lunedì 14 novembre 2011

ARCHIVIO CINEMYSTIC (Ottobre 2010 - Febbraio 2011, 10 post)


PICCOLO SPAZIO PUBBLICITA'
Postato alle febbraio 23, 2011 21:34 di mercoledì, 23 febbraio 2011
da: [cinemystic]

Distolgo per un attimo l'attenzione dei lettori di Cinemystic dagli argomenti riguardanti la Settima Arte, per comunicare con gioia una novità che mi riguarda.

A breve, infatti, sarà pubblicato il mio primo romanzo. Si intitola TAM_9.0, ed è un thriller erotico ambientato nel mondo delle webcam girls. Una storia di sesso, materialismo, avidità, gelosia, ossessione e vendetta, dai contenuti piuttosto scabrosi.

Il libro uscirà per Ciesse, una casa editrice veneta. Ovviamente ne sono molto contento.

Seguiranno aggiornamenti, un abbraccio a tutti voi.

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THE FOUNTAIN
Postato alle febbraio 16, 2011 15:57 di mercoledì, 16 febbraio 2011
da: [cinemystic]

Dopo il durissimo e sconvolgente Requiem for a Dream, proseguo la mia personale mini retrospettiva dedicata a Darren Aronofsky, il quale si impone sempre più ai miei occhi come uno degli autori più interessanti usciti allo scoperto negli ultimi dieci anni.

Stavolta è il turno di The Fountain (L'albero della vita), film che sicuramente molti di voi avranno visto e ben ricorderanno. Una pellicola in un certo modo unica, ambiziosa fino alla temerarietà, e portavoce di una poetica cinematografica al contempo appassionata e ridondante, ma di sicuro non priva di elementi assai affascinanti.

In questo straniante lavoro il buon Aronosfky ha cercato di creare il proprio apogeo artistico, ponendo sul piatto un mélange in cui si intersecano derivazioni e influssi tematici di ogni tipo: esistenzialismo, mitologia dei popoli Maya, credenze popolari, eterno e atavico conflitto tra Bene e Male, suggestioni New Age, riflessioni sui limiti della scienza, dualismi teologici, percorsi verso la ricerca dell'immortalità, passato e futuro, realtà e leggenda, invenzioni e diacronie, parallelismi ed estremizzazioni, accecanti esplosioni di bianco e lacrime dorate.

Ne esce fuori un pasto teso, ipnotico, ostico, in grado di condurre verso il rifiuto totale, o al contrario capace di cullare lo spettatore in un'empatia senza fine.

Aronofsky è bravo, bravissimo, e sa di esserlo. Per questo motivo, in alcuni punti, esagera un po', lasciandosi andare in virtuosismi non necessari. Dall'alto della sua sfrontatezza, riesce però a dipingere una tela dai mille colori, nella quale è possibile perdersi nei meandri di una visione totalizzante.

Tra misticismo e sofismi ontologici, The Fountain viaggia su piani prospettici non così univoci, e dopotutto, sopra a tutto, il film racconta una straziante storia d'amore. Un melodramma profondo e raffinato, che travalica i confini del tempo e dello spazio, e prova a disintegrare la razionalità nel nome di un sentimento più forte dell'intoccabile destino.

A dare volto e anima a questo viaggio sui confini del sacro e del profano, un ottimo Hugh Jackman, un'ammirabile Rachel Weisz, la splendida Ellen Burstyn, scenografie post-moderne di notevole impatto, e la magnifica partitura musicale di Clint Mansell.


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REQUIEM FOR A DREAM
Postato alle febbraio 10, 2011 18:11 di giovedì, 10 febbraio 2011
da: [cinemystic]

Devastante. Questo l'aggettivo più immediato che mi viene in mente nel definire Requiem For A Dream, secondo lungometraggio di Darren Aronofsky, realizzato nel 2000 e da me appena recuperato dopo che, colpevolmente, me l'ero perso in questi anni.

