domenica 13 novembre 2011

ARCHIVIO CINEMYSTIC (Febbraio - Agosto 2009, 30 post)

L'OCCHIO DEL MALE
Postato alle agosto 05, 2009 12:34 di mercoledì, 05 agosto 2009
da: [cinemystic]

E' con discreta curiosità che ieri mi sono posto alla visione di L'occhio del male (Thinner), film del 1996, diretto da Tom Holland e tratto da un romanzo di Stephen King (pubblicato usando lo pseudonimo di Richard Bachman nel 1984).

Fu uno dei primi romanzi in assoluto che lessi di King (negli anni li avrei poi letti tutti), e questo era uno dei pochi film tratti dalle sue storie che ancora mi mancava, avendo una collezione quasi completa anche in questo senso.

La trama è abbastanza semplice: William Halleck è un avvocato di successo, felicemente sposato e con una figlia. Pesa 140 chili, e le diete che fa non servono a un granchè. Un giorno, mentre la moglie gli fa un pompino in macchina (scusate l'immediatezza della terminologia), Halleck investe una zingara, uccidendola. Viene processato, ma essendo amico del giudice e del poliziotto che fa da testimone, è scagionato. Poco dopo un vecchissimo zingaro, padre della donna morta, si avvicina ad Halleck, lo tocca, e gli lancia una terribile maledizione. Da quel momento l'avvocato comincia a perdere inesorabilmente peso, fino quasi a scomparire. Al giudice e al poliziotto, anche loro maledetti, toccano destini anche peggiori. Per salvare la propria vita, e farsi togliere la iattura, Halleck va a caccia dello zingaro, mentre nel frattempo si convince che la moglie lo tradisca...


Tom Holland è un regista onesto e capace. Negli anni ci ha regalato, tra gli altri, l'interessante Ammazzavampiri, il mitico primo capitolo della saga de La bambola assassina, e il divertente I scream, you scream, we scream for ice cream per la serie Masters of Horror.


Infatti, anche qui dimostra di sapere il fatto suo. La trasposizione è piuttosto fedele al romanzo, anche se, come sempre in questi contesti, bisogna lavorare di sottrazione, anche un po' forzatamente. Così la parte dedicata all'inarrestabile perdita di peso di Halleck, che nel romanzo ha un ruolo preponderante, qui viene risolta nei primi 35-40 minuti di trama, per poi dedicarsi alle parti più "avventurose" e spettacolari della vicenda.

Il film è comunque gradevole, ben scritto e ben diretto, quasi mai sopra le righe. Ottima davvero l'interpretazione di Robert John Burke, linguaggio talvolta crudo come si conviene, componente soprannaturale giustamente limitata per dare spazio a temi più pregnanti come la vendetta, la paranoia e il senso di giustizia. Molto buono anche il make up, sia nelle scene maggiormente orrorifiche, sia nel mostrare l'inesorabile dimagrimento di Halleck.

I primi 40 minuti sono ottimi, la seconda parte cala leggermente, ma torna poi a salire con un finale crudele, misogino, per niente consolatorio... molto in stile anni '80, anche se il film è del '96.

Questo è il classico film che esce e passa praticamente inosservato. Così infatti è stato. Ma vale senz'altro la pena di recuperarlo, sia per i fans kinghiani, che non vedranno snaturate le caratteristiche dello scrittore, sia per chiunque voglia gustarsi un horror piacevole, "classico" nell'impostazione, e cattivo al punto giusto.

PS: da non perdersi il cameo dello stesso Stephen King, nella parte di uno svampito farmacista di nome Mr.Bangor (derivato dalla città in cui è nato, cioè appunto Bangor, nel Maine).

Leggi i commenti (5)
Grazie per i vostri: commenti (5)





CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO (3)
Postato alle luglio 30, 2009 11:11 di giovedì, 30 luglio 2009
da: [cinemystic]

CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO


SETTEMBRE 2008 / LUGLIO 2009 (parte terza)

Eccoci al gran finale. I primi 5, i cinque film che più mi hanno entusiasmato, emozionato, sconvolto, in quest'ultima stagione cinematografica. Posizioni che tengono conto del valore critico delle opere in questione, ma anche delle reazioni emotive che mi hanno provocato... perchè il cinema è, prima di tutto, nel bene e nel male, emozione.


5) LASCIAMI ENTRARE
di Tomas Alfredson
Il miglior film sui vampiri degli ultimi anni. Sofferto e malinconico, dolce e crudele, irresistibilmente affascinante.


4) GRAN TORINO
di Clint Eastwood
Un altro film di rara potenza narrativa, di inarrivabile classe registica, con in più una prova d'attore superba. Clint, nell'immensità.


3) MARTYRS
di Pascal Laugier
Addirittura sul podio, sia per il suo valore tecnico, che giudico molto alto, sia e soprattutto per il totale sconvolgimento emotivo che mi ha provocato, cosa che, a questo livello, non mi capitava da anni.


2) CHANGELING
di Clint Eastwood
Due film in un anno, due ennesimi capolavori. Cinema allo stato puro. Qualità sopraffina. Una manna dal cielo. Ancora e sempre, Clint, nell'immensità.


E infine, eccolo, quello che senza alcun dubbio, è il mio film dell'anno:


1) THE WRESTLER
di Darren Aronofsky
Trascinante, struggente, intenso, ipnotizzante, commovente. La vita che entra nel cinema, il cinema che diventa vita. Un capolavoro straordinario.



