lunedì 14 novembre 2011

ARCHIVIO CINEMYSTIC (Febbraio - Giugno 2011, 10 post)

TAM_9.0 articoli e presentazione libro
Postato alle giugno 18, 2011 12:05 di sabato, 18 giugno 2011
da: [cinemystic]

A circa un mese e mezzo dalla pubblicazione, mi permetto di utilizzare ancora per un istante le pagine di Cinemystic per alcuni aggiornamenti riguardo al mio romanzo TAM_9.0.

Innanzitutto qui sotto trovate due articoli che sono stati pubblicati nei giorni scorsi sui giornali Corriere Valsesiano e La Sesia (quest'ultimo mi ha anche intervistato).


Articolo LA SESIA

Articolo CORRIERE VALSESIANO 3

A questo link è invece possibile leggere la prima recensione del libro, pubblicata sul sito Splatter Container.

Colgo inoltre l'occasione per segnalare che GIOVEDI 30 GIUGNO, alle ore 21, presso la Biblioteca Comunale di Camburzano (a pochi km da Biella), ci sarà la prima presentazione ufficiale del romanzo. Io ovviamente sarò presente, per parlare del libro e delle altre mie pubblicazioni passate e future. Se qualcuno vorrà esserci, sarò ben felice di incontrarlo.


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LA DOLCE MANO DELLA ROSA BIANCA
Postato alle maggio 19, 2011 18:42 di giovedì, 19 maggio 2011 da: [cinemystic]

La dolce mano della rosa biancaDavide Melini, poco più che trentenne, è un autore romano, che ormai da qualche anno si è trasferito in Spagna, dove attualmente vive e lavora. Già assistente alla regia per Dario Argento, si era messo in luce qualche tempo fa con alcuni cortometraggi, tra cui The Puzzle (al link trovate una mia passata recensione, che tra l'altro scatenò un'accesa discussione), e ora esce alla ribalta con un lavoro interessante, portavoce di significazioni ad ampio raggio: La dolce mano della rosa bianca.

Protagonisti un ragazzo e una bambina, che nella fase introduttiva ci narrano, in parallelo, le rispettive storie, destinate a incrociarsi nel più nefasto dei modi. Lui assiste a un concerto rock in un locale, ha una discussione con la fidanzata, sale in macchina e se ne va, solo e scocciato. Mentre guida, si distrae scrivendo un sms al cellulare, e perde il controllo della vettura. Lei, invece, gioca tranquilla in un parco, e poi prende la sua bicicletta per tornare a casa, senza sapere che un'auto sta per investirla, interrompendo anzitempo la sua giovane esistenza. La tragedia segna per sempre la mente del protagonista, Marco. Non riuscendo a espiare il senso di colpa, egli vaga alla ricerca di una redenzione, che potrà infine arrivare soltanto travalicando i confini con la morte.

la dolce mano della rosa biancaGirato in cinque giorni, in mezzo a tante difficoltà, il corto di Melini conferma alcune doti che già si erano intraviste in precedenza: mano solida dietro la macchina da presa, spiccato gusto per il risalto cromatico degli ambienti, e un amore per il genere che parte dal gotico italiano degli anni sessanta (come si evince dalla sequenza girata al cimitero) e giunge sino a una modernità linguistica di stampo orientale (in alcune apparizioni spettrali).
Con poche parole, e un certo lirismo narrativo, il regista racconta una piccola storia di disperazione e catarsi, nella quale i confini temporali sono annullati a vantaggio di una luminosa eternità. L'orrore dell'esiziale sbaglio affonda le sue radici nei vizi della società alienante in cui affondiamo, ma sparisce al cospetto del perdono universale. Così, vittima e carnefice possono tenersi per mano, dentro e oltre l'aldilà.
Sorretto dall'ottima fotografia di José Antonio Crespillo, e dalle buone interpretazioni di Carlos Bahos e Natasha Machuca, Melini, pur con qualche ingenuità stilistica nei momenti di maggiore inquietudine, gestisce con passione e professionalità la sua creatura, impreziosendola con un finale etereo che trasla dalla finzione filmica per farsi messaggio universale. Una missiva di sensibilizzazione sociale, volta a combattere la piaga degli incidenti stradali. Un monito per la vita, unica e preziosa.

La dolce mano della rosa bianca è stato negli ultimi mesi proiettato in tre diversi continenti, ottenendo premi e consensi un po' ovunque, da Malaga fino al Sudafrica. Ne siamo lieti, sperando che il sentiero intrapreso porti lontano, e non mancando di sottolineare come un giovane regista di talento sia dovuto scappare dal bel (?) paese per cercare fortuna altrove.
Il Dvd del film è disponibile in tre lingue (spagnolo, inglese e italiano), e contiene anche un making of realizzato durante le riprese. Segnaliamo qui il sito ufficiale dell'autore, e l'indirizzo del suo blog.


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INSIDIOUS - recensione
Postato alle maggio 18, 2011 18:02 di mercoledì, 18 maggio 2011
da: [cinemystic]

Insidious posterÈ da poco uscito nei cinema americani Insidious, il nuovo film di James Wan, regista malese ma naturalizzato australiano, già capace di imporsi agli occhi del grande pubblico per aver diretto il primo episodio dell'infinita saga di Saw, e un altro paio di discrete pellicole come Dead Silence e Death Sentence.
Anche produttore esecutivo di tutti i sequel de L'Enigmista, Wan conosce bene il genere di riferimento, e ama giocare con la materia preesistente nel tentativo di reinventarla di volta in volta. Assioma, questo, ben riscontrabile anche nella sua ultima fatica.

