domenica 13 novembre 2011

ARCHIVIO CINEMYSTIC (Febbraio - Ottobre 2010, 30 post)

LA VOLTAPAGINE
Postato alle ottobre 14, 2010 16:01 di giovedì, 14 ottobre 2010
da: [cinemystic]

Questo é un film che andrebbe insegnato nelle scuole; un fulgido esempio di cinema elegante, lucido, esemplare, intelligente, raffinato, e ampiamente efficace nella sua semplicità. Sto parlando de La Voltapagine, pellicola francese diretta da Denis Dercourt, uscita nel 2006, passata a Cannes e riproposta in questi giorni sul benemerito canale Cult presente nel pacchetto Sky.

Una morbosa storia di vendetta, compiuta da una giovane ex pianista ai danni dell'insegnante che molti anni prima, per una disattenzione, le aveva stroncato ogni velleità di carriera, e al contempo anche una riflessione generale sul concetto di rivalsa di classe, nei confronti di un'altoborghesia troppo spesso supponente e distratta ma anche pervasa da tremori e fragilità nascoste e pronte a esplodere.

Una perfetta enciclopedia di cinema "medio", nel senso più alto del termine, condotta da Dercourt con uno stile sommesso, sussurrato, lieve, perfino orinico, eppure concreto e scaltro, senza fronzoli di sorta, senza nemmeno una parola superflua, e senza alcuna insulsa spettacolarizzazione fine a se stessa; un miracolo, in questi tempi urlati e videoclippari.


Il regista dosa azioni ed emozioni, gioca su sguardi taglienti che valgono più di mille frasi, danza in una messinscena sobria e melliflua, analizz
a il senso della vendetta rielaborando echi chabroliani, inserisce la musica come accompagnamento interno al ritmo del montaggio, e giunge fino all'attesa risoluzione finale senza mai spingere il piede sull'accelleratore o lasciarsi tentare da qualsivoglia pleonasmo narrativo. Ci troviamo così di fronte a una pellicola dal respiro antico, corrosiva nella sua finezza di tocco, e di magnifica sostanza.

Non a caso il cinema francese é il migliore del mondo, e tanti mediocri registi italiani, terrorizzati dall'obbligo di correre e affannarsi inseguendo sottolineature inutili, avrebbero solo e soltanto da imparare da un film così.


Segnalazione finale per le due splendide attrici: Catherine Frot, esperienza e carisma al servizio di una personalità invidiabile, e Deborah François (già madre disperata ne L'Enfant dei Dardenne), che si conferma come uno dei migliori talenti della nuova generazione transalpina.

Applausi scroscianti, per un piccolo capolavoro.

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CINE-FESTIVAL E NUOVE PUBBLICAZIONI
Postato alle ottobre 13, 2010 17:47 di mercoledì, 13 ottobre 2010
da: [cinemystic]

Ottobre, tempo di festival, e anche di nuove pubblicazioni. Vi aggiorno un po' sulla situazione.

La settimana prossima a Torino si svolgerà il ToHorror Film Festival, appuntamento classico con il cinema di genere, giunto all'apprezzabile traguardo della decima edizione. In programma cortometraggi, letture, spettacoli di vario tipo, e due interessanti anteprime nazionali: Occhi del bravo Lorenzo Bianchini, e Amer, nuovo horror francofono. Il sottoscritto é nella giuria del concorso, per cui almeno nella serata finale di sabato 23 sarò presente.

Neanche il tempo di rifiatare, ed ecco che la settimana successiva ci si trasferisce a Ravenna, per il tradizionale Nightmare Film Festival, sicuramente la manifestazione nostrana più importante per quanto concerne il cinema horror. 20 film in tutto, dal 26 al 31 ottobre, con mini-retrospettiva dedicata alla sensuale reginetta dell'horror indipendente Suzi Lorraine (che sarà presente a Ravenna), pellicole molto interessanti provenienti da diverse parti del mondo, e chiusura con il botto grazie al famigerato e criticatissimo A Serbian Film, sicuramente il film più estremo e controverso dell'anno.
Anche in questo caso il sottoscritto farà parte della giuria del concorso, per cui sarò là, dal giovedi alla domenica.


Il tutto nell'attesa del grande appuntamento con l'imbattibile Torino Film Festival, a fine novembre.


Sul fronte letterario, invece, sto finendo di scrivere un secondo romanzo (dopo il primo scritto quest'estate), molto "barkeriano", almeno nelle intenzioni, che poi proporrò alle case editrici. Nel frattempo é appena uscita, edita da Il Foglio, Pater Noster, una bellissima antologia con 12 racconti "oscuri" ispirati ai versetti della famosa preghiera. Un prodotto sicuramente innovativo e particolare, che all'interno contiene anche il mio racconto "Rimetti a noi i nostri debiti". Il libro é in vendita on line e nelle migliori librerie.

Verso Natale, invece, uscirà l'antologia 365 storie cattive, ideata da Paolo Franchini, il cui ricavato andrà interamente devoluto in beneficenza. Anche qui sarò presente con una mia piccola creazione, dal titolo "Undici spettri".


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CINE-VISIONI SPARSE
Postato alle settembre 27, 2010 17:14 di lunedì, 27 settembre 2010
da: [cinemystic]

In questi giorni, in attesa dei festival autunnali, mi sto dedicando ad alcune piacevoli revisioni di film più o meno importanti, senza uno schema ben preciso ma soltanto affidandomi all'istinto e alla voglia del momento. E allora, come ogni tanto mi piace fare, ecco un breve e svolazzante compendio di ciò che i miei occhi hanno rivissuto nelle ultime ore...

ANNA DEI MIRACOLI = Capolavoro straziante, commovente, senza tempo. Il miglior film mai realizzato riguardo allo scottante argomento delle difficoltà di interazione delle persone sordomute, un memorabile affresco che andrebbe mostrato nelle scuole. Gli occhiali scuri di Anne Bancroft restano e resteranno scolpiti in eterno nella nostra memoria, così come la sua incredibile forza di volontà, e la sua incrollabile determinazione. Un lavoro perfetto, scritto con infinita delicatezza e notevole acume, durante la cui visione è impossibile non versare qualche lacrima. Splendido.


DELITTO + CASTIGO A SUBURBIA = Film d'esordio di Rob Schmidt, che poi realizzerà un paio di discreti horror (Wrong Turn, Right to Die). Ne conservavo un ricordo giovanile abbastanza buono, ma con gli anni il metro di giudizio è sensibilmente cambiato, e ora ho riscoperto un film discutibile, con evidenti pecche di sceneggiatura, una regia inutilmente frenetica, e attori troppo modellati. Qualche buona idea resta, in questo avvilente e morboso ritratto della provincia americana, ma il risultato non trova il suo giusto compimento.

THE HITCHER = Un grande classico, piccolo gioiellino di suspence cinematografica che conserva inalterato il suo fascino. Rutger Hauer mai più così intenso, e una regia che gioca con l'azzardo e la non-credibilità degli eventi, restando però in miracoloso equilibrio fino alla fine, con sequenze di chiaro respiro western e improvvise esplosioni di violenza rappresa. Qualche anno fa ne è stato realizzato il solito piatto e inutile remake.

VICKY CRISTINA BARCELONA = Uno dei migliori Allen degli ultimi anni, per un film frizzante, goliardico e incisivo al punto giusto, con una narrazione infuocata e musiche trascinanti. Il fascino bohemien di Javier Bardem zittisce ogni perplessità, e l'impeto passionale di una scatenata e sempre più brava Penelope Cruz sotterra le ambizioni qualitative della mediocre Scarlett Johansson, stravincendo il confronto diretto.


NELL = Una Jodie Foster da applausi al centro di un film che mette in scena un argomento complesso (l'accettazione del "diverso", e la necessità di uniformarlo agli schemi della società), peccando però di eccessivo didascalismo, e inciampando, in alcuni punti, nella retorica fine a se stessa.

LE CENERI DI ANGELA = Un ottimo Oliver Parker in un lavoro che ci immerge nello squallore e nella povertà, lasciando da parte ogni buonismo morale per ferirci con la visione di un mondo abominevole nel quale la speranza fatica a trovare una luce. Ben strutturato e ben diretto, soffocante e ombroso, con un ottimo Robert Carlyle e una bravissima e sempre sottovalutata Emma Watson.

QUALCUNO VOLO' SUL NIDO DEL CUCULO = Poco da dire: un film strepitoso, che dopo trentacinque anni non ha perso un grammo del suo fascino. Un elogio alla follia magniloquente nella sua forza espressiva, nella caratterizzazione dei personaggi, e nel respiro del dramma narrato. Intoccabile.


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IN RICORDO DI CLAUDE CHABROL
Postato alle settembre 13, 2010 10:09 di lunedì, 13 settembre 2010
da: [cinemystic]

Il cinema ha perso un grande autore. Se n'è andato ieri, a 80 anni, Claude Chabrol, uno dei maggiori rappresentanti del cinema europeo degli ultimi decenni. Una scomparsa che mi addolora molto, dato che si parla di un regista che amavo incondizionatamente, e che seguivo da tanto tempo.

Alla fine degli anni '50 Chabrol è stato uno degli iniziatori del movimento della Nouvelle Vague, prima come critico, poi ponendosi dietro la macchina da presa. Da lì in poi, ha continuato fino all'ultimo giorno a mettere in scena, con invidiabile acume intellettuale, le mille sfaccettature dell'animo umano, e l'oscurità che si annida nelle pieghe della società borghese contemporanea.


Autore, prolifico, Chabrol: oltre 60 film in cinquant'anni, più alcuni lavori per la televisione. Come tutti i registi che girano un film dopo l'altro senza sosta, non tutte le sue opere sono state di massimo livello, ma nel corso della sua brillantissima carriera ci ha regalato pellicole splendide: da Le beau Serge a Il tagliagole, la Landru a Stephane, da Violette Noziere a Un affare di donne, da Grazie per la cioccolata a Rien de va plus, da Madame Bovary a Il fiore del male, fino ai recenti La commedia del potere e L'innocenza del peccato, per concludere con l'ultimissimo Bellamy.

Nel mezzo, i suoi due film che più di tutti porto nel cuore, ovvero gli straordinari L'inferno e Il buio nella mente.


Quasi tutte le Muse del cinema francese hanno lavorato con lui, da Sandrine Bonnaire a Emmanuelle Béart passando per la sua preferita, Isabelle Huppert, e Chabrol ha saputo tirare fuori il meglio da ognuna di loro. Ha continuato fino all'ultimo a raccontare piccole storie, spesso torbide e ambigue, scavando nei misteri irrisolti del comportamento umano, e lo ha fatto sempre ponendosi dietro all'obiettivo con uno sguardo tagliente, ironico, scaltro, e con l'intelligenza di chi conosce alla perfezione il mezzo d'espressione utilizzato. Come lui, pochissimi altri.

Nel 2005-06 il benemerito Torino Film Festival gli ha dedicato una monumentale retrospettiva, proponendo, nell'arco di due edizioni, tutta la sua filmografia. Io c'ero, e rivedere alcune delle sue migliori pellicole su grande schermo è stata una grande emozione; come quando, mi pare nel 2006, me lo sono ritrovato davanti, nei corridoi delle sale torinese: un vecchietto che camminava un po' ingobbito, un Babbo Natale con il sorriso di chi ama la vita e il suo mestiere.
Non ho avuto l'occasione di parlarci, ma già solo vederlo lì, a due metri da me, ha costituito un momento bellissimo, che non dimenticherò.