Un film straziante, durissimo, che mi ha lasciato in dono un senso di smarrimento assoluto. Un lavoro senza speranza, capace di penetrare all'interno della mia pelle con forza sconvolgente, cosa che ormai capita ben di rado, essendo avvezzo a visioni cinefile estreme con preoccupante (??) frequenza.

Famiglia americana allo sfascio. Padre defunto troppo in fretta. Madre (Ellen Burstyn) sola, triste e lobotomizzata dalle fandonie della televisione. Figlio (Jared Leto) drogato e in cerca di un qualsiasi espediente per diventare ricco e procurarsi la roba. Fidanzata del figlio (Jennifer Connelly) tossicomane pure lei, e senza occupazione. Fin qui, tutto (quasi) normale.
Poi però capita che la madre riceva una telefonata in cui le si dice sarà ospite in una trasmissione Tv. A quel punto la donna inizia a prendere pillole su pillole per dimagrire e fare bella figura quando arriverà il momento fatidico, fino ad avvelenarsi il fisico e l'anima. Nel frattempo i piani di gloria del figlio vanno a farsi benedire, e il suo braccio sinistro, a forza di aghi nelle vene, anche. Come se non bastasse, la fidanzata di lui inizia a prostituirsi pur di procurarsi la droga, finendo in giri d'inqualificabile squallore. Tra dipendenze, astinenze, veleni e overdosi, le storie parallele di questi dannati senza futuro scivolano così verso un inferno senza più luce.


La prima mezz'ora del film è complessa, ostica, per certi versi perfino irritante. Aronofsky utilizza uno stile di regia sperimentale e assai videoclipparo, zeppo di inserti psidechelici, inquadrature frammentate, ritmi sincopati, angoli di ripresa fantasiosi, montaggio balbettante e musica assordante. Un rave-movie (copyright del sottoscritto) in piena regola. Vien voglia di scappare.

Verso la metà di Requiem for a Dream, però, c'è una splendida sequenza in cui la bravissima Burstyn confessa al figlio quanto si senta sola, e come grazie alla dieta abbia finalmente ritrovato un motivo per alzarsi la mattina e "sorridere al sole". Un momento di pura poesia cinematografica, recitato in modo superbo, che si pone come netta cesura nell'impianto narrativo.


Da lì in poi, infatti, si scatena l'Apocalisse. Un viaggio allucinante nell'ombra oscura di un'umanità deflagrata dalla sua completa mancanza di forza di volontà. Una corsa a perdifiato nell'orrore più nero. Un deragliamento dai binari della vita, verso ferite grondanti sangue e disperazione. Il tutto girato a velocità folle, e con una forza visiva strepitosa, che rapisce i sensi e non li lascia più fino ai titoli di coda, e anche dopo.

Senza nemmeno rendersene conto, in pochi minuti si precipita in un vortice dantesco nel quale si assommano schizofrenie, ospedali, sporcizia, elettroshock, amputazioni, umiliazioni, orge sadomaso, giganteschi falli di gomma infilati nel corpo della novella dark lady Connelly, violenze, depravazioni e distruzioni. Senza pietà.

Aronofsky va fino in fondo, sfrutta qualche suggestione lynchiana, forse si autocompiace un po', ma evita qualunque consolazione ludica alla Trainspotting. Picchia duro, durissimo... e (ci) lascia addosso un segno indelebile.


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RAMMBOCK
Postato alle febbraio 04, 2011 11:51 di venerdì, 04 febbraio 2011
da: [cinemystic]

È grigio il cielo sopra Berlino. Quasi nero. Non può essere altrimenti, quando ti ritrovi sul tetto di una squallida palazzina assediata da creature impazzite che ti braccano nel tentativo di divorarti, e oltretutto hai appena scoperto che la donna che amavi ti ha lasciato per mettersi con un altro uomo. A questo punto ti restano solamente due scelte: salire sul parapetto e buttarti di sotto, così da avere almeno la possibilità di decidere in autonomia la tua morte, oppure cercare le energie per provare comunque a combattere.