Leggi i commenti (12)
Grazie per i vostri: commenti (12)



CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO (2)
Postato alle luglio 29, 2009 12:16 di mercoledì, 29 luglio 2009
da: [cinemystic]

CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO


SETTEMBRE 2008 / LUGLIO 2009 (top 25, parte seconda)


Seconda parte della classifica di fine anno. Ci avviciniamo alla vetta, e oggi andiamo prepotentemente a salire, con i film che vanno dalla posizione 15 alla posizione numero 6. Anche qui quasi zero blockbuster, e moltissime sorprese, tante "piccole grandi" pellicole a mio giudizio splendide, ma ignorate o comunque non abbastanza considerate dalla distribuzione e dal pubblico.

Io quest'anno ho voluto premiare il più possibile il "cinema d'autore". E dunque...



15) STELLA
di Sylvie Verheyde
Un altro piccolo grande film della superba scuola francese: tenero, intelligente e perfettamente misurato. Registucoli italiani, c'è solo da imparare...

14) PONYO SULLA SCOGLIERA
di Hayao Miyazaki
Non il miglior film del maestro giapponese, ma sempre e comunque a livelli sontuosi

13) APPALOOSA
di Ed Harris
Western epico e pulito, dal sapore antico, genuino, e maledettamente affascinante

12) MILK
di Gus Van Sant
Un film importante e costruito con la giusta mano, per esaltare la mostruosa bravura di Sean Penn

11) WALL-E
di Andrew Stanton
Il miglior film d'animazione degli ultimi anni, tecnicamente superbo


















E ora, entriamo nella Top Ten...


10) LA BANDA BAADER MEINHOF
di Uli Edel
Il cinema tedesco risorge all'improvviso, con un lavoro eletrizzante, appassionante, denso, solidissimo, entusiasmante


9) TWO LOVERS
di James Gray
Una sorpresa ammaliante, un film romantico e misurato, gustoso e riflessivo, con un tocco d'autore da applaudire



8) THE MIST
di Frank Darabont
Una delle migliori trasposizioni kinghiane da anni a questa parte: teso, soffocante, e con un finale da antologia


7) LA CLASSE
di Laurent Cantet
Palma d'Oro a Cannes, un film-documentario di rara intelligenza e di ancor più rara sensibilità


6) IN BRUGES
di Martin McDonagh
In realtà è uscito la scorsa primavera, ma io l'ho visto in ritardo, quindi faccio uno strappo alla regola e lo aggiungo lo stesso. Una sorpresa di assoluto livello, al contempo esilarante e commovente, di grandissima intensità emotiva.


A domani, per la Top 5 ...


Leggi i commenti (3)
Grazie per i vostri: commenti (3)



CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO
Postato alle luglio 28, 2009 11:55 di martedì, 28 luglio 2009
da: [cinemystic]

CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO

SETTEMBRE 2008 / LUGLIO 2009 (top 25)


Alla fine, come sempre, pure io mi lascio trascinare dal giochino delle classifiche, che alcuni amano, altri detestano. In fondo è solo un modo per celebrare i film che maggiormente ci hanno appassionato ed emozionato negli ultimi mesi, e dunque è un ricordo dei momenti più intensi vissuti grazie al cinema.

Quindi ecco la mia personale classifica dei film più belli usciti nelle sale italiane nell'ultima stagione cinematografica, da settembre a luglio, come si usa fare per convenzione. Qualcuno addirittura ha inserito i primi 70 (vero Alessandra? eh eh), io mi limito ai primi 25, anche perchè secondo me sono gli unici che meritano di entrare in graduatoria.

Anticipo subito che in classifica sono presenti ben 3 film d'animazione, 3 horror, ben 5 film francesi, 2 tedeschi, e zero italiani (non certo per pregiudizio, ma per pura valutazione qualitativa).... e ci sono molte sorprese: quest'anno infatti, ancor più del solito, ho voluto premiare tanti piccoli/medi film d'autore, bellissimi ma ignorati dalla distribuzione e dal grande pubblico, declassando invece molti "grandi" blockbuster spesso iper-pompati e sopravvalutati.

Ragion per cui, ho escluso grandi successi come The Millionaire, Benjamin Button, Revolutionary Road, The Reader, e altri che non troverete in classifica.

Iniziamo dalle posizioni 16-25, e procediamo al contrario, andando gradualmente a salire verso la vetta.


I MIGLIORI FILM DELL'ANNO


25) IL DUBBIO
di John Patrick Shanley
Dramma a tinte forti, ben congeniato, con grandi prove d'attore di Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman

24) UOMINI CHE ODIANO LE DONNE
di Niels Arden Oplev
Giallo-thriller di matrice letteraria, avvincente e originale

23) HOME
di Ursula Maier
Sconvolgente e surreale, con due attori memorabili, Isabelle Huppert e Olivier Gourmet

22) IL MATRIMONIO DI LORNA
di Jean Pierre e Luc Dardenne
Non il film migliore dei fratelli Dardenne, ma sempre di altissimo livello

21) DREAM
di Kim Ki-Duk
In realtà si è visto solo al Torino Film Festival. Il regista coreano ci fa sognare ed emozionare, come sempre. La pura bellezza dell'immagine.


20) STATE OF PLAY
di Kevin Macdonald
Thriller politico-giornalistico appassionante e ben scritto, con il solito grande Russell Crowe

19) VICKY CHRISTINA BARCELONA
di Woody Allen
Uno degli Allen forse meno significativi, eppure a tratti esilarante. Ottimo Bardem, e Penelope Cruz si divora la Johansson

18) L'ONDA
di Dennis Gansel
La Germania risorge, con un film imperfetto ma sorprendente e coraggioso

17) RACCONTO DI NATALE
di Arnaud Desplechin
Tipico film corale che nella sua "medietà" dimostra ancora una volta come il cinema francese sia il migliore del mondo

16) CORALINE E LA PORTA MAGICA
di Henry Selick
Animazione gothic-dark ai massimi livelli d'espressione



A domani per le prime 15 posizioni...