La trama è basata sulla storia di Josh e Renai Lambert, coniugi americani con tre figli a carico. Poco dopo essersi trasferiti in una nuova casa, uno dei loro bambini, Dalton, cade da una scala nella soffitta; sembra non aver riportato alcun trauma, ma finisce in coma. I medici non si spiegano l'accaduto, e nel frattempo strani eventi iniziano a perseguitare la famiglia. Dal buio emergono presenze inquietanti, che terrorizzano Renai al punto che la donna prega il marito di traslocare in un'altra abitazione. Le cose, però, non cambiano nemmeno nella nuova sistemazione. La madre di Josh si rivolge allora a una medium, sua vecchia amica, affinché ponga fine ai fenomeni paranormali che minano la salute mentale della coppia, e ridia la salute al povero Dalton.

Insidious è una macchina da cinema, pronta a mettere sul piatto, spudoratamente, tanti topoi dell'horror moderno, dalla fine degli anni settanta sino ai giorni nostri. La figura del bambino, solo in apparenza immobilizzato dal coma ma in realtà veicolo decisivo per l'orrore che si scatena, riporta direttamente al cult australiano Patrick, mentre la seconda parte, con l'ingresso in scena della medium, si lega a filo doppio all'hooperiano (o meglio, spielberghiano) Poltergeist.
Nel mezzo, si attua un processo ultracitazionista che coinvolge Amityville, Il Presagio, The Others, The Dark, il recente Joshua, molto Japan Horror (rievocato in particolare nelle connotazioni linguistiche delle apparizioni spettrali), e mille altre pellicole, assommate, omaggiate, toccate, riviste.

Insidious film

Tra case infestate e infanti posseduti, entità paranormali e viaggi incorporei, demoni dell'aldilà e pericolosi crocevia tra vita e morte, il paese dei balocchi di Wan rischia a più riprese di restare vittima dei suoi stessi intenti, affondando nell'anodina riproposizione di schemi risaputi. La messinscena, però, resta in piedi, grazie a una regia ispirata e apprezzabile dal punto di vista tecnico, al punto da regalare anche qualche sano e genuino spavento.

Il problema, comune a Wan così come a tanti altri registi che lavorano in America, è di credersi ancora più bravo di quanto dica la realtà, e di non sapersi fermare quando necessario. La sobrietà non abita oltreoceano, come ben sappiamo. Ecco quindi che, dopo un'ora abbondante solida e a buon livello, il film, nel momento topico della vicenda, scivola nel kitsch, inciampando per alcuni minuti in un guazzabuglio scenografico e videoclipparo davvero eccessivo, nel quale la sovrabbondanza visiva finisce per smarrire la strada maestra.

Per fortuna, quantomeno, dopo aver consumato il suo sfogo onanistico, l'autore torna sulla terra negli ultimi minuti, per confezionare un finale prevedibile ma efficace.

Insidious è stato scritto da Leigh Whannell, collaboratore di fiducia di Wan, e tra i produttori figura il famigerato Oren Peli di Paranormal Activity. La sua influenza, per nostra assoluta fortuna, è comunque assai limitata. Il film sarà distribuito in Italia da Filmauro (al momento non c'è ancora una data ufficiale), ed è già reperibile sul web, in lingua originale con i sottotitoli. Consapevoli di quanto enunciato sopra, può meritare una visione.


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PUBBLICAZIONE ROMANZO TAM_9.0
Postato alle maggio 09, 2011 10:32 di lunedì, 09 maggio 2011
da: [cinemystic]

Tra un festival e una recensione, mi si perdoni se oggi faccio una digressione letteraria. Vorrei infatti cogliere l'occasione per annunciare, anche dalle pagine di Cinemystic, la pubblicazione del mio primo romanzo, intitolato TAM_9.0.


Ecco il comunicato stampa.


Sesso, gelosia, ossessione, avidità, materialismo, vendetta. Erotismo e passione, buio e dolore.

TAM_9.0

Un romanzo di

Alessio Gradogna


TAM_9.0

Data di pubblicazione: aprile 2011

Editore: Ciesse Edizioni, collana Pink, pagine 128

Prezzo di copertina: 13 euro (cartaceo), 6,50 euro (eBook)

Genere: thriller erotico

Codice ISBN (cartaceo): 9788897277798

Codice ISBN (eBook): 9788897277804



L'AUTORE



Alessio Gradogna è nato a Gattinara, in provincia di Vercelli, nel 1978. Laureato in Lettere, è scrittore, giornalista e critico cinematografico.

Negli anni ha collaborato con diversi siti e riviste specialistiche (Effetto Notte, Nocturno, Inside, Guida Cinema Horror Supereva), nel 2004 ha vinto una delle sezioni del premio nazionale di critica Giovane e Innocente, e ha pubblicato due libri di saggistica: Tokyo Syndrome (con Fabio Tasso, 2006) e I dannati e gli eroi (2008), entrambi in distribuzione a livello nazionale. Un suo nuovo testo, dedicato al cinema di Frank Darabont, uscirà nell'autunno 2011.

Dal 2005 è redattore del web magazine Sentieri Selvaggi, dal 2008 gestisce il blog Cinemystic, e collabora saltuariamente con altri siti. Frequenta i festival di cinema con accredito stampa, ha fatto parte della giuria del PesarHorror Festival e del ToHorror Film Festival, e nel 2010 è stato membro della giuria internazionale del Ravenna Nightmare Film Festival.

In ambito letterario, nel 2010-11 alcuni suoi racconti di narrativa sono stati selezionati e inseriti all'interno di varie antologie. TAM_9.0 è il suo primo romanzo.


LA TRAMA

TAM_9.0 è una storia di erotismo, perversione, possesso, gelosia e ossessione, ambientata nel mondo delle webcam girls. Un racconto in cui il sesso sfiora i contorni del dramma, toccando le vette del piacere per poi tuffarsi in una torbida discesa nel buio della mente.