Questa è forse una delle scene più significative di Rammbock, zombi-movie tedesco diretto dal debuttante Marvin Kren, uscito nel 2010 e transitato con discreto successo in numerosi festival (ad esempio Locarno e il Science Fiction di Trieste); un lavoro semplice, esile, forse anche scontato, ma condotto con sicura genuinità d’intenti, e piccole idee senza dubbio meritevoli di considerazione.

In un periodo in cui le pellicole dedicate ai morti viventi si affastellano e si sprecano, perseguendo una moda che inizia davvero a prosciugarsi di qualsiasi energia rappresentativa, trovare ancora qualcosa di originale da dire e mostrare risulta quasi impossibile. Forse allora è opportuno fare un passo indietro, e confezionare prodotti lineari, di buon intrattenimento, che non debbano per forza rincorrere soluzioni narrative originali con il rischio di scadere nel ridicolo (come accaduto, ahinoi, al maestro Romero in Survival of the Dead). Kren lavora proprio in questo modo: mette in piedi una storia semplice e breve, senza pleonasmi e forzature, e riesce nell’intento.


Michael torna a Berlino e va a casa di Gabi, la sua ex ragazza. Vorrebbe restituirle le sue chiavi, e magari anche tentare di ricostruire un rapporto concluso in maniera dolorosa. Lei però non c’è. Dal cancello della palazzina inizia ad arrivare un’orda di zombi, e chi si trova dentro agli appartamenti non può fare altro che sprangare le porte e difendersi dall’assedio. Michael, insieme all’idraulico Harper, si barrica nell’alloggio di Gabi, sperando che l’epidemia passi in fretta. Quando si rende conto che rimanendo lì rischia di fare una brutta fine, mette in moto il suo ingegno sopito dalla noia della vita, e inizia a studiare una via di fuga.

Tutta qui la trama di Rammbock. Ma va bene così. Kren infatti utilizza con costrutto gli spazi limitati a sua disposizione, riesce a fornire una discreta caratterizzazione ai suoi personaggi, sfrutta al meglio il basso budget, ingloba la storia in una fotografia cupa e claustrofobica, e azzarda anche qualche interessante spiegazione scientifica riguardo all’epidemia (dovuta a un agente patogeno che sconvolge la mente delle vittime, senza però portare automaticamente al contagio: quest’ultimo infatti si attua soltanto a causa dell’adrenalina, prodotta dallo stress nervoso, e dunque può essere tenuto a bada con l’utilizzo di tranquillanti e sedativi).
L’orrore si mescola con momenti di sana ironia e dialoghi ai limiti del surreale, e gli eventi si dipanano con scioltezza, sino a un finale pervaso da un sorprendente tocco di romanticismo. Alcuni attori sono espressivi come impiegati del catasto, ma è un difetto che si perdona senza sforzo.


Il film dura soltanto 60 minuti, e non è difetto. Anzi, casomai è una lezione per tutti i produttori che ogni volta cercano disperatamente di allungare la minestra sino ai canonici 80-90 minuti, con il risultato di ingolfarsi in micidiali tempi morti e ripetizioni sfinenti. Oltretutto va anche segnalato che il lavoro è coprodotto da Tv pubblica tedesca. Cosa neanche lontanamente immaginabile in questo paese.

A conti fatti Rammbock è un prodotto onesto, godibile e “giovane”, e dimostra come ormai, se togliamo il panorama underground in cui per fortuna c’è una grande vitalità, perfino la Germania sia più avanti dell’Italia nelle produzioni di genere. Qui, infatti, siamo ancora fermi al Dracula in 3D di Dario Argento… poveri noi.


(Articolo pubblicato anche su Guide Cinema Horror Supereva)

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OSCAR NOMINATIONS 2011
Postato alle gennaio 26, 2011 13:28 di mercoledì, 26 gennaio 2011
da: [cinemystic]

Scusandomi per l'assenza piuttosto lunga, riprendo ad aggiornare Cinemystic con qualche mia considerazione riguardo alle nominations per gli Oscar 2011, annunciate ieri.