Leggi i commenti (4)
Grazie per i vostri: commenti (4)




THE MANSON FAMILY
Postato alle luglio 16, 2009 12:23 di giovedì, 16 luglio 2009
da: [cinemystic]

Si è parlato molto, negli ambienti underground e non solo, del traumatizzante The Manson Family, film realizzato da Jim Van Bebber e uscito nel 2003, poi anche doppiato in versione italiana.

Portando a compimento un'opera iniziata molti anni prima, e più volte stoppata e interrotta da problemi produttivi, Van Bebber tenta di ricostruire la vera storia di Charles Manson e dei suoi seguaci, che a fine anni '60 formarono una specie di comune hippie in un ranch nel deserto californiano, dedicandosi soprattutto all'uso delle droghe e all'amore libero, per poi poco alla volta trasformarsi in feroci killer, quei killer che nel 1969 uccisero diverse persone tra cui Sharon Tate, all'epoca compagna di Roman Polanski, prima di essere arrestati.

Il lavoro di Van Bebber è molto particolare e ricercato. Utilizza uno stile documentaristico, e un montaggio frenetico. Mette in scena finto materiale d'epoca, invecchiando ad arte la pellicola utilizzata per le riprese, e costruendo finte interviste ai membri della setta con le quali ricostruire la storia della "famiglia" mansoniana. Non contento inscena anche una sorta di film nel film, in cui ai giorni nostri un giornalista che si sta occupando della storia di Manson viene perseguitato da una banda di giovinastri post-punk seguaci del vecchio Mito.

La prima parte del film è ricca di riferimenti simbolici e metaforici. La storia di Manson e dei suoi adepti è intervallata dalle immagini del processo e della loro incarcerazione, e da inquadrature che teorizzano visivamente i significati della vicenda (fiori inondati da una pioggia di sangue, un ragno che tesse la tela), e segue uno stile concitato e soffocante. Più che altro sembra un documentario sul mondo hippie, dato che i protagonisti passano il 90% del tempo a drogarsi, a vagare nudi per i prati e a fare sesso tra di loro, a rotazione, tutti con tutti.


In molti momenti siamo in puro territorio soft-core, si intuisce tutto e si vede parecchio... fino a giungere a uno stupro, e poi all'apice narrativo, che si compie durante una folle notte in mezzo al deserto, in cui Manson si fa crocifiggere e i suoi seguaci danno vita a un'irrefrenabile orgia.

Poi nell'ultima mezz'ora il tono del film cambia, e si cala in pieno territorio horror. Omicidi spaventosi, degenerazione totale, sangue a profusione, sequenze ad alto contenuto splatter.


Per poi arrivare a un finale francamente posticcio e anacronistico.

Leggo su alcuni siti e forum gente che definisce The Manson Family come uno dei film più violenti e scioccanti che siano mai stati realizzati.

Mah, mi permetto di dissentire. Certo, è un film disturbante, sia per il sesso, sia per il sangue, sia per l'atmosfera malata che tenta di creare. Ed è indubbiamente un film vietato a chi è facilmente impressionabile e a chi non digerisce la violenza cinematografica.

Ma francamente mi vengono in mente almeno 50 film più scioccanti di questo.

In alcuni frangenti il lavoro di Van Bebber è interessante e intrigante. In altri, è molto discutibile. Manson alla fine ci fa la figura di un poveraccio strafatto che si ritrova quasi per caso a credere di essere Gesù in terra. I veri mostri sono i suoi "figli", che nella follia di voler a tutti i costi inseguire il proprio idolo perdono ogni contatto con la realtà. In questo il regista c'entra l'obiettivo. Lo manca in pieno invece nel subplot ambientato ai giorni nostri, dedicato a un'effimera banda di nazisti-post-punk che francamente non ha niente a che fare nè con Manson nè con lo scopo del film.

A questo punto, vale la visione? A voi la scelta.


Leggi i commenti (2)
Grazie per i vostri: commenti (2)





NEL NOME DEL MALE
Postato alle luglio 10, 2009 12:20 di venerdì, 10 luglio 2009
da: [cinemystic]

In programmazione in questo periodo su Sky questa miniserie in due puntate, diretta da Alex Infascelli e sceneggiata da Paola Barbato (una delle autrici del fumetto Dylan Dog).

Apprezzabile il tentativo di Sky, che dopo aver prodotto Quo Vadis Baby? e Romanzo Criminale cerca di dare nuova linfa vitale alla fiction, allontanandola un po' dallo squallore e dall'inettitudine che caratterizzano la povertà dei prodotti che infestano la Tv pubblica italiana. La fiction ha ucciso il cinema in televisione, ma gli spettatori nostrani sembrano non accusarne il colpo, gettandosi anzi in massa alla visione delle vuote bruttezze che ogni sera riempiono i palinsesti dei canali terrestri.

Sky e in questo caso Infascelli provano ad andare oltre, a fare un qualcosa in più, a modernizzare il linguaggio della fiction avvicinandola maggiormente al cinema, sia sul piano dei contenuti che su quello visivo. Onore a loro per questo.

Nello specifico, Nel Nome del Male, due puntate di circa 75 minuti l'una, è ambientato in un piccolo paese del Nord-Est, e racconta la storia di un padre di famiglia, dirigente di un'azienda di calzature, e del proprio figlio sedicenne, Matteo, che all'improvviso scompare nel nulla. La sparizione del ragazzo provoca l'esplosione di vecchie ruggini all'interno del nucleo familiare (la moglie accusa il marito di aver provocato la volontaria fuga del figlio, e se ne va di casa), e il padre si ritrova solo e disperato. Non aiutato nemmeno dallo scetticismo della polizia locale, inizia ad effettuare per conto proprio le indagini, lotta con tutte le sue forze per scovare notizie utili, e parte alla caccia di Matteo, finendo poco alla volta per immergersi in un mondo oscuro di cui nemmeno sospettava l'esistenza, quello delle sette sataniche.