I protagonisti sono un uomo (Brian) e una donna (Tamara, capelli rossi come il fuoco che le scorre nelle vene). Hanno una relazione basata unicamente sul sesso, senza vincoli sentimentali. Si incontrano, fondono insieme i propri corpi cancellando qualsiasi vergogna e inibizione, attraverso amplessi furiosi e appaganti, e poi camminano separati nelle rispettive vite, senza legami soffocanti.

Un giorno lui ha un'idea particolare e fuori dagli schemi: sfruttare la loro abilità tra le lenzuola per provare a guadagnare qualche soldo, con cui avere un nuovo introito che li aiuti a vivere meglio, per togliersi qualche sfizio al di là delle noiose occupazioni quotidiane.

Qualche sera dopo Brian vede in televisione un documentario, incentrato sulla misteriosa realtà delle webcam girls; colpito dai sostanziosi guadagni delle ragazze intervistate, propone alla sua amante di tentare questa strada. Lei, pur con qualche perplessità, accetta; senza saperlo, in quel momento, entrambi vendono l'anima al Diavolo.

In breve tempo Tamara diventa una stella della realtà virtuale: si esibisce davanti alla webcam con spettacoli eccitanti e scatenati, di fronte a numerosi uomini che ne assaporano a distanza il corpo e la devastante sensualità carnale. Tam_9.0 sbaraglia la concorrenza, e si impone come una delle modelle più amate e desiderate del web. Il narratore/amante (che racconta in prima persona gli eventi) collabora con lei, mettendo a disposizione la sua casa, comprandole la lingerie, e assiste compiaciuto al trionfo della donna. I due iniziano a guadagnare cifre altissime, e si spartiscono i ricavi. I soldi aumentano sempre più.

Qualcosa, però, inizia ad andare storto: Tamara cerca di apparire sempre più spesso davanti alla microcamera, con spirito febbrile e insaziabile; ha fame di gloria e soldi, vuole a tutti i costi essere la migliore. Brian comincia a essere geloso, a sentirsi abbandonato, e ad accusare fastidio e ripugnanza verso di lei, nonostante le ingenti entrate.

Quello che era iniziato come un gioco si trasforma poco alla volta in una doppia ossessione: lei sembra vivere soltanto per soddisfare i suoi clienti virtuali, e lui vorrebbe porre un freno a questa situazione.

Le barriere sono così abbattute, i confini divelti, i limiti superati. Una storia di sesso e piacere si tramuta in un temporale torbido e soffocante, imbevuto di sentimenti che sfumano tra il dolore, la sofferenza, l'odio e la sempre più forte voglia di vendetta. Brian perde contatto con la realtà, si lascia andare, si sente umiliato da questa donna irresistibile e malvagia, e inizia a progettare come farle pagare il suo “tradimento”.

Il finale, beffardo e inaspettato, tenta di suggerire al lettore una prospettiva diversa, e pone alcuni interrogativi sulla reale moralità dei protagonisti, simboli del materialismo imperante nella realtà di oggi. Un mondo in cui il voyeurismo impera, il sesso diviene spesso un mero strumento di guadagno, e l'egoismo, la ricchezza e la ricerca indiscriminata del successo possono condurre fino all'autodistruzione.

COME ACQUISTARE IL LIBRO


- Contattando direttamente l'autore (indirizzo mail e Msn alessio.gradogna@hotmail.it, contatto Facebook e Skype Alessio Gradogna).

- Ordinandolo dal sito internet della Ciesse (http://www.ciessedizioni.it/TAM_9.0.html).

- Ordinandolo presso le più famose librerie presenti sul web (www.ibs.it, www.unilibro.it, www.deastore.com, www.webster.it, www.libreriauniversitaria.it, http://libri.dvd.it, www.wuz.it, www.amazon.it, www.bol.it, e non solo).

- Recandosi “fisicamente” presso la libreria di fiducia e richiedendo una copia se non la si trova subito disponibile.


TAM_9.0



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HABEMUS PAPAM
Postato alle aprile 21, 2011 17:37 di giovedì, 21 aprile 2011
da: [cinemystic]

Chi scrive nutre da sempre una stima infinita nei confronti di Nanni Moretti. Come uomo, ma anche e soprattutto come artista. Da tanti anni Moretti è il miglior autore nel derelitto panorama del cinema italiano, e uno dei più lucidi e continui a livello europeo, per non dire mondiale. Ecco perché ogni suo nuovo film è un appuntamento atteso con grandi ansie e speranze. Speranze che, da lustri a questa parte, non sono mai disattese. Mai. Nemmeno questa volta.

Habemus Papam è uno splendido ritratto delle paure che minano le già labili coscienze del mondo contemporaneo, a causa delle quali il peso della responsabilità verso ciò che ci è affidato lascia esplodere conflitti latenti, e un sempre più diffuso senso di malessere e inadeguatezza. Nella figura di un Papa scelto da Dio ma tutt'altro che sicuro di poter espletare questo gravoso compito, Moretti dipinge un ritratto che trasla i confini dell'intimismo per farsi anima e corpo di un'intera realtà sociale. Lo sguardo con cui il regista attua questo processo, come e più rispetto a Il Caimano, è di rara solidità, in mirabile equilibrio tra critica e consapevolezza, scherno e riflessione, ironia e desolazione, gioco e disillusione.