Innanzitutto pare evidente che i tre film destinati a contendersi la maggior parte dei premi più importanti saranno The Social Network, Il discorso del re e The Fighter, con qualche possibilità di inserimento anche per Il Grinta dei Coen. La pellicola di Fincher dedicata al fondatore di Facebook ha già vinto il Golden Globe, e quindi dovrebbe essere favorita, ma forse The King's Speech, visto il suo impianto narrativo più classico, potrebbe avere la meglio.

La prima grande delusione, che direi ci accomuna un po' tutti, è l'assenza di Christopher Nolan nelle nominations come miglior regista. Una decisione che pare francamente assurda e inspiegabile. Al di là del valore intrinseco del suo Inception, per certi versi straordinario ma forse un pochino troppo compiaciuto, Nolan è senza dubbio uno degli autori più innovativi apparsi nel panorama mondiale in questi ultimi anni, fin dai tempi di Following e Memento. La sua esclusione, oltretutto per un film di tale forza e ricercatezza, è inaccettabile. Andrà a finire che più in là nel tempo si finirà a premiarlo magari per il suo lavoro peggiore, a mo' di risarcimento, come già accadde per Scorsese con il mediocre The Departed.


A proposito di Scorsese, lui e Eastwood sono i grandi assenti di queste candidature. Personalmente, come ho già scritto, ho detestato Shutter Island, quindi non me ne faccio un cruccio, tutt'altro. Mi dispiace invece per l'incommensurabile Clint, anche se avevo previsto la sua esclusione: Hereafter, infatti, è tutto fuorché un film adatto agli Oscar.

Molto presente, invece, il nuovo Re Mida Danny Boyle, che dopo aver trionfato con il furbo e cialtronesco The Millionaire ha avuto diverse candidature anche per il banalissimo e sopravvalutato 127 ore.

Per quanto riguarda i migliori attori, spiccano le assenze di Paul Giamatti (che aveva vinto il Golden Globe per La versione di Barney) e del povero Di Caprio, che nonostante sia migliorato tantissimo negli ultimi anni continua a essere inesorabilmente (e ingiustamente) snobbato. Probabile comunque la vittoria di Colin Firth per Il discorso del Re.


Per le migliori attrici, invece, le mie speranze con ogni probabilità andranno tutte verso la splendida Natalie Portman. Non ho ancora visto Il cigno nero (rimedierò a breve), ma di lei ormai mi fido a scatola chiusa. Premiare al suo posto quella "cosa" chiamata Nicole Kidman, una volta donna meravigliosa e ora ridotta a simulacro di se stessa, sarebbe ridiolo.

Infine, due belle sorprese, di cui sono assai lieto. Innanzitutto le 4 candidature (miglior film, sceneggiatura, attrice protagonista e attore non protagonista) per Winter's Bone, il film che ha vinto lo scorso Torino Film Festival.
Si tratta di un piccolo film indipendente, solido e notevole sotto ogni aspetto, uno di quei (pochi) lavori ancora capaci di mostrarci il lato più puro e genuino del cinema americano, e ben lontano dalle logiche blockbusteriane che purtroppo infestano il 90% delle produzioni statunitensi.
Un piccolo miracolo, insomma, e una grande soddisfazione anche per gli organizzatori del benemerito festival piemontese, gli unici finora meritevoli di aver scoperto e fatto vedere anche in Italia questa pellicola. Non a caso poco fa mi è arrivato un comunicato stampa proprio dal TOFIFE, attraverso il quale Amelio e la Martini esprimono la loro gioia per questo successo. Applausi convinti!


