domenica 13 novembre 2011

ARCHIVIO CINEMYSTIC (Maggio - Agosto 2008, 30 post)

NEW VISIONS - ROGUE di Greg Mc Lean
Postato alle agosto 28, 2008 11:33 di giovedì, 28 agosto 2008
da: [cinemystic]

RUBRICA NEW VISIONS

- ROGUE -


Seconda puntata della rubrica New Visions, dedicata alle recensioni in anteprima di film ancora inediti in Italia. Premessa: da tanto tempo porto avanti un’amichevole e infinita diatriba con i miei amici-colleghi critici riguardo al valore di Wolf Creek, l’horror del 2004 dell’australiano Greg Mc Lean. Chi lo giudica un film discreto, buono, ma non di più. Chi lo vede come un film trascurabile, e neanche particolarmente riuscito. E chi, come me, lo giudica un capolavoro. Personalmente Wolf Creek, sin dalla prima visione avuta tre anni fa durante il Ravenna Nightmare Film Festival, mi ha letteralmente stregato, mi ha eletrizzato, è divenuto un mio cult assoluto. Un film di meravigliosa crudeltà e ferocia, dall’insostenibile atmosfera soffocante, magistralmente tagliato in due tra una prima parte di ottimale ambientazione e una seconda di esiziale incubo senza speranza. Uno degli horror più belli ed entusiasmanti degli ultimi 15 anni.

Proprio per questo motivo aspettavo con grande ansia e curiosità Rogue, il nuovo lavoro di Greg Mc Lean, uscito già da qualche mese sui mercati esteri e tanto per cambiare ancora inedito qui (ma reperibile nelle consuete modalità). E devo dire che l’attesa non è stata vana. Siamo ancora nella selvaggia e incontaminata Australia, "Into the Wild", sulle rive di un fiume in mezzo alla foresta, in cui troneggiano animali di ogni specie, tra cui enormi coccodrilli, veri e propri padroni delle acque. Un gruppo di turisti, guidati da un giornalista americano giunto in Australia per scrivere un articolo di viaggio dedicato alle bellezze locali, compie una gita a bordo di un battello, per immergersi nella primitiva atmosfera del luogo. Accade però che l’imbarcazione finisce in panne, i soccorsi tardano ad arrivare, e gli sventurati si trovano a lottare per la sopravvivenza contro un mastodontico coccodrillo profondamente incazzato per essere stato disturbato nel suo territorio.

La struttura di base, e la tecnica di realizzazione con cui Mc Lean imposta Rogue, ricordano piuttosto da vicino Wolf Creek. Una prima parte rilassata e cauta che affonda poi (questa volta gradualmente) nei meandri del dramma. Una tesa coreografia fatta di lunghi silenzi, attese smorzate, tensione palpabile, scatti sospesi. Il ruolo fondamentale del campo visivo in cui si muovono gli attori, attraverso il quale la Natura diviene puro soggetto filmico. Ci sono tante inquadrature fisse in cui Mc Lean sembra a tratti realizzare un documentario del National Geographic, nei dettagli prolungati di gufi, ragni, insetti, cavallette e salamandre che sembrano guardarci in faccia per reclamare il ruolo sacrale del proprio habitat, e il desiderio di essere lasciati in pace dalle nefandezze dell’essere umano.

Come in Wolf Creek la selvaggia Australia è la vera protagonista del racconto, e il coccodrillo che inizia a divorare i malcapitati turisti altro non è se non un simbolo totemico che incunea le proprie radici nelle leggende primitive, e nei Miti religiosi di una foresta ancora saldamente legata alle primigenie significazioni di un’essenza antica.

Siamo dalle parti del beast movie, sicuramente. C’è qualche vago riferimento a Lo Squalo, a Piranha, a L’Orca assassina, a Lake Placid, ma qui la componente scenografica e ambientale come detto diviene il fulcro dello script. Mc Lean si muove a metà tra l’horror e il racconto d’avventura, sviluppa la caccia all’uomo senza fretta, prendendosi i tempi giusti, lesinando il sangue, e azzecca una lunghissima e claustrofobica sequenza ambientata in una caverna dove si nasconde l’antro segreto del presunto mostro, che poi mostro non è, ma solo un animale che rivendica una pace a lui dovuta.

Forse il regista non osa abbastanza nel finale (colpa dei produttori Weinstein? Non ci sarebbe da stupirsi...), e senz’altro non raggiunge i picchi d’intensità emotiva di Wolf Creek. Ma conferma di avere grande talento, e di essere, dopo Rob Zombie e insieme ad Alexandre Aja e Neil Marschall (c’erano anche Eli Roth e Zack Snyder, ma purtroppo si sono bruciati in fretta), uno dei migliori registi horror della nuova generazione. PS: Attenzione alla canzoncina dei titoli di coda, "never smile with a crocodile", a dir poco esilarante!


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CULT COLLECTION - LA PATATA BOLLENTE
Postato alle agosto 26, 2008 13:25 di martedì, 26 agosto 2008
da: [cinemystic]

RUBRICA CULT COLLECTION

- LA PATATA BOLLENTE -


Niente ironie, per favore. Perchè questo film, diretto da Steno nel 1979, merita tutto il rispetto e la considerazione possibile, anche quella che non ha avuto in questi anni. Siamo lontani, lontanissimi, dalla becera volgarità per celebrolesi della pseudo commedia all’italiana contemporanea, dalle porcate che attirano al cinema milioni di anime grufolanti, dalla piattezza intellettuale di un paese allo sfascio. E per fortuna, siamo lontani anche dal classico film-pecoreccio tanto in voga in quegli anni.

Questa è una commedia seria, se mi perdonate l’ossimoro, che tratta con intelligenza e sensibilità temi non certo banali, se inseriti nel contesto storico di riferimento. Parla dell’omosessualità, e lo fa con coraggio, sfrontatezza, goliardia mai eccessiva, e soprattutto rispetto, rischiando tanto in un periodo in cui i gay pride e i Will & Grace non esistevano, e in cui l’omosessualità, grazie all’incivile metastasi cattolica, era ancora vista come una schifosa malattia da cui stare alla larga. E poi parla della vita operaia, dell’impegno civile e politico, dello schieramento di partito come sentimento di reale appartenenza, della lotta di classe, della condizione bestiale in cui lavora(va)no i dipendenti delle fabbriche, di una Sinistra che era ancora una vera Sinistra e non una risibile miscellanea di schiavetti asserviti al potere del Caimano.

E' un film che tenta (anche) di far ridere, e ci riesce, senza però giungere ai livelli esilaranti de I soliti ignoti o de L’armata Brancaleone; un film in cui in qualche punto la retorica si nasconde pericolosamente dietro l’angolo, e alcune situazioni narrative sono appiccicate lì non benissimo.

Ma al di là dei chiari difetti La patata bollente va lodato, incensito, riguardato e collezionato, perchè affronta i temi di cui sopra con una spigliatezza e un gusto umanistico che il cinema italiano ha ormai perso, e con un sincero piacere di rappresentazione artistica e ideologica che oggi raramente si vede ancora. Qui si vola ben più alto (e ben prima) di Ozpetek, tanto per capirci.

Infine, una citazione d’obbligo per gli attori: la nostra cara Edwige Fenech, stranamente, mostra solo il seno perfetto senza invece scoprire il fiore del suo segreto... ma ha un’irresistibile carica erotica lo stesso. Massimo Ranieri se la cava egregiamente. E Renato Pozzetto è semplicemente splendido. Una prova sontuosa, perfetta, irresistibile, che dimostra appieno quanto fosse un grande attore, un attore vero, che oltre ad aver interpretato ruoli comici indimenticabili avrebbe avuto un ottimo potenziale anche per una carriera drammatica, se solo qualcuno ci avesse creduto.


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PARIGI
Postato alle agosto 25, 2008 08:41 di lunedì, 25 agosto 2008
da: [cinemystic]


Benvenuti. Bentornati. Ben arrivati. Cinemystic torna sulle scene, felice di riaprire il blog, dopo tre settimane trascorse in parte nella meravigliosa Parigi, e in parte a casa, placidamente immerso in visioni cinematografiche e letterarie...

ParigiNotre Dame. La Tour Eiffel. L’Hotel de Ville. Versailles. La Conciergerie. Il Louvre e Les Jardins des Tuileries. L’Hotel de Ville. Montmatre e il Sacre Coeur. L’Arc de Triomphe. La Sorbonne. Le Bois de Boulogne. Pere Lachaise. Montparnasse. Bercy. La Cinematheque Francaise. L’Ile de la Citè. Pigalle e il Moulin Rouge. Sono solo alcuni dei luoghi meravigliosi che ho visto e visitato in 8 giorni trascorsi nella capitale francese. E non ho nemmeno fatto in tempo a vedere tutto.

Perchè Parigi è immensa, infinita, intoccabile, ineguagliabile. C’è odore di storia e poesia e leggenda e sacralità in ogni anfratto, in ogni pietra, in ogni vicolo, in ogni dove. Fissi i Gargoyle di Notre Dame e hai un momento di pura epifania intellettuale; ti trovi davanti alle tombe di Oscar Wilde, Charles Baudelaire, Moliere, Guy de Maupassant, Edith Piaf, Jim Morrison, George Meliès, Chopin, Balzac, e ti perdi nelle emozioni; passeggi in riva alla Senna, ti guardi intorno e ti pare di essere su una nuvola di beatitudine; ascolti due artisti di strada che suonano, e ti sembra una vera opera d’Arte.

E poi a Parigi c’è anche la modernità, il rispetto, la correttezza, l’uguaglianza. Aldilà delle bellezze stratosferiche che ti mozzano il fiato lasciandoti letteralmente inebetito, e facendoti sentire parte di un mondo parallelo quasi irreale nella sua imperiosità, la Ville Lumiere mi ha fatto venire voglia di abbandonare seduta stante la derelitta e sgradevole Italia per traferirmi subito in Francia, e restarci.

Perchè a Parigi ci sono 14 linee della metropolitana che coprono ottimamente tutta la città, e i treni arrivano con puntualità certosina, senza sgarrare nemmeno di un minuto. E poi sei seduto sul metrò, ti ritrovi a fianco un francese, un italiano, un algerino, un americano, un tunisino e un giapponese, ed è tutto normale, non ci sono discriminazioni di razza o sguardi sospettosi, ti senti davvero cittadino del mondo. Perchè a Parigi puoi andare nei Jardin du Luxembourg, in mezzo a tante altre persone, camminare a piedi nudi nel parco, stenderti sull’erba a leggere o a dormire o a guardare una signora sorridente che allatta con il biberon il suo nipotino, e non accade nulla, ti senti protetto e rilassato. Perchè a Parigi ci sono le giostre con i cavallucci per i bambini, e dalle loro casse senti uscire suadenti canzoni della Piaf o di Yves Montand (roba che invece in Italia quando vai alle giostre senti solo vomitevole cacofonia discotecara sparata a volumi allucinogeni). Perchè a Parigi le ragazze francesi si mettono solo un sottile velo di trucco, vanno in giro vestite in modo assolutamente semplice (magliettina dai colori tenui o classica camicetta, gonna o normalissimo pantalone, ciabattine spesso senza smalto sulle unghie), senza orpelli e stronzate alla moda, e nonostante questo hanno un fascino, una tenerezza, una bellezza, una sensualità che la grande maggioranza delle ragazze italiane, tedesche, inglesi, neanche si sognano. Perchè a Parigi i francesi si sentono francesi davvero, e hanno un sentimento di appartenenza alla patria che qui neanche ci immaginiamo nelle nostre preistoriche faide Nord-Sud. Perchè, infine, la lingua francese è splendida, una costante melodia che ti scivola nelle orecchie donandoti un senso di pace e serenità.

Sto dipingendo un quadro esagerato, idealista, favolistico? Sì, probabile. Ci sono anche dei difetti, certamente, eccome. Ma queste sono le sensazioni che Parigi, la Francia e i francesi mi hanno regalato. Sensazioni che qui, nell’ammuffita Italia, non provo. C’etait magnifique.


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THE DEVIL'S REJECTS
Postato alle luglio 30, 2008 10:20 di mercoledì, 30 luglio 2008
da: [cinemystic]

Qualche sera fa ho rivisto per la quarta o quinta volta The Devil's Rejects (La casa del diavolo, nella solita ridicola traduzione italica), e, mi perdonerete il francesismo, ho avuto un lungo e reiterato orgasmo lungo quasi due ore.

Lo so quasi a memoria, eppure non mi stanco mai di questa apocalittica estetica dell'atto doloso (come da me definita in altra sede). Un horror che in realtà è un western, immerso nella carne, nel sangue, nel dolore e nella (mancata) redenzione. Uno spettacolo cine-sociologico di tremendo impatto visivo. Una narrazione e una regia intrise di invenzioni strabilianti. Un caleidoscopio di contumelie, gesti, musiche e immagini, sofferenze e torture che non ha eguali nel cinema contemporaneo. Uno spaccato di abiezione scatologica che scava nel profondo delle nostre coscienze per deflagrare nell'atto stesso della rappresentazione filmica, in cui la finzione scivola nel realismo. Un'inifinita serie di citazioni autoreferenziali e di rimandi alla cultura pop degli anni '60 e '70, in un 'America che mostra a gambe aperte la propria dissoluta anarchia.