Negli occhi fanciulleschi di un gigantesco e commovente Michel Piccoli si dipana la regressione psicologica di un uomo messo a nudo di fronte all'immane sostanza, materiale e divina, che lo attende; un uomo in fondo solo, recluso in una campana di vetro, nella quale è costretto a dimenticare le gioie di un'esistenza schiava del compito sprituale prima scelto e poi imposto. Intorno a lui, il conclave dei cardinali: una squadra di figurine bonarie, ingenue, timide e altrettanto insicure, al punto di pregare Dio affinché la scelta del nuovo Pontefice ricada sulle spalle di chiunque purché non le proprie. A margine, ma neanche tanto, uno psicologo superbo e invadente, con la Fede rivolta soltanto a se stesso; convinto di essere il migliore, ma anche bisognoso di sfogare nel lavoro i fallimenti della vita privata.


Nell'orbita centrifuga nella quale di estende la narrazione di Habemus Papam, i soffocanti confini del Vaticano si allargano con gradualità, fino a dissolversi nel momento della fuga del neo-pontefice Melville, che scappa dai suoi crudeli aguzzini per mischiarsi alla vita mondana. Nella sua corsa verso la libertà, lo vediamo immergersi nella Roma dei bar e dei negozi di vestiti, degli alberghi e dei bus, dei cellulari e della televisione, fino a tornare al primo e mai consumato amore: il teatro, unica possibile valvola di sfogo, con la quale acuire la definitiva consapevolezza di una scelta tanto estrema quanto giusta e inevitabile.

Mirabile equilibrio, si diceva; Moretti avrebbe potuto estremizzare i toni della parodia nei confronti dei rappresentanti della Chiesa, come da molte parti si temeva. Invece, con notevole arguzia, riesce ad accarezzare quasi con tenerezza l'ingenuità dei cardinali, per concentrarsi invece, soprattutto, sui tremori di un uomo che in fondo potrebbe rappresentare ognuno di noi. In terra, e non in cielo.


Una certa parte della critica cattolica ha tentato di boicottare il film, stroncandolo a priori senza nemmeno degnarsi di vederlo, e invitando il pubblico a fare altrettanto. In questo modo, codesti individui hanno dimostrato per l'ennesima volta la loro bieca e totale ignoranza. Questo è infatti un film che può essere utile a tutti, credenti e non, e non è affatto un attacco frontale ai dettami della religione, come qualche perbenista cretino ha tentato di urlare ai quattro venti.

Perfetto nella prima parte, Habemus Papam accusa forse qualche piccola lungaggine nella mezz'ora finale, ma si riempie anche di momenti di altissimo cinema: la sequenza iniziale dedicata all'elezione, di assoluto impatto emozionale; la prima surreale ed esilarante seduta terapeutica tra il Moretti attore e Melville, con i cardinali curiosi tutt'intorno; la canzone Todo Cambia, che scatena il ballo degli stessi cardinali in un gustoso meccanismo diegetico quasi almodovariano; l'incontro tra lo stesso Melville e Margherita Buy, con quel meraviglioso zoom che ci avvicina sempre più agli occhi di Piccoli mentre dichiara di essere un “attore”, lasciando vivere per un momento i sogni mai realizzati di un lontano passato.


Sono luccicanti frammenti, tessere di un mosaico nel quale Moretti, come sempre, non può esimersi dall'inserire molte delle sue tanto amate-odiate ossessioni: i dolci di ogni tipo e qualità, lo sport agonistico (in questo caso il delirante torneo di pallavolo), ma anche l'opinionista che s'impappina all'improvviso in Tv restando senza parole. Ingredienti che rimandano a tante opere precedenti del regista, da La messa è finita a Palombella Rossa fino ad Aprile, e che ci fanno sentire di nuovo a casa, membri appassionati, da oltre trent'anni, di un universo unico e inimitabile. Magari scorbutico, forse antipatico e autocelebrativo, ma di straordinaria compattezza e qualità.

Tra un mese, al Festival di Cannes, il sottoscritto tiferà a pieni polmoni affinché Moretti possa conquistare la sua seconda Palma d'Oro. Ce l'hanno fatta i Dardenne (con pieno merito), ce la può fare anche lui. Per il momento, comunque, Nanni ha già vinto. Ancora una volta.


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CINE-VISIONI DI PRIMAVERA
Postato alle aprile 08, 2011 10:58 di venerdì, 08 aprile 2011
da: [cinemystic]

Periodo abbastanza ricco per il sottoscritto: una nuova casetta da rimettere a posto dopo l'ennesimo trasloco di una vita errabonda e apolide, un romanzo in via di pubblicazione (tra pochi giorni l'annuncio ufficiale), e un nuovo libro di cinema da iniziare a scrivere (anche in questo caso, notizie più precise a breve).

Nel frattempo, comunque, come sempre, non mancano i film. Ecco quindi qualche mini-recensione primaverile, relativa a visioni (o revisioni) avute in questi ultimi giorni.


SLITHER, di James Gunn = Quello di Gunn è un nome ben conosciuto dagli amanti dell'horror: parliamo infatti dello sceneggiatore di alcuni tra i migliori film della Troma. Come dimenticare infatti memorabili nefandezze (in senso buono) come Tromeo & Juliet e Terror Firmer?

Slither è il suo esordio alla regia, datato 2006, ed è un film genuino, scatenato e ipercitazionista, nel quale l'autore distribuisce a piene mani il suo amore per l'horror a 360°, mietendo riferimenti cinefili che coprono tutto il periodo storico compreso tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta. Nella storia di vermoni alieni che, in una placida cittadina americana, si introducono nel corpo di un malcapitato per poi riprodursi e proliferare seminando il caos, ubbidendo ai dettami di una ripugnante “creatura madre” che ne comanda le azioni con la forza del pensiero, trovano spazio mille riferimenti a tanti capolavori del passato. Tanto per cominciare, la trama, nella sua accezione basilare, deve tantissimo a Il demone sotto la pelle di Cronenberg, con chiari influssi derivati anche da L'invasione degli ultracorpi di Siegel. Non mancano poi omaggi all'Henenlotter di Brain Damage, al Cronenberg (ancora) de La Mosca, agli zombi di Romero, e si arriva perfino a una deforme e disgustante suzione dei corpi che riporta alla mente Society di Brian Yuzna, ineguagliato e ineguagliabile capolavoro.