Soddisfazione e grande stupore anche per la candidatura come miglior film non in lingua inglese del greco Kynodontas. Un lavoro estremo, radicale, spietato, anticonvenzionale, sconvolgente, che mai avrei pensato potesse trovare i favori dei bacchettoni dell'Academy (a questo link trovate la mia recensione). Un inserimento imprevisto che ridà interesse a una categoria che aveva già visto le esclusioni di La prima cosa bella (non una gran perdita) e soprattutto, ahinoi, del magnifico Uomini di Dio, forse il film più bello dell'anno, troppo spirituale, ricercato e profondo per l'establishment americano.

La cerimonia si terrà il prossimo 27 febbraio.


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MY SON, MY SON WHAT HAVE YE DONE
Postato alle dicembre 30, 2010 11:16 di giovedì, 30 dicembre 2010
da: [cinemystic]

Werner Herzog e David Lynch sono due tra i pochi autori realmente indispensabili del cinema moderno e contemporaneo.
Va da sé che dall'unione di due menti così geniali non poteva che nascerne un film spiazzante, eterodosso, e a suo modo unico. Così è infatti My Son My Son What Have Ye Done, uscito ormai quasi un anno fa e purtroppo rimasto quasi invisibile (ma non c'è da stupirsi) nei cinema italiani.

Un ragazzo uccide la propria madre, e poi si barrica in casa tenendo con sé due presunti ostaggi. La polizia arriva sul posto, e monitora la situazione. Giungono in loco anche la fidanzata e un amico di vecchia data, i quali narrano al capo detective alcuni stralci della recente vita del ragazzo, utili per provare a comprendere il perché del suo gesto estremo.

Herzog e Lynch: visionarietà allo stato puro, centrifruga dei generi, anarchia grottesca, inquietudini sommerse, umanità allo sbando, pazzia latente, sogno e realtà. Due maestri che si trovano e confrontano (il primo alla regia, il secondo come produttore esecutivo), mettendo in scena un divertissement autoreferenziale forse di difficile digestione, ma senz'altro affascinante e gustoso per chi da lustri segue i capolavori di questi due assi della Settima Arte.


La razionalità non abita qui. E' tempo per scavare (di nuovo) nell'ignoto spazio profondo di ognuno di noi. E quindi, in una struttura a incastro che inserisce abbondanti flashback relativi al passato del ragazzo, si danza sulle note di una sarabanda di piccole invenzioni atte a confondere e alienare l'occhio dello spettatore, troppo abituato alle certezze di pellicole spesso simili (identiche?) tra loro e dunque prive di qualsiasi deviazione di percorso.

Contenitori di farina d'avena che rotolano sull'asfalto. Eleganti fenicotteri trattati come animali da compagnia. Nani ben vestiti nella foresta. Diacronie di suoni e colori. Attori che nel mezzo di una sequenza all'improvviso si fermano e restano immobili guardando in faccia noi che stiamo dall'altra parte dello schermo.

Uno scherzo? Un gioco? Sì, ma anche molto di più.

Quello della coppia Herzog/Lynch è un elogio della follia che non ammette risoluzioni facili, né coinvolgimenti emotivi. Il cinema scivola nel teatro, e viceversa. L'orrore striscia sottopelle, e la pellicola, inglobando una ricetta in cui si sovrappongono la tensione emotiva e l'ironia dissacrante, gira il dito nelle pieghe dell'alienazione sociale in cui viviamo, ormai lobotomizzati, dopo aver perso (definitivamente?) ogni immagine di Dio.

In questo luna park squadrato e squilibrato, una carrellata di volti noti e attori feticcio: Michael Shannon, Udo Kier, Chloe Sevigny, Willem Dafoe, e soprattutto un magnifico Brad Dourif, che migliora ogni anno che passa proprio come il vino buono, e un'intoccabile Grace Zabriskie, ancora luciferina e inquietante vent'anni dopo l'inarrivabile Twin Peaks.