A dare volto e anima al film, un inedito Fabrizio Bentivoglio, sobrio e misurato, quasi mai sopra le righe, forse fin troppo trattenuto, ma comunque sempre capace di grande e indiscussa professionalità. Nelle rughe del suo viso segnato dalla disperazione si annidano i veri significati di un film tv che prova ad analizzare gli spettri del fallimento del rapporto padre-figlio, della solitudine, della connivenza di presunti amici che tali non sono, della falsità che lega i rapporti tra gli abitanti di un piccolo paese di provincia, del Male che si annida all'interno di un microcosmo in cui dietro la facciata perbenista si nascondono ignominie insospettabili.

La prima parte del racconto, di pura ambientazione e preparazione, è forse la migliore, compatta al punto giusto, intensa senza mai strafare. La seconda, quando la vicenda entra nel vivo e si avvia verso la risoluzione, è un po' più sfilacciata, e non sempre trova la giusta coesione narrativa. Il finale è strappato via troppo in fretta, ma si lascia apprezzare per il coraggio.

Infascelli da corpo a una regia sicura, che non tentenna mai, e che come detto prova ad affrancarsi dalla banalità artistica delle normali fiction per dotarsi di maggiore fantasia compositiva. Forse in qualche punto si lascia andare a qualche vezzo di troppo, ma il suo lavoro è apprezzabile.

Il mondo del satanismo è in realtà per certi versi soprattutto un pretesto, anche se nella seconda parte diventa il fulcro del racconto. In qualche sequenza ci si avvicina all'horror, e Infascelli, lavorando con le sensazioni, con il mistero, e con i colori del buio, riesce a provocare qualche sana inquietudine, pur senza mai scivolare nel sensazionalismo fine a se stesso.


Nell'ultima parte la sceneggiatura prova anche a fornire interessanti (ma non abbastanza approfondite) riflessioni sul vero significato del satanismo, che va ben oltre ai ridicoli stereotipi (le croci rovesciate, la testa da caprone, i rituali orgiastici, l'odio per la religione cristiana), per dedicarsi invece all'appropriazione di una coscienza individuale che pone il soggetto come unico Dio di se stesso, come unico supremo padrone della propria anima, e classifica il sangue come fonte e simbolo di vita e potere.

In sostanza, pur con qualche difetto, Nel nome del male è un'opera fresca, che mostra idee e coraggio, e che quindi merita la giusta considerazione.


Leggi i commenti (4)
Grazie per i vostri: commenti (4)




IN BRUGES
Postato alle luglio 04, 2009 12:04 di sabato, 04 luglio 2009
da: [cinemystic]

Questo è uno di quei film che arrivano, passano in qualche festival per la gioia dei cinefili più appassionati, poi scompaiono, poi finalmente escono nelle sale ma con distribuzione inesistente, fagocitati dai super blockbuster delle Majors che si mangiano il 90% degli incassi e del pubblico, e infine restano confinati nell'oblio, e non se li fila nessuno.

Infatti, In Bruges, debutto nel cinema di lunga durata del regista inglese Martin McDonagh (premio Oscar nel 2006 per il corto Six Shooter), è passato a dir poco in sordina, ha incassato cifre ridicole, l'hanno visto in quattro gatti.

Davvero un peccato, perchè questo è un vero e proprio gioiello, uno dei film più belli in assoluto tra tutti quelli realizzati nel biennio 2008/09.

Due killer irlandesi, dopo un colpo riuscito male, vengono mandati dal proprio capo a Bruges, per nascondersi per qualche giorno in attesa di ulteriori ordini. Uno dei due detesta la città, ed è eroso dal senso di colpa per avere ucciso per sbaglio un bambino innocente. Conoscerà una donna misteriosa che gli ridarà il sorriso, ma l'afflizione che lo accompagna non gli darà pace. L'altro al contrario si innamora del fascino della "Venezia del Nord", si diverte a fare il turista, ma quando riceverà dal suo Boss un terribile ordine da eseguire, combatterà in ogni modo per ribellarsi all'inevitabile.

In Bruges viaggia per 100 minuti accompagnato da un equilibrio di scrittura che ha del miracoloso. Da un lato è un film divertente, pieno di dialoghi in pieno stile da commedia, e di sequenze grottesche, surreali, stranianti. Si resta perplessi al'inizio, ma poi ci si diverte e anche tanto. Dall'altro lato, poco alla volta, riesce anche a essere un lavoro malinconico, struggente, toccante, intriso di pietà e di un umanesimo tutt'altro che retorico.


Siamo dalle parti di Scorsese, con un po' di Woody Allen, ma anche Melville, e perfino il teatro dell'assurdo di Beckett e Camus. Situazioni paradossali, stilettate comiche d'alta scuola, ma anche empatia, partecipazione emotiva, commozione. Smarrimento da lost in translation, fascino fotografico, imbarazzi linguistici, autocitazioni, risate sincere, ma pure riflessioni acute sul senso di colpa, sulla vendetta, sulla dura legge dell'onore, sul destino, sulla dignità dell'essere umano.

La cittadina belga, ben lungi dall'essere mero oggetto da cartolina, diviene parte fondante, viva e pulsante del racconto. Le musiche, che spaziano da semplici melodie di pianoforte al rock fino a partiture operistiche, sono sempre al punto giusto e mai invasive e prepotenti. La regia è asciutta e intelligente. La sceneggiatura strepitosa. Gli attori (Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes, e l'ennesima giovane e seducente scoperta francese Clémence Poésy) sono tutti in stato di grazia. Il finale sfiora sospiri lirici da tragedia greca.