Duelli serrati avvolti in primissimi piani alternati a piani medi, montaggio frenetico che bazzica tra l’onnipresente camera a mano e inquadrature di più ampio respiro, e la polvere onnipresente che si alza dal manto stradale spandendo una sarabanda di sguardi, pallottole fumanti, schizzi di sangue, urla, fughe, torture, saliva, sporcizia rappresa, inserti fumettistici e nudità, rimandi sessuali e intimità familiari, in cui l’ordine del mondo è sconquassato a vantaggio del nichilismo puro.

Billo Moseley e Sid Haig hanno la ferocia dipinta sui loro volti sudici e consunti, come due quadri viventi di Goya, due quadri che simbolizzano la morte e l'eterna disperazione. I loro follemente reiterati fuck you (per favore, guardatelo in lingua originale) assurgono onomatopeicamente alla concezione di una vita insopportabile che declama all'universo il proprio destino ineluttabile. Sheri Moon che mette in mostra il proprio divino fondoschiena, e balla languidamente canticchiando "Chinese, Japanese, Dirty Knees, Look at This", è quanto di più erotico si sia visto sullo schermo da lustri. Rob Zombie usa il ralenti come preponderante soggetto filmico con un'efficacia che non si raggiungeva dai tempi di Peckinpah.

E durante la caccia spietata dello sceriffo Wydell poco alla volta, incredibilmente, i Dannati diventano Eroi, e viceversa. Con un'abilità sorprendente Zombie ribalta i ruoli precostituiti, e nel finale, quando la bella il brutto e il cattivo si dirigono con coraggio verso il compimento della loro esistenza, il cuore tifa e con empatia piange per loro.

"I am the Devil, and I'm here to do the work of the Devil". I reietti siamo noi. L'horror più bello degli ultimi 15 anni.



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HELLBOY 2: THE GOLDEN ARMY
Postato alle luglio 29, 2008 10:13 di martedì, 29 luglio 2008
da: [cinemystic]

Paradossalmente, nonostante io abbia appena pubblicato un libro su di lui, mi sento abbastanza in imbarazzo a parlare in questa sede di Guillermo Del Toro e del suo Hellboy 2: The Golden Army. Più che altro perchè nel saggio ho analizzato tutti i suoi precedenti film sviscerandoli scena per scena, modalità che dovrei coerentemente utilizzare anche in questo caso. Ma non ne ho il tempo.

Mi limito quindi a dire che sono lieto. Lieto perchè Del Toro ha dimostrato e confermato che la mia scelta editoriale non è stata sbagliata, nè inutile, in quanto il regista di Guadalajara si pone ormai come uno degli autori più significativi del cinema fantastico contemporaneo. Hellboy 2 è visivamente un film strabiliante, uno spettacolo per gli occhi, in cui Del Toro, sfruttando gli imponenti mezzi a sua disposizione, ha dato libero sfogo alle sue esorbitanti fantasie dedicate alla rappresentazione della mostruosità. Come ho scritto nel libro, "Del Toro è come un bambino che gioca col cinema", e qui si è divertito eccome, a giocare, con risultati stupefacenti. Hellboy 2, per creatività visionaria, è l'unico film moderno in grado di rivaleggiare con la trilogia de Il Signore degli anelli. Un allenamento in vista de Lo Hobbit ? Sì, forse, ma un allenamento a dir poco proficuo.

Manca forse la compattezza di Blade 2 (a mio giudizio il suo film migliore) e de Il labirinto del fauno, e la sceneggiatura sconta qualche difetto dal punto di vista narrativo. Ad esempio, la fondamentale svolta per la quale Red, Liz e Abe escono dalla loro invisibilità per mostrarsi finalmente agli occhi della popolazione, è messa in luce e poi lasciata in disparte senza il giusto approfondimento. I nuovi personaggi, Nuada, Nuala e lo stesso Johann Krauss, sono più abbozzati che altro, e mancano un po' di introspezione psicologica. E nella prima parte, forse, Del Toro corre un po' troppo. Ma nella seconda si riscatta pienamente, con alcuni momenti di grande cinema, in cui scava nel cuore e nei sentimenti dei suoi eroi, estrinsecando ancora una volta la sua "sensibilità umanistica propria del vero cinema d'autore" (perdonate le auto-citazioni). Come quando, nella sequenza più bella del film, regala ai "fratelli" Hellboy e Abraham una birra in compagnia e una canzone da cantare in amicizia, per scordare per un attimo le pene d'amore. Memorabile.

Peccato che con straordinaria lungimiranza i distributori abbiano fatto uscire il film, sia in Italia che negli States, a luglio, quando al cinema non ci va nessuno, di fatto bruciandolo. Ma Hellboy 2 resta comunque un "blockbuster d'autore" come raramente se ne vedono.

Bravo Guillermo, sono orgoglioso di te.


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IL MISTERO DEL BOSCO
Postato alle luglio 28, 2008 10:00 di lunedì, 28 luglio 2008
da: [cinemystic]



The Woods (Il mistero del bosco), horror americano del 2005, di Lucky McKee, presentato in anteprima italiana due anni fa al Ravenna Nightmare Film Festival, è poi uscito sul mercato nostrano per l’home video e il satellite. Lo vidi proprio a Ravenna, e mi fece un’impressione rivoltante. Ho trovato il coraggio di rivederlo recentemente, e confermo quanto sopra.

Per chi non l’avesse visto non c’è neanche bisogno di riassumere la trama, perchè The Woods, dal punto di vista narrativo, è una tremenda, lampante e imbarazzante scopiazzatura di Suspiria. Questo già è un difetto non da poco, ma ci si potrebbe anche passare sopra. In fondo anche La casa dei 1000 corpi di Rob Zombie è un remake mascherato del Texas Chainsaw Massacre, ad esempio: eppure è un film splendido, perchè pieno zeppi di invenzioni visive, talento registico, piccoli e gustosi aggiustamenti rispetto alla materia originale.

Tutte qualità di cui The Woods è clamorosamente sprovvisto. Dura 85 minuti, e sembrano 300, tale è la piattezza con cui si dipana il prevedibilissimo svolgersi degli eventi. Non c’è traccia di una benchè minima idea che non sia derivativa e già (stra)vista. Ci sono personaggi così cattivi e antipatici che verrebbe voglia di prenderli a bastonate sulla testa, e verso i quali non si riesce a provare la benchè minima empatia filmica. Stessa cosa, peraltro, per i personaggi “buoni”. Nell’era dell’iper-tecnologia, gli effetti speciali riesumano vergognosamente quelli di Evil Dead, e si nota lontano un chilometro la loro artificiosità. La regia è più anonima dell’anonimato stesso. Il finale è farlocco e appiccicato lì senza arte nè parte.

E dulcis in fundo c’è Bruce Campbell, attore feticcio del cinema horror contemporaneo, eroe della trilogia raimimiana, e altrove capace di prove sorprendenti e splendide (per favore recuperate il magnifico Bubba Ho-Tep); qui il buon Bruce compare a inizio film, bolso e strabolso, sfoderando un sorrisone idiota, senza dire una sola parola (un colpo di genio dello sceneggiatore...sigh), e poi ricompare nella parte finale, vomitando liquami nerastri (!), e sfoderando un’ascia quasi a voler celebrare i suoi passati successi (!!). Che divina tristezza.

E pensare che McKee ha trovato perfino posto nei Masters of Horror. Mamma mia.


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NEW VISIONS - DIARY OF THE DEAD
Postato alle luglio 24, 2008 09:59 di giovedì, 24 luglio 2008
da: [cinemystic]

RUBRICA NEW VISIONS


Ed ecco un'altra nuova rubrica, in cui di tanto in tanto, quando ne avrò l'occasione, parlerò in anteprima di film già usciti nel resto del mondo ma non ancora in Italia, film comunque già reperibili sul mercato attraverso i canali che tutti ben conoscete. E niente di meglio per inaugurarla che uno dei titoli più attesi dell'anno, il ritorno di George A. Romero.

C’è una generazione di maestri, di grandi registi, che hanno letteralmente fatto la storia del cinema horror moderno e contemporaneo. Uno stuolo di grandi autori che dalla seconda metà degli anni ’60 in poi ha sconvolto e rimodernato la concezione dell’orrore filmico e dei canoni socio-politici ad esso connessi, creando film indimenticabili, capolavori assoluti, saghe irripetibili, eroi maledetti. Oggi questa vasta schiera di maestri si va approcciando alla vecchiaia. Tutti hanno superato i 50 anni, quasi tutti i 60, qualcuno perfino i 70. Eppure bene o male sono ancora tutti qui, a progettare nuovi lavori, a realizzare nuove pellicole, con esiti comunque decisamente contrastanti.

Alcuni stanno invecchiando malissimo, rinnegando il proprio glorioso passato e affogando in prodotti imbarazzanti e indifendibili (Wes Craven). Alcuni hanno rigettato l’horror per riempirsi di sonanti dollaroni con lavori di tutt’altro genere (Sam Raimi). Alcuni invecchiano alternando film belli e azzeccati a baggianate inguardabili (Tobe Hopper, Dario Argento). Alcuni si avviano al tramonto splendidamente, reinventando se stessi, migliorando se possibile sempre di più, inventandosi nuove chiavi di lettura e nuovi capitoli di una poetica in perenne e mirabilante evoluzione (John Carpenter, David Cronenberg).

E poi c’è George Romero, che in fondo non fa parte di nessuna di queste categorie, e che continua imperterrito con la sua immortale saga dedicata ai morti viventi. Con Diary of the Dead, il quinto capitolo della serie, a quarant’anni di distanza (!!!) da La notte dei morti viventi, Romero prova a modernizzarsi, a stare al passo coi tempi, a seguire la moda imperante del metacinema, del “film dentro al film”, di una pellicola costruita interamente come un finto documentario, e strutturata tecnicamente con reiterate riprese di una traballante macchina a mano. Sì, il quinto capitolo della tetralogia romeriana è concepito allo stesso modo di Redacted e di Rec. Ma per fortuna, Romero sta a Balaguerò come Kubrick sta a Shyamalan, e quindi ci troviamo di fronte a un lavoro concettualmente pieno di idee e di sfaccettature d’analisi, ben lontano dalla faciloneria scopiazzante per teenagers rimbambiti del regista spagnolo.

Il grande vecchio di Pittsburgh, soprattutto nella prima mezz’ora, mette in piedi un film ideologicamente militante, in cui riflette sul potere imperante della tecnologia, sulla devastante influenza massmediologica nella civiltà contemporanea, sull’atto stesso del filmare come sublimazione orgasmica di un mondo rabbuiato e frigido. Romero estremizza la già nota teoria cronenberghiana della cinepresa come antropomorfico prolungamento della realtà corporea e sensoriale, e al contempo offre il suo ennesimo omaggio all’horror tutto e in particolare alle sue creature zombesce. Rinnega e rispedisce al mittente i recenti non-morti centometristi di Boyle e Snyder (“devono essere lenti, non possono camminare veloci”), ribadisce la precipua e primordiale definizione del cinema del terrore (“l’horror per fare paura deve essere credibile”), e mette in primo piano Youtube, i blog, i filmati amatoriali, l’irrenefrabile scambio d’informazioni del terzo millennio, con un velo di rimpianto rivolto al passato (“una volta c’era solo la radio”).

Un interessantissimo film a tesi, dunque, che purtroppo ha il difetto di scendere molto d’intensità nella parte centrale, in cui il ritmo cala e molte situazioni sanno fin troppo di deja vù, e che sconta molti limiti da punto di vista degli effetti speciali. Non bisogna dimenticare però che questo è un low budget, girato senza il supporto delle grandi majors, e dunque è pur logico che la confezione sia molto meno brillante rispetto al precedente (e bellissimo) La terra dei morti viventi. Comunque, nel finale, questo quinto capitolo torna su e fa divertire, dandoci l’appuntamento ad un ennesimo sequel che George ha già iniziato a girare. Nel frattempo, in Italia, Diary of the Dead uscirà in autunno, con il fantasioso titolo de Le cronache dei morti viventi, in ritardo abissale rispetto al resto del mondo. L’ennesima beceraggine dei distributori del Bel (?) Paese.

In sostanza, a un’attenta visione, nonostante le carenze strutturali, resta tra le mani un senso di profonda ammirazione per Romero, che quantomeno ci prova ancora, tentando di aggiornarsi alla modernità ma senza rinnegare la tradizione. E se questo non è un grande film, e non lo è, merita comunque tutto il rispetto possibile.