Benvenuti nel cinema più puro e strafottente, che se ne sbatte delle regole e non ha paura di dire, mostrare, capovolgere, azzardare, sfidare. Chi ha paura di fare un passo oltre al proprio naso, però, lasci perdere e si diriga altrove... tanto ci sono sempre i simpatici e rassicuranti cine-panettoni, no?

BUON 2011 A TUTTI I LETTORI DI CINEMYSTIC !!


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UNA VITA NEL MISTERO
Postato alle dicembre 21, 2010 14:44 di martedì, 21 dicembre 2010
da: [cinemystic]

Stefano Simone è un autore giovane, dotato di sicuro talento, che vive il cinema con grande passione e forza di volontà, cercando di maturare e progredire in ogni suo lavoro. Il sottoscritto lo sta seguendo con interesse da un po' di tempo, e ne ha apprezzato alcuni cortometraggi come Contratto per vendetta, Kenneth e il recente Cappuccetto Rosso.

Nonostante il suo background stilistico, diviso a metà tra giallo/noir e horror, per il suo debutto nel lungometraggio il regista 24enne di Manfredonia sceglie di raccontare una delicata storia d'amore, imbevuta di dolcezza, speranza, e di una religiosità costruita sui piccoli tesori della quotidianità.
In Una vita nel mistero, Simone pone al centro della scena una coppia di mezza età, unita da un legame forte e indissolubile, che travalica i confini terreni. Lei è ammalata di tumore, e sembra arrivata alla fine dei suoi giorni. Poco alla volta, però, alcuni strani segni iniziano a scuotere le certezze del marito, fino a che si compie una guarigione che ha del miracoloso. Forse.

Simone lavora sui silenzi, sulle dissolvenze, sui piccoli particolari che sanno imporsi all'occhio dello spettatore, insinuandosi nel campo visivo come strumenti di epifanica rivelazione.
Soprattutto nella prima parte cerca di ridurre al minimo i dialoghi, una scelta assai coraggiosa e dunque apprezzabile, e si prende tutta la calma del caso per sviscerare il suo romantico e straniante racconto.
Certo, portare avanti la narrazione per 86 minuti non è affare semplice, e infatti ogni tanto la fluidità di manovra si incarta un po' su se stessa, inciampando in sequenze ripetitive e tutto sommato pleonastiche, che avrebbero necessitato di qualche taglio in fase di montaggio.


Nonostante questo, comunque, il lavoro possiede una tensione sotterranea assai apprezzabile, e veleggia con una certa sicurezza tra semplici gesti d'affetto, passeggiate lievi, liturgie incrollabili, e inserti al limite del soprannaturale, costruendo uno scenario globale curioso e intrigante, nel quale, verso la fine, trovano posto anche un paio di sequenze molto vicine all'horror.

Una vita nel mistero è quindi un lavoro complesso, che travalica i generi per addentrarsi nelle anime dei due protagonisti (Tonino Pesante e Dina Valente, bravi anche se spesso troppo impostati nell'esecuzione dei dialoghi), sfruttare la componente onirica così da volare al di là delle apparenze, e reclamare una necessità d'amore di cui un po' tutti, in fondo, abbiamo bisogno.

A questo link il Myspace del regista, da cui ho saputo che il film avrà una distribuzione nelle sale. Un'ottima notizia, una volta tanto.


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BELLAMY
Postato alle dicembre 18, 2010 10:16 di sabato, 18 dicembre 2010
da: [cinemystic]

Applausi alla Dall'Angelo Pictures, società di produzione e distribuzione attiva dal 1998, che si sta facendo assai apprezzare per il recupero di pellicole clamorosamente ignorate da tutti gli altri concorrenti italici. Tra gli altri titoli, mi preme sottolineare Bubba Ho-Tep, strepitoso film di Don Coscarelli rimasto ignominiosamente inedito da noi per tanti, troppi anni, e Bellamy, l'ultimo lavoro del grande Claude Chabrol, che non ha nemmeno trovato una distribuzione nelle sale.