Lo script di McDonagh si è preso la nomination all'Oscar (e meritava di vincerla, la statuetta, altro che Millionaire...), e Farrell si è vinto il Golden Globe. Non a torto, perchè anche se è sempre stato un attore mediocre, qui finalmente ha intavolato una prova davvero convincente.


Il delitto, le remore della coscienza, la poesia del quotidiano, un sorriso di donna, l'inverosimiglianza dell'assurdo, la virilità che si scioglie in un pianto liberatorio, un colpo di dadi che abolisce il caso: eccolo qui, In Bruges, uno di quegli oggetti misteriosi che passano veloci come una nuvola e quasi nessuno se ne accorge. Non fatelo anche voi, e se non l'avete visto, recuperatelo di corsa in Dvd.

Perchè questo è uno di quei film che danno realmente un senso all'amore per il cinema.

Leggi i commenti (5)
Grazie per i vostri: commenti (5)




BE KIND REWIND
Postato alle giugno 29, 2009 10:20 di lunedì, 29 giugno 2009
da: [cinemystic]

Michel Gondry, francese emigrato negli States, nato a Versailles nel 1963, è ormai già diventato un regista di culto.

Sicuramente è innegabile la sua visionarietà, la voglia di sperimentare con l'arte cinematografica, la fanciullesca dedizione a colorare mondi immaginari creati dal nulla, con il supporto di un'encomiabile fantasia realizzativa. In mezzo a tanti autori clonati e costruiti con lo stampino, il cinema di Gondry è senz'altro fresco e originale. Di questo gli va dato atto senza indugio.

Nel mio libro su Guillermo Del Toro ho definito il regista messicano come "un bambino che gioca con i pennarelli per dare vita al cinema" (mi si perdoni l'autocitazione), e penso che la definizione possa essere pertinente e azzeccata anche per Gondry.

Di fatto, però, a me l'unico film del francese che mi ha davvero entusiasmato è stato lo splendido, meraviglioso e indimenticabile Eternal Sunshine of the Spotless Mind (mi rifiuto di chiamarlo con il criminoso titolo italiano). Anche L'Arte del sogno, idolatrato da quasi tutti, non mi aveva convinto fino in fondo. Forse ancora meno mi ha convinto il recente Be Kind Rewind, che il Morandini ha definito come "il primo film sulla nostalgia per le videocassette".

Io sono uno di quelli che se avesse potuto avrebbe continuato a collezionare vhs per tutta la vita, ma a me Be Kind è sembrato invece soprattutto un atto d'amore per il cinema in senso lato, un'operazione retrò per certi versi simile al Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, o anche a The Majestic di Darabont. E' però il film in sè che mi pare funzioni solo in parte.


La prima mezz'ora, di pura ambientazione narrativa, è abbastanza asfittica, e quando la pellicola entra nel vivo (gli scapestrati Jack Black e Mos Def, dopo aver smagnetizzato tutte le videocassette del negozio di Danny Glover, iniziano a girare scombinati cortometraggi casalinghi nel tentativo di ridare vita ai film perduti, e sorprendentemente ottengono grande successo di pubblico) dopo un po' l'idea centrale del racconto tira la cinghia.


Una gustosa riflessione ludica sul potere del cinema che però ha la coperta troppo corta, e lascia senza riparo parti di sceneggiatura non sufficientemente sviluppate.

Il film, poi, è plasmato ad hoc sulle capacità gigionesche di Jack Black, che può piacere o no, ma almeno in un ruolo come questo sa utilizzare la sua mimica facciale e gestuale per far divertire come si conviene (e di sicuro ci fa una miglior figura qui che nel deludente King Kong di Peter Jackson).


La partecipazione di Mia Farrow è cosa buona e giusta, mentre il cameo di Sigourney Weaver è assolutamente superfluo.

Alcune sequenze demenziali ambientate nel mezzo della realizzazione dei corti sono ben riuscite (quelle di Ghostbusters, ad esempio), altre sono più scontate e tirate per i capelli.

Il finale poi è ovvio, godurioso, sbrodolante e clamorosamente ruffiano. Ma riesce a far luccicare gli occhi, e dunque merita considerazione.

In sostanza, a mio parere, Be Kind è un film da apprezzare per i suoi intenti e la passione cinefila che ne traspare... ma forse anche un'ottima occasione solo parzialmente colta.

Leggi i commenti (1)
Grazie per i vostri: commenti (1)




CAPPUCCETTO ROSSO
Postato alle giugno 24, 2009 10:55 di mercoledì, 24 giugno 2009
da: [cinemystic]

Premessa: ultimamente sto trascurando Cinemystic. Me ne scuso. Il motivo principale è che semplicemente in questo periodo, per vari motivi, sto guardando pochi film. Non ho comunque nessuna attenzione di abbandonare la mia "creatura". Anzi. E dunque...

Oggi parliamo di un cortometraggio, e di un autore italiano giovane e
promettente, Stefano Simone.

Nato a Manfredonia e attualmente operante a Torino e dintorni,
23 anni, Simone ha già all'attivo una dozzina di corti. Lavori buoni e interessanti. In tempi recenti si era specializzato nella realizzazione di lavori molto vicini al noir, dando vita a film molto convincenti come Kenneth, Contratto per Vendetta e Lo Storpio, in cui sfruttando e rielaborando le regole di genere mostrava ottime doti registiche, il costante utilizzo di temi portanti non privi di fascino (la diversità, il desiderio di rivalsa di individui derisi dalla società, la lotta per l'affermazione dei propri diritti individuali), e un efficace utilizzo del mezzo tecnico (soprattutto per quanto concerne l'importanza della fotografia).