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CULT COLLECTION - IL SERPENTE ALATO
Postato alle luglio 23, 2008 09:52 di mercoledì, 23 luglio 2008
da: [cinemystic]

RUBRICA CULT COLLECTION

Credo che ad oggi l'utilità di un blog cinematografico non sia tanto (o non solo) quella di parlare dei film nuovi che escono nelle sale, in quanto di recensioni simili se ne trovano a decine sul web, più o meno autorevoli. Credo invece possa essere più utile, almeno ogni tanto, recuperare qualche titolo dimenticato, sottovalutato, perduto nell'oblio del tempo, per riportarlo alla luce e dargli la rilevanza che merita. In questo senso inauguro la rubrica Cult Collection, che tratterà appunto di film gustosi che penso meritino di essere ripuliti dalla polvere che li sovrasta.

E la inauguro con Il Serpente Alato (in originale Q - The Winged Serpent), di Larry Cohen, anno 1981, riproposto in questo periodo su alcuni canali satellitari. Un horror divertente, incoerente, fracassone, che trasuda l'esperienza e le regole fondamentali del beast-movie anni '50. Un volatile gigantesco (a quanto pare il leggendario Dio atzeco Quetzalcoatl reincarnato !!) terrorizza gli abitanti di New York, decapitando muratori al lavoro e ragazze con le tette al vento; un ladruncolo di bassa lega scopre il suo nascondiglio segreto, un nido in cui si celano un enorme uovo e cadaveri scuoiati, ma si tiene tutto per sè, pensando di acquisire soldi e fama rivelando l'arcano alla polizia e all'intera cittadinanza solo dopo aver ricevuto un lauto compenso e l'immunità dai crimini commessi. Non andrà proprio così.

Un film ridondante, eccessivo, caciarone, come nella miglior tradizione del cinema di Larry Cohen (quello di Baby Killer, tanto per intenderci, ma anche del bel Pick Me Up, uno dei migliori episodi dei Masters of Horror). Effetti speciali low-cost, trama in certi momenti ai limiti del risibile, approfondimenti mitologici un po' superflui. Eppure Q fa sorridere, mostra tocchi di regia non proprio banali, qualche scena splatter ben riuscita, una discreta commistione di horror e poliziesco con venature grottesche, un mostro gommoso animato neanche tanto male con la cara vecchia Stop Motion, e ci riporta in quell'atmosfera genuina di B-Movie e di "artigianato cinematografico" che purtroppo si è perduta negli anni del delirio tecnologico. Fosse anche solo per questo, merita una riscoperta e una (re)visione, in una serata tranquilla, a mente libera, senza impegno.


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CENTOCHIODI
Postato alle luglio 22, 2008 09:42 di martedì, 22 luglio 2008
da: [cinemystic]

Poesia. Una parola che da sola può esprimere un’emozione. E di poesia ce n’è tanta in Centochiodi, l’ultimo lavoro di Ermanno Olmi, uscito due anni fa. Un film da maestro, nel vero senso del termine. Un’immersione panica nella sconfinata e incorruttibile bellezza della Natura, capace di sopravvivere per l’eternità nonostante le angherie e la stupidità dell’essere umano. Un viaggio nella profondità della coscienza, nella reale significazione di un misticismo religioso troppo spesso frutto unicamente di impure convenzioni, nella bontà d’animo di persone semplici che con poco sanno ottenere la felicità a discapito dello sfrenato consumismo di massa. Un film a tesi, secondo cui “un bicchiere di vino con un amico vale più di tutti i libri del mondo”, come pronunciato da Raz Degan al culmine della sua conversione a uno stato brado lontano dalla falsità del presente. Concetto su cui non concordo, perchè secondo me le pagine di un libro, così come l’Arte tutta, durano per l’eternità, contrariamente a un qualsiasi rapporto interpersonale destinato ineluttabilmente a concludersi.

Ma tant’è, se si può confutare la tesi di base secondo cui si regge la scrittura di Centochiodi, non si può invece sottrarsi alla bellezza di un film ebbro di sensibilità umanistica, con il quale Olmi accantona parzialmente la rigorosità propria del suo cinema per abbandonarsi al ricordo di un Eden perduto, e al sogno di un mondo migliore che potrebbe essere ottenuto con piccoli sforzi di cui pare tutti siamo incredibilmente incapaci. Fotografando splendidamente le rive del Po, lasciando parlare in dialetto i suoi attori non professionisti alla maniera viscontiana, regalando a Degan asserzioni monologhistiche di marca quasi chapliniana, Olmi chiude gli occhi e sogna, permettendoci di sognare insieme a lui. Una forma di pane appena sfornato, una tavola apparecchiata con il minimo indispensabile, una vecchia canzone popolare, un tetto di legna e sterpaglie, una sedia su cui restare immobili a guardare il silenzio: elementi di una favola primitiva, con i quali costruire le basi di una vita più ricca di qualsiasi superba materialità.

In un’ora e mezza si consuma un viaggio iniziatico alla ricerca di un pascoliano fanciullino che non esiste più, ma che può tornare, se solo lo si vuole davvero. Una ribellione al dogma della scrittura e del pensiero razionale. Una sfida ai canoni della corrotta società contemporanea. In tutto questo, nonostante il dolore per quei libri trafitti nel loro cuore immortale, si respira una sola fresca parola, la più bella di tutte: poesia.


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E VENNE IL GIORNO...
Postato alle luglio 21, 2008 09:40 di lunedì, 21 luglio 2008
da: [cinemystic]

... Dell'ennesima delusione targata M. Night Shyamalan. Non sto qui a fare una recensione approfondita, anche perchè ce ne sono già a centinaia sul web in ogni dove, ma mi limito a dire che il tanto sbandierato The Happening mi ha lasciato un vivo senso d'insoddisfazione. Ok, il soggetto di base sembrava interessante, ci sono delle discrete intuizioni visive qui e là, e per fortuna non raggiungiamo i bassifondi dell'insulso Lady in the Water. Però, a me è parso che Shyamalan si sia fondamentalmente crogiolato nel nulla, in una trama che pesca a piene mani da La guerra dei mondi e dai conclamati assedi romeriani, per poi scivolare in situazioni al limite del ridicolo. Personaggi senza alcuno spessore, inserti splatter risibili e superflui, connotazioni socio-ecologiste di facile consumo, un approccio scolastico a temi che avrebbero meritato ben altro approfondimento.

E così, a mio parere, il buon Shymalan si conferma uno dei registi più sopravvalutati del pianeta, e l'unico suo film che realmente mi convince appieno resta forse quello meno considerato, l'ottimo e sorprendente The Village. Per il resto, delusioni reiterate.

PS: in questi giorni, alla vigilia della pausa estiva (ad agosto ahimè mancherò dal web per 3 settimane), opererò alcune modifiche al blog, nel tentativo di renderlo più accattivante graficamente e di più semplice lettura. Nei tags appariranno i titoli dei principali film da me recensiti (così da poterli rintracciare subito), inaugurerò alcune rubriche tematiche, ed è in arrivo un nuovo template. Voglio far crescere il blog Cinemystic, e spero di riuscirci, ovviamente con il vostro indispensabile supporto.


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THE HORROR REMAKE MASSACRE
Postato alle luglio 16, 2008 10:20 di mercoledì, 16 luglio 2008
da: [cinemystic]

Nel giorno in cui esce nelle nostre sale l'attesissimo Hellboy 2 di Del Toro, ieri sera per sbaglio mi è capitato di vedere qualche minuto del remake de Le colline hanno gli occhi 2, di Martin Weisz. E mi è venuta una fulminante orticaria.

Non se ne può più di questi remake inutili, fanfaroni, senza smalto e senza idee, buoni solo per ragazzini quindicenni che vanno al cinema come se andassero al bar e che non sanno nemmeno dell'esistenza del film originario. Siamo partiti con i remake americani di praticamente tutti i J-Horror più importanti, e siamo finiti in un calderone in cui ormai viene impunemente rifatta ogni cosa. Non si riesce neanche più a tenerne il conto. Ma è possibile che questi benedetti (o maledetti) capolavori dell'horror non possano essere lasciati riposare in santa pace nella tomba della loro gloria eterna, e nella goduria delle nostre re-visioni?

Se devo pensare a tutti gli horror remake immessi sul mercato negli ultimi anni, ce ne sono caterve da buttare nel cestino, e solo un pugnetto da salvare. Mi viene in mente Le colline hanno gli occhi di Alexandre Aja, belligerante, caciarone, a tratti eccessivamente smodato, ma perlomeno divertente e con interessanti invenzioni che confermano il talento visivo del giovane regista francese. Penso a Dark Water di Walter Salles, inferiore all'originale ma dotato di uno sguardo d'autore interessante. Penso (parzialmente) ad Halloween di Rob Zombie, splendido nella prima parte ma rovinato dai produttori nella seconda. Penso a L'alba dei morti viventi di Snyder, frenetico, ironico e truculento al punto giusto. Penso a Il mistero della casa sulla collina (a me era piaciuto assai). Con un po' di sforzo posso salvare anche il The Ring di Verbinski, non così fallimentare come molti l'hanno dipinto, I 13 spettri, e il Non aprite quella porta del 2003, permeato perlomeno da una discreta atmosfera e da significazioni un minimo ricercate.

Ma poi? Tonnellate di schifezze. L'auto-remake di The Grudge (che a una prima visione non avevo disprezzato, ma in effetti, ripensandoci...), i recenti osceni The Fog e The Hitcher, l'inguardabile sopracitato Le colline hanno gli occhi 2, il terrificante Pulse... e ancora, Amityville Horror, Omen - Il presagio, The Eye, The Ring 2, Invasion, Io sono leggenda. E ne mancano tanti altri che per fortuna nemmeno ho visto. Prodotti la cui superficialità talvolta finisce perfino per scadere nell'ignoranza.

E pensare che una volta, fino a 10/20 anni fa, i remake si chiamavano La Mosca, La Cosa, Cape Fear. Grandi film, contenitori di poetiche e stilistiche ben delineate, opere vicine agli originali se non superiori.

Comunque, non ci sono speranze. Il pubblico becero continua a pagare, i produttori continuano a far soldi, e la proliferazione dei remake continua. Sono già previsti tra gli altri Venerdì 13, Hellraiser (no, vi prego, il capolavoro di Barker no), il purulento Brood di Cronenberg... e compagnia cantante. Aiuto.



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LE VITE DEGLI ALTRI
Postato alle luglio 15, 2008 10:27 di martedì, 15 luglio 2008
da: [cinemystic]

C'era una volta una città chiamata Berlino Est. Era il 1984, e c'era ancora un Muro, che divideva quella parte della Germania dagli acerrimi nemici dell'Ovest. C'era un regime che controllava tutto e tutti, in una sorta di dispotica dittatura di cui chiunque poteva cadere vittima. Ogni persona, artisti o gente comune che fossero, era pedinata e controllata al minimo accenno di un qualsiasi sospetto di diatriba nei confronti dell'amata DDR. C'era una società di Stato (la Stasi) che controllava dall'alto le vite degli altri, le vite di tutti. Vigeva un clima di tensione perenne, in cui ogni persona, in ogni occasione, doveva soppesare ogni singola parola pronunciata, per non tradirsi, per non destare sospetti, per non cadere nella trappola. C'erano individui innocenti che venivano arrestati e fatti coercitivamente confessare crimini non compiuti dopo 40 ore di snervante e disumano interrogatorio, e finivano poi segregati in prigione. C'erano porci politici che infilavano il loro membro flaccido nelle mutandine di giovani e belle attrici, con la scusa di assicurare loro immunità, protezione, e avanzamento di carriera. C'erano queste stesse attrici, che vendevano la propria intimità per inseguire la gloria, e talvolta se ne pentivano, quando magari era troppo tardi. C'erano omini che piazzavano microfoni in ogni angolo delle case dei sospettati, e passavano poi 12 ore al giorno chiusi in una cantina, con la cuffia in testa, ad ascoltare e appuntare ogni movimento, ogni parola, ogni gemito e sospiro. C'erano amori e tradimenti causati dalla paura del Regime. C'erano integerrimi portabandiera del sistema. Ma di tanto in tanto, grazie a Dio, c'era anche qualcuno che riusciva a comprendere la mostruosità del proprio lavoro, e a ribellarsi rinnegando l'Organizzazione, rischiando poi la vita pur di provare a salvare povere vittime di una orrenda congiura senza senso.

Tutto questo, e molto di più, ci viene narrato ne Le Vite Degli Altri, film del 2006 uscito in Italia un anno fa, diretto dall'esordiente Florian Henckel von Donnersmarck, pluripremiato in ogni dove, e vincitore di un meritatissimo Oscar come miglior film non in lingua inglese. Un film ineluttabile, terribile per ciò che ci racconta, vero più del vero, specchio di un'orrore non consunto dall'oblio del tempo, e di un'epoca che non c'è più. Forse. Perchè in realtà quella Berlino Est del 1984 non è molto lontana dall'Italia del 2008, e da tanti altri luoghi. L'anno, e non credo sia un caso, è lo stesso che da il titolo a quello straordinario romanzo, uno dei pochi realmente indispensabili della narrativa mondiale contemporanea, in cui George Orwell aveva previsto tutto largamente in anticipo.