In programmazione in questo periodo anche sui canali di Sky Cinema, Bellamy è il film con il quale il maestro Chabrol ci ha salutato, prima della sua scomparsa, avvenuta tre mesi fa. Un giallo-noir che vive del respiro a cui il cineasta francese ci ha abituato nel tempo, e che va a costituire un epitaffio sarcastico, disilluso e tanto, tanto affascinante.

Tra Nimes e Montpellier, si racconta la storia di un commissario parigino, intepretato da un trattenuto e sempre carismatico Gerard Depardieu, il quale si trova a lottare con un fratello nullafacente e autodistruttivo, e nel contempo indaga su un caso di omicidio/suicidio che riuscirà brillantemente a risolvere andando oltre alle facili apparenze. Un film sottile, mellifluo, ironico e ricco di sfumature, che va a costituire l'ultimo e prezioso tassello di un percorso autoriale che per oltre quattro decenni ha saputo scavare nelle pieghe dell'animo umano con classe pura e cristallina.


Una pellicola preziosa, che scivola con dolcezza verso la sua amara conclusione, nella quale il regista ci da il suo addio attraverso una frase splendida e più che mai rappresentativa del suo cinema: "ho trovato una grande forma di dignità nel disprezzare me stesso".

Salut, Monsieur Chabrol.


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UOMINI DI DIO
Postato alle novembre 12, 2010 10:25 di venerdì, 12 novembre 2010
da: [cinemystic]

Chi mi conosce e mi segue, ormai sa quanto io ami visceralmente il cinema francese, e come da sempre lo consideri il migliore del mondo. Ecco perchè non potevo esimermi dal visionare Uomini di Dio, di Xavier Beauvois, film applaudito all'ultimo Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio della Giuria, e candidato dalla Francia ai prossimi premi Oscar (l'anno scorso toccò al bellissimo Il Profeta, battuto a sorpresa dal discreto Il segreto dei suoi occhi di Campanella).

Siamo in Nord Africa, sulle alture del Maghreb. Un gruppo di monaci francesi vive in rigorosa povertà, attraverso giornate scandite dal lavoro, dai canti e dalla preghiera, intrattenenendo pacifici rapporti con gli abitanti di un piccolo villaggio sorto proprio accanto al monastero. All'improvviso, però, una serie di attacchi compiuti da parte di alcuni terroristi, in nome dell'estremismo religioso, sconvolge la pace del luogo. I monaci sono costretti a trovarsi faccia a faccia con loro, e da quel momento cercano di decidere se fuggire dal pericolo e tornare in Francia oppure rimanere lì, nonostante tutto, fino alla fine, rischiando la morte.

Quello di Beauvois è un lavoro puro, cristallino, pregiato, rigoroso, impostato come una partitura musicale le cui note fluttuano tra i rituali quotidiani dei monaci, e capace di affascinare per la sua solidità d'intenti, e al contempo di lasciar germogliare, con tutta la calma del caso, una tensione sotterranea destinata a sfociare nell'ineluttabile verità.

Lo possiamo definire dramma politico, se vogliamo, ma incastonare questo film in un genere specifico non ha in fondo alcuna importanza. Ciò che conta è la bellezza ammaliante di una pellicola che gioca sugli sguardi rugosi di questi otto padri, verso i quali non possiamo che provare completa empatia. Un meccanismo lisergico che scivola tra lunghi e beati silenzi, soffermandosi con intelligenza sulle piccole variazioni espressive di uomini impauriti, anzi terrorizzati, ma anche fermi nel portare avanti la propria missione spirituale.

Il regista, sfruttando la lezione di Dreyer e Bresson, lascia che le ampie scenografie montane introiettino il respiro dell'intera storia, utilizza le parole con meravigliosa parsimonia, resta in disparte dirigendo con carrelli laterali e panoramiche mai invasive, e mette in scena l'abominio del fanatismo religioso senza raschiare alcun avanzo di retorica. La riflessione ontologica sull'essere umano in quanto tale (come ben si nota dal titolo originale, Des Hommes et Des Dieux), pervaso da tremori e incertezze, è condotta con un occhio indagatore lucido e attento, razionalizzando gli eventi senza mai smarrire il controllo della narrazione.