Questa volta invece Simone si è dedicato all'horror puro, realizzando Cappuccetto Rosso, rilettura in salsa orrorifica della leggendaria fiaba. Un corto di 30 minuti tratto da un racconto di Gordiano Lupi e sceneggiato da Emanuele Mattana.

Un giorno il giovane Pietro riceve dalla mamma l'incarico di portare un cesto di provviste alla nonna vecchia e malata. Per arrivarci deve attraversare il bosco. Ca
mminando solingo tra la vegetazione incontra una misteriosa e procace donna vestita di rosso, che lo invita ad una gara (percorrendo due strade diverse, chi arriverà primo alla casa di sua nonna?), promettendogli un misterioso e conturbante premio. Quando Pietro arriva a destinazione, la donna è già lì, e gli offre un pasto or ora preparato... con carne fresca.

Il seguito è forse immaginabile, anche se nel finale propone una ce
rta sorpresa; lo lasciamo comunque alla scoperta di chi visionerà il film.

Simone ancora una volta dimostra talento e un ottimo utilizzo del mezzo tecnico. Inquadrature efficienti, scelte giuste, primi piani ripresi da inquietanti angolazioni, buon utilizzo della prospettiva, controllato e mai smodato uso della macchina a mano (in questi bui tempi balagueriani, è una specie di miracolo... lode a lui per questo). Nuovamente fondamentale e riuscito l'apporto della fotografia (iper-realista nelle scene girate in mezzo al bosco, virata verso to
ni rossastri nelle sequenze in interni). Molto argentiane le musiche di Luca Auriemma, semplici e non invasivi gli effetti speciali.

Un lavoro piacevole, desunto da una tradizione che ovviamente strizza agli occhi ai vari Bava, Fulci e D'Amato (omaggiati in esergo), alla cui visione ci si dedica con curiosità, nell'attesa dell'esplosione gore nel finale.

Certo, qualche difetto non manca, in primis per quanto concerne la recitazione di alcuni attori che sfoderano un accento torinese decisamente troppo marcato. C'è poi qualche particolare superlfuo e fuori posto, ad esempio le autoreggenti della donna (la bella Soraia Di Fazio), e qualche dialogo un pochino troppo scolastico.

In ogni caso, Cappuccetto Rosso è un lavoro apprezzabile, che conferma le doti di un regista promettente, un ragazzo che ama il cinema e che insegue il suo sogno senza paura, e con grande voglia di fare. Nell'asfittico panorama italico, ne abbiamo bisogno come il pane. Consiglio poi di recuperare i suoi ottimi noir girati negli scorsi anni, in cui Stefano Simone mostra un tocco personale ancor più evidente e stimolante. Avanti così!


Potete contattare il regista, o saperne di più su di lui, dalla sua pagina myspace: http://www.myspace.com/stefano_simone

Leggi i commenti (2)
Grazie per i vostri: commenti (2)



LA BANDA BAADER MEINHOF
Postato alle giugno 13, 2009 14:58 di sabato, 13 giugno 2009
da: [cinemystic]

Che il cinema tedesco stia finalmente rinascendo? Non lo so, è presto per dirlo. Di certo c’è che dopo un periodo di nulla totale (capolavori di Werner Herzog a parte), finalmente rincominciano a uscire film interessanti anche dalla Germania.

Dopo lo splendido ed entusiasmante Le vite degli altri, ovvero il miglior lavoro che sia uscito dalle terre teutoniche da svariati anni a quesa parte, mi è capitato di vedere La Banda Baader Meinhof, di Uli Edel, arrivato anche nelle sale italiane lo scorso anno. Una bella sorpresa meritevole di ogni considerazione.

Il film racconta la storia di un gruppo di anarchici terroristi, rappresentanti dell'estrema sinistra radicale, che a fine anni '60 e poi inizio anni ’70, partendo da Berlino, misero sottosopra la Germania dell’Est, attraverso una serie di durissimi attentati volti a protestare contro il capitalismo imperante, il post-fascismo dilagante e il genocidio compiuto in Vietnam per colpa degli americani.

Al centro del racconto un reazionario senza scrupoli e una giornalista che decide di abbandonare l’attività per dedicarsi anima e corpo alla lotta politica. I due creano ufficialmente la RAF (Rote Armee Fraktion), e mettono in piedi una banda via via sempre più crudele e violenta, che svolge la propria missione di rivolgimento del sistema attraverso azioni eversive, rapine alle banche (simbolo del capitalismo), battaglie per le strade, incendi dolosi nei luoghi delle istituzioni, attentati e rapimenti.

Quando infine gli odiati nemici della polizia riescono ad arrestarli, dalla prigione i due (con i fedeli compari) cercano in ogni modo di proseguire la loro missione, mentre al di fuori del carcere la seconda e terza generazione di attivisti mantiene in vita il gruppo e progetta azioni ancor più cruente per ottenere la liberazione degli ostaggi. Nonostante la repressione compiuta da una classe politica sempre più impaurita dal degenerare degli eventi, la “banda” combatterà a testa alta fino alla fine, e anche oltre.


Al di là degli importanti significati storico-sociali che il film descrive, il lavoro di Edel si lascia apprezzare per una costruzione narrativa che cerca di rimanere equidistante dalle diverse posizione ideologiche, e per l’ottimo eutilizzo tecnico che il mezzo cinematografico permette. Siamo di fronte a un film che, nonostante i 140 minuti di durata, non stanca e non annoia, grazie a un ritmo sempre sostenuto e con pochissimi momenti di calo. Edel azzecca sequenze davvero concitate, inserisce con cognizione di causa vere immagini di repertorio alternandole alla fiction, e utilizza molto bene le musiche e il montaggio.