Un film a dir poco sorprendente, unico, magistrale. Scritto benissimo, con arguta intelligenza, senza cadute di tono e senza retorica, sfruttando una leziona cinematografica impartita da Coppola (La Conversazione) e De Palma (Blow Out) per miscelare alla perfezione thriller, spionaggio, dramma e storicismo. Diretto con pazienza e puntualità, nella rappresentazione di una città blindata ricostruita con apprezzabile rigore fotografico e scenografico. Promosso e lodato con coro unanime (una volta tanto) da tutta la critica. Interpretato alla perfezione dagli attori, con una menzione particolare per lo straordinario Ulrich Muhe (il funzionario della Stasi), il cui volto scavato e disilluso penetra nelle vene come un dardo infuocato (Muhe era soprattutto un grande attore di teatro, ed è morto nel luglio del 2007, il che gli conferisce un alone di leggenda).

E per concludere, come se non bastasse, un finale tra i più struggenti ed emozionanti visti sul grande schermo da lustri a questa parte.

Da recuperare categoricamente, per chi se lo fosse perso. Da rivedere e conservare nel cuore come un gioiello raro, per chi già lo conosce. Uno dei film più belli e importanti degli ultimi anni. Grande, grandissimo cinema.


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REVIVAL ANNI '90
Postato alle luglio 11, 2008 10:28 di venerdì, 11 luglio 2008
da: [cinemystic]

Sto diventando vecchio. Tra pochi mesi compirò trent'anni, e sto entrando in una mucciniana crisi intra-generazionale in cui si assommano le incertezze per la vita che sarà, la consapevolezza di una giovinezza sulla via del tramonto, la nostalgia per gli anni passati che non torneranno più. In questo clima di crescente malinconia, a tratti fastidiosa e a tratti quasi piacevole, mi sento in vena di revival. Non ricordo con piacere la mia infanzia, preferisco rimembrare l'adolescenza, cioè i mitici anni '90.

Sui vari canali di Sky trasmettono repliche su repliche di vari telefilm tanto in voga in quegli anni. Beverly Hills 90210, I Simpsons, Friends, La famiglia Addams, Twin Peaks, Batman. Quando posso me li riguardo tutti, con assoluta voluttà, e mi divertono ancora più di allora. L'uomo pipistrello, in particolare, con quelle deliranti scenografie espressioniste, quei colori pastello, quelle situazioni seriali e paradossali, quei costumi improbabili e meravigliosi, mi fa letteralmente impazzire !!

C'era il cinema, ovviamente, erano gli anni di Zio Tibia prima e della Notte Horror su Italia1 poi, delle vhs noleggiate in videoteca o scambiate con gli appassionati sparsi per l'Italia, di una televisione che lontana dall'ineluttabile disfacimento odierno trasmetteva ancora i film, spesso addirittura in prima serata, senza affogarli totalmente nella pubblicità. Gli anni di capolavori come Heat, Casinò, Platoon, Full Metal Jacket.

E poi c'era la musica... sono stato colpito dal sacro fuoco metallico nell'Anno Domini 1996. Prima di allora ero un ragazzo parzialmente "normale", che andava a ballare e che come tutti ascoltava ore di radio ogni giorno. Tante canzoni di quegli anni mi sono rimaste nella memoria e nel cuore, e di tanto in tanto me le riascolto ancora oggi cantandole senza remore e godendo come un matto, senza vergognarmi minimamente. Già, le mie canzoni di culto degli anni '90, ricettacoli di infiniti ricordi, ovvero L'ultimo bicchiere di Nikki, Gente della notte di Lorenzo Cherubini, What's Up delle 4 No Blondes, Zombie dei Cranberries, La mia storia tra le dita di Grignani, Dolcissimo amore di Irene Grandi, Come mai degli 883, Ordinary World del Duran Duran, Runaway Train dei Soul Asylum. Solo per citare i miei must assoluti.

Citando Vasco, "ormai è tardi, guarda il tempo, vola via... e quanta nostalgia" ...


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EROTIC TALES
Postato alle luglio 10, 2008 10:34 di giovedì, 10 luglio 2008
da: [cinemystic]

Ci sarebbe molto da dire in riferimento a Guardami, film realizzato da Davide Ferrario nel 1999. Sicuramente è un film da riscoprire. Alla sua uscita se ne parlò in modo alquanto variegato, chi ne tesseva le lodi declamandolo come un piccolo gioiello, chi lo criticava aspramente sia dal punto di vista ideologico che tecnico. Ancora oggi, a una sua revisione, sentimenti contrastanti si accavallano.

Senza ombra di dubbio quello di Ferrario è un film coraggioso, molto. Per quello che fa vedere, e per come lo fa vedere. Parla del mondo del porno, lo studia dal di dentro, e fa vedere reali scene hard anche se non è un film hard. Amplessi di varia natura, scene lesbiche, penetrazioni anali, sequenze di bondage estremo, mostrate più o meno chiaramente (anche se alcune sono lasciate fuori fuoco, scelta che appare incoerente), interpretate da veri attori porno. Membri eretti e vagine aperte, enormi falli di gomma, nudità reiterate, gemiti di piacere/dolore ed eiaculazioni selvagge. In questo senso Ferrario travalica un confine che fino a quel momento ben pochi avevano affrontato, tentando di superare la barriera protettiva, cattolica e bacchettona che rende da sempre il porno un genere a se stante, impossibile da legare al "cinema" vero e proprio.

Nel contempo Guardami si poggia su di una storia a forti tinte drammatiche, che si ispira alla vicenda di Moana (un'attrice hard che si scopre malata di cancro, e che combatte una battaglia per la vita), e che regala momenti sinceramente toccanti, abili nel farci riflettere e comprendere la caducità dell'esistenza. Il tutto si regge sul corpo, sullo sguardo e sulla forza della sua protagonista, Elisabetta Cavallotti, che fornisce una prova di estrema temerarietà e di assoluta intensità, destreggiandosi con abilità nelle scene a maggiore impatto emotivo, e al contempo accettando di girare in prima persona reali sequenze hard (ad esempio la vediamo eseguire con discreta abilità un blow job inquadrato quasi in dettaglio), anche se in alcune non si capisce bene quanto ci sia di reale e quanto di artefatto.

Poi, se vogliamo dirla tutta, stilisticamente parlando, Guardami non convince affatto. La regia e il montaggio, schizofrenici e confusionari, finiscono per cadere in una sorta di ululante cacofonia visiva. La sceneggiatura si contorce su se stessa, alcune scene sono girate in modo totalmente sbagliato. Eppure il film di Ferrario resta un unicum, mai più ripetuto, che sfida le convenzioni e le distrugge. Un film che fa del coraggio la sua bandiera, e io il coraggio lo premio (quasi) sempre.

Tornando indietro nel tempo, di audacia, per l'epoca a cui fa riferimento, non manca neanche Lorna, film di culto di Russ Meyer del 1964. La storia di una liberazione, di una rinascita, di una donna insoddisfatta della vita che sfoga le sue repressioni sessuali grazie a un galeotto che abusando di lei la fa innamorare. Una donna triste rinchiusa in un microcosmo alieno e soffocante (il che mi ha ricordato la splendida e sublime Ingrid Bergman del rosselliniano Stromboli), che urla al mondo la propria voglia di vivere, sorridere e godere. Attorno a lei solo cafonerie, volgarità, invidia per il suo corpo da sogno, e uno stuolo di personaggi simbolo di un'America grezza, machista e ignorante.

Contrariamente alla fama anarchico-sperimentalista che Meyer si è costruito nel tempo, Lorna è un film morigerato, elegantissimo nella messinscena, schematico (fin troppo) nei contenuti. E la protagonista, Lorna Maitland, con il suo enorme seno in bella vista, è la rappresentazione di tante donne che vorrebbero lasciar volare libera la propria sessualità, e che colpevolmente non lo fanno, per pudicizia, paura, stupida educazione farisea o quant'altro.

Lorna scopre l'orgasmo e tradisce il marito incapace, la Cavallotti di Guardami gira film hard semplicemente perchè le piace. Donne libere, fiori che sbocciano, umori che trionfano. Come sempre dovrebbe essere, e purtroppo spesso non è.


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REC & GHOST SON
Postato alle luglio 08, 2008 08:42 di martedì, 08 luglio 2008
da: [cinemystic]

Oggi vorrei parlarvi di due recenti film horror, in completa antitesi riguardo a finalità d’esecuzione e modalità stilistiche. L’osannato Rec, di Jaume Balaguerò e Paco Plaza, e il poco considerato Ghost Son, di Lamberto Bava.

Due film agli antipodi anche riguardo all’accoglienza loro riservata al momento dell’uscita. Rec è passato al Festival di Venezia, seguito da un alone di grande curiosità, ed è poi approdato nelle sale italiane con successo di pubblico e critica. Ghost Son, il ritorno al cinema horror di Bava dopo tanti anni di Fantaghirò e dabbenaggini televisive varie, è passato quasi inosservato, e comunque è stato distrutto dalla maggior parte dei giudizi. Eppure come al solito io vado controcorrente, e valuto questi due film in maniera radicalmente differente.

Cominciamo da Rec. Caro Balaguerò, è facile vero fare un film sconvolgente, innovativo, capace di entusiasmare i giovani e di inquietare i meno giovani, utilizzando materiale unicamente riciclato da altri film? Già, perchè se lo si guarda con un minimo di attenzione, e a un livello di lettura lievemente meno superficiale di quanto molti abbiano fatto, non è difficile accorgersi che questo osannato Rec è sia tecnicamente che narrativamente un minestrone riscaldato di cose già viste e riviste.

Il tema del meta-cinema, del film dentro al film, dell’operatore che riprende con la macchina a mano tutto ciò che accade travalicando la consueta barriera visiva che divide regista e spettatore, del reportage giornalistico simil reality show che diviene opera filmica, era già stato sdoganato qualche anno fa da The Blair Witch Project. L’idea del potere mortifero del cinema, della follia di continuare a filmare fino all’ultimo istante rischiando la propria vita pur di immortalare gli eventi, ce l’aveva già compiutamente esplicata il buon Deodato in Cannibal Holocaust. 30 anni fa. L’atteggiamento comportamentale delle vittime del contagio, rabbiose e dalle reazioni incontrollate, parte da Romero e arriva a copiare pari pari i non morti di Snyder (L’alba dei morti viventi) e Boyle (28 giorni dopo), e pure le creature di Marschall (The Descent). Il misterioso virus che fugge al controllo razionale dell’uomo si è già visto in decine di altri film (da Monkey Shines in giù). Eccetera eccetera.

A ciò aggiungiamo che la tensione si stempera già dopo i primi 15-20 minuti, che molti snodi narrativi sono artificiosi e ben poco credibili, e che il finale è posticcio e incollato lì tanto per dovere. In conclusione, le uniche due cose realmente interessanti di Rec sono la sequenza finale, con la telecamera impostata sulla visione notturna e l’apparizione di una specie di donna-mostro che fa decisamente ribrezzo, e la giovane attrice protagonista, Manuela Velasco (la reporter Angela), che ho trovato di una bellezza tanto soave quanto profondamente erotica. Per il resto a mio parere, dopo gli insipidi Nameless e Darkness, Balaguero si conferma un regista fortemente sopravvalutato, e fondamentalmente inutile.

Non che Ghost Son sia un film privo di difetti. Anzi. Il ritmo talvolta latita, alcuni effetti speciali sono fin troppo grezzi, la trama in qualche punto s’impantana, e la protagonista, miss Mulholland Drive Laura Harring, è tanto bella e carica di sessualità quanto non particolarmente espressiva. Eppure si respira un’idea di cinema retrò, nel senso positivo del termine, che ci riporta a tante case maledette e a tanti spiriti inquieti degli anni ’70 e ’80. Si sente un profumo di horror in seconda serata, di vhs noleggiate in videoteca o scambiate con amici cinefili. E non siamo di fronte alla fredda riproposizione di schemi già visti, perchè Bava si sforza di apporre idee originali e tutto sommato interessanti, anche se non sempre sono compiutamente sviluppate.

La regia sa il fatto suo, la messinscena è elegante, si lasciano apprezzare alcune piccole invenzioni (tipo un’inquadratura della Harring che entra nella vasca da bagno ripresa da sotto i piedi), la componente etnica ed esotica (l’Africa con i suoi totem e i suoi odori) dona un contorno gustoso fondato sulla teoria antropologica dell’animismo, l’incastro di generi (dramma, fantastico, thriller, melò) tutto sommato funziona, e insomma, si nota un tentativo magari modesto ma sincero di fare del buon cinema, e di omaggiare l’horror con amore e convinzione.

In sostanza, Ghost Son è genuino e nostalgico vintage, mentre Rec è pura iperbole decostruttivista, casinara e farlocca. Io mi tengo il passato.