Il risultato finale, ben lontano dal poter essere incatenato nel sottogenere della “horror comedy”, come qualche recensore ha fatto con molta superficialità (la “commedia” e la parodia sono infatti ben altra cosa), è godibile e irriverente. Un pastiche appassionato e non presuntuoso, che si avvale di interessanti effetti speciali e della carismatica interpretazione di Elizabeth Banks e di Michael “Henry pioggia di sangue” Rooker.



NON APRITE QUELLA PORTA – L'INIZIO, di John Liebesman = Tra tutte le impresentabili nefandezze per celebrolesi che affogano l'odierno horror americano, impiastricciato in un profluvio di remake, prequel, sequel, parodie, sequel dei sequel, e amenità varie, si salva questo film di Liebesman, uscito nel 2006. Immersi nei miasmi di un mattatoio, torniamo indietro nel tempo rispetto a Tobe Hooper. Liebesman si impegna a narrare gli eventi che diedero il via alle esiziali gesta di Leatherface, cercando di costruire il background di un personaggio entrato ormai nella leggenda.
Un lavoro grezzo, sporco, violento e crudele al punto giusto, soprattutto nella prima parte, fosca e soffocante, e anche capace di assimillare la lezione impartita dai capolavori di Rob Zombie. Un prodotto commerciale e senza dubbio non eccelso, ma almeno capace di costruirsi una propria dignità artistica.



LA SCHIAVATA (L'ESQUIVE), di Abdel Kechiche = Cambiamo decisamente genere e andiamo nella mia adorata Francia, per questo film uscito nel 2003, adorato dai critici transalpini e vincitore di 4 premi Cesar e del premio per la miglior regia al benemerito Torino Film Festival. Siamo di fronte a una storia d'amore adolescenziale, narrata attraverso la vicenda di alcuni ragazzi di varie etnie che vivono nei sobborghi di Parigi, consumando le proprie emozioni tra speranze, illusioni, rabbia e dolori. Un film che si dipana attraverso un doppio registro stilistico, alternando con sapienza l'immediatezza rude del linguaggio da strada e il senso intimo dei turbamenti che colpiscono i giovani (e bravi) protagonisti. Il tocco di Kechiche, di volta in volta diretto e distaccato, disegna un quadro poliedrico e affascinante.

Un film “piccolo ma grande”, come spesso capita nel cinema francese (il migliore al mondo). Un gioiellino da cui tanti pseudo registucoli italiani, impegnati nelle loro commediole adolescenziali di quart'ordine e nelle loro risibili “generazioni mille euro”, dovrebbero prendere esempio.

Peccato però per il doppiaggio, che rovina la fondamentale complessità di linguaggio de L'Esquive, appiattendosi in una parlata “volgare-popolare-romanesca” irritante e cialtrona. L'ennesima prova di un assunto che non mi stancherò mai di ripetere, ovvero che tutti i film, se possibile, andrebbero visti in lingua originale e con i sottotitoli.


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ANGELS IN AMERICA
Postato alle marzo 18, 2011 12:21 di venerdì, 18 marzo 2011
da: [cinemystic]

Quattordici mesi di riprese. Tre anni complessivi di lavoro. Elogi a più non posso da parte della critica. Successo di pubblico. Trionfo ai Golden Globes con cinque premi incassati. Un evento mediatico di primo livello che ha saputo incastonarsi con forza nell'immaginario americano. Un prodotto coraggioso e a suo modo unico, che finalmente ho potuto recuperare, pur con oltre un lustro di ritardo.

Si tratta di Angels in America, miniserie Tv prodotta dalla HBO, uscita nel 2003, diretta dall'autorevole Mike Nichols (Il Laureato, Closer), e tratta da una famosa pièce teatrale di Tony Kushner (autore anche della sceneggiatura), che valse al suo autore il Premio Pulitzer.

Un lavoro ardito, complesso, anticonvenzionale, imperfetto ma capace di legare insieme l'impianto teatrale, il linguaggio televisivo e le connotazioni cinematografiche, inseguendo un'accurata riflessione sull'America degli anni Ottanta, affossata e depressa dal bieco conservatorismo di marca reaganiana. Quasi sei ore complessive di durata, a comporre un mosaico che utilizza con sapienza il montaggio parallelo per raccontare tragedie individuali e drammi soggettivi, inseriti in un discorso più ampio che trascende il realismo politico e sociale degli eventi per sfociare nella metafisica.


Uomini e donne, buoni e cattivi, coppie che si lasciano e si cercano, si annientano e si amano. Omosessuali imprigionati nelle gabbie della non-accettazione e nella paura dell'abbandono. Malattie orribili, che arrivano e colpiscono senza pietà, divorando corpi e anime, e prosciugando un po' alla volta ogni stilla vitale. Lacrime, sangue, pentimenti, allucinazioni, vizi e virtù, destini segnati, furia cieca nei confronti di un Dio fuggito via, e infine una speranza, sottoforma di un Angelo bianco, verso un futuro che possa veder trionfare l'uguaglianza, e profumare ancora di vita.