Molti i momenti da ricordare: la scena iniziale in un campo di nudisti (la liberazione sessuale come primo sintomo della guerra in divenire), la prima sanguinosa battaglia per le vie di Berlino, l’attimo in cui l’ormai ex giornalista Meinhof, saltando da una finestra per scappare insieme ai nuovi compagni, “vende l’anima al Diavolo” compiendo una vera e propria scelta di vita che segnerà per sempre il suo destino. E poi ancora, l'addestramento militare nei campi palestinesi, l’arresto degli esponenti di spicco della banda ripreso in montaggio parallelo, le immagini dei telegiornali che urlano al mondo l’incedere impetuoso degli eventi, il dipanarsi delle azioni terroristiche di volta in volta sempre più rischiose e brutali, il sacrificio degli “eroi” compiuto in nome di un Martirio da portare avanti fino all’ultimo secondo.


Se si vuole trovare un difetto a La Banda Baader Meinhof, si può dire che in alcuni momenti appare un po’ troppo didascalico ed enciclopedico, soprattutto in qualche dialogo nel quale i Capi declamano ai compagni la ragione dei propri gesti. Si spiega fin troppo, quando non sarebbe stato necessario. Ma insomma, poche sottigliezze: questo è un film davvero interessante, da seguire a perdifiato, duro al punto giusto e coinvolgente (bravi anche tutti gli attori) al di là, lo ripeto, di qualsiasi personale posizione politica.

Cinema di denuncia, cinema di protesta, ma anche cinema puro, fresco e convincente.


Leggi i commenti (1)
Grazie per i vostri: commenti (1)



IL MAESTRO DELLO SPLATTER: BRIAN YUZNA
Postato alle giugno 09, 2009 12:14 di martedì, 09 giugno 2009
da: [cinemystic]

QUANDO HORROR VUOL DIRE PASSIONE E ONESTA'...

BRIAN YUZNA

Oggi volevo parlarvi di un mio regista di culto, un autore che ho sempre amato senza remore, per la sua onestà intellettuale e per tutto il bene che ha fatto al cinema horror nella sua ormai lunga carriera: Brian Yuzna. Un personaggio molto amato dai fans di genere, ma perennemente sottovalutato (per non dire ignorato) dal grande pubblico. Uno che ha sempre portato avanti la bandiera dello splatter puro e dell’amore per l’horror senza compromessi, senza mai vendersi al Dio Denaro e rinnegare il proprio stile per seguire le mode del momento, come invece purtroppo in tanti hanno fatto (da Craven a Raimi).

Il dottor West di Re-AnimatorYuzna nasce nelle Filippine nel 1951, per poi trasfersi negli States. Il suo debutto nel cinema avviene in veste di produttore, come parte integrante di una squadra con cui porterà avanti una collaborazione fedele e continua negli anni (Stuart Gordon, Jeffrey Combs, Dennis Paoli). É il 1985, e parliamo di Re-Animator, uno dei capolavori assoluti della storia del cinema splatter, e uno dei migliori horror degli ultimi 30 anni.

Un film al contempo delirante, surreale, colorato, sarcastico, brutale, impreziosito dalla bellissima soundtrack di Charles Band e dall’intepretazione di un Jeffrey Combs in stato in grazia. La lunga sequenza finale, con la mattanza all’obitorio, è una vera e propria enciclopedia dello splatter più estremo e scioccante. Un film entrato a pieno merito nella Leggenda e nell’Immortalità.

Nei due anni successivi, Yuzna partecipa ancora in veste di produttore a due ottimi film diretti sempre dall’amico Stuart Gordon: From Beyond e Dolls. Il primo, tratto da Lovecraft, mette in scena effetti speciali per l’epoca piuttosto innovativi, una buona dose di intrigante erotismo, e alcune scene di sicuro impatto visivo. Il secondo, mai abbastanza considerato, è un gioiellino, un horror old school, per non dire vintage, che riesuma un’archetipica paura inconscia (quella per bambole e marionette) e la mette al servizio di un film semplice, grezzo, ai limiti dell’amatoriale, ma proprio per questo ancora più affascinante e seducente.

Nel 1989 Yuzna debutta dietro la macchina da presa, ed entra immediatamente nel Mito, con Society. Una storia che racconta il marciume che si nasconde dietro l’apparenza perbenista della classe borghese americana, e lo fa con un estremismo visivo incredibile. Se la prima parte accusa forse un pochino il peso degli anni che passano, la seconda, con la suzione dei corpi nell’antropofagico baccanale orgiastico, ancora oggi risulta totalmente sconvolgente. Il Mereghetti a tal proposito scrisse “Yuzna si spinge più in là di qualunque regista horror”. Come dargli torto.

In quella lunga e pazzesca sequenza, sulle note surreali di un valzer di Strauss, il regista, con l’aiuto degli straordinari effetti speciali di Screaming Mad George, costruisce una follia visiva senza precedenti, insopportabile per chiunque non abbia uno stomaco di ferro, stordente anche per chi è ben avvezzo al genere. Un qualcosa di ineguagliato, e ineguagliabile.

Il baccanale di Society
Dopo un paio di lavori per la televisione, Yuzna nel 1990 dirige Re-Animator 2, il sequel delle avventure dello scienziato pazzo Herbert West. Virando maggiormente sul grottesco, sul cinema-fumetto, su modalità di rappresentazione di stile cartoonistico, e citando palesemente La moglie di Frankenstein di James Whale (1935), Yuzna realizza un altro film bellissimo, al contempo sanguinolento e ironico, scatenato ed entusiasmante.