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LA VIE EN ROSE
Postato alle luglio 07, 2008 08:53 di lunedì, 07 luglio 2008
da: [cinemystic]

Il Biopic è un genere affascinante, da sempre. Il problema è che la ricostruzione cinematografica della vita di grandi uomini, di artisti maledetti, di personaggi controversi e comunque a modo loro importanti, finisce spesso per cadere nella spettacolarizzazione obbligata, nella superflua estremizzazione degli eventi, in una sorta di gossipparo film-romanzo che finisce per non approfondire i reali perchè di una vita tanto speciale.

Un rischio che per fortuna Olivier Dahan dribbla con abilità ne La Vie en Rose, ricostruzione della drammatica vita della leggendaria cantante francese Edith Piaf. Quella di Dahan è una biografia filmata in maniera alquanto classica, senza inutili voli di fantasia, sfruttando il consueto schema cronologico che viaggia su due ben definiti binari paralleli: il tempo presente, con una Piaf distrutta dalla malattia e dagli eccessi, a un passo dalla morte, e i continui flashback che poco alla volta ci mostrano la storia della sua vita.

Ciò che emerge è il ritratto di un’esistenza in perenne tormento, scandita da un’incredibile serie di tragedie ed eventi negativi, capaci di inficiare il già debole equilibrio mentale di una donna fragile e incapace di reggere su di sè il peso di cotante disgrazie. L’infanzia al seguito di una madre vagabonda e scriteriata, gli anni trascorsi in un bordello parigino, le tristi esperienze della vita da strada passati dietro a un padre circense e saltimbanco, l’elemosina raccolta per i Boulevard sfruttando la propria sofraffina dote naturale (la voce) per raccattare il minimo necessario per vivere, la vicinanza a persone di malaffare pronte ad approfittare di lei, un figlio morto prematuramente, gli esordi negli squallidi cabaret della Ville Lumiere. Poi il successo, la ricchezza, la gloria, la conquista dei diffidenti States, ma ancora disgrazie: un aereo che precipita portandosi via l’uomo da lei amato, e da lì un’inarrestabile caduta nell’inferno dell’alcool e delle droghe, fino ad arrivare a soli 45 anni distrutta nel fisico e nella testa, incapace di reggersi in piedi davanti al suo pubblico adorante.

Edith Piaf ha il volto e il corpo di Marion Cotillard, perfetta nei suoi occhioni strabuzzati da cane bastonato e nella sua andatura perennemente goffa e ingobbita. Le sue canzoni cullano costantemente il dipanarsi degli eventi. Parigi diviene di volta in volta magica terra da sogno e infima puttana che affoga nella melma della povertà e dello sfruttamento. Dahan segue passo passo la sua attrice da Oscar con numerosi carrelli a precedere e a seguire, svolge il suo compitino nei rassicuranti territori del montaggio alternato, e ha il merito di compiere una ricostruzione minimale ma carica di un’apprezzabile pietas umanistica. Non mette in mostra una scontata apologia della Piaf, tutt’altro, ma l’analizza con sguardo il più possibile oggettivo sino alla sua ultima notte di vita.

Mancano forse dei guizzi, delle invenzioni sorprendenti, degli attimi di reale commozione (tranne in una sequenza ebbra di poesia, quando in strada una piccola Edith intona all'improvviso La Marsigliese stregando tutti i passanti). Il concetto di classico sopra espresso ci restituisce un film riuscito che però non è in grado di elevarsi nel cielo del grande cinema. In ogni caso, Dahan fa ciò che doveva fare: mostrarci una vita in perenne tormento tra la fama (o la fame) e l’annichilimento, l’Arte e la pazzia, la timidezza e la superbia, il trionfo e la dannazione. Una vita vissuta au bouf de souffle, senza limiti e senza rimpianti. Rien de rien, Je ne regrette rien ...


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PICCOLA LODE A CARLO VERDONE
Postato alle luglio 02, 2008 10:32 di mercoledì, 02 luglio 2008
da: [cinemystic]

Ieri sera mi è capitato di rivedere Il mio miglior nemico. Il che mi permette di cogliere l'occasione per spendere qualche parola di apprezzamento nei confronti di Carlo Verdone. Un autore che ho sempre apprezzato, e che ho imparato ad ammirare ancor di più negli ultimi anni.

Verdone è un bravo attore e un bravo regista. Non è il semplice comico nato dalla Tv e approdato poi per caso al cinema, come ignobilmente fanno tanti pseudo-cabarettisti moderni. Lui da giovane ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia, si è diplomato, ha imparato da Sergio Leone e da Alberto Sordi i segreti del mestiere, e ha fin da subito affiancato l'attività di attore a quella di regista provando a migliorarsi un po' alla volta.

In trent'anni di carriera, al di là delle peraltro riuscitissime maschere comiche che lo hanno reso celebre, e che ha riproposto con continuità nel corso del suo sviluppo professionale, ha dimostrato di avere grande sensibilità, e ha saputo gestirsi nel migliore dei modi. Il segreto del suo longevo e reiterato successo di pubblico sta nella sua capacità di adattarsi allo scorrere del tempo, e di focalizzare i suoi personaggi e i suoi film prendendo costantemente spunto da una società in perenne divenire. Verdone non è mai rimasto fermo, non si è mai inabissato nella stantìa riproposizione di schemi già visti, ma ha saputo evolversi, analizzare il mondo intorno a lui, e creare nel tempo un azzeccato connubio tra risate e malinconia, ironia e nostalgia, eterna sconfitta e afflati di speranza, dissacrazione ludica e lucida analisi dello sfascio della civilità moderna.

Poi certo, non è mia intenzione assurgere Verdone allo status di maestro. Il grande cinema sta da un'altra parte. Ma l'autore romano è invecchiato bene, come il vino, affinando negli anni la propria ricettività, e il suo cinema ne ha visibilmente tratto giovamento. Non tutti i suoi film sono riusciti, penso a Gallo cedrone, a C'era un cinese in coma, ad esempio, film poco significativi e molto derivativi. Ma Compagni di scuola (il suo film più bello in assoluto), Perdiamoci di vista, Viaggi di nozze, L'amore è eterno finchè dura, il sopra citato Il mio miglior nemico, sono lavori belli, freschi, leggeri, sintatticamente semplici ma non banali, che sanno divertire e al contempo immalinconire. Una malinconia però positiva e ben misurata, lontana dalla volgarità e lontanissima dalla porcheria dei vari Natali in India & Co., o dalla sconfortante vuotezza delle varie Notti prima degli esami.

E così, vicino a compiere i 60 anni, Verdone conserva meritatamente lo stesso favore del pubblico che aveva negli anni '80. La critica parzialmente lo ha snobbato, sdoganandolo solo recentemente (è appena uscito finalmente un Castoro a lui dedicato). I suoi film sono piacevoli sia alle prime visioni che alle successive, è come un amico, o uno zio, che fa sempre piacere ritrovare sullo schermo, e che dipinge piccole tele beffarde e/o idiosincratiche in cui ci ritroviamo un po' tutti. Era solo un comico, è diventato un autore vero. Praticamente tutti gli attori italiani di maggior spessore o di miglior crescita hanno recitato per lui e con lui (Muti, Argento, Gerini, Rocca, Rubini, Neri, Castellitto, Caprioli, Buy, Muccino...). Si è quasi sempre ritagliato il doppio ruolo di attore/regista con l'umiltà di non soffocare mai i suoi partners del momento (una dote importantissima, che molti non possiedono), e ponendo sempre concreta attenzione alla sceneggiatura. A mio giudizio, anche se può sembrare azzardato o paradossale dirlo, è diventato uno dei pochi autori indispensabili del cinema italiano.


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GODS OF METAL 2008
Postato alle giugno 30, 2008 11:00 di lunedì, 30 giugno 2008
da: [cinemystic]

Sabato 28 giugno, Bologna, Gods Of Metal 2008. Una massacro sonoro (e fisico) di grandissimo impatto. Una giornata da ricordare.

Negli anni della mia “giovinezza”, in particolare nel triennio 1998-99-2000, vidi tantissimi concerti, ero nel pieno della mia folgore metallara, e quasi tutte le settimane mi recavo on stage (anche perché il mitico Babylonia ero uno dei locali più importanti d’Italia, e ce l’avevo a due passi da casa). Poi ho un po’ dismesso l’attività live, senza però minimamente smettere di ascoltare Metal. Perché metallari lo si è nell’anima, e lo si resta per sempre.

Ero andato al Gods nel 1998. Ci sono tornato 10 anni dopo. Una giornata storica, perché il cartellone era di quelli da togliere il fiato, e infatti una serie di grandi bands da tanti anni nell’olimpo dell’heavy si sono succedute sul palco suonando tutte alla grande. Nessuno sottotono, nessuna delusione, tutti bravissimi. Il che nei festival non capita molto spesso. Nonostante un sole terrificante, che dopo 9 ore consecutive sotto la canicola mi ha provocato totale distruzione fisica e ustioni su faccia, braccia e ginocchia, l’evento è stato di altissimo livello. Ecco un breve reportage di tutti i gruppi che ho visto, in ordine cronologico dalle 11 del mattino alle 10 di sera.

BRAIN DEAD = Piemontesi, da Ivrea, hanno avuto l’onore di partecipare al Gods in quanto vincitori di un concorso per bands emergenti. Solo un quarto d’ora per loro, fautori di un thrash metal molto old style, sulla scia di Exodus e Anthrax. Interessanti.

STORMLORD = Gruppo storico della scena italiana, in attività da tanti anni, e per questo ben conosciuti dal pubblico. Composizioni epiche e oscure, non proprio adatte a un’esibizione all’aperto e sotto un sole cocente. Comunque sanno il fatto loro.

BETWEEN THE BURIED AND ME = Sorpresa della giornata. Americani, si sono esibiti per la prima volta in Italia proponendo un metal estremamente vario, tecnico, con canzoni spazianti dal death al prog. Un caleidoscopio sonoro forse un po’ ostico da recepire al primo ascolto, ma senz’altro degno di attenzione.

DILLINGER ESCAPE PLAN = Una manica di pazzi scatenati, totalmente fuori di testa. Non hanno smesso un attimo di correre su e giù per il palco, di saltare su e giù dagli amplificatori, di lanciare per aria le chitarre. Il cantante si è perfino arrampicato sulle recinzioni a lato del palco, e poi ha disfatto un pezzo della batteria. Personalmente non mi ha entusiasmato il loro thrash-hardcore sparato alla velocità della luce fino a rasentare la cacofonia. In ogni caso divertenti da vedere.

AT THE GATES = Penalizzati da un’acustica ovattata e non all’altezza, e dall’indifferenza di una parte del pubblico. Pubblico clamorosamente ignorante, perché gli svedesi, tornati in attività dopo 12 anni di silenzio, hanno fatto negli anni ’90 la storia del death metal, con dischi straordinari tra cui il seminale “Slaughter of the Soul”. Ottime le esecuzioni, puntuali e cattivissime, delirio personale sull’incredibile “Blinded by Fear”. Emozione, e profumo di leggenda.

TESTAMENT = Come sopra, emozione e profumo di leggenda. Li ascolto da una vita, ma non li avevo mai visti dal vivo. Quando entrano mi viene la pelle d’oca, Chuck Billy (tornato in forma dopo una brutta malattia) è mastodontico, un bestione clamoroso. Suonano da Dio, eseguono un paio di pezzi dall’ultimo disco, “The Formation of Damnation”, e poi si dedicano ai pezzi storici, da “Practice what you Preach” a “Disciples of the Watch”. Grandi assoli di Alex Skolnick, impressionanti i growling di Billy, che si dimostra anche ottimo front-man. All’urlo di “Remember, Metal is forever !!!” lasciano il palco dopo un’ora di puro delirio.

MESHUGGAH = Ho sempre fatto fatica ad ascoltarli, non mi hanno mai entusiasmato. Ma il muro sonoro che sono riusciti a creare durante la loro esibizione è stato letteralmente impressionante. Acustica perfetta, sincronia inattaccabile, violenza totale, esecuzioni precisissime. Fumavano gli amplificatori. Mamma mia. Carcass

CARCASS = Sempre di più, profumo di leggenda. Come gli At The Gates, anche gli inglesi dopo tornati insieme dopo tanti anni. Anche loro hanno fatto la storia del metal estremo. Anche loro non li avevo mai visti. Arrivano sul palco capitanati dal grande Jeff Walker e da Michael Amott. Partono le prime note del loro immenso e inarrivabile death-grind, e mettono a ferro e fuoco tutto quanto. Anche loro non sbagliano una nota, mettono a frutto l’esperienza e suonano perfettamente come si fosse ancora negli anni ’90. Quando eseguono una dopo l’altra le mie due canzoni preferite, “Incarnated Solvent Abuse” e “No Love Lost”, vado completamente fuori di testa. Grandiosa anche una “Keep on Rotting” velocizzata rispetto all’originale, e commovente il momento in cui chiamano sul palco Ken Owen, il loro ex batterista ancora claudicante dopo una lunga malattia. Immensi!