Temi forti e variegati, sviluppati con inserti dialogici furiosi e talvolta quasi surreali, e un largo uso di effetti speciali tanto stranianti quanto affascinanti. Volti sofferti, pazzia incipiente e piaghe devastanti, inserite con veemenza nei corpi di uno splendido cast, in cui spicca un monumentale e irrefrenabile Al Pacino. Lezioni di recitazione, enciclopedia della professione d'attore, per lui e per chi lo circonda: una puntuale Meryl Streep, un'intoccabile Emma Thompson, una magnifica Mary-Louise Parker, un convincente Jeffrey Wright, e un appassionato Justin Kirk.


Visto l'altissimo livello delle suddette interpretazioni, ora più che mai, il consiglio è di guardarlo in lingua originale, come per fortuna ho potuto fare io.

C'è chi sostiene come ormai il cinema e le serie Tv siano sullo stesso livello, e abbiano un linguaggio visivo e narrativo similare e interscambiabile. A mio parere è una teoria errata. I tempi e i ritmi (e spesso la dignità artistica) sono infatti ancora assai diversi. Angels in America, però, riesce nell'impresa di fondere i due codici, creando una tela pittorica nel contempo toccante, ipnotica e scevra da ogni retorica. Una lunga e rabbiosa preghiera, grazie alla quale è possibile scavare a fondo nei timori e nei sogni che abitano in ognuno di noi.


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ADAM RESURRECTED
Postato alle marzo 07, 2011 11:37 di lunedì, 07 marzo 2011
da: [cinemystic]

Orrore. Catarsi. Morte e rinascita. Elogio della follia. Ruoli interscambiabili, cinema e teatro, storie individuali e Storia collettiva. Emozioni e allegorie. Tutto questo, e ancora di più, in Adam Resurrected, l'ultimo lavoro di Paul Schrader, autore lucido come pochi altri, e capace ancora una volta di scavare con acume e maestria nelle profondità dell'animo umano.

Adam Stein è un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio nazista. La sua psiche non è si è mai ripresa del tutto dal trauma, e l'uomo, dopo aver tentato di uccidere la padrona di casa, viene ricoverato per l'ennesima volta in un istituto specializzato proprio nella cura degli ex prigionieri di guerra. Attraverso un sapiente uso dei flashback, le sue avventure del presente sono intervallate dai ricordi del tragico passato. Adam era stato un genio del cabaret, uno degli artisti circensi più famosi dell'intera Germania, ma una volta catturato dai nazisti era stato costretto a vivere letteralmente come un cane, per soddisfare le voglie di un gerarca senza scrupoli. Ora, nell'istituto, incontra un ragazzino disturbato che da anni, a sua volta, vive e si comporta come un cane. Adam prende il bambino sotto la sua ala protettiva, e attraverso di lui tenta finalmente di esorcizzare le ferite di quell'incubo nel quale fu ingannato, umiliato, e vide morire la moglie e le figlie.


Adam Resurrected è uno splendido esempio di cinema intenso e appassionato, nel quale siamo trasportati in un mondo a metà, dove la sanità mentale e la pazzia perdono ogni significato precipuo, scavallando i consueti confini. L'Arte assume contorni gloriosi anche nell'orrore, e la figura di Adam, personaggio d'invidiabile complessità emotiva, muta di ruolo mille volte, e ancora e ancora, senza soluzione di continuità: egli è uomo e Dio, paziente e dottore, allievo e insegnante, malato e seduttore, vittima e carnefice, punto di riferimento e cavia da laboratorio, cane e clown, schiavo e padrone. Nel suo carisma si attuano le infinite scanalature dell'umanità, e nel suo dolore universale si esplica l'Apocalisse di uno strazio impossibile da cancellare, se non giungendo alla consapevolezza di essere, davvero, ancora vivi.

Da sempre cantore delle pieghe oscure della società, Schrader affida il suo lavoro al volto di un magnifico Jeff Goldblum, il quale, dopo tanti anni, riemerge dalle nubi di una carriera ormai in netto calo per darsi anima e corpo in una prestazione sontuosa, giganteggiando dall'inizio alla fine. Accanto a lui, un Willem Dafoe credibile come nessun altro nelle vesti del gerarca nazista, una perversa e sensuale Ayelet Zurer, un dimesso Derek Jacobi, e il giovane Tudor Rapiteanu, bambino-cane che esplica su di sé la gloria di un miracolo unico e struggente.


Tra colore e lucido bianco e nero, presente e passato, straniante dramma e visionaria riflessione, lo sceneggiatore di Taxi Driver
e Toro scatenato, nonché regista di Hardcore, American Gigolo e Dominion (solo per citarne alcuni), ci prende per mano e ci conduce in un lago ghiacciato, nel quale un violino suona accompagnando i condannati verso la camera a gas, e il senso di perdita si flagella nella dura pietra, alla ricerca di un'ultima illusione.

Una speranza che vola verso il fuoco del destino, e s'impersonifica in un bambino che smette di essere cane e finalmente, sulla sabbia del deserto, si alza su due zampe. Una farfalla che esce dal bozzolo, alla ricerca di quell'empatia mai accarezzata, muovendo i piedi verso una “normalità”, quieta e serena, che mai però potrà avere il morboso fascino della follia.


Adam Resurrected, come spesso capita ai capolavori, è rimasto purtroppo quasi invisibile qui da noi. È stato proiettato nella serata inaugurale dello scorso Ravenna Nightmare Film Festival, e poi, con immemore ritardo, è uscito nelle sale, a gennaio 2011. Un'apparizione fugace e pressoché inutile, soffocata dalle porcherie che puntualmente occupano gli schermi italioti e incassano fior di quattrini.

Ora è possibile recuperarlo in Dvd. Il consiglio, ça va sans dire, è di farlo. Subito.