Nel 1993 riecco Yuzna, con Il ritorno dei morti viventi III, terzo capitolo di una stantìa saga zombesca che aveva in precedenza visto due episodi, sufficiente il primo, pessimo il secondo. E nonostante questo riesce a creare un altro capolavoro, ancora una volta violentissimo, zeppo di sangue e viscere, arti mozzati e cadaveri squartati, ma anche impreziosito da trovate di sceneggiatura fresche e convincenti (ad esempio la metamorfosi della protagonista, che diviene una sorta di erotica eroina cyber-punk). Applausi a scena aperta.

Nel frattempo il mondo del cinema horror è ai minimi storici. Il dominio dello splatter, che aveva caratterizzato gli anni ’80, si esaurisce e ha la sua (temporanea) pietra tombale con Braindead di Peter Jacskon. I film diventano sempre più cauti, puritani, timidi. Il sangue scompare dai set, i registi iniziano a pensare solo ai soldi, escono numerosi e inguardabili pseudo horror che in realtà di horror non hanno un bel niente, destinati all’usa e getta delle sale e degli homevideo americani, per la gioia di ragazzini celebrolesi, e nessuno ha più il coraggio di rischiare.

Bene, in questo panorama deprimente, Yuzna se ne strafrega di tutto e di tutti, e va avanti per la sua strada, continuando a coltivare il suo immaginario splatter. É l’unico autore che non si svende alle mode. Infinito onore a lui per questo.

The Dentist
Così nel 1993 realizza un episodio (il migliore) del film a episodi Necronomicon, ovviamente tratto da Lovecraft, sempre con il fedele Jeffrey Combs, e produce il discreto beast-movie Ticks – Larve di Sangue, mentre nel 1996 crea un altro personaggio destinato a rimanere indelebilmente nella mente degli appassionati: il dottor Alan Feinstone, folle protagonista di The Dentist. Un film che riprende tematiche care al regista (la corruzione e il marciume che si annidano nella borghesia statunitense), e che riesce ancora una volta a convincere per il patinato e accecante uso della fotografia, per lo straniante utilizzo della musica classica in totale antinomìa con l’orrore del racconto, per la buona interpretazione di Corbin Bernsen, e per inserti splatter anche in questo caso sconvolgenti. Una simpatica serie di trapanazioni dentali riprese con impressionante realismo, e davvero difficili da sopportare.

Da questo momento va detto che l’ispirazione di Yuzna comincia a diventare un po’ altalenante. Nel 1998 dirige Progeny, fanta-horror basato su alieni che s’impossessano del corpo di una donna. Un film a se stante, nella sua filmografia, molto elegante dal punto di vista tecnico, ma forse non abbastanza incisivo nel suo svolgimento, e penalizzato da effetti speciali per una volta discutibili. Nello stesso anno, a grande richiesta, ridà vita al Dottor Feinstone con The Dentist II, meno innovativo del primo ma ancora una volta gustosissimo per l’abilità registica e l’abbondante uso di splatter (alla faccia degli slasher craveniani e compagnia cantante).

Una delle creature di Beneath Still Waters
Nel 2000 realizza poi Faust, tratto dall’omonima graphic novel: un film di difficile interpretazione, ottimo per alcuni elementi (l’abbondante uso di heavy metal nella soundtrack, qualche bella idea di regia, e un paio di pazzesche scene splatter merito ancora una volta di Screaming Mad George), molto meno per altri (una sceneggiatura piena di buchi, e un protagonista, Mark Frost, decisamente non all’altezza).

Yuzna continua a dividersi tra regie e produzioni, senza mai rinnegare nè una nè l’altra. Nel 2001, ancora una volta in simbiosi con Gordon, produce il bellissimo Dagon, una delle migliori trasposizioni filmiche dell’impossibile universo lovecraftiano. Nel 2002 produce invece il dormiente Darkness, del sopravvalutatissimo Jaume Balaguerò. Nel 2003 dirige il terzo episodio della saga di Herbert West, ovvero Beyond Re-Animator: ancora una volta divertente, cartoonesco, surreale, onesto e sincero nei suoi intenti.

Continuando a finanziare film ispanici (Arachnid, Romasanta, The Nun) per la sua casa di produzione che ha nel frattempo fondato, la Filmax, nel 2004 Brian tocca forse l’unico punto veramente basso della sua carriera, con l’indecente Rottweiler, horror futurista basato sulle gesta di un robotico cane assassino... prodotto vuoto, senza idee, e con sviluppi di sceneggiatura francamente imbarazzanti.

Ma i grandi sanno sempre rialzarsi, ed ecco che, nel momento in cui si inizia a pensare che la parabola di Yuzna volga tristemente al termine, il maestro di origine filippina zittisce tutti, e torna alla grande nel 2005 con Beneath Still Waters, visto in anteprima a Ravenna (con lui presente in sala) e poi uscito anche in Dvd in versione italiana: un’opera genuina, che recupera vecchi stilemi cari al regista senza però cadere nella mera citazione. Un lavoro impregnato di idee, horror puro, momenti entusiasmanti e grande voglia di stupire per l’ennesima volta.

Brian Yuzna
Ad oggi è l’ultimo film che ha diretto. Pare però che stia lavorando a una nuova trilogia della saga di Re-Animator, e che abbia tanti altri progetti in cantiere. Non vedo l’ora di vederli completati. Ho avuto modo di conoscere Yuzna personalmente, a Ravenna, e mi sono trovato di fronte una persona vera, semplice, disponibile, sorridente, che ama i suoi fans e il suo lavoro, come si nota chiaramente dalla passione che esplode in ogni suo lavoro. Non sarà Kubrick, non sarà Lynch, ma è un grande.
Un grandissimo.


Leggi i commenti (3)
Grazie per i vostri: commenti (3)



FUOCO CAMMINA CON ME
Postato alle giugno 03, 2009 13:13 di mercoledì, 03 giugno 2009
da: [cinemystic]

Ho rivisto l'altra sera Fuoco Cammina Con