Tarantino, con un film di rara beceraggine, ma sincero e divertente al punto giusto

15) LA RAGAZZA DEL LAGO - Andrea Molaioli

Almeno una citazione per l'Italia, un film imperfetto ma intenso e coraggioso


I FLOP DELL'ANNO

1) LA TERZA MADRE - D.Argento

Peggio di così Argento aveva fatto forse solo con "Il cartaio". E pensare che riviste importanti l'hanno idolatrato, spesso anche solo per partito preso. Vergognoso

2) REC - J.Balaguerò

Finto-shock per un film farlocco che non fa altro che riesumare cose già viste vent'anni fa

3) E VENNE IL GIORNO - Shyamalan

Ovvero, il regista più sopravvalutato del pianeta

4) IO SONO LEGGENDA - F.Lawrence

Matheson, Ubaldo Ragona e Vincent Price si rivoltano nella tomba

5) SWEENEY TODD - Tim Burton

Burton resta un autore indispensabile, ma il musical è un'altra cosa


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CULT COLLECTION - L'ULTIMO SPETTACOLO
Postato alle settembre 03, 2008 10:56 di mercoledì, 03 settembre 2008
da: [cinemystic]

RUBRICA CULT COLLECTION

- L’ULTIMO SPETTACOLO -


Non so se sia giusto inserire questo film nella rubrica Cult, perchè non è certo un lavoro sconosciuto o dimenticato. Però è un film da riscoprire, che magari alcuni giovani cinefili non hanno ancora avuto modo di vedere. E allora è corretto e sacrosanto (ri)parlarne.

Soprattutto perchè L’Ultimo Spettacolo, di Peter Bogdanovich, anno 1971, 2 premi Oscar vinti (agli attori non protagonisti Ben Johnson e Cloris Leachman), è una pellicola clamorosamente viva, moderna, attuale, a quasi quarant'anni dalla sua realizzazione. Un film che parla di nostalgia, di un tempo perduto, di una generazione senza più ideali, di un’America frastornata dallo sviluppo tecnologico, di un consumismo di massa capace di affondare il fascino primitivo di un’Arte che ha ormai esaurito il proprio corso.

Bogdanovich ambienta il film nel 1951, ad Anarene, una piccola cittadina texana ai confini del deserto. Un microcosmo placidamente chiuso in se stesso, che all’improvviso scopre di essere deragliato fuori tempo massimo. Ci sono giovani che ciondolano in lungo e in largo per le polverose strade del paese, alla ricerca di un’identità che non riescono a trovare, e di un futuro che appare fosco e imprecisato. Ci sono giovani donne che si autoimpongono di perdere la verginità per stare al passo con le amiche, e che cercano di accalappiare gli ultimi single rimasti pur di sposarsi e non rischiare di subire l’onta di rimanere zitelle (stesso tema trattato dal più recente e ben riuscito Mona Lisa Smile, con una magnifica Julia Roberts). Ci sono ragazzi che si guardano intorno smarriti cavalcando le loro macchine ruggenti (o i loro macinini scassati) come sublimazione di una soddisfazione sessuale che spesso non riescono a ottenere, o preferiscono invece tuffarsi in relazioni sconvenienti con donne molto più vecchie ed esperte, da cui trarre un affetto soprattutto materno.

C'è poi un vecchio bar che assomiglia ai saloon di tanti film western radicati nel Mito, in cui, dopo la morte del gestore (il glorioso Ben Johnson), sempre meno gente si ferma a rilassarsi o anche solo a gustarsi un sandwich. C’è un vecchio biliardo in cui la polvere inizia a formarsi a strati sempre più densi. E infine c’è una piccola sala cinematografica, una volta luogo di sogno e di amori, che ora è via via abbandonata dalla gente ormai ipnotizzata dalla nuova affascinante invenzione della televisione.