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PIRANHA 3D
Postato alle marzo 04, 2011 13:34 di venerdì, 04 marzo 2011
da: [cinemystic]

Alexandre Aja è uno dei giovani registi horror più talentuosi in circolazione. O forse lo era. Ormai, infatti, l'ex enfant prodige della nouvelle vague francofona ha deciso di lavorare in pianta stabile negli States, buttando a mare la sua creatività per immergersi nei dorati soldoni americani. Così, dopo lo scatenato e irrefrenabile Alta Tensione, il buon (?) Aja ha attraversato l'oceano e ha deciso di autocastrarsi in un'infinita serie di remake, iniziando con il peraltro pregevole Le colline hanno gli occhi, continuando con il mediocre e farlocco Riflessi di Paura, e arrivando ora al tanto atteso Piranha, rifacimento in 3D di un grande classico diretto da Joe Dante nel 1978.

Nell'immaginario Lake Victoria, una scossa sismica scatena un ferocissimo branco di pesci di origine preistorica, affamati di sangue e carne umana. A farne le spese, per primo, un solitario pescatore amante della birra. Nel frattempo un'orda di ragazzotti idioti e di oche in bikini si scatena e dà il via alla consueta e irrefrenabile festa di primavera, ignara del pericolo che incombe. Come se non bastasse, un registucolo appassionato di filmini erotici prende il largo insieme alle sue attrici (?) e a un giovane del luogo, per girare il suo nuovo capolavoro (?); ne seguirà una strage.

Diciamolo subito, senza mezzi termini, come da abitudine per il sottoscritto: Piranha 3D è uno degli horror più idioti, rozzi, volgari e ignoranti che si siano visti sul grande schermo da lustri a questa parte. Un'irrefrenabile accozzaglia ormonale nel quale trionfano le tette e i culi al vento, la povertà intellettuale allo stato brado, il caos cacofonico fine a se stesso. Un rave-movie assordante e senza pudore, con una serie di protagonisti odiosi e celebrolesi.


In questo marasma urlante e machista, nel quale non si può far altro che tifare per le voraci creature sottomarine, fanno la loro comparsa personaggi ben conosciuti come Richard Dreyfuss, Christopher Lloyd e l'onnipresente Eli Roth, a cui (per fortuna) viene tranciata via la testa. Lo schema è lineare e risaputo, e le componenti politiche preminenti nell'opera di Dante risultano spazzate via, a vantaggio di un intrattenimento ludico e di ricezione facile e immediata, per la gioia del pubblico americano.

Abbiamo quindi a che fare con un videogame dal quale non è lecito aspettarsi alcun tipo di sorpresa, un camion strombazzante che investe ogni cosa si azzardi ad affacciarsi sul suo cammino, un oggetto-artistico vorace e ingordo come gli stessi mostri acquiferi che lo abitano. Fino all'ultimo morso, si annaspa in un disegno osceno che sfrutta il presunto erotismo (in realtà inesistente) per utilizzare il corpo maschile come strumento da smembrare e dissacrare, e il corpo femminile come puro feticcio da adorare, leccare e sognare, in barba a qualsiasi emozione.

Il vero cinema, è quasi inutile dirlo, sta da un'altra parte.

Come spesso accade in questi prodotti che fanno della modernità un vessillo imprescindibile, l'uso della computer grafica è massiccio, discutibile e smodato. Senz'altro migliori, invece, sono i trucchi più classici messi in mostra dalla premiata ditta Nicotero/Berger, ancora una volta bravi a confermare la loro maestria. La sceneggiatura è di disarmante semplicità, e la storia raccontata passa in secondo (terzo?) piano di fronte alla sarabanda filmica suonata da Aja e compagni a volumi assordanti.


Per circa 50 minuti questa nuova versione di Piranha è di una tale stupidità da arrivare oltre i limiti del sopportabile, con la buona creanza, perlomeno, di essere veloce e rapida nel suo infausto svolgimento, e con l'azzardo di inserire un paio di nudi integrali che si spera non vengano tagliati nella versione italiana (non ci sarebbe da stupirsi).

Per fortuna però, nell'ultima mezz'ora, Aja si ricorda di avere capacità non comuni, e mette in scena un blood feast scatenato e godibile, crudele e senza respiro, che almeno dà una parvenza di senso all'intera operazione, beandosi di alcune invenzioni splatter davvero riuscite.

La gazzarra, poi, va a planare verso un finale d'infinita scontatezza, apripista di un probabile secondo episodio.

Non resta molto da analizzare. Di significazioni nascoste e sottolivelli di lettura qui non c'è traccia. Se dunque avrete voglia di andare a vederlo, sapete cosa vi aspetta. Magari, se siete di bocca buona, ne uscirete pure soddisfatti. Altrimenti, il consiglio è quello di risparmiare i soldi del biglietto e starvene a casa, utilizzando questi 80 minuti per leggervi un buon libro: di sicuro il cervello ne trarrà giovamento.


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IL CIGNO NERO
Postato alle febbraio 26, 2011 11:29 di sabato, 26 febbraio 2011
da: [cinemystic]

il cigno nero posterPartiamo da un dato di fatto, a mio parere oggettivo e indiscutibile: Darren Aronofsky è uno degli autori più talentuosi e interessanti saliti alla ribalta negli ultimi dieci anni. L'ha dimostrato in ogni suo film, dal celebrale Pi Greco allo sconvolgente Requiem for a Dream, dal lisergico The Fountain al meraviglioso The Wrestler.