La critica lo apprezzava, ma forse non lo valorizzava abbastanza. Il pubblico di massa, purtroppo, lo conosceva poco o nulla. E' sempre rimasto un regista parzialmente di nicchia, ma è stato uno dei massimi cantori dell'Arte che più amiamo; un'Arte che da ieri è un po' più povera.

Ci mancherai, maestro, ma i tuoi film rimarranno per sempre. Adieu.

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VENEZIA: C'ERA UNA VOLTA IL "RIBELLE" TARANTINO
Postato alle settembre 12, 2010 11:00 di domenica, 12 settembre 2010
da: [cinemystic]

Ha destato molte perplessità la conclusione della Mostra del Cinema di Venezia, che ha decretato la vittoria di Sofia Coppola con il suo Somewhere, mal giudicato da buona parte della critica e del pubblico presente al Lido.


Premessa: non ho ancora visto questo film, per cui non esprimo giudizi in merito.


E' comunque evidente come il Presidente della Giuria, ovvero l'idolatrato Quentin Tarantino, amato e osannato a priori qualsiasi cosa faccia o dica, si sia tristemente sottomesso alle logiche del politically correct, proclamando il verdetto più scontato, banale, conservatore e "istituzionale" che ci potesse essere.
Proprio lui, l'anticonformista che adora il cinema di genere e se ne frega(va) dell'establishment, ha sotterrato tutta la sua verve iconoclasta per abbracciare docilmente le regole del settore.

In un'edizione da molte parti indicata come entusiasmante, per la diversificazione delle opere proposte, il coraggio delle scelte compiute da Marco Muller, e l'attenzione verso un cinema irriverente e fuori dagli schemi, con belle scoperte e personaggi di culto che hanno entusiasmato spettatori e stampa specializzata (Takashi Miike in primis), la giuria "tarantiniana" si è affossata da sola, concludendo nel peggiore dei modi la manifestazione.


C'era una volta il ribelle Tarantino.
Che tristezza.

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I MIGLIORI FILM DELL'ANNO 2009/2010
Postato alle settembre 10, 2010 12:26 di venerdì, 10 settembre 2010
da: [cinemystic]

Come tutti gli anni, nel periodo estivo si fa il bilancio della stagione cinematografica appena conclusa, e si compilano le classifiche riguardanti i migliori film usciti nelle sale nei 12 mesi precedenti.

Io quest'anno arrivo in ritardo, e in versione incompleta. Negli ultimi mesi infatti ho dedicato tempo ad altre occupazioni, e ancora non sono riuscito a visionare alcuni dei titoli più importanti dell'ultimo periodo... tanto per fare qualche nome, mi mancano ancora Polanski, Campanella, Suleiman, la Campion, e pure Avatar.

In ogni caso, una mini-classifica la faccio comunque, ma questa volta mi limito a 10 titoli, che mi hanno entusiasmato e che voglio ancora volentieri citare. Sono tutti usciti nei cinema italiani, tranne uno, che ho visto a un festival e che purtroppo per ora è rimasto inedito in sala.



I migliori film della stagione 2009/2010


10) IL CATTIVO TENENTE - ULTIMA CHIAMATA NEW ORLEANS
di Werner Herzog
Ovvero, registucoli, imparate come si fa un remake.

9)
NEMICO PUBBLICO
di Michael Mann
Non al livello dei suoi capolavori, ma con sequenze da antologia.

8) EL NINO PEZ
di Lucia Puenzo
Il film che ha vinto il GLBT Festival. Fresco, sensuale, bello davvero.

7) WELCOME
di Philippe Lloret
Intenso, duro e intelligente, come i francesi sanno fare meglio di chiunque altro.

6) AFFETTI E DISPETTI - LA NANA
di Sebastian Silva
Una splendida scoperta. Esilarante, e al contempo capace di far riflettere.



5) DISTRICT 9
di Neil Blomkamp
Un calderone cinefilo entusiasmante, onesto, perfino commovente, e pieno di brillanti idee.


4) BASTARDI SENZA GLORIA
di Quentin Tarantino
Un Tarantino più misurato del solito; non epocale come tanti hanno scritto, ma a tratti davvero da applausi.


3) BROTHERS
di Jim Sheridan
Un melodramma familiare di livello eccelso. Natalie Portman è una stella che splende, e Sheridan realizza un film da insegnare nelle scuole.


2) INVICTUS
di Clint Eastwood
Ancora una volta, immenso e irrangiungibile Clint, pur in una pellicola meno "personale" rispetto ad altre.


1) IL PROFETA
di Jacques Audiard
Straordinario, epico, tesissimo, durissimo, soffocante, esemplare.


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KYNODONTAS (DOGTOOTH)
Postato alle agosto 13, 2010 14:01 di venerdì, 13 agosto 2010
da: [cinemystic]

- NEW VISIONS -

KYNODONTAS (DOGTOOTH)



Nuova puntata dedicata al cinema più estremo e radicale, che da queste parti seguiamo sempre con molta attenzione: oggi è il turno di Kynodontas (Dogtooth è il titolo per il mercato internazionale), debutto nel lungometraggio del greco Yorgos Lanthimos, premiato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes.

Un padre di famiglia tiene la moglie e i tre figli segregati all’interno di una villa con giardino, circondata da una palizzata che impedisce qualsiasi visuale e qualsiasi contatto con il mondo esterno. Lui è l’unico che può uscire, per andare a lavorare e acquistare i beni di prima necessità. I figli vivono la loro intera esistenza tra quelle mura, un microcosmo trasformato in un intero mondo. Per distrarli, e tenere viva la loro attenzione, il padre inventa giochi e competizioni quotidiane, parole nuove, svaghi bizzarri. I figli ubbidiscono e lo adorano (letteralmente) come i cani verso il proprio padrone. Sono trattati con riguardo, ma se sgarrano scattano le punizioni. Il padre li terrorizza inventando la presenza di spaventosi mostri all’esterno della tenuta, così da impedire ogni velleità di fuga. Una delle figlie, però, a un certo punto, tenta un atto disperato per evadere dalla prigione…

Kynodontas vive di contrasti e antinomie. Il fulgido biancore delle pareti della casa, e l’eleganza con la quale è arredata, fanno da contraltare al buio della mente entro cui fluttuano nelle loro esistenze questi ragazzi, ormai quasi adulti ma in realtà regrediti a uno stato infantile. Una prostituta viene portata a casa per soddisfare i primari bisogni sessuali del maschio, ed è l’unica e saltuaria presenza esterna. Per il resto, non c’è alcun contatto con il mondo che si agita oltre al confine della proprietà. Niente scuola, niente amici, niente informazioni, niente.

La televisione è accesa solo per guardare video amatoriali girati in famiglia, e solo la madre può usare il telefono. I ragazzi passano le loro interminabili giornate giocando tra loro, facendo gare di bravura per ottenere piccoli e insignificanti premi, e imparando parole nuove di un linguaggio coniato ad hoc dal padre, che servono e riveriscono in ogni modo per attrarne la benevolenza. Non esiste null’altro, e ogni casuale influenza esterna è motivo di completo sconvolgimento emotivo.

Il film di Lanthimos è una metafora dei totalitarismi presenti in diverse parti del mondo, ed è forse anche una riflessione sulla follia che si annida nei meandri oscuri di tante unità domestiche. Il tutto è narrato con soluzioni stilistiche che riportano a diverse influenze, dal minimalismo dialettico di Kaurismaki fino al bellissimo Happiness di Solondz, passando per Haneke, Pasolini e in minima parte anche Von Trier.

La violenza è quasi tutta psicologica, tranne in un paio di sequenze in cui esplode la rabbia del padre-padrone. Lo svolgimento è ipnotico, estremo nella sua malsana quotidianità, e lascia poche possibilità di respiro, immergendoci in un universo parallelo tanto poco credibile quanto concreto grazie alla perversione sotterranea della messinscena. Si fluttua, straniati e confusi, in un teatro dell’assurdo di ineluttabile crudeltà, fino alla parte finale, in cui l’atmosfera cresce e si sviluppa in un prevedibile incesto, in un ballo delirante, in una terribile scena di autodistruzione corporale, e in un finale aperto che trasmette però sospetti tutt’altro che consolatori.

Kynodontas non è propriamente un horror, bensì un ibrido inclassificabile. Non raggiunge le apocalittiche vette di distruzione familiare dell’insostenibile The Girl Next Door e dell’incredibile Visitor Q, e nemmeno lo squallore malsano di Mum & Dad. In ogni caso Lanthimos dimostra di avere talento, e questo film non lascia indifferenti; è girato con intelligenza e qualità, lascia volutamente in disparte ogni superflua spiegazione, ed è capace di insinuarsi nella nostra coscienza, come un veleno che ci trascina verso i confini della catatonia, fino alla morte dello spirito.

Nella vaga speranza che prima o poi possa uscire anche da noi, ci si può comunque procurare il film con facilità, e sul web si trovano i sottititoli in italiano.

(Originariamente pubblicato su Guida Cinema Horror Supereva)


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CREEPSHOW & MONKEY SHINES
Postato alle agosto 08, 2010 17:07 di domenica, 08 agosto 2010
da: [cinemystic]

- CULT COLLECTION -
CREEPSHOW & MONKEY SHINES



George Romero nel corso della sua carriera ha dimostrato di poter realizzare prodotti di buona qualità anche al di fuori della sua adorata saga sugli zombi. Ne sono esempi pregnanti due pellicole degli anni Ottanta, che ho rivisto con piacere, una dopo l'altra, in un tranquillo sabato sera estivo: Creepshow e Monkey Shines.

La prima, uscita nel 1982, segna l’incontro tra due menti geniali dell’horror, ovvero lo stesso Romero e Stephen King. I due decidono di omaggiare il loro amore per il fumetto, e prendendo spunto dai famosi E.C. Comics e dal personaggio di Uncle Creepy (che in Italia sarebbe diventato Zio Tibia) mettono insieme un film a episodi. King scrive (e interpreta), e Romero dirige. Il risultato, pur discontinuo, è pregevole e divertente, e permeato da un genuino spirito nostalgico e appassionato che, a una sua revisione, risulta ancora godibile, e ci lascia anche un po’ di malinconia per una naturalezza d’intenti purtroppo oggigiorno spesso sepolta dalle logiche commerciali.
Creepshow
profuma di vecchie videocassette e videoteche impolverate, e ha un sapore retrò di assoluto fascino; è un film eppure è girato come un fumetto, grazie alle ottime sperimentazioni che Romero mette in atto sul piano stilistico; azzarda con costrutto sul piano fotografico (opera di Michael Gornick, poi regista dell’inferiore Creepshow 2); accumula apparizioni di attori ben conosciuti (tra cui un giovane Ed Harris, il grande Hal Holbrook e un Leslie Nielsen pre-buffonerie, oltre al consueto cameo di Tom Savini); tocca tanti archetipi dell’orrore, e lo fa senza forzature, con competenza e ironia.