In tutto questo, nel vento che spazza via stimoli e illusioni, nelle note di tante affascinanti canzoni dell’epoca, uno dei due protagonisti (un quasi debuttante e già bravissimo Jeff Bridges), abbandonato dalla ragazza che amava, decide di arruolarsi e partire per la Corea, salutando il suo amico fraterno con una frase terribile: “se sono fortunato, ci rivedremo tra un anno”. Un concetto rapportabile a quello stampato nel cervello di tanti giovani americani d’oggi, che partono per l’Iraq senza sapere se torneranno. E nel frattempo, in un finale di struggente intensità emotiva, il cinema del paese chiude i battenti, definitivamente, dopo aver proiettato il suo ultimo film, ovvero lo splendido Il Fiume Rosso di Howard Hawks. Un amaro epilogo che assomiglia a quello di tanti gloriosi cinema d’essai del terzo millennio, costretti alla chiusura per colpa delle fagocitanti e stramaledette multisale.

L’Ultimo Spettacolo è un sincero atto d'amore verso il cinema in sè, come Arte e come strumento di impagabile fascinazione visiva ed emotiva...un omaggio in candido bianco e nero che viaggia sulla stessa linea di purezza, ad esempio, del tenero e romantico La rosa purpurea del Cairo di Allen, o del meraviglioso Effetto Notte di Truffaut, capolavoro senza tempo. E soprattutto, per i motivi di cui sopra, quello di Bogdanovich è un film strettamente attuale, specchio di una realtà contemporanea in cui i giovani hanno smarrito qualsiasi ideale, e belano nell’ignoranza. Una realtà triste, miope, dubbiosa, infinitamente povera. Un po’ come quella di Anarene, Texas, nell’anno 1951.


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VACANCY
Postato alle settembre 01, 2008 10:34 di lunedì, 01 settembre 2008
da: [cinemystic]


Vacancy, 2007, di Nimrod Antal. Un motel sperduto, dove una coppia in crisi sentimentale finisce giocoforza prigioniera (auto in panne in piena notte), per poi scoprire che il gestore dell’albergo e due suoi complici sono dei pazzi scatenati che li vogliono uccidere, filmando le loro morti per realizzare atroci snuff movies amatoriali, come già fatto più volte con altri precedenti malcapitati.

La ricetta prevede una serie di ingredienti ben collaudati: prendete un po’ di Psyco, un pizzico dell’hooperiano The Toolbox Murders (ma anche del mefitico Quel motel vicino alla palude), un cucchiaio del recente e kinghiano 1408, una forchettata del seriale Saw, un tocco del francese e claustrofobico Ils, una sfumatura di Wolf Creek. Mescolate il tutto, e servite in tavola. Mangiate (ovvero guardate), e scoprirete che la ricetta è venuta male, insapore e con un retrogusto acidulo.

Peccato, perchè la prima mezz’ora di Vacancy è quantomeno accettabile: strade notturne, silenzi inquietanti, tempi sospesi, e qualche buon tocco di regia di Antal, che gioca con gli specchi, con angolazioni deformate, con prospettive di ripresa non banali, azzeccando un paio di carrelli all’indietro mica male.

Poi però, quando Kate Beckinsale e Luke Wilson si ritrovano loro malgrado a fare la parte dei topi cacciati dal gatto, il film si affloscia nel nulla. Inseguimenti, colpi di scena prevedibilissimi, tentativi celebrali di fughe chiaramente non riuscite, due killer mascherati non si capisce per quale motivo, lacrime e (poco) sangue. Per concludere con un finale che non è nemmeno un finale, piatto e insulso come raramente ne avevo visti.

Ricetta fallita, e in fondo dispiace, perchè la materia, pur a costante rischio di deja vù, lasciava spazio a quache possibilità migliore. Per tanto così, giusto per citare un altro horror recente, meglio senz’altro Turistas, che pur senza brillare particolarmente almeno regala qualche crudeltà, emozione e intuizione in più.

Ops, dimenticavo, nel film di Antal c’è anche un anodino e originalissimo sub plot che parla di un figlio morto, e di una coppia in crisi che nel dramma ricerca la redenzione dagli errori passati e ritrova l’amore perduto. Evviva. Il trionfo del superfluo.

E pensare che in molti ne hanno anche parlato bene... mah.


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