Nello stesso tempo, Aronofksy è anche un uomo ben conscio della sua bravura, e va avanti perseguendo imperterrito la strada della sperimentazione, della sfida, del coraggio: elementi che in molti casi possono scivolare nell'edonismo e nell'arroganza, rischiando poi di precipitare nei vicoli bui dell'autocelebrazione. Gli va dato atto, peraltro, di non tirare mai indietro il braccio e la mente. L'uomo di New York continua a rifuggere qualsiasi imposizione retorica e conforme, e prosegue a testa alta, sicuro e sfrontato: chi lo ama, lo segua. Altrimenti pazienza, ci sono sempre a disposizione mille altre pellicole più convenzionali e standardizzate.

Il suo ultimo lavoro, Il Cigno Nero, è l'ennesimo coacervo di una poetica audace e visionaria. Un film duro e fagocitante, per certi versi soffocato dall'enorme ambizione teorica che lo pervade, ma capace anche di regalare squarci di grande cinema.

Affidando la messinscena agli occhi e al corpo di una splendida Natalie Portman (che si conferma la miglior attrice contemporanea), Aronofsky disegna una vibrante riflessione sull'inseguimento dei propri desideri, verso una fame di successo che si scontra con gelosie, invidie, paure e insicurezze, nel nome dell'affermazione di sé come atto fondante di un'intera carriera.


Nina, ballerina fragile e timorosa, oppressa da una madre tentacolare, e scelta a sorpresa dal direttore di scena per interpretare il ruolo principale nell'imminente trasposizione de Il Lago dei Cigni, deve compiere un viaggio periglioso all'interno dei suoi stessi timori, affinché la farfalla che risiede nei meandri del proprio corpo possa finalmente liberarsi dal bozzolo e aprire le ali verso il futuro. Da qui ha inizio un percorso spirituale, un compito di formazione individuale che apre il sentiero ad allucinazioni, incubi, orrori immaginari, in un'autoflagellazione in bilico tra l'agognato trionfo e la definitiva distruzione.

Il cammino di Nina si attua attraverso una mutazione che non risparmia anima, cuore, sangue e carne, tanto da lasciar veleggiare sintomi di cronenberghiana memoria. La Portman è La Mosca di un'Arte complessa e inclemente, la cui metamorfosi rischia di espandersi sino al punto di non ritorno. Per evitare il misfatto, come l'indimenticabile Calvero chapliniano, può schiacciare l'affanno soltanto in un modo: dipingendosi di bianco il viso, davanti allo specchio del suo camerino, prima dello spettacolo che svelerà il senso primigenio di un'intera vita.

Nina si taglia, si gratta e si squarcia. Piange, trema e combatte. Si masturba, si droga e detronizza i suoi animaletti di peluche. Insegue l'orgasmo e la libertà, defenestrando un'adolescenza durata troppo a lungo e ora necessariamente obbligata a lasciare spazio all'età adulta. In lei c'è una bambina che vorrebbe crescere, una donna disperata che cerca di sbocciare, un'artista che respira dentro e per il suo sogno. Arofofsky la segue da vicino, con movimenti di macchina nervosi, la pedina e la perseguita, la tortura senza pietà da sadico quale è. In fondo, però, la ama incondizionatamente. Noi con lui.


Il Cigno Nero non ha la stessa perfezione stilistica e lo stesso miracoloso equilibrio strutturale del sublime, straziante e straordinario The Wrestler. La fisicità dirompente e la carne maciullata di Randy “The Ram” restano appese a un piano più alto, cullate da vette assolute e irraggiungibili. Qui invece ogni tanto il regista perde il passo, accecato dalla sua stessa bramosia di mostrare e raccontare, e inciampa in inserti davvero eccessivi e fuori luogo (il vecchio maniaco in metropolitana, le gambe di Nina che si spezzano come grissini).

Alcune figure sono assai inflazionate e poco coinvolgenti, come Erica, soggetto ibrido che insegue le orme della madre di Isabelle Huppert nel radicale La Pianista di Haneke, con qualche vaga reminiscenza derivata perfino dalla Piper Laurie del kinghiano Carrie. Altri ruoli, invece, avrebbero forse meritato un sostanziale approfondimento, dal regista-impresario donnaiolo, lontano dal Mastroianni di Otto e Mezzo o anche solo dallo scapestrato Daniel Day Lewis del recente Nine, alla ex ballerina in via di ritiro Beth, fondamentale nel cerchio narrativo ma relegata ad apparizioni troppo poco estese. In tal senso, è comunque un piacere rivedere Winona Ryder in una produzione importante, anche se la vorremmo di nuovo sulla cresta dell'onda anche da protagonista.

Per quanto concerne la chiacchierata scena lesbo tra la Portman e Mila Kunis, invece, tanto rumore per (quasi) nulla: stuzzicante e scabrosa, ma non entusiasmante. Il consiglio è di andarsi a rivedere per la millesima volta la scena erotica tra Naomi Watts e Laura Harring in Mulholland Drive.


A conti fatti, dunque, Il cigno nero parrebbe opera piena di difetti. Infatti. Nonostante tutto, però, Aronofsky si conferma un talento fuori dal comune, e riesce a incastonare nello sviluppo della storia momenti di cinema puro, da antologia (la sequenza di ballo iniziale, la commovente telefonata di Nina alla madre dopo aver saputo di essere stata scelta, il già citato make up chapliniano davanti allo specchio), per poi raccogliere le residue energie a disposizione ed esplodere, alla stregua di Requiem for a Dream, in un'ultima mezz'ora stellare, scatenata, avvolgente e senza respiro. Come solo i grandi sanno fare.

Così, mentre le musiche di Chaikovskij, arrangiate magistralmente da Clint Mansell, ci abbracciano e ci accompagnano in una danza estatica e stordente, Nina può schiudere le sue piume di Cigno Nero, uccidere la timida gemella ormai incancrenita, e volteggiare, come la Satine di Moulin Rouge, inseguendo il proprio sogno. Sempre e comunque. Fino alla fine.


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