SLAYER = Quando salgono sul palco Araya, King, Hanneman e Lombardo sono talmente stanco (e ustionato) da non reggermi più in piedi. Eppure l’energia torna come per magia, e riesco ancora a scatenarmi sulle note delle mitiche “Dead Skin Mask”, “South of Heaven”, “Mandatory Suicide”, “Raining Blood”, “Angel of Death”. Svizzeri, nel senso di precisione e puntualità, rodati da anni e anni di concerti, perfetti. Forse un po’ freddi e meccanici, ma bastano le loro note di fuoco a scaldare tutto e tutti.

Insomma, una grande giornata, che lascia davvero la consapevolezza di aver vissuto un qualcosa di memorabile, nel nome del Metal più vero e sanguigno. Stay Heavy!



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LE TRE SEPOLTURE
Postato alle giugno 24, 2008 08:52 di martedì, 24 giugno 2008
da: [cinemystic]

Alcuni colleghi critici sostengono che il western è morto, da ormai parecchio tempo. Idea che non condivido minimamente. A mio parere non è affatto defunto, e mai potrà morire. Perchè, anche se vi sembrerà strano detto da me, il western è in assoluto il genere cinematografico più bello che esista. Il western è cinema puro, e in ogni stilla di cinema c’è un po’ di western.

Poi certo, siamo nel terzo millennio, non è più tempo di eroi, cavalli e praterie, l’odore della terra e della polvere da sparo è stao soppiantato dalla tecnologia imperante, dai centri commerciali e dall’alienazione corrotta della civiltà contemporanea. Tornare al western significa per antonomasia guardare al passato, alla nostalgia di un Eden perduto, al ricordo di una cristallina onestà intellettuale che oggigiorno non esiste più. Non ci sono più Ford, Hawks, Peckinpah, Altman, Corbucci e Leone, non ci sono più gli indiani e la polvere, la frontiera e i calesse, i saloon e i vasti e incommensurabili paesaggi texani. O ci sono ancora, ma dipinti secondo connotazioni socio-politiche ben differenti.

Eppure il western non muore, resiste, sopravvive, sta in letargo e ogni tanto torna a deliziarci, resta in disparte e talvolta riemerge per darci nuove lezioni di vita e di cinema. Così è accaduto, neanche tanto di rado, negli ultimi 20-25 anni (da quando cioè i suddetti critici ne recitano il de profundis): Costner e il suadente Balla coi lupi, Jarmusch e l’ipnotico Dead Man, Eastwood e il sublime Gli spietati, Kasdan e il discreto Silverado, di nuovo Costner con il poetico Terre di confine, Walter Hill con il meraviglioso e commovente Broken Trail (3 ore di cinema puro e incontaminato, a lasciarmi il ricordo di una delle più belle visioni cinefile della mia vita, due anni fa al Torino Film Festival), perfino Ang Lee con l'interessante Brokeback Mountain.

Un paio d'anni fa ci ha pensato anche Tommy Lee Jones, a ricordarci che la conquista del West in fondo non è mai finita, e che ci saranno per sempre sentieri selvaggi da calpestare e ombre rosse da catturare. Le tre sepolture è un film di classe, scritto con coerenza, perchè guarda al passato e lo fonde correttamente con il presente. Ci sono ancora i cowboys, bevono ancora whisky e hanno ancora gli speroni; però ora guardano la Tv e comprano case di lusso. Ci sono ancora quei valori etici che hanno dato forza ai capolavori assoluti di un genere per natura rigoroso e moralmente insuperabile: la solidarietà umana, l’amicizia virile, la vendetta nel nome di un torto da raddrizzare, la famiglia come ultimo e forse impossibile approdo di una vita inevitabilmente raminga.

Jones è bravo a mettere insieme revival e tempi moderni, senza esagerare nè in un senso nè nell’altro, e sa costruire un film bizzarro, a tratti surreale, in cui l’ironia va felicemente a stemperare il dramma, e i tempi narrativi impazziscono in una giostra di flashback e flashforward. Lo dirige e lo recita con semplicità, e accanto a sè, come alter-ego, sceglie Barry Pepper (A Beautiful Mind, La 25a ora), attore bravissimo e mai abbastanza riconosciuto, a cui regala un personaggio perfino cristologico; un povero tutore della legge che si masturba davanti a giornaletti hard di quart’ordine e che poi quando prende da dietro la bella moglie viene dopo 6 secondi netti (poveraccia lei...), uno sfortunato guardiano di frontiera che ammazza per sbaglio un messicano immigrato e da lì in poi dovrà compiere una vera e propria via crucis per espiare il proprio peccato e rifuggire dall’eterna dannazione.

Jones e Pepper, la follia e la redenzione, l’amicizia e il rimorso, la missione da compiere e il crescente rispetto verso il proprio carnefice. Il tutto tra i miasmi di un cadavere in decomposizione. Fino a una conclusione indefinita, fantasmatica, onirica, proiettata a un futuro che mai conosceremo: Jones si allontana a cavallo e scompare dal nostro campo visivo, verso il nulla, come tanti anni prima aveva fatto John Wayne. L’eterno ritorno. Il western è il cinema, e come tale non morirà mai.



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IL FASCINO DEL CINEMA ESTREMO
Postato alle giugno 19, 2008 11:04 di giovedì, 19 giugno 2008
da: [cinemystic]

Perchè, mi chiedo da sempre, uno spettatore si appassiona a film scioccanti, efferati, estremi? Perchè il gusto dell'orrido, del grottesco, dell'inverosimile, porta il fruitore cinematografico a una fascinazione primitiva verso la crudeltà filmica? Forse è uno stato mentale di alterazione attraverso la quale l'immagine shock penetra nel cervello solleticando parti di noi timide e nascoste. Forse è una semplice perversione, di carattere inconsciamente sessuale, a far sì che il palato cinefilo sia stuzzicato dal disgusto verso ciò che si vede. Forse è una malattia, peraltro meno grave di tante altre. O forse è solo prurigginosa curiosità verso ciò che rompe le barriere e fuoriesce dagli schemi per deflagrare nel non normale. Non lo so, ci vorrebbe uno psicologo, io non ho le basi didattiche per poter azzardare una soluzione.

Fatto sta che di film scioccanti, sconvolgenti, al limite (o anche oltre) dell'insopportabile, ne ho visti tanti. E mi hanno sempre affascinato, sia da un punto di vista meramente passionale (nella giovinezza), sia in una connotazione prettamente critica e analitica (perchè nell'estremo spesso si nascondono invettive socio-politiche interessanti e per nulla scontate).

Il linguaggio del cinema estremo è un corollario di torture, omicidi raccapriccianti, violenze dirette o sublimate, fiumi di sangue caldo e di viscere al vento. Ma attenzione, il cinema estremo non va necessariamente equiparato allo splatter. Tutt'altro. Perchè lo splatter, dai tempi di Herschell Gordon Lewis fino alla post-modernità di Rodriguez, Roth, Aja, passando per il cinema artigiano di un Fulci e per il gore esplodente di uno Yuzna, è per definizione senso del grottesco, del caustico divertimento, del surrealismo portato all'eccesso, del macabro divertimento. Non a caso uno dei capisaldi dello splatter-movie di intitola Blood Feast (1968)... una festa dunque, semi-seria o semplicemente ironica e giocosamente grandguignolesca.

Il cinema estremo, quello vero, rifugge dal gore, o lo usa solo parzialmente, per scavare invece nella realtà, nella quotidianità, nell'orrore del vero (o del verosimile). Un'anti-standardizzazione ideologica che trova il suo massimo punto di espressione negli anni '70, nel decennio dello stordimento americano post-Vietnam, nella protesta filmica a sfondo smaccatamente politico. La famiglia cannibale di Non aprite quella porta, i folli strupratori e le atroci vendette delle vittime de L'ultima casa a sinistra o di Non violentate Jennifer, gli uomini-bestie di Le colline hanno gli occhi. Un vento che dagli States si trascina fino all'Europa, e arriva in Italia, con le violenze reiterate a danno di uomini e animali di Ultimo mondo cannibale, Cannibal Holocaust, Cannibal Ferox. Anni in cui si combatte contro la censura, si finisce in tribunale e si rischia l'arresto per ciò che si è osato filmare, si lotta per non vedere i propri film sequestrati dal mercato (come già ad esempio era accaduto alcuni anni prima per quel sublime capolavoro anti-cattolico di The Devils di Ken Russell). Anni in cui l'horror diviene pornografia, si trasforma in lotta di classe, e torna a essere horror, in un percorso ciclico e costante. Anni in cui si possono ammirare Buio Omega e Antrophophagus di Joe d'Amato, lo straordinario L'Aldilà e Zombi 2 di Fulci, i malsani Brood e Rabid di Cronenberg... tanto per citare qualche esempio.

Il decennio '70 si ricorda ancora oggi come l'età dell'oro dell'estremo, e non è più stato eguagliato, a livello di violenza, di gusto per l'eccesso, di ricerca ossessiva dello shock emotivo. Si è passati invece ad uno shock maggiormente immediato, visivo, pulsante, in quel decennio (gli '80) in cui lo splatter-gore ha trionfato; negli anni '90 tutto si è afflievolito, soffocato dalla tecnologia, dal benessere, dalla ripetitività degli argomenti, dalla riproposizione inifnita degli schemi passati, dalla paura di osare. Nei primi anni del terzo millennio qualcosa in più si è visto, e alcuni registi sono tornati a rischiare qualcosina, prendendo spesso e volentieri spunto da storie realmente accadute.

Non sono mancati, comunque, anche negli ultimi 15-20 anni, prodotti di cinema estremo validi e incisivi, dal punto di vista tecnico-estetico oltrechè naturalmente per la violenza espressa nei contenuti. Penso immediatamente a Takashi Miike, a straordinari film che sfidano letteralmente la sopportazione visiva e mentale dello spettatore come l'insuperabile Audition, l'incredibile Visitor Q, il malatissimo Imprint. Penso ai recentissimi e più volte da me citati Feed e ancor di più The Girl Next Door. Torno indietro di un po' di anni e ripesco l'impareggiabile orgia con annessa suzione di corpi dell'immenso Society di Yuzna, o sorrido nel ricordo dei debosciati amplessi con cadaveri nel Nekromantik di Jorg Buttgereit, o in Aftermath di Nacho Cerdà. Penso ad altre follie orientaleggianti tipo l'honkonghese Ebola Syndrome, o la serie giapponese dei Guinea Pig, o il magnifico Suicide Club di Shion Sono.. Penso a quel capolavoro di puro erotismo e di umori sconvolti e irrefrenabili che è Crash di Cronenberg. Poi certo, alle volte il tentativo di giocare con l'esagerazione scade nella volgarità fine a se stessa, come per il ridicolo e irritante L'ultima tentazione di Cristo, o per la Bellucci brutalmente sodomizzata in Irreversible.

L'elenco comunque sarebbe lungo, lunghissimo. Anche perchè l'estremo nel cinema è sempre esistito (penso al capolavoro maledetto Freaks del 1932), e spesso ha toccato lidi lontanissimi dall'horror eppure devastanti nella loro efficacia (la coprofagia di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini, la perversione di Isabelle Huppert ne La Pianista, la straziante deformità di The Elephant Man, l'alienazione giovanile del kubrickiano Arancia Meccanica, la commovente strage degli indiani in Soldato Blu).

Dove sta il confine in cui la perversione e l'oscenità deflagrano nel cattivo gusto? Dove sta il senso della creazione artistica atta a sconvolgere l'avventore? Dove sta il fascino verso tutto ciò che supera i limiti per decollare verso un mondo altro che ripugna ed eccita allo stesso tempo? Ad ognuno la propria risposta.



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FEED
Postato alle giugno 13, 2008 10:47 di venerdì, 13 giugno 2008
da: [cinemystic]

Avevo visto FEED lo scorso agosto, in anteprima al Pesaro Horror Festival. Mi aveva lasciato, oltre a un notevole disgusto per la tematica trattata (uomini che fanno ingrassare oltre ogni limite donne ultra-obese fino a farle morire), un senso di incompiutezza, mitigato peraltro da un giudizio tutto sommato positivo. L'ho rivisto in Dvd, e più o meno confermo la prima opinione.

Feed è un film interessante, girato con uno stile videoclipparo molto moderno (o per meglio dire post-moderno), che perlomeno nella prima parte si avvale di una sceneggiatura tesa ed equilibrata al punto giusto. La storia del "nutritore" nell'Ohio e del detective australiano che si mette sulle sue tracce è svolta in classico regime di montaggio parallelo con discreta efficacia, e alcune scene della "caccia" al sito proibito che si sviluppa su internet sono molto appassionanti. Azzeccate anche un paio di sequenze ad alto contenuto erotico, e le musiche sincopate ad accompagnare gli eventi. Piuttosto prevedibili invece i rimandi all'adolescenza turbata del protagonista quale causa primigenia della sua follia, e la metà oscura (violenza rappresa) del detective che si palesa poco alla volta. Nella seconda parte invece il film dell'ex Tagliaerbe Brett Leonard esce parzialmente dalla strada maestra e sbanda, diviene a tratti troppo verboso e in altri troppo concitato e visivamente soffocante, e perde anche un po' di credibilità.

A conti fatti, comunque, siamo di fronte a un film diseguale e non del tutto riuscito, ma sostanzialmente apprezzabile, per come riesce a tenere in piedi una storia non semplice e a trattare una tematica durissima senza deflagrare nel pamhplet accusatorio fine a se stesso, riuscendo a riflettere abbastanza bene sul fenomeno degli snuff-movies via web e sul senso ultimo della moralità di ogni individuo.

Inutile dire come molte sequenze che vedono in azione la donna-mostro da 600 libbre e i modi in cui essa è nutrita siano davvero ributtanti, sgradevoli, stomachevoli. Anche se ultimamente, a livello di puro sconvolgimento emotivo, Feed è stato superato dall'incredibile The Girl Next Door.


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THE BEST OF... HORROR
Postato alle giugno 11, 2008 14:22 di mercoledì, 11 giugno 2008
da: [cinemystic]

Fare classifiche è anacronistico, superfluo, fondamentalmente stupido. Eppure a me (e penso un po' a tutti) piace ogni tanto gingillarmi con le stupidaggini, e allora... let's play a little game. Siccome il mio campo di studio prediletto resta pur sempre l'horror, ho preparato una graduatoria (mia personale, ovviamente) degli horror a mio giudizio più belli della storia, dei migliori horror italiani, e degli horror finora più significativi del terzo millennio (dal 2000 ad oggi). E' chiaro che sono rimasti fuori tanti film straordinari, ma si sa, fare classifiche, oltre che anacronistico, è difficilissimo !

Siete d'accordo? Non siete d'accordo? Se volete, sbizzarritevi.

I MIGLIORI HORROR DI TUTTI I TEMPI

1) SHINING (Stanley Kubrick, 1980)

2) ROSEMARY'S BABY (Roman Polanski, 1968)

3) FREAKS (Tod Browning, 1932)

4) GLI INVASATI (Robert Wise, 1963)

5) NON APRITE QUELLA PORTA (Tobe Hooper, 1974)

6) HO CAMMINATO CON UNO ZOMBIE (Jacques Tourneur, 1943)

7) NOSFERATU (Friedrich Murnau, 1922)

8) LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI (George Romero, 1968)

9) HALLOWEEN (John Carpenter, 1978)

10) LA MASCHERA DELLA MORTE ROSSA (Roger Corman, 1964)

GLI HORROR ITALIANI PIU' BELLI DI SEMPRE

1) LA MASCHERA DEL DEMONIO (Mario Bava, 1960)

2) E TU VIVRAI NEL TERRORE - L'ALDILA' (Lucio Fulci, 1981)

3) SUSPIRIA (Dario Argento, 1977)

4) L'ULTIMO UOMO DELLA TERRA (Ubaldo Ragona, 1964)

5) LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO (Pupi Avati, 1976)

I MIGLIORI HORROR CONTEMPORANEI

1) LA CASA DEL DIAVOLO (Rob Zombie, 2005)

2) CIGARETTE BURNS (John Carpenter, 2005)

3) WOLF CREEK (Greg Mc Lean, 2004)

4) LA CASA DEI 1000 CORPI (Rob Zombie, 2003)

5) CALVAIRE (Fabrice Du Welz, 2004)


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PUBBLICITA'...
Postato alle giugno 11, 2008 09:26 di mercoledì, 11 giugno 2008
da: [cinemystic]

"I Dannati e gli Eroi" è stato recensito sul numero di giugno della Rivista del Cinematografo (una delle più importanti pubblicazioni di cinema italiane), e sul settimanale di cultura Il Domenicale.

Inoltre è stato anche segnalato sul sito La Tela Nera, e addirittura sul sito dell'Università di Yale (!). Questi i link:

http://www.latelanera.com/editoria/news/notizia.asp?id=1239

http://www.library.yale.edu/humanities/film/newbooks.shtml


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REDACTED
Postato alle giugno 09, 2008 14:09 di lunedì, 09 giugno 2008
da: [cinemystic]

Come ho scritto nel post su Un’altra giovinezza, esistono film inutili, film che sono delle vere e proprie sfide all’occhio dello spettatore, e film importanti, per non dire fondamentali. Redacted, di Brian De Palma, fa senz’altro parte di quest’ultima categoria. Un film maledetto, clamorosamente ignorato dai distributori, nessuno dei quali ha avuto il coraggio di rischiare e di farlo uscire nelle sale. Quegli stessi distributori che ci propinano a ogni piè sospinto porcate insulse che puntualmente incassano vagonate di soldi, venendo a soddisfare le richieste della massa becera, per la quale il cinema non è altro se non un luogo in cui addormentare i (pochissimi) neuroni e rilassarsi davanti a prodotti di infimo valore.

Per guardare Redacted, invece, il cervello (per chi lo possiede) va acceso eccome, così come il cuore, sottoposto a uno sforzo non banale davanti all’epica tragedia che De Palma sfrontatamente ci pone davanti allo sguardo. Il suo sguardo, quello che utilizza la guerra in Iraq per mettere in gioco ancora una volta la sua personale ricerca sulla visione distorta e mutevole di un cinema in perenne divenire. Nei visi scavati e nelle parole disperate di quei soldati mandati al macello da quell’imbecille di Bush, ragazzi la cui vita resta in bilico attimo dopo attimo, negli infiniti tranelli di un luogo quasi mistico in cui essi devono giocoforza combattere contro una presunta verità, c’è la definitiva morte di un cinema ormai incapace di mostrare gli eventi secondo il consueto districarsi consequenziale degli eventi.

Il cuore, il nostro, piange e sanguina, di fronte a un soldato che salta per aria all’improvviso polverizzando ogni ragione e ogni giustizia, a una innocente ragazzina irachena stuprata e massacrata, a una donna incinta uccisa a bruciapelo, a un soldato decapitato per vendetta. Il cinema diviene giornalismo di denuncia, il documentario e il reportage cronachistico si fondono assieme, il confine tra fiction e realtà è ingoiato e annullato, e l’odore dell’orrore deflagra dallo schermo per approdare alla coscienza di tutti noi. De Palma rischia tutto, con estremo coraggio, e aldilà del sacrosanto pamphlet di denuncia messo in piedi contro il terrorismo e contro chi lo combatte senza la benchè minima razionalità, nel nome di un ideale fasullo e ridicolo, realizza, dal punto di vita prettamente artistico, un grande film.

Perfetta è infatti l’alchimia con la quale il regista di Vittime di Guerra convoglia la proposizione di reali filmati pescati da Internet o dai telegiornali dell’epoca con le scene recitate, innescando un meccanismo filmico che funziona splendidamente e non cade mai nè nella retorica nè nella sperimentazione fine a se stessa. Magnifiche tutte quelle sequenze di attesa, in cui i soldati lasciano scorrere faticosamente le ore attendendo il niente, e noi, accompagnati dalle musiche off di Badalamenti o di Puccini, ci immergiamo ipnoticamente nel loro esiziale e silenzioso pianto interiore. Profondamente vere quelle immagini in interni, riprese dalla videocamera del soldato Salazar, atte a mettere in luce lo stordimento di commilitoni imbottiti di alcool e droghe come unico lenitivo al mistero atroce che li circonda. Intelligente il momento dello stupro, che De Palma riprende con ritmo concitato ma fermandosi al momento giusto, e lasciando fuoricampo ciò che abbiamo capito benissimo anche senza bisogno di vedere. Commovente un finale in cui, in poche parole pronunciate da un soldato la cui mente rimarrà segnata per sempre, ricaviamo con semplicità il (non) senso di questa carneficina.

Redacted è un film importante, fondamentale, troppo coraggioso per poter sfondare il muro di umiltà che ci circonda. Viviamo nell’ignoranza, imbatuffolati nella nostra bambagia, timorosi di dire la verità, terrorizzati alla sola idea di vedere e sentire e capire ciò che realmente accade al di fuori del nostro misero e ovattato microcosmo. De Palma ha provato a dircelo, a sputarcelo in faccia, e anche se nessuno ha raccolto il guanto di sfida, c’è riuscito benissimo.


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VA BENE VA BENE COSI'
Postato alle giugno 09, 2008 09:02 di lunedì, 09 giugno 2008
da: [cinemystic]

… E infatti, è stato stupendo. Come sempre. Una scaletta ottimamente congeniata, un concerto carico di pura energia rock, un’atmosfera come ogni volta splendida e indescrivibile. Vasco comincia chiaramente ad accusare il peso degli anni che passano, non corre più come un tempo, si prende tante pause, pare faccia fatica ad arrivare fino in fondo. Però si sa gestire ottimamente, e alterna adrenalina rock a momenti maggiormente raccolti, in cui cerca, superando la sua proverbiale timidezza, di parlare di più con il pubblico, e di instaurare un clima caldo e intimo. Come quando, nel meraviglioso medley pre-finale, si siede su di una sedia in mezzo al palco, fa sedere tutta la sua band attorno a lui, come tanti amici intorno a un falò sulla spiaggia, e intona una serie di meravigliose canzoni d’amore sussurrandone alcuni frammenti e lasciando al pubblico, a noi, il piacere di cantare a squarciagola il resto. Un esperimento inusuale, che da vita al momento più bello di tutto il concerto; un concerto più confidenziale del solito, in cui Vasco si guarda intorno come un bambino attonito, ha spesso l'occhio lucido, e pare continuamente commuoversi mentre fa commuovere noi. Indimenticabile.

Tutto il resto è storia, i pezzi del nuovo disco suonano benissimo anche live, i cori su "Il mondo che vorrei", "Colpa del whisky" e "E adesso che tocca a me" si alzano al cielo e fanno vibrare l'intero stadio, Solieri e Stef Burns incendiano San Siro con le loro chitarre, e Vasco ripesca dal cassetto vecchie canzoni che non faceva più da una vita (“La noia”, la bellissima “Non appari mai”, la devastante “Asilo Republic”, “L’uomo che hai di fronte” arrangiata magistralmente, la struggente “Va bene va bene così” che mi inonda di lacrime, perfino un accenno della mitica “Susanna”). Poi la toccante dedica a Riva, la solita chiusura con “Albachiara”, lui che ci ringrazia e ci bacia tutti. E noi che ringraziamo lui, ancora una volta, per sempre.

Io ero in tribuna numerata, 1° anello rosso. C’erano gente della mia età, adolescenti, signori di mezza età, padri con figli, intere famiglie. A pochi metri da me c’era una ragazzina, giovane, che piangeva praticamente a ogni canzone. A un certo punto, durante una pausa, un altro ragazzo che era lì nei dintorni le si avvicina e bonariamente le chiede: “scusa, ma mi dici perché piangi in continuazione?”, e lei candidamente risponde “perché in queste canzoni ritrovo tutta la mia vita”. Ecco, questo è il senso del nostro amore infinito per Vasco.

Ho postato su youtube alcuni brevi filmati del concerto, ripresi da me medesimo. Vi metto anche qui i link, un piccolo omaggio a tutti i membri della Combriccola del Blasco... perdonate l'ultra-amatorialità delle immagini (e le stonature nei cori) !

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QUI SI FA LA STORIA
Postato alle giugno 04, 2008 14:18 di mercoledì, 04 giugno 2008
da: [cinemystic]

Melange di pensieri e parole, in un'assurda giornata estiva che sembra autunnale. Di solito in questo periodo dell'anno si inforcano gli occhiali da sole, si organizzano le prime sortite in spiaggia e i falò in compagnia (ricordi di una giovinezza perduta), si buttano nel fondo dell'armadio i vestiti invernali, ci si ingozza alle prime feste della birra, e le ragazze vanno in giro in magliettina e ciabattine dando sfogo alla propria fremente sensualità. Oggi invece è il 4 giugno e piove, il cielo è scuro, pressochè buio, e fa perfino quasi freddo. Roba da matti. O meglio, una meraviglia, per chi come me appena si superano i 24° inizia ad andar fuori di testa, ad avere il cervello bollito e a perdersi in fantozziane allucinazioni mistiche. Però, qui si sta quasi esagerando.

Nel frattempo, la vita del vostro critico preferito (??) scorre... Gomorra e Il Divo sbancano i botteghini nostrani (per la serie, il passaparola vale più di qualsiasi altra cosa, il che da una parte è ovvio, dall'altra un po' triste); su Sky il glorioso Studio Universal viene sostituito dal canale MGM, che propone anche film interessanti ma con una programmazione random che non segue alcuna logica; mi appresto a vedere un sublime capolavoro della storia del cinema chiamato Frostbiter - Wrath of the Wendigo, mitica amenità monnezzara della Troma che mancava alla mia cineteca; attendo con ansia di gustarmi i primi episodi della quarta serie di Lost (l'unico telefilm "moderno" che abbia realmente saputo emozionarmi) e di ascoltarmi il nuovo disco dei miei adorati Moonspell; all'apice della pazzia scommetto qualche euro sulla Romania che vince gli imminenti Europei di calcio (!!!!); il mio libro I Dannati e gli Eroi vende qualche copia qui e là nelle fiere letterarie sparse per il paese; entro a far parte della redazione di una nuova rivista cartacea in preparazione (maggiori ragguagli in seguito); compro il biglietto per il Gods of Metal, il 28 giugno a Bologna (il mio grande ritorno ad un festival metal dopo tanti, troppi anni di assenza); programmo i futuri viaggi a Parigi (sicuro) e Venezia (forse). E infine, mi preparo ad un'altra serata da favola, venerdì a Milano. Vasco, ovviamente... sarà il mio 6° concerto, il 4° a San Siro... e come ogni altra volta, anche ci fossero pioggia, grandine e rane che piovono dal cielo stile Magnolia, sarà STUPENDO.

QUI SI FA LA STORIA O NON SI FA, SI DECIDERA' TUTTO QUI ... CHI PUO' ASPETTARE ASPETTERA', NOI SCAPPIAMO FUORI DI QUI !!!


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UN'ALTRA GIOVINEZZA
Postato alle giugno 03, 2008 10:30 di martedì, 03 giugno 2008
da: [cinemystic]

Esistono film trascurabili. Esistono film inutili: tanti, troppi. Esistono invece film importanti, talvolta indispensabili. Infine esistono film che sono delle sfide, all'occhio e al cervello e alla coscienza dello spettatore, delle prove ardue e affascinanti. E' senz'altro il caso di Un'altra giovinezza (Youth without Youth), il grande ritorno alla regia di Francis Coppola.

Un film che contiene al suo interno tanti film, un mondo racchiuso in tanti altri mondi, un libero flusso di informazioni che tratta molteplici temi per tentare un irto approdo alle radici ultime e definitive della conoscenza umana. Una storia che parte e poi si dirama, cambia e di disperde, si allontana dal centro cosmico e vi si riavvicina, riannoda alla fine tutte le varie diramazioni concatenando i vari significanti e significati in un humus ibrido e incerto, in cui ogni avventore può in fondo trovare la propria verità.

Un film parlato in decine di lingue, girato secondo gli stilemi di un'avventura transoceanica che parte dalla Romania, emigra in Svizzera, arriva fino in India, riapproda al Mediterraneo e torna circolarmente alla madre patria. Un inno alla ricerca scientifica, alla spiritualità, al profondo segreto che si nasconde nell'oppio delle religioni, all'essere umano come creatura dalle mille maschere e dalle tante vite. Il viaggio iniziatico che il protagonista Dominic Matei compie suo malgrado vampirizzando una giovane donzella per estrarne il succo vitale che lo porterà alla suprema conoscenza, alla sintesi del linguaggio, all'origine della specie.

Un film che tratta non banalmente concetti dall'alto rigore filosofico quali la metempsicosi, i precetti del Buddismo, l'antica teologia indiana, l'evoluzione del linguaggio, il sovrannaturale, il labile confine che separa il sogno dalla veglia, la ragione dall'illusione, l'immaginazione dalla realtà. Un uomo e il suo doppio, una sorta di Doppelganger fattosi carne e sangue, un Dead Ringer che altro non è se non un secondo Io ben più lungimirante dell'Io originario. Una donna come veicolo di conoscenza per risalire al mistero nascosto nell'antico afflato della razza, lottando con un amore impossibile che cresce vieppiù all'avvicinarsi della tragedia.

Coppola sperimenta, teorizza, sorprende. Mostra un tempo che si disfa e si annulla, scorre e si ferma, avanza e si contorce su se stesso, di fatto annullando la propria connotazione primaria. Ambienta i fatti in un luogo che è tanti luoghi e nessuno. Gioca col montaggio e con la macchina da presa, girandola al contrario, imbroccando dettagli geniali (la svastica sulla giarrettiera), e azzardando esterni espressionisti di chiara matrice langhiana. Gira il suo bulimico Inland Empire, e scava nel suo Pi Greco. Trova il giusto protagonista in un ottimo Tim Roth, perennemente ingobbito come il Nosferatu di Murnau. Cerca la via per risalire al primigenio potere dell'intelletto, del Mito, del cinema. E in fondo la trova, o meglio ne trova tante, lasciando tracce e segnali e concedendo a ogni spettatore il potere di definire la ricetta giusta in base a ogni singola sensibilità. Tre rose rosse, per lui, per noi, per una seconda (e forse non ultima) giovinezza, per una vita che scorre, si avvicina al traguardo, e poi si riavvolge e riparte, negli intermezzi dei nostri st(r)ati di coscienza.

Un film difficile, forse troppo in anticipo sui tempi, per questo passato in sordina, poco considerato e poco capito. Una sfida, inebriante e coraggiosa, che come tale merita tutto il rispetto possibile.


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PALMA D'ORO CANNES
Postato alle maggio 26, 2008 10:29 di lunedì, 26 maggio 2008
da: [cinemystic]

In molti sostenevano che The Exchange, il film di Clint, fosse una sorta di "fuoriquota", troppo più in alto rispetto a tutti gli altri per poter essere realmente in competizione. E infatti la giuria di Cannes, presieduta da Sean Penn, ha preferito scartare la scelta più ovvia, e ignorare Eastwood per dare invece la Palma d'Oro a Entre les Murs di Laurent Cantet. Si potrebbe dire scandaloso... e forse lo è. L'errore peraltro è stato semplicemente quello di mettere Eastwood in concorso.

Pare comunque che il film di Cantet sia molto bello, una docu-fiction ambientata interamente in una scuola, volta a espletare con grande attenzione la multietnicità della società francese. Insomma, nello "scandalo" pare che Penn e soci abbiano perlomeno ripiegato su un'opera meritevole. La Palma torna a un film francese dopo ben 21 anni, e dato che come sapete amo tremendamente il cinema d'oltralpe, ne sono contento. Tanto Clint non aveva certo bisogno di una Palma d'Oro per argomentare la sua immensa grandezza. Ha in ogni caso ridicolizzato tutti gli avversari, il vincitore morale resta lui.

Sorride anche l'Italia, con i premi della Giuria andati sia a Gomorra di Garrone sia a Il Divo di Sorrentino. Il miglior risultato "internazionale" per il nostro cinema dalla Palma d'Oro di 6 anni fa a La stanza del figlio. Bene, ne sono lieto e sorpreso. Anche se questo non deve illudere. La strada per la rinascita del cinema italiano è ancora lunga. E questi due film, pur con accezioni molto diverse, e ammettendo di non averli ancora visti, sono mi pare entrambi riconducibili al filone "impegnato", genere in cui siamo sempre andati bene. Ai registi italiani manca invece la capacità di raccontare piccole storie quotidiane, piccoli attimi di vita vissuta, piccole poesie in movimento... alla Cantet, appunto.

Comunque, un plauso a Garrone e Sorrentino, e ai Dardenne, che portano a casa l'ennesimo premio per la sceneggiatura di Le Silence de Lorna. Quantomeno dubbio il premio come miglior attore a Del Toro per il Che di Soderbergh, così come l'assenza di riconoscimenti per il (a quanto pare) bellissimo Two Lovers di James Gray.


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IL NASCONDIGLIO
Postato alle maggio 25, 2008 09:30 di domenica, 25 maggio 2008
da: [cinemystic]

Finalmente, con mesi di ritardo, sono riuscito a vedere Il Nascondiglio, il ritorno all’horror del buon Pupi Avati a tanti anni di distanza dal cult La casa dalle finestre che ridono e dall’ottimo Zeder. Parto dalla fine: a pochi minuti dal termine del film c’è una scena terrificante, in cui Laura Morante mette la testa all’interno di un buio condotto di ventilazione, e all’improvviso le appare il volto del misterioso abitante della “casa stregata” in cui si svolge la storia. Un attimo di terrore straordinario, che fa letteralmente sobbalzare dal divano col cuore in gola. A ciò segue una conclusione coraggiosa, triste, straziata, totalmente anticonsolatoria, che insinua abilmente molti dubbi sulla veridicità di tutto quello che si era visto per tutta la pellicola.

Un finale da applausi, che però lascia un po’ d’amaro in bocca. Perchè purtroppo il resto del film non ne è all’altezza. Avati, infatti, se la cava molto meglio nella regia che nella sceneggiatura; Il Nascondiglio è scritto così così, e diretto benissimo. La storia è un po’ stantia, ruvida, scontata, con un ritmo non sempre all’altezza e alcuni passaggi davvero poco credibili e poco convincenti. Per paradosso, invece, nei momenti di suspence, di silenzio, di attesa, di angoscia, Avati manovra la macchina da presa con assoluta maestria, regalando brividi non banali.

Il clima non è lontano dall’horror “gotico-padano” dei film sopra citati, anche se qui siamo in America; il regista gioca col topos della casa maledetta, e recupera parzialmente il sottofilone della “nun exploitation” (il cui miglior esempio italico è senz’altro il dimenticato Suor Omicidi di Giulio Berruti) cercando di plasmare il genere secondo la propria sensibilità d’autore; si trovano riferimenti ad altri film del passato (ad esempio la creatura che vive negli anfratti e negli interstizi della casa mi riporta alla mente La Casa Nera di Wes Craven, un ottimo Craven pre-rincoglionimento); la Morante, anche se qui appare talvolta un po’ spaesata in un ruolo che forse non le si confà pienamente, resta la miglior attrice italiana, come sostengo da anni; l’utilizzo del sonoro è avvincente e inquietante.

Insomma, a conti fatti, e soprattutto dopo la pelle d’oca del magnifico “unhappy ending”, resta il rimpianto per la consapevolezza che, con una sceneggiatura più solida, avrebbe potuto essere un gran film.


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FESTIVAL DI CANNES 2008
Postato alle maggio 22, 2008 21:12 di giovedì, 22 maggio 2008
da: [cinemystic]

In corso in questi giorni sulla Croisette il Festival di Cannes. Peccato non esserci, perchè questo è senza discussioni il miglior festival cinematografico al mondo, nonchè il luogo in cui spesso vengono alla luce quelli che saranno poi i migliori film dell’anno. Sarà un caso, ma se prendo in considerazione i film che hanno vinto la Palma d’Oro negli ultimi 30 anni (li ho visti tutti), non ne trovo uno che non sia un gran film. La maggior parte sono capolavori, altri sono “solo” ottimi prodotti, al peggio buoni. Brutti, neanche uno, come invece capita ahimè talvolta per i film che vincono a Venezia o agli Oscar (Il Gladiatore docet).

Comunque, come sempre, tra i film in programmazione in quest’edizione, ce ne sono molti che mi stuzzicano, e che non vedo l’ora di vedere. Innanzitutto Tokyo Sonata, del grande Kiyoshi Kurosawa, un autore di sensibilità sopraffina, fino a poco tempo fa sciaguratamente sottovalutato in Occidente. A quanto pare non è un horror, ma un dramma incentrato sul dolore che pervade dal profondo la società giapponese. Una tematica che si addice splendidamente a Kurosawa. Grande curiosità anche per Le Silence de Lorna, dei fratelli Dardenne, registi che ho sempre amato, per la straziante profondità delle loro opere, accompagnata da una semplicità stilistica di valore superiore. Almeno due capolavori nella loro carriera (Rosetta e L’Enfant, casualmente entrambi Palma d’Oro), e tanti altre opere più che apprezzabili. Attendo impaziente la visione. Come attendo di vedere, tra gli altri, Lihna de Passe di Walter Salles, il nuovo di Zhangke Jia (vincitore nel 2006 con Still Life), Sangue Pazzo di Giordana, e Chelsea on the Rocks del geniale Abel Ferrara.

E poi, soprattutto e sopra a tutti, ad anni luce di distanza dalla semplice e banale umanità, Clint Eastwood. Il suo nuovo film, ambientato nell’America degli anni ’20, è un dramma familiare in cui si mescolano thriller e presa di posizione politica. Si chiama The Exchange (doveva chiamarsi The Changeling, ma all’ultimo momento è stato cambiato il titolo per una sovrapposizione con un altro film già esistente). Tra i primi autorevoli pareri si parla già di capolavoro, di opera straordinaria e sopraffina. Si citano Hawks, Ford, Lang, Fuller, si dice che sia addirittura più bello di Million Dollar Baby, Mystic River e Iwo Jima. Il che mi sembra fantacinema. Ma anche no. Perchè ormai Clint è diventato un qualcosa di indescrivibile, un’entità ultraterrena, un maestro smisurato e inarrivabile, il più grande uomo di cinema vivente e uno dei più grandi di ogni tempo. Prima ancora di vederlo, ho già la pelle d’oca, e una lacrimuccia pronta a spuntare. GOD SAVE THE CLINT !


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