Quando poi il finale si avvicina, Beaumont ci regala anche una memorabile Ultima Cena, tra teneri sorrisi e strazianti lacrime, sulle note del Lago dei Cigni di Chaikovskij, nel nome di uomini straordinari che si dirigono a testa alta verso il proprio destino, aspettando l'abbraccio universale con il Dio misericordioso che vive nei loro cuori. Una sequenza di rara delicatezza, che andrebbe insegnata nelle scuole di cinema.

Dopo due ore emozionanti e solenni, le immagini si chiudono infine tra la neve che sfuma i volti e cancella le ombre e le tracce, le speranze e i dolori. Un biancore assoluto che ci traghetta verso l'infinito, senza bisogno di mostrare oltre, lasciandoci in eredità quei visi stanchi, ma anche dolci e sereni, che non dimenticheremo mai.

Un film magistrale.


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LA CITTA' VERRA' DISTRUTTA ALL'ALBA
Postato alle ottobre 20, 2010 17:19 di mercoledì, 20 ottobre 2010
da: [cinemystic]

Di solito evito i remake come la peste nera, a meno che non sia costretto a vederli per motivi professionali. Questa volta, spinto dai discreti riscontri critici, ho voluto tentare l’azzardo, e pormi alla visione di La città verrà distrutta all’alba, il rifacimento targato Breck Eisner del grande classico di George Romero datato 1973. Il risultato non è stato propriamente entusiasmante.

La nuova versione di The Crazies parte piuttosto bene, tanto che il primo quarto d’ora risulterà alla fine il migliore. Il regista riesce con buona efficacia a costruire un clima sospeso, e di kinghiana memoria, entro cui la tranquilla vita di una piccola comunità rurale è all’improvviso sconvolta da inusitati attacchi di rabbia che colpiscono alcuni abitanti. Un uomo invade un campo da baseball con un fucile, il capo della polizia locale gli intima di fermarsi e poi lo uccide, i familiari della vittima lo accusano, lui si strazia nel senso di colpa, la pace ovattata del microcosmo va a farsi benedire, e la tensione sale.

Peccato, però, che all’alba del 2010 lo spettacolo caciarone e fine a se stesso debba quasi sempre trionfare indisturbato, ed ecco infatti che Eisner si lascia prendere la mano, troppo e troppo in fretta: in pochi minuti gli eventi precipitano, e inizia una sarabanda urlata e fors’anche cialtronesca nella quale assistiamo a inseguimenti e fughe adrenaliniche, assalti ai sopravvissuti e fantomatiche vie di salvezza, spari e tradimenti, assedio e propagazione del virus, macchine che rotolano sull’asfalto e protagonisti che sembrano supereroi indistruttibili e immortali, fino all’ovvia risoluzione finale.

Questo remake, dal punto di vista prettamente narrativo, cerca di mantenersi abbastanza fedele all’originale romeriano; è lo spirito, però, a fare fagotto, perchè qui si punta tutto sull’aspetto ludico e di pronta ricezione, a discapito della fondamentale componente politica e anticonformista presente nel film del 1973. Tutto è già visto, tutto è prevedibile, e i sottotesti scompaiono, fagocitati dallo show.
Peccato, perchè qui e là buone intuizioni ci sono, come ad esempio le soggettive della dottoressa legata alla barella, e il gesto disperato con il quale la donna per un attimo prova a raccogliere i panni stesi, come semplice gesto di apparente normalità nel caos che la circonda. Piccole idee di pregio, che avrebbero meritato uno sviluppo migliore.

A conti fatti, The Crazies 2010 è un buon film d’azione o poco più, ma il senso del vero cinema horror sta(va) da un’altra parte.

(Originariamente pubblicato su Guida Cinema Horror Supereva)

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