Strepitoso il terzo episodio (i due amanti sepolti vivi nella sabbia con l’alta marea in arrivo), bello ma un po’ troppo tirato per le lunghe il quarto (la cassa contenente una mostruosa creatura), semplici ed efficaci il primo e il quinto (la vendetta zombesca alla festa del papà, e il mecenate ossessionato dagli scarafaggi), surreale il secondo (la trasformazione di un fattore contaminato da un meteorite, con un King-attore a proprio agio nella parte di un contadino beone).
A corollario, un prologo e un epilogo tra loro collegati, e la voce di Uncle Creepy che ci traghetta da un episodio all’altro.
Un lavoro gustosissimo, da rivisitare periodicamente e conservare in un angolino del nostro cuore “oscuro”.

Una citazione la merita anche Monkey Shines, diretto nel 1988, con il quale Romero tenta di accalappiare l’establishment hollywoodiano per uscire dalla nicchia del cinema di genere, mancando l’obiettivo ma dando vita comunque a un film di alto livello. Il potere distruttivo dell’avidità umana, le conseguenze esiziali della distruzione dei limiti imposti dalla scienza, la simbiosi uomo-animale che scivola nell’incubo. Qualche lungaggine di troppo, ma anche una narrazione solida, e capace di creare un meccanismo di suspence efficace e pregevole.

Insomma, Romero non è solo zombi. Tutt’altro. Dopo il pessimo Survival of the Dead, (ci) fa bene ricordarlo.

(Originariamente pubblicato su Guida Cinema Horror Supereva)


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I CAPOLAVORI DI CHAPLIN SU SKY
Postato alle agosto 06, 2010 12:58 di venerdì, 06 agosto 2010
da: [cinemystic]

Charlie Chaplin è stato il più grande artista nella storia del cinema. Senza se e senza ma. Ogni suo film è un capolavoro assoluto, memorabile e immortale. Ci ha fatto ridere e piangere, ha capito tutto in anticipo sugli altri, ha condotto l'essenza stessa della Settima Arte verso vette inimmaginabili, e le sue opere sono e rimarranno scolpite nell'eternità.

Per questo motivo mi sembra doveroso sottolineare l'iniziativa in corso d'opera su Sky; la piattaforma satellitare, infatti, ha iniziato a riproporre da fine luglio i suoi film. Sul canale Cinema Classics, ogni giovedi sera (e con numerose repliche nei giorni seguenti) vanno in onda le straordinarie pellicole di Chaplin, tutte in HD e quasi tutte in versione restaurata, con qualità video davvero ottima.

Abbiamo così la possibilità di rivedere, per l'ennesima volta, perle straordinarie, da Il Grande Dittatore a Il Monello, passando per Charlot Soldato, La Febbre dell'Oro e La Donna di Parigi, potendo di nuovo emozionarci e godere della doppia abilità del maestro nelle vesti di regista e attore, anche attraverso le potenzialità delle nuove tecnologie, capaci di annullare lo scorrere inevitabile del tempo.


Molti sostengono che l'offerta filmica dei canali di Sky sia inferiore e di molto rispetto agli anni scorsi. Forse è vero, e i costi del listino, anche se ora hanno subito (finalmente) qualche ribasso, restano in parte eccessivi. Questa retrospettiva, però, merita tutta la considerazione possibile. Un tuffo nella Storia di impareggiabile fascino, perchè Chaplin E' il cinema, e per sempre lo sarà.

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GLI AMORI FOLLI
Postato alle luglio 28, 2010 16:26 di mercoledì, 28 luglio 2010
da: [cinemystic]

Sono passati ormai cinquant'anni dai capolavori Hiroshima Mon Amour e L'anno scorso a Marienbad, ma Alain Resnais, maestro del cinema francese, classe 1922, è ancora qui, con la sua visione filmica brillante e disincantata.

Il suo ultimo lavoro, Gli Amori Folli, è stato premiato a Cannes, ed è uscito nei cinema italiani a fine aprile, passando quasi in sordina. Ma chi lo conosce con ogni probabilità non se l'è fatto scappare: una pellicola di Resnais è infatti una pietanza familiare, con cui andare sul sicuro, senza pericoli di brutte sorprese.

Dopo i personaggi in cerca d'autore dell'affascinante Cuori, l'arzillo regista, uno dei padri fondatori della Nouvelle Vague, decide di divertirsi e stupire, e ci mette sul piatto un film a metà tra commedia e dramma, con il quale costruisce un quadro bizzarro, straniante, perfino surreale, intriso di speranza ma al contempo permeato da una disillusione universale.

Marguerite va a comprarsi un nuovo paio di scarpe, esce dal negozio e viene scippata. Georges, uomo di mezza età con un fosco e triste passato alle spalle, trova il suo portafogli. Inizia a fantasticare su questa donna misteriosa, sino a rimanerne ossessionato. Cerca di conoscerla, ma lei lo respinge e allontana. Quando sembra essersi messo il cuore in pace, è la donna a cercarlo. I due si inseguono, distanziano e rincorrono, fino a quando non saliranno insieme verso le nuvole...

Resnais trae la storia da un racconto di Christian Gailly, e riflette sulla caducità del caso, che all'improvviso fa incrociare i destini di due individui non così diversi tra loro. Si gioca a rimpiattino con l'amore, si scivola nella paranoia, si rischia e si azzarda, si scappa e si rimane inchiodati alla passione; il tutto attraverso una messinscena sorprendente, moderna, vivace, onirica e perfino fiabesca.

Il cast, ed è quasi ovvio dato che parliamo di cinema francese, è preciso e perfetto. Svettano ovviamente i due protagonisti, un corrucciato André Dussollier e una svampita Sabine Azema, mentre intorno a loro danzano figurine sagaci e incastonate al posto giusto: la bella e raffinata Anne Consigny, il laconico e stordito Mathieu Amalric, e la sempre puntuale Emmanuelle Devos.

Tra un ostacolo e l'altro, si vola, si ride e si riflette, fluttuando tra le incomprensibili pazzie dell'amore. Una ricetta gustosa e stuzzicante, firmata Alain Resnais.

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THE DESCENT PART 2
Postato alle luglio 25, 2010 16:46 di domenica, 25 luglio 2010
da: [cinemystic]

NEW VISIONS - THE DESCENT 2


The Descent
si è rivelato senza dubbio uno dei titoli più interessanti e significativi di questi ultimi anni, tanto da meritarsi un posto di rilievo nella mia classifica degli horror più belli del decennio. Il successo ottenuto tra gli appassionati, e il finale aperto, lasciavano aperte le porte a un possibile sequel, che infatti è giunto sugli schermi (ma non su quelli italiani, tanto per cambiare, a parte una proiezione allo scorso Festival di Ravenna).
Neil Marshall, ormai sempre più ingolosito da altri generi, ha lasciato la regia a Jon Harris, montatore del primo episodio e all’esordio dietro la macchina da presa, ritagliandosi il ruolo di produttore esecutivo. La trama, invece, segue pedissequamente la storia del film originario, riprendendo proprio là dove ci eravamo lasciati. Una scelta non così frequente, e peraltro condivisibile.

C’è ancora Sarah (Shauna MacDonald), dunque, unica sopravvissuta (parrebbe) alla tragica spedizione delle amiche speleologhe tra le grotte dei Monti Appalachi, in cui dimorano mostruose creature cieche ma affamate. La donna è riuscita a fuggire, ed è sotto shock, ma è costretta a tornare all’inferno, insieme a un gruppo di agenti, alla ricerca delle altre ragazze scomparse. Anche questa volta i protagonisti diventeranno cibo per i mostri…

La prima domanda che sorge spontanea è: c’era bisogno di questo sequel? La risposta è no. Non era necessario. Però, come sempre, c’è modo e modo di fare le cose, e bisogna ammettere che Harris è stato bravo a studiare la lezione di Marshall, e a seguirla con umiltà, senza andarsi a invischiare in chissà quali rivoluzioni stilistiche.
Il film infatti segue a menadito le indicazioni strutturali e logistiche del prototipo, trasportandoci ancora una volta nella claustrofobia, nel buio eterno, nei tempi sospesi, nelle viscere di un luogo miasmatico in cui i corpi umani, nella migliore tradizione dello splatter anni ‘80, diventano immorali strumenti di scherno, vendetta, offesa, distruzione e liquefazione.
Harris ci va giù pesante, spinge spesso il piede sul pedale dell’eccesso, e il sangue scorre copioso, regalandoci anche alcune sequenze esaltanti (su tutte, un mostro schiacchiato da un masso, e un braccio troncato a picconate). E’ tutto molto prevedibile, questo va detto, e chiunque abbia un minimo di abitudine alla materia può prevedere con largo anticipo gran parte dei colpi a effetto.
The Descent 2 è un lavoro scolastico, magari anche elementare, s’incastona nelle regole di genere con una certa deferenza, e alcuni snodi, soprattutto all’inizio, risultano poco credibili (Sarah costretta a tornare nelle grotte due soli giorni dopo esserne uscita, la sua memoria perduta che torna poco alla volta, lo sceriffo idiota che ce l’ha a morte con lei non si sa bene perchè).

Nonostante questi limiti, il regista porta avanti il suo lavoro con convinzione, azzeccando buone intuizioni, non stancando lo spettatore, crescendo d’intensità durante lo sviluppo della trama, navigando su toni medi che ben si addicono agli stretti cunicoli in cui soffocano i protagonisti (e noi con loro), e alzando il volume quando ce n’è bisogno, con sadismo e cattiveria, ma senza strafare.
Manca ovviamente l’originalità del film di Marshall, e alcune connotazioni primarie, ad esempio il cast tutto al femminile, risultano perdute. I maschi, in ogni caso, non ci fanno una bella figura, e sono ancora le donne a conquistare la scena.
Il finale imprevisto, poi, lascia spazio a un ulteriore capitolo… o chissà, magari a un prequel. Lo vedremo in futuro? Tutto sommato speriamo di sì.
A conti fatti, intanto, questa parte seconda risulta forse scontata e superflua, ma anche piacevole e onesta. Non è poco. Molti l’hanno stroncata senza remore, noi invece la promuoviamo.

Originariamente pubblicato su Guida Cinema Horror Supereva


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IL PAGELLONE
Postato alle luglio 19, 2010 12:31 di lunedì, 19 luglio 2010
da: [cinemystic]

Con questo caldo maledetto, si fa fatica a scrivere, pensare, e perfino respirare. Ragion per cui, invece delle consuete recensioni, vi propongo solamente una veloce "pagella", in cui ho riassunto il mio giudizio sui vari film che ho visionato in queste ultime settimane.

I voti vanno rigorosamente dall'1 al 10, tra apprezzamenti convinti e dolorose ma inevitabili stroncature (Scorsese e Romero). Trovate comunque le recensioni di alcuni di questi titoli qui su Cinemystic.

Ecco qua le recenti visioni (o in qualche caso revisioni)...


INVICTUS 8
SHUTTER ISLAND 4
HUMAN CENTIPEDE 7
LA HORDE 7
MUTANTS 6
ZOMBIES OF MASS DESTRUCTION 6
BABA YAGA 7
IL PROFUMO DELLA SIGNORA IN NERO 7
LA CROCE DALLE SETTE PIETRE 3
AFFETTI E DISPETTI (LA NANA)
8
HOUSE OF THE DEVIL 8
ALICE IN WONDERLAND 6
SURVIVAL OF THE DEAD 4
EL CRIMEN PERFECTO 5
BROTHERS 8
DANZA DI SANGUE
5
IO & MARILYN 5
IL CASTELLO ERRANTE DI HOWL 8
LONTANO DAL PARADISO 8
THE WRESTLER 10

































ProssimI titoli in agenda: The Road, Gli amori folli, The Descent part II, Kynodontas, Il segreto dei suoi occhi, L'amante inglese.

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UN PREMIO A CINEMYSTIC
Postato alle luglio 13, 2010 21:21 di martedì, 13 luglio 2010
da: [cinemystic]

Con viva soddisfazione segnalo che la bravissima collega Alessandra ha citato Cinemystic tra i siti più meritevoli nell'ambito del premio Dardos, assegnato dai bloggers a quei blog che si distinguono positivamente per i contenuti di carattere culturale, etico e/o letterario che propongono.

Un bel riconoscimento per un lavoro che nel mio piccolo, pur con tanta (troppa) discontinuità, porto avanti con passione da oltre due anni. Grazie !!!

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WOLFMAN
Postato alle luglio 06, 2010 10:57 di martedì, 06 luglio 2010
da: [cinemystic]

Il sottoscritto deve ammettere che avevo colto con marcato scetticismo l’uscita nei cinema di Wolfman, il nuovo film hollywoodiano ideato come rilettura moderna e nient’affatto necessaria del classico scritto da Curt Siodmak nel 1941. Come sempre, però, ogni lavoro cinematografico va valutato soltanto dopo l’effettiva visione, per poterne dare un giudizio compiuto; a volte, infatti, ci si trova di fronte anche a sorprese positive, come in questo caso.

Londra, fine ‘800. Lawrence Talbot, attore teatrale con un tragico passato, torna nelle dimore familiari dopo una lunga assenza, per indagare sulla morte del fratello, orribilmente ucciso da una misteriosa creatura. Mentre i rapporti con il padre sono tutt’altro che idilliaci, la cognata Gwen gli chiede di far luce su ciò che è accaduto al marito. Una notte però Lawrence è morso dal “mostro” omicida, e da lì in poi è contagiato dal morbo della licantropia.

Intendiamoci, il nuovo Wolfman anno 2010, diretto da Joe Johnston, interpretato da Benicio Del Toro e Anthony Hopkins, e prodotto dalla Universal, resta un prodotto da blockbuster, ad alto contenuto spettacolare, ma fondamentalmente superfluo. Il cinema dei lupi mannari ha già avuto la sua storia, fatta di grandi film (ad esempio l’originale di George Waggner, Un lupo mannaro americano a Londra, L’ululato, volendo anche il recente Dog Soldiers) e di opere meno riuscite. Poco resta da aggiungere sull’argomento, e qui l’intento della “commemorazione nostalgica del passato” va inevitabilmente a cozzare con logiche di guadagno e intenti commerciali.

Come ben sappiamo, però, c’è modo e modo di fare un remake. e in questo caso possiamo dire, una volta tanto, di avere a che fare con un film che scorre via con una certa freschezza, finendo per tramutarsi in una visione piacevole, e supportata da una brillante costruzione tecnica.

Notevole l’apparato fotografico e scenografico, che riesce a farci compiere un’immersione affascinante in una tradizione gotica che oscilla tra i classici in bianco e nero degli anni ‘30, le colorate creazioni cormaniane degli anni ‘60, la fantasmagoria del Dracula di Coppola e l’universo fiabesco di Tim Burton. Piuttosto solida la sceneggiatura, soprattutto nella prima ora, con il tratteggiamento della figura di Lawrence come amletico antieroe shakesperiano eroso dai vizi della morale, la riflessione archetipica sulla bestialità insita nel cuore dell’essere umano, e la sottolineatura della battaglia padre-figlio come tema fondante e preminente della messinscena. Ovviamente abbondanti, ma per fortuna non soffocanti, gli effetti speciali, con qualche inserto gore abbastanza coraggioso. Tutto sommato lento e mellifluo il ritmo, con un’atmosfera riflessiva e (tranne in un paio di sequenze ridondanti) lontana da tanto cinema contemporaneo che vive sotto la legge del “molto rumore per nulla“. Parsimoniosa ma attenta la regia di Johnston.

Puro mestiere, ma discreta efficacia, infine, per Hopkins e Del Toro, con un occhio particolare alla bella Emily Blunt, che chi scrive ricorda con soddisfazione di aver “scoperto” già 5 anni fa nell’ottimo My Summer of Love di Pawlikowski: tenetela a mente, perchè avrà una carriera importante.

Ecco quindi che, cancellato lo scetticismo iniziale, ci si trova a promuovere il Wolfman del terzo millennio: un lavoro sì derivativo e poco utile, ma anche abile e intelligente.

Originariamente pubblicato su Guida Cinema Horror Supereva

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PUBBLICAZIONI E NOVITA' LETTERARIE
Postato alle giugno 30, 2010 19:55 di mercoledì, 30 giugno 2010
da: [cinemystic]

Piccolo spazio pubblicità...

Mi perdonerete se uso questo spazio per fini diversi dal solito, una volta tanto, ma ci tenevo ad aggiornare i lettori di Cinemystic riguardo ad alcune nuove uscite letterarie che in qualche modo mi coinvolgono.

Come sapete infatti oltre alla critica, alla saggistica e al giornalismo cinematografico,sto cercando di dedicarmi con sempre più convinzione anche alla narrativa... Ed ecco che poco alla volta arrivano i primi riscontri.

Innanzitutto è appena uscita nelle librerie una bellissima antologia della Delos Books Editore, il cui titolo già spiega molte cose: 365 RACCONTI EROTICI PER UN ANNO.
Un progetto molto interessante, che ha coinvolto il popolo del web e una marea di aspiranti scrittori. Addirittura 3000 racconti hanno partecipato al "concorso", e i migliori 365, ognuno di un autore diverso, sono stati scelti e inseriti nell'antologia, per raccontare, senza alcuna volgarità, le infinite sfumature del sesso e dell'erotismo. Tra i 365 c'è ovviamente anche un mio raccontino, che si intitola ALCHIMIA.


Praticamente in contemporanea, è uscita un'altra antolo
gia di racconti, molto carina, e dedicata al tema dell'amore, in tutte le sue sfaccettature. Si chiama I SENTIERI DEL CUORE ed è edita da Edizioni Montag. Anche qui hanno partecipato alla selezione tantissimi autori (oltre 300) e i migliori racconti sono stati scelti per apparire nel libro. Tra questi un racconto mio, IL MARE E LA FATA, a cui tra l'altro tengo particolarmente, per cui ne sono felice.

Inoltre, come se non bastasse, a breve uscirà una terza antologia, MARE DI CARTA, edita da Sensoinverso. Anche in questo caso un mio racconto, intitolato LA BAMBINA NEL PARCO, sarà presente nel volume.

Per chi fosse interessato, i libri sono acquistabili nelle migliori librerie, dai siti dei rispettivi editori, e chiaramente anche io ne ho qualche copia a disposizione.

A margine di tutto questo, anticipo già che un mio quarto racconto potrebbe apparire in un altro libro in uscita il prossimo autunno, e che un mio saggio dedicato al cinema di Jean Rollin dovrebbe essere presente in una monografia in uscita nel 2011.

Per concludere, ricordo sempre i miei due precedenti libri già pubblicati, Tokyo Syndrome e I dannati e gli eroi.

Fine pubblicità... Grazie per la pazienza. Che il film rincominci.


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LA NANA
Postato alle giugno 26, 2010 12:09 di sabato, 26 giugno 2010
da: [cinemystic]

La Nana, diretto dal cileno Sebastian Silva, è stata una delle più liete sorprese della scorsa annata. Ora esce finalmente nei cinema italiani, ribattezzato con il solito terrificante titolo di "Affetti e Dispetti". Andatelo a vedere, ne vale davvero la pena.

Presentato in anteprima a novembre, al Torino Film Festival, è stato amato dal pubblico, che l’ha lungamente applaudito in tutte le proiezioni, e ha avuto poi il suo successo anche nel resto del mondo, tanto da vincere il Gran Premio della Giuria al Sundance e ottenere addirittura una nomination ai Golden Globes come miglior film straniero. Adesso arriva nelle sale nostrane. Meglio tardi che mai, perchè questo è un film che merita davvero di non rimanere nell’oblio.

Siamo di fronte a un dramma brillantemente travestito da commedia, che racconta la storia di Raquel (interpretata con grande efficacia da Catalina Saavedra). Da 23 anni la donna fa la badante presso la famiglia Valdes, e la sua vita è racchiusa all’interno di quelle mura, in un rituale che si dipana tra gesti quotidiani sempre uguali, pulizie, preparazione dei pasti, commissioni, e accudimento dei ragazzi di casa. Raquel è una figura necessaria e imprescindibile nella famiglia, e questo ruolo la fa sentire bene. Fisicamente però inizia a far fatica, e i padroni di casa tentano di assumere una seconda Tata che l’affianchi e le dia una mano. Lei però usa ogni mezzo per metterla in fuga il prima possibile, perchè quel territorio è e deve rimanere soltanto suo.

Alla fine sarà comunque costretta ad accettare l’arrivo della giovane e sbarazzina Lucy, che le aprirà gli occhi sulle mancanze della sua vita, sul tempo che passa e non torna più, e sul vuoto che circonda la sua esistenza: un vuoto da colmare prima che sia troppo tardi.

Silva sviluppa questa piccola storia di solitudine con grande sensibilità, regalandoci una narrazione divertente, piacevole, surreale, a tratti perfino esilarante, riuscendo però, nello stesso tempo, a farci riflettere sul dolore che divora dal di dentro questa donna, racchiusa in una gabbia soffocante da cui finalmente è ora di evadere, per spiccare il volo verso la libertà.

Un film bello, semplice, intelligente e prezioso.

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HUMAN CENTIPEDE
Postato alle giugno 15, 2010 14:31 di martedì, 15 giugno 2010
da: [cinemystic]

NEW VISIONS - HUMAN CENTIPEDE

Cinema horror, anno 2010: c'è ancora spazio per creare, inventare, e mettere in scena qualcosa di nuovo? La risposta è sì. Esempio pregnante è Human Centipede, diretto dall'olandese Tom Six, e assunto al rango di culto prim'ancora della sua uscita, grazie alle anticipazioni e al passaparola mediatico tra gli appassionati. Un film destinato a dividere radicalmente i giudizi, tra entusiasmo e disgusto, applausi e scetticismo, approvazione e rifiuto. Qualcuno si arrabbierà, altri rimarranno totalmente sconvolti; quasi nessuno resterà indifferente, e questo è già di per sé un merito, visto il piattume obnubilante che ci circonda.

Due ragazze in viaggio in Germania si perdono in mezzo a un bosco, con una ruota della macchina forata. Cercano aiuto, e approdano in una grande casa isolata tra gli alberi. Ad accoglierle c'è un uomo, che finge di volerle aiutare e invece le droga, legandole poi ai letti di una sorta di sala operatoria costruita nella cantina dell'abitazione. Insieme a loro c'è anche un ragazzo giapponese, pure lui rapito e imprigionato. L'aguzzino è un chirurgo di fama internazionale, ora in pensione, famoso per le sue operazioni volte a separare i gemelli siamesi. Da tempo, però, il dottore coltiva un folle e macabro sogno: compiere il processo inverso, e unire insieme i corpi, attraverso gli orifizi bocca-ano, per creare un centopiedi umano, un'immonda creatura mai vista sulla faccia della terra. Le tre vittime dovranno subire questo incredibile trattamento...

Diciamolo subito: The Human Centipede è pieno zeppo di stereotipi e situazioni completamente derivative, che rimandano a mille altri horror senza riuscire a imporsi per qualità e interesse. Inoltre, il film si basa tutto sulla pazzesca idea di base, attorno alla quale si dipana la trama, per un'ora e mezza di (faticosa) durata, nella quale trovano spazio sequenze di puro “riempitivo”, talvolta inutilmente allungate, o interamente pletoriche.

Oltretutto, poi, il lavoro di Six manca di approndimento, di background, di analisi. La caratterizzazione dei personaggi sfiora lo zero, non ci viene detto quasi nulla sulle motivazioni che spingono il chirurgo a perpetrare l'oscenità, gli altri attori sono semplici macchiette prive di qualsiasi personalità, non c'è empatia con i personaggi, e il regista si disinteressa a qualsivoglia diramazione che vada oltre al fulcro della narrazione.

Dopo queste considerazioni, parrebbe si stia parlando di un film di bassissimo profilo. E invece no. Tutt'altro. Nella sua scolastica linearità, infatti, Human Centipede riesce davvero a essere disturbante nel clima malato e surreale che lo avvolge. Il merito va anche ai contrasti scenografici (la bella casa con il prato perfettamente tagliato, e l'Inferno al suo interno) e fotografici (il verde del bosco, il bianco della sala operatoria, il blu degli indumenti addosso ai “pazienti”), nonchè a una regia sinuosa ed elegante, e all'interpretazione luciferina dell'attore Dieter Laser, che riattualizza l'iconica figura del mad-doctor con notevole personalità.

Gli effetti speciali sono semplici, e l'orrore è molto più suggerito che mostrato. Ma tanto basta. Siamo lontani dal viscerale body-horror di Cronenberg, Tsukamoto o Miike, qui lo splatter resta in disparte, l'azione è limitatissima, le parole anche, e la struggente colonna sonora è principalmente formata dal pianto sommesso e disperato dei “pezzi” dell'abominevole creatura.

Eppure, con quell'unico asse narrativo, il film sta in piedi, e provoca un disagio non indifferente, talmente incredibile è la vicenda a cui assistiamo. Le significazioni si esauriscono in fretta, ma sono sufficienti, nella loro tragica e delirante ineluttabilità. Non si scivola nel grottesco, e si resta lontani dalla parodia e dal ridicolo. Nonostante i tempi morti, poi, si arriva a un finale sulla carta banalissimo, ma in realtà assolutamente devastante, se ci si ferma un attimo a pensare a ciò che sarà...

Aspettando il già previsto sequel, bisogna dunque dare merito all'olandese Tom Six di avere messo in scena un'opera di genere decisamente imperfetta, con la quale avrebbe ulteriormente potuto osare di più, ma capace comunque di colpire nel profondo.

Cinema horror, anno 2010: tra un pessimo remake e l'altro, si può ancora inventare, con fantasia ed efficacia? Sì, altrochè. Basta volerlo.


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MANIAC
Postato alle maggio 27, 2010 12:02 di giovedì, 27 maggio 2010
da: [cinemystic]

Realizzato nel 1980, Maniac, di William Lustig, conserva ancora oggi, a trent’anni di distanza, un vero alone di culto. Meritato. A una sua revisione, infatti, ci troviamo di fronte un film che mantiene intatte le sue doti, trasportandoci in un mondo oscuro, sporco, grezzo, malatissimo e disturbante.

Maniac è uno dei migliori slasher realizzati nell’horror moderno, e uno dei più fulgidi esempi in cui mettere in mostra un killer spietato e truce, ma al contempo attraversato da turbe interiori di notevole intensità.

Un uomo sommerso da un morboso attaccamento nei confronti della madre defunta, che cerca di espiare il suo triste passato di soprusi e solitudine uccidendo barbaramente prostitute e coppiette di fidanzatini, per catartizzare l’invidia nei loro confronti, e la rabbia verso il sesso femminile nel suo complesso. Un odio atavico e assoluto, accompagnato da un’assoluta disperazione interiore, che porta il killer a collezionare bambole, e ad addobbarle con gli scalpi delle sue vittime, per cercare invano di costruire una vicinanza fisica e sociale che nella vita normale gli è negata. Il tutto, giostrato nei miasmi di una New York buia e marcia, dipinta con scenografie underground spinte fino all’estremo.


Un incubo soffocante, lacerante, putrido, impersonificato dal corpo ingombrante di Joe Spinell, autore di una prova maiuscola e indimenticabile. I suoi gemiti, rantoli, sospiri, il suo viso distorto dalla pazzia durante gli omicidi, e le successive lacrime derivate da un senso di colpa impossibile da arrestare, ci penetrano nell’anima, e fanno male, malissimo. Raramente nella storia del cinema horror si è visto un attore capace di impersonificare con tale intensità un ruolo così complesso.


Solida e senza fronzoli la regia di Lustig (qui al top della sua carriera), ottimi gli effetti speciali di Tom Savini (assolutamente strepitosa la sequenza al ralenti in cui Spinell salta sul cofano della macchina di una coppietta e con una fucilata fa esplodere la testa dello stesso Savini), qualche momento di stanca nella seconda parte, per poi però risalire in un finale sconcertante e a suo modo geniale… Che non sveliamo se qualcuno ancora non avesse visto il film e lo volesse recuperare.

Maniac, trent’anni dopo: un Mito vero e intoccabile.

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IL MISTERO DELLA CASA SULLA COLLINA
Postato alle maggio 19, 2010 13:35 di mercoledì, 19 maggio 2010
da: [cinemystic]

house on haunted hillQuesto film è un piccolo gioiellino, da preservare con cura. Siamo di fronte infatti a uno dei pochi remake costruiti con passione e intelligenza, capace di non cadere nella deprimente inutilità che contraddistingue la gran parte degli infiniti rifacimenti attuali.

Il mistero della casa sulla collina, diretto dal giovane William Malone nel 1999, è la riproposizione di House on Haunted Hill, horror di William Castle del 1959. La trama è incentrata sulla figura di Stephen Price, eccentrico milionario specializzato in luna park degli orrori, e abilissimo a costruire macabri giochetti e spaventose attrazioni per il pubblico. Di comune accordo (ma anche no) con la bella (e odiata) consorte, Price organizza una bizzarra festa in una grande villa isolata sulle colline, un tempo sede di un manicomio in cui furono compiuti orrendi crimini. I cinque invitati dovranno riuscire a passare la notte nell’edificio: se ce la faranno, e ne usciranno illesi, avranno in dote un cospicuo premio: il montepremi totale è di 5 milioni di dollari.

Il film di Malone è divertimento horror allo stato puro, intrattenimento piacevole, delirio appassionante. La sceneggiatura oscilla in perenne ambiguità tra realtà e finzione, trucchi e inganni, piste fasulle e ribaltamento di prospettive, labirinti della mente e vendette sanguinarie. Un puzzle i cui pezzi sono uniti e poi dispersi e poi di nuovo riuniti, senza soluzione di continuità. Il ritmo è notevole, così come le invenzioni visive. Se ci si immerge nell’atmosfera ludica della pellicola, si sale davvero sulle montagne russe, e se ne esce frastornati ma anche esaltati.

Il risultato complessivo è ottimo, una “presa in giro” d’autore che sorprende per vitalità e fantasia, grazie anche al convincente cast (con un sardonico Geoffrey Rush che cerca di imitare Vincent Price non solo nel nome, e uno schizzato e incontenibile Jeffrey Combs), alle scenografie gotiche, dedaliche e decadenti, alla fotografia metallica di Rick Bota, e all’ottimo make-up della triade Kurtzmann-Nicotero-Berger.

Numerose le sequenze esaltanti, dallo scatenato flashback iniziale ambientato negli anni ‘30, all’arrivo delle limousine degli ospiti in gran parata verso la collina sulle note di Sweet Dreams di Marilyn Manson, passando per le allucinazioni incubali di Price rinchiuso nella stanza delle torture. Affrettato e forse discutibile il finale, ma pazienza, non si può avere tutto dalla vita; per almeno 80 minuti buoni, comunque, il film è un vero spasso. Applausi.

Cari Eisner, Sonzero e compagnia, ecco come si fa un remake.

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COSA AVETE FATTO A SOLANGE?
Postato alle maggio 03, 2010 15:06 di lunedì, 03 maggio 2010
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION - COSA AVETE FATTO A SOLANGE?

Oggi volevo parlarvi di un film di genere che purtroppo non ha ottenuto il successo che avrebbe meritato. Un lavoro notevolissimo, di alto profilo, ben lontano dalla semplice “serie B” nella quale alcuni l’hanno confinato. Mi riferisco a Cosa avete fatto a Solange?, diretto da Massimo Dallamano nel 1972, interpretato da Fabio Testi, e tratto da una novella di Edgar Wallace.

La storia è quella del professor Rossini, professione di ginnastica e italiano in una scuola superiore in Germania. Ha una relazione con una delle sue alunne, e un giorno, mentre se la sta spassando con lei in una gita in barca, alla ragazza sembra di intravedere la lama di un coltello nell’atto di compiere un omicidio nel bosco lì accanto. Il giorno dopo Rossini scopre che il fatto è accaduto davvero; l’assassino ha ucciso realmente, lasciando la lama conficcata della vagina della vittima. Poco per volta, i sospetti del capo della polizia iniziano a ricadere proprio sul professore, costretto gradualmente a confessare il suo intreccio amoroso con la giovane allieva, nel tentativo di discolparsi. Nel frattempo, altri omicidi hanno luogo. Rossini viene imprigionato ma poi rilasciato, e inizia a investigare autonomamente, per scoprire il vero colpevole.

Siamo di fronte a un film basato su una sceneggiatura solidissima, piuttosto lineare nella prima parte, poi maggiormente complessa verso la fine, ma comunque sempre strutturata nel modo corretto. La regia di Dallamano è molto buona, ci si appassiona alla vicenda, il tutto è girato con notevole professionalità, grazie anche all’aiuto della fotografia del sempiterno Aristide Massaccesi (cioè Joe D’Amato, che compare anche in un cameo) e alle musiche di Morricone.

La violenza è più suggerita che mostrata, e il gore scarseggia, ma l’alone di perversità che ricopre la pellicola risulta comunque piuttosto disturbante. Suadenti titoli di testa, intuizioni pregevoli, e nudità femminili assortite, ma senza esagerare. Bene anche Fabio Testi, che sfrutta con intelligenza il carisma e la fisicità che gli appartengono, così come gli attori che lo circondano (tra cui è giusto ricordare la bellissima e dolce Christine Galbo, e una catatonica Camille Keaton, che ritroveremo qualche anno dopo nello sconvolgente I spit on your Grave).

Cosa avete fatto a Solange?, oltre a essere la più significativa opera di Dallamano, è uno dei migliori gialli in assoluto nella tradizione del crime movie europeo, e può rivaleggiare tranquillamente con gli esordi (ben più conosciuti) di Dario Argento. Da recuperare assolutamente per chi non lo conoscesse.

Quando il cinema di genere è anche cinema di qualità.
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BABA YAGA
Postato alle aprile 26, 2010 14:01 di lunedì, 26 aprile 2010
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION - BABA YAGA


Oggi volevo spendere qualche parola per un film di culto, che giustamente conserva un posto di prestigio nella tradizione dell'horror italiano.

Curioso destino quello di Corrado Farina, regista di due soli film a inizio anni ‘70, e poi allontanatosi dal cinema per dedicarsi alla pubblicità, ai documentari ma soprattutto alla scrittura. Nonostante la toccata e fuga, quelle uniche due pellicole da lui realizza
te sono peraltro riuscite entrambe a conquistarsi un alone di culto presso gli appassionati di cinema di genere. Si tratta del suo debutto, Hanno cambiato faccia (1971), straordinaria (e ancora attualissima) metafora vampiresca dell’ignominia culturale e mass mediatica della società contemporanea, con un sulfureo e sorprendente Adolfo Celi, e appunto di Baba Yaga (1973), horror a sfondo erotico tratto dai fumetti di Valentina creati da Guido Crepax.

Non conoscendo sufficientemente bene il fumetto, mi limito al lato prettamente cinematografico, per un film discontinuo, diseguale, tagliuzzato malamente dai produttori, forse non completamente riuscito e frettolosamente stroncato da molta critica, eppure in grado ancora oggi di trasmettere notevolissime suggestioni.

Durante la visione, dedicata al tentativo di amore lesbico tra una fotografa e una strega che l’ha scelta come sua “vittima sacrificale”, entriamo in un fiume incubale piuttosto disturbante, e circondato da un’atmosfera onirica estremamente affascinante. Farina tenta di coniugare il thriller e il noir, l’horror e l’erotismo, il soprannaturale e la realtà quotidiana, il voyeurismo e la tecnologia alienante, catapultandoci in un sogno a occhi aperti imbevuto di cultura pop anni '70, nel quale la realtà e la fantasia si fondono fino a perdere qualsiasi contorno lineare e definito.

Il risultato, pur con tutti i difetti del caso, è ammaliante e seducente, anche per merito delle bravi attrici, la confusa Isabelle Funés e la diabolica Carroll Baker.

Molte le scene indimenticabili: la prima apparizione di Baba Yaga, inquadrata dagli stivali neri e poi su fino al viso, il momento in cui la donna strappa il gancetto del reggicalze di Valentina, le fantasie saffiche della fotografa, e l’inquietante bambola dark che si trasforma in una donna in carne e ossa abbigliata in pieno stile fetish-sadomaso.

Un film delirante e morboso, che con pieno merito conserva un ruolo di rilievo nella tradizione di genere nostrana.


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RED DRAGON
Postato alle aprile 12, 2010 14:04 di lunedì, 12 aprile 2010
da: [cinemystic]

In questi giorni lo stanno programmando sulla Tv terrestre e sul digitale. Per un motivo o per l'altro, stranamente, non l'avevo mai visto. Finalmente ho rimediato alla lacuna. Parlo di Red Dragon, il prequel de Il silenzio degli innocenti, diretto da Brett Ratner nel 2002 e tratto dal primo libro della saga di Thomas Harris.

Un thriller teso, appassionante, dal gran ritmo e non privo di notevoli inquietudini, che in alcuni momenti sfociano in derive alquanto macabre. Rispetto al similare (e precedente) Manhunter di Michael Mann, di cui in fondo è una sorta di remake, il film di Ratner risulta chiaramente meno autoriale e più “hollywoodiano”, ma nonostante questo riesce a farsi apprezzare per la sostanza e la solidità della propria messinscena.

Non avendo letto il romanzo non posso fare concreti confronti con l'opera letteraria, ma dal punto di vista puramente filmico, nonostante parecchie stroncature ottenute dalla stampa, Red Dragon scivola via per due ore tenendo lo spettatore inchiodato alla poltrona, e va dritto per la sua strada senza troppe concessioni alla retorica e senza perdersi in sottotesti superflui. Ratner non è Mann, neanche lontanamente, ma qui lavora bene, con decisione.

Il merito è comunque anche del sontuoso cast. Anthony Hopkins ricalca con il solito carisma la sua interpretazione nella pellicola di Jonathan Demme che gli diede l’Oscar, Edward Norton si conferma uno dei migliori attori contemporanei (anche se purtroppo ora è in calo), Harvey Keitel usa il mestiere, Philip Seymour Hoffman è come sempre inappuntabile, Ralph Fiennes gigioneggia forse un po’ troppo ma sa anche essere efficace, e la bravissima Emma Watson, attrice mai abbastanza considerata, è deliziosa nel ruolo di una non-vedente che si trova faccia a faccia con il mostro senza poterlo sapere.

Red Dragon, a mio parere, è un esempio di come il cinema americano possa essere ancora capace di coniugare intrattenimento e qualità.

Peccato che ciò accada solo (molto) saltuariamente.


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THE VILLAGE: IL GIOIELLO DI SHYAMALAN
Postato alle aprile 06, 2010 16:26 di martedì, 06 aprile 2010
da: [cinemystic]

Da queste parti non si ama il cinema di M. Night Shyamalan, tutt’altro. Il sottoscritto crede infatti che il regista di origine indiana sia uno dei registi più sopravvalutati del pianeta, autore di opere discrete ma non così strepitose come dipinto da più parti (Unbreakable, Il Sesto Senso) e incappato negli ultimi anni in scempiaggini terrificanti e indifendibili (Lady in the Water, E venne il giorno).

Eppure, nel rifiuto generale, c’è un suo film capace di cavalcare la strada maestra e portarla avanti fino alla fine nel migliore dei modi… Un lavoro bello, sorprendente, ipnotico, interessante, originale, pieno di rimandi e spunti d’analisi: The Village.

In questa bizzarra pellicola, ambientata presso Covington, in Pennsylvania, dove una comunità vive in completo isolamento dal resto del mondo, circondata da un bosco abitato da misteriose e innominabili creature, Shyamalan riesce a costruire con abilità un microcosmo zeppo di significazioni intriganti e convincenti. Un film multiforme, stratificato, mellifluo, che scivola con parziale lentezza senza per questo mai tediare, e propone un’infinità di ramificazioni ideologiche e citazioniste, scavate nel solco di un mondo in miniatura del quale anche noi finiamo a sentirci parte integrante durante la visione.

In The Village trovano posto l’immaginario gotico, le fiabe dei fratelli Grimm, il thriller ai limiti del metafisico, l’horror puro, il ritratto spietato di un’America oscura e disdicevole, gli echi dell’universo lovecraftiano, il melodramma sentimentale di tendenza manichea, l’antropologia culturale, la forza dell’amore e l’urlo del dolore, e perfino il naturalismo panico e il fantasy suburbano.

Un calderone che il regista riesce miracolosamente a tenere ben saldo, in equilibrio perfetto, senza mai cadere nell’intellettualismo fine a se stesso, aiutato anche da una fotografia giustamente iper-realista e da un gruppo di attori solidissimi e attenti: la rivelazione Bryce Dallas Howard, il magnifico Adrien Brody (perfettamente a suo agio nei panni dello “scemo del villaggio”), il cupo Joaquim Phoenix, e gli iconici e inappuntabili William Hurt e Sigourney Weaver.

Una favola nera tra le più affascinanti viste sul grande schermo negli ultimi lustri. Un film a suo modo unico, e un gioiello prezioso tra le nebbie fosche del cinema di Shyamalan.


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MY SUMMER OF LOVE
Postato alle marzo 25, 2010 17:00 di giovedì, 25 marzo 2010
da: [cinemystic]

L'altra sera ho rivisto My Summer of Love, un piccolo film indipendente molto bello, che scoprii a un festival a Torino nel 2005, e mi rimase scolpito in testa. Ho ripescato una mia vecchia recensione, che scrissi a quei tempi su Sentieri Selvaggi, e l'ho un attimino rimessa a nuovo. Eccola.

My Summer of Love, presentato in anteprima al G&L Film Festival di Torino e tratto da un romanzo di Helen Cross, è il terzo lungometraggio di fiction diretto dallo specialista in documentari Pawel Pawlikovsky, regista polacco residente in Inghilterra e nato a Varsavia nel 1957.

Ci troviamo di fronte a un’educazione sentimentale, a un percorso di formazione fisica e spirituale che vede protagoniste Mona e Tam, ragazze ribelli che si incontrano per caso in un’estate di vacanza tra le brughiere di un villaggio dello Yorkshire, e iniziano a frequentarsi lasciando crescere man mano la loro affinità fino a tramutare il loro rapporto in amore allo stato puro.

"Ragazze interrotte" Tam e Mona, una eccentrica e malinconica, con genitori assenti e svagati e una sorella morta di anoressia, l’altra rude e istintiva, orfana e con un fratello ex galeotto ora in preda a una sorta di conversione spirituale tanto da trasformare la loro abitazione in un santuario messianico. Due figure opposte che condividono l’assenza della famiglia come ferita sanguinante in un’anima già confusa, e che proiettano nell’amore saffico un antidoto agli ostacoli della vita e uno strumento di fuga dalla realtà, scagliando due cuori ormai uniti in sogni di un futuro radioso, sogni colorati dalla luce abbagliante delle favole, magnifiche e intoccabili proprio perché impossibili e irreali.

In questa dimensione programmatica, in questa languida passione, in questo clima da fiaba si sviluppa una storia di iniziazione (e ossessione) affettiva che ricorda da vicino le Creature del Cielo di Peter Jackson, pur in una dimensione leggermente più adulta, con vaghi echi alla Thelma & Louise (le due donne pronte a vendicare i torti subiti e a denigrare e umiliare il sesso maschile), e una sorta di afflato letteraria che tra Flaubert e Maupassant ci riporta all’opacità estetica del romanzo ottocentesco.

Da segnalare le due attrici, Natalie Press (esordiente nel lungometraggio ma già protagonista del bellissimo corto Wasp, di Andrea Arnold, vincitore del premio Oscar) ed Emily Blunt, brave a mettere in gioco i propri corpi e protendersi completamente alla ricerca della più completa immedesimazione nel personaggio. Interessante la svolta drammatica della parte centrale, che vira verso i contorni del thriller metafisico per poi tornare sulle più rassicuranti strade del mèlo, mentre il finale si ferma forse un attimo prima del passo decisivo.

My Summer of Love è comunque un'opera fresca, piacevole e seducente. Un fulgido esempio di cinema indipendente puro e appassionato. Un film intelligente, in grado di farci entrare nell’anima turbata di due ragazze in cerca di se stesse, e capace di farci captare i colori e i profumi di un’estate d’amore, che ricorda quella bergmaniana del 1951. Un’estate che vale una vita.

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BROTHERS
Postato alle marzo 08, 2010 14:07 di lunedì, 08 marzo 2010
da: [cinemystic]

Uscito nelle sale italiane lo scorso dicembre, Brothers è stato visto solo da pochi eletti. Uno dei tanti bellissimi film costretti a galleggiare nel limbo, soffocati dai crudeli blockbuster che fagocitano il 90% del mercato. Lo dico a malincuore, perchè questo è un film raffinato, intelligente, ottimamente scritto e diretto, e avrebbe meritato considerazione ben maggiore.

Sam è un Marine americano, che passa poco tempo a casa con moglie e figlie, e lunghi periodi in missione in Afghanistan. Grace, la sua compagna, lo vede andar via ogni volta con il terrore di non assistere al suo ritorno. Tommy, fratello di Sam, è la testa calda di famiglia, ed esce di prigione per vivere un periodo di libertà vigilata. Il loro padre, a sua volta ex Marine, adora il figlio prediletto che ha seguito le sue orme, e non perde l'occasione di dileggiare l'altro, colpevole di una vita dissoluta e perdente.

Nuovamente impegnato sul campo di battaglia, Sam è bombardato. I talebani lo fanno prigioniero, ma nessuno lo sa. I suoi commilitoni lo credono morto, e ne informano la famiglia. Grace cade nella disperazione, e Tommy cerca in qualche modo di sostituirsi al fratello, per stare vicino alle piccole nipotine e alla cognata. Sam ottiene la libertà pagando un prezzo altissimo, e quando finalmente torna a casa, non è più lo stesso.

La prima ora di Brothers, diretto da Jim Sheridan (irlandese che ci ricordiamo per Nel nome del padre e Il mio piede sinistro), è esemplare. Un lavoro teso, duro quanto serve, minimale e al contempo incisivo, senza pleonasmi e cadute nella retorica. I rapporti tra i tre protagonisti subiscono una graduale metamorfosi che il regista è abile a spiegare in pochi gesti e inquadrature delicate, e il melodramma, con il sottofondo della guerra, naviga sottopelle, pronto a esplodere da un momento all'altro. Splendide, in questo senso, le sequenze (in struttura circolare) ambientate durante i vari compleanni, giorni in cui l'intero nucleo familiare si riunisce intorno a un tavolo in finta letizia, mentre invece le tensioni soffocate fluttuano nell'aria, come una bomba in attesa di deflagrare al minimo errore.

Giochi di sguardi, di luci e ombre, riflessioni sociali e dilemmi morali, sentimenti del cuore e destini capovolti, posizioni che si alternano, bisogno d'affetto e di affermazione personale, colpa ed espiazione, per un cinema assennato che arriva al centro focale del suo racconto in maniera tanto lineare quanto corretta.

Dal momento in cui Sam rimette piede a casa, la sceneggiatura segue canoni più consueti. Di eroi tornati a casa dalla guerra in stato confusionale, talmente sconvolti e segnati nell'animo da non essere più in grado di rincominciare una vita che non sentono più propria, ne abbiamo già visti tanti, forse ormai troppi. Ma Sheridan, aiutato dalla bravura dei tre attori, il sorprendente Tobey Maguire, la maturata e convincente Natalie Portman, e l'ottimo (come sempre) Jake Gyllenhaal, non perde le redini del discorso, e tiene saldamente in mano la sua creatura, sino a un finale non certo sorprendente, ma intenso e toccante.

Un film bello, prezioso, da applausi. Piccolo grande cinema.


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HOUSE OF THE DEVIL - Recensione
Postato alle marzo 04, 2010 16:16 di giovedì, 04 marzo 2010
da: [cinemystic]

- NEW VISIONS -

HOUSE OF THE DEVIL

Nel bene e nel male, House of the Devil è un horror destinato a dividere radicalmente i giudizi. Infatti, è proprio ciò che sta avvenendo, tra recensioni entusiastiche e stroncature colossali. Una diatriba manichea facilmente comprensibile, perchè ci troviamo di fronte a un film estremo e radicale, ma non nel senso comune che si potrebbe pensare, bensì all'esatto opposto.

Il giovanissimo Ti West (classe 1980) ha scritto, diretto e montato un lavoro che vuole omaggiare l'horror genuino e lineare degli anni '80, distanziandosi notevolmente dal torture porn e dalla cacofonica sarabanda di violenza che ormai accompagna buona parte del fantastico contemporaneo. Un salto indietro nel tempo, nel quale l'autore si fa beffe dello spettatore e delle attese, finendo, giocoforza, per tirarsi addosso critiche feroci e forse in parte comprensibili. Se però ci si allontana dalla superficie, e si scende in profondità, si può scoprire come House of the Devil sia in realtà un film prezioso.

Samantha è una giovane studentessa universitaria. Stanca di dividere un misero appartamento in un dormitorio, con una compagna promiscua e nullafacente, decide di prendersi un alloggio tutto per sè. Trova la casa dei suoi sogni, ma non ha abbastanza soldi per pagare il primo mese di affitto. Risponde allora a uno strano annuncio affisso in una bacheca, nella quale si cerca con urgenza una baby sitter per l'imminente serata (in cui ci sarà un'eclissi lunare). Attirata dal guadagno facile e immediato, Sam si reca a destinazione, e si trova faccia a faccia con personaggi strani e poco rassicuranti. Decide comunque di rimanere. Non si rivelerà una brillante idea.


Uno degli stilemi ormai imperanti nell'horror del terzo millennio è che nulla è lasciato all'immaginazione. Si vede tutto, con dovizia di particolari, in una gara folle verso l'apoteosi della brutalità. Il famoso orrore suggerito, caro alla tradizione degli anni '40, non esiste più. Oggi si corre e si squarta, si urla e si tortura, in un ottovolante di emozioni subitanee e sostanzialmente volgari. Ciò non toglie che ogni tanto escano fuori film strepitosi (Martyrs, The Girl Next Door, Mum & Dad), ma la minestra ormai inizia a essere insapore.

Ebbene, West si mette in bocca il torture porn, il grind core e quant'altro, lo mastica e lo sputa con decisione e disgusto. Il suo “bimbo” va lento, lentissimo, e per i primi 70 minuti non succede praticamente niente. O quasi. Ma attenzione: l'affermazione “non succede niente”, di per sé, non ha alcun significato. Per questo motivo, leggere recensioni di pseudo addetti ai lavori secondo i quali “questo film è brutto perchè è noioso e non accade nulla”, fa molta tristezza, e dimostra solo dilettantismo allo stato puro.

House of the Devil, infatti, nella sua infinita ed estenuante sospensione narrativa, riesce a essere molto più inquietante della gran parte delle nefandezze che si vedono ultimamente. West parla di culti satanici, dissemina la materia di indizi palesi, fin dall'incipit, prim'ancora dei titoli di testa con “effetto Grindhouse”, e poi lascia che lo spettatore si contorca su se stesso, attendendo con ansia crescente un qualcosa che tanto prima e poi dovrà succedere per forza. Però intanto aspetta, aspetta, aspetta. Marameo. E la tensione sale sempre più.


Finchè, negli ultimi 20 minuti, all'improvviso, scoppia la bomba, il registro narrativo si ribalta totalmente, e il completo delirio si impadronisce della messinscena, deragliando verso l'orrore più diretto e cruento. In un lampo, però, è tutto finito, e si resta così, imbambolati, storditi, dubbiosi e (positivamente) incazzati. Ti West ci ha preso in giro, usandoci come marionette? Probabile. Ma ha capito tutto.

In barba alla sua giovane età, il regista dimostra di saper maneggiare più che bene la macchina da presa, di saper creare la suspence con pochi mezzi, e di possedere anche buon gusto fotografico.

Ottima poi la scelta dell'attrice protagonista, la quasi esordiente Jocelin Donahue: berrettino di lana, aspetto virginale, sguardo da cerbiatta impaurita, camiciona da “Casa nella prateria” e calzette bianche. Perfetta. All'inizio sembra una creatura fragile come il cristallo, si rifugia nel suo walkman per sfuggire alla realtà e si nasconde in bagno a piangere aprendo tutti i rubinetti affinchè nessuno la senta. Poi però cresce e matura durante il film, e prende coraggio. Eccome. Ricorda vagamente la Jamie Lee Curtis di Halloween, ed è lontana anni luce dalle poppute bambolotte siliconate e starnazzanti di tanto horror moderno. Lode a lei. Speriamo di rivederla in altre occasioni.

House of the Devil, prodotto dalla Glass Eye Pix del sempre benemerito Larry Fessenden, girato con quattro soldi, uscito con poco successo nei cinema americani lo scorso ottobre, e ora disponibile in Dvd (sul web ci sono anche i sottotitoli in italiano) e perfino in vhs (!!), è un tuffo nel passato, una boccata d'ossigeno dal perenne stupro visivo a cui siamo sottoposti, e un soffio d'aria fresca tra gli stordenti miasmi dell'iconografia fantastica contemporanea. Molti non l'hanno capito e non lo capiranno.

Pazienza, vorrà dire che si divertiranno a guardare il millesimo remake di turno, il sublime (?) e paurosissimo (???) Paranormal Activity, il dodicesimo sequel di Saw e il quarantesimo clone di Hostel. Auguri.


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ECCO NOI PER ESEMPIO
Postato alle marzo 01, 2010 13:25 di lunedì, 01 marzo 2010
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION - ECCO NOI PER ESEMPIO

Realizzato nel 1977, e diretto da Sergio Corbucci, Ecco per noi esempio segnò l'esordio della coppia comica formata da Adriano Celentano e Renato Pozzetto. Un film che non è riuscito all'entrare nell'immaginario collettivo, e che oggi ben pochi ricordano. Purtroppo. Perchè questa non è una semplice e banale commedia all'italiana, ma molto di più.

Siamo alla fine degli anni '60, il tempo della contestazione, della lotta urbana, della protesta civile. In una Milano grigia, orribile, soffocata dall'ingorda cementificazione industriale, si incontrano quasi per caso due personaggi profondamente diversi tra loro. Palmambrogio è un poeta di provincia, promesso sposo, che molla tutto e si reca nella grande città con l'obiettivo di farsi pubblicare un libro in versi, che riassume dieci anni di lavoro. Clic invece è un fotografo, o meglio un paparazzo, opportunista, donnaiolo e terrorizzato da ogni legame, che insegue lo scoop della vita per incassare lauti guadagni. I due si ritrovano a dover condividere una stanza nella pensione Violetta, diventano amici, cercano un punto di contatto tra due caratteri opposti, e pur tra mille difficoltà riescono a darsi un aiuto reciproco per avverare i rispettivi sogni, anche se le sventure sono dietro l'angolo.

Corbucci è sempre stato un regista capace di rimodellare i generi per fornire significazioni profonde e mai scontate. Ne è un fulgido esempio lo splendido western Il grande silenzio, con Klaus Kinski. Anche in questo caso, tiene come base i ritmi, le incomprensioni, le macchiette e gli archetipi della commedia, ma nel contempo cerca di dipingere un quadro pessimista e disilluso dell'Italia di quegli anni.

Così, in un susseguirsi talvolta quasi grottesco e surreale di situazioni imbarazzanti e incontrollabili, si esplicano tanti temi di riflessione. Un calderone in cui trovano spazio la ribellione politica dei giovani di sinistra, gli echi delle esiziali guerre in corso nel mondo, la forza dirompente del femminismo, il crollo dei valori della famiglia tradizionale, le genuine e fanciullesche aspirazioni artistiche che si scontrano con il perbenismo, l'opportunismo e la sete di potere dell'uomo moderno, l'avidità di gloria dei fotografi della “dolce vita”, il sesso come merce di scambio, lo spaesamento del “paesano” nell'approdo alla fagocitante metropoli, i tradimenti e gli inganni, e (nella sostanza) il crollo di una società sull'orlo di una (definitiva) crisi di nervi.

Il tutto è portato avanti da Corbucci in maniera bulimica, talvolta confusa e incoerente, con tanti passaggi che non scorrono propriamente lisci, e diverse incongruenze disseminate qua e là. Ma anche con la capacità di porre la riflessione populistica nel mezzo di un film che comunque riesce a divertire fornendo però al contempo molti elementi di riflessione, senza mai scadere nella volgarità e nella retorica.

Insomma, se i contemporanei cine-panettoni sono classificati come film d'essai (sic!!!), allora in proporzione questa è una pellicola da iscrivere nei manuali di storia del cinema.

Celentano e Pozzetto, tra mimiche facciali irresistibili, balletti, ripicche, e scontri dialogici ricchi di non sense, si alternano e compensano, e formano una coppia affiatatissima, strepitosa, in perfetta alchimia. Lo confermeranno anche qualche anno dopo nel più diretto e lineare, ma comunque esilarante, Lui è peggio di me di Oldoini. Peccato davvero che abbiano lavorato insieme così poche volte.

Nonostante tanta presunta critica "alta" lo abbia stroncato con irrisoria superficialità, Ecco noi per esempio è un film da (ri)scoprire assolutamente. Uno dei rari esempi, insieme ad esempio a La patata bollente di Steno oppure a Yuppi Du dello stesso Celentano, di “commedia seria”, lucida e intelligente, brillante specchio di un'Italia che tra gli anni '60 e '70 si avviava inesorabilmente a quel decadimento morale e intellettuale poi purtroppo confermato nei lustri successivi.


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L'ISOLA DEGLI ZOMBIES
Postato alle febbraio 22, 2010 13:58 di lunedì, 22 febbraio 2010
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION - L'ISOLA DEGLI ZOMBIES

Splendida iniziativa di Studio Universal, sul digitale terrestre, che questa sera (e con repliche successive) trasmetterà L’isola degli zombies (White Zombie), film del 1932 diretto da Victor Halperin.

Questo non è un horror qualsiasi. Tutt’altro. E’ infatti riconosciuto universalmente come il primo zombi-movie della storia, progenitore di centinaia di pellicole che si sono poi susseguite nei decenni successivi. Da Tourneur a Romero, dall'horror classicheggiante in bianco e nero alle derivazioni post-moderne dei giorni nostri, un po’ tutti sono debitori di quest’opera di Halperin (regista, mentre il produttore è il fratello Edward), che per la prima volta mette i “morti viventi” al centro della narrazione, pur in un contesto molto diverso rispetto a quello a cui siamo abituati.

Nella tradizione iconografica, e anche in questo primo film a essi dedicato, gli zombie non sono infatti antropofagi affamati di cervello umano, bensì corpi senz’anima, svuotati, privati di ogni raziocinio, che camminano rigidi come automi, comandati a bacchetta da uno stregone che li ha in suo potere grazie alla negromanzia.

Sono creature senza volontà propria, ridotti in schiavitù, sfruttati e costretti a lavorare nelle piantagioni coloniali di zucchero anche dopo la morte (evidente metafora del capitalismo imperante e impietoso), e dall’alto, nelle misteriose terre di Haiti disseminate di magia nera, stregonerie e maledizioni eterne, a guidarli c’è Bela Lugosi, nei panni dell’abietto Murder Legendre.

In White Zombie finiamo immersi in un’ambientazione soffocante, greve e senza speranza, oscura e inquietante, che sarà poi parzialmente ripresa da Jacques Tourneur nello splendido Ho camminato con uno zombie, e molti anni dopo anche, tra gli altri, da Fulci nel cultissimo Zombi 2 e da Craven nel pregevole Il serpente e l’arcobaleno.

Per chi non l’avesse mai visto, stasera è obbligatorio sintonizzare il decoder… O comunque procurarselo, in un modo o nell’altro.


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LAKE MUNGO
Postato alle febbraio 15, 2010 13:11 di lunedì, 15 febbraio 2010
da: [cinemystic]

NEW VISIONS - LAKE MUNGO

Dopo il pregevole Dread, andiamo a recensire in anteprima un altro dei nuovi horror indipendenti scelti quest'anno dalla brillante After Dark Films, proiettato in alcune sale americane nell'ambito del festival 8 films to die for, e ora pronto a essere distribuito sul mercato internazionale.

Parliamo di Lake Mungo, proveniente dall'Australia, girato in realtà nel 2007 ma rimasto invisibile fino ad oggi, e diretto dal debuttante Joel Anderson.

Il film, attraverso un finto documentario che alterna interviste con i vari personaggi e una ricostruzione cronologica degli eventi, narra la storia di Alice Palmer, ragazza sedicenne che un giorno muore annegata. I genitori, sconvolti dalla perdita dello loro amata figlia, seppelliscono il corpo, e tentano faticosamente, insieme al figlio maschio rimasto, di superare il trauma e ridare un senso a una vita familiare distrutta dal dolore. Nel frattempo però strani accadimenti iniziano a succedersi nella loro casa, e immagini amatoriali girate di notte all'interno dell'abitazione sembrano dimostrare come lo spettro di Alice ancora si aggiri in quelle stanze. I due si rivolgono a un rinomato psicologo (da cui a loro insaputa la stessa Alice si era recata mesi prima della sua scomparsa), e poco alla volta emergono segreti inconfessabili legati al passato della ragazza, scoperte che porteranno a svelare, almeno parzialmente, il segreto che si cela dietro alla tragedia avvenuta in quelle acque.

Lake Mungo è l'ennesimo film che persegue la moda ormai imperante in questi anni del mockmumentary, sottogenere che ha dato alla luce film di alto valore (Diary of the Dead, Cloverfield, District 9), buone occasioni mancate (Il quarto tipo) e sconcerie varie (The Blair Witch Project, Rec, Paranormal Activity). Per fortuna, però, lo fa con un approccio diverso, ed estremamente personale. Una volta tanto non ci dobbiamo sorbire la traballante macchina a mano dall'inizio alla fine, trovandoci invece di fronte a uno stile più sobrio e classicheggiante, con inquadrature spesso fisse e prolungate.

La vicenda di per sè non pare offrire particolari spunti di novità, ma è portata avanti da Anderson con abilità e semplicità, lasciando immergere lo speattore in un clima ipnotico e disturbante. Praticamente non esistono dialoghi in tempo reale, tutto è girato in flashback con testimonianze, interviste e immagini di repertorio, eppure si riesce a rimanere coinvolti dalla narrazione e a entrare con l'anima nei meandri della storia di Alice, e dei misteri che la inviluppano.

Sfruttando toni caldi dal punto di vista fotografico, il regista tenta con successo di portarci all'interno di una famiglia disintegrata, della quale respiriamo il dolore e l'impossibilità di rincominciare. Un nucleo squartato e straziato, rappresentato anche da inserti metaforici convincenti (il guasto della macchina che funziona solo usando la retromarcia, la luce accesa in veranda). Certo, il dipanarsi del film arranca ogni tanto arenandosi in qualche momento di stanchezza, ma tutto sommato si giunge verso la risoluzione finale con una certa empatia, e con non pochi momenti di reale inquietudine.

Utilizzando le ombre, le immagini sfocate delle riprese amatoriali, le opportunità casistiche della tecnologia moderna, e retaggi chiaramente derivati da tante ghost stories orientali contemporanee, Lake Mungo riesce infatti, senza stillare una sola goccia di sangue, a tessere momenti di terrore puro, regalando brividi non da poco, sfociando poi in una sequenza orrorifica (nel pre-finale) davvero devastante.

Oramai, con migliaia di horror visti in questi anni, al sottoscritto capita assai raramente di provare ancora spaventi veri. Il film di Anderson è riuscito in quest'impresa, e per questo, oltrechè per le altre sue indubbie doti, merita tutto il mio apprezzamento, e il vivo consiglio di approcciarvi quanto prima al suo recupero. Non credo arriverà mai nel nostro paese, ma sul web si trovano anche i sottotitoli in italiano.

L'Australia conferma ancora una volta di essere tornata una terra florida ed entusiasmante per ciò che concerne l'horror, e in Lake Mungo ci ritroviamo a nuotare nel buio atavico nel nostro Io, per ritrovare il riflesso degli spettri che abitano nel profondo della nostra coscienza. Spettri che rimangono lì, a fluttuare nel limbo. Per sempre.


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ME AND YOU AND EVERYONE WE KNOW
Postato alle febbraio 12, 2010 11:50 di venerdì, 12 febbraio 2010
da: [cinemystic]

Era da anni che un esordio cinematografico non riceveva così tanti consensi in giro per il mondo. Questo debutto di Miranda July (artista concettuale, scrittrice, autrice radiofonica) ha vinto nel 2005 il premio speciale della giuria al Sundance, il premio dei pubblico a Los Angeles, e ha fatto incetta di riconoscimenti a Cannes. Meritatamente? Sì, direi di sì.

Siamo infatti di fronte a un film fresco, genuino, piacevole, "giusto" nel suo significato più profondo. Una piccola storia di amori, tensioni, speranze, delusioni, crescita, sogni, dipinta come un quadro surrealista, colorato e un po' stranito, ma piacevole e intrigante.

In Me and You and Everyone we Know vediamo una giovane artista ingenua ma determinata, in cerca di affermazione personale e in strenua lotta per la conquista dell'amore; un uomo separato che si brucia una mano e poi setaccia l'universo alla ricerca di una nuova ragione per continuare a vivere; persone anziane che ci dimostrano come non sia mai troppo tardi per amare davvero; donne in carriera che attraverso una maschera nascondono ataviche solitudini; bambini costretti loro malgrado a crescere troppo in fretta, ma portavoci del candore con cui (forse) è ancora possibile approcciarsi alla realtà contemporanea.

Personaggi in cerca d'autore, che si muovono leggeri e un po' spaesati, regalandoci tanti sorrisi ma anche momenti di riflessione ed empatia, messi in scena dalla July con un tocco leggero che per fortuna non scade mai nè nell'autoreferenzialità nè in uno smielamento fine a se stesso.


Con tratti giocosi e quasi fumettistici che riportano al cinema di Michel Gondry (Eternal Sunshine, ma anche L'arte del sogno), e respiri intimisti che riconducono vagamente al celebrato Juno (ma con più sostanza) o al magnifico 10 cose di noi, il film vola via come una farfalla libera nel cielo, e ci regala sequenze di volta in volta deliziose ed esilaranti (il bambino di 7 anni che chatta con una donna misteriosa, la quale gli lancia provocazioni sessuali che lui nemmeno comprende), dolci e poetiche (l'incontro silenzioso tra lo stesso bambino e la sua adulta compagna su una panchina in un parco), malinconiche e purtroppo veritiere (le due ragazze quasi diciottenni che nel sesso cercano di sentirsi già donne).


Certo, siamo di fronte a un film "facile", sul piano dei contenuti e delle significazioni di fondo. Ma insomma, questo non vuol dire nulla (anche i cine-panettoni sono lavori "facili", eppure sono nefandezze immonde). Bisogna saperlo fare. La July, credibile anche come attrice, ci è riuscita, mettendo in luce uno sguardo cinematografico brillante e fantasioso, arioso e godibile. Merito a lei per questo.

Uno di quei piccoli grandi film che danno soddisfazione. Da recuperare assolutamente per chi l'avesse mancato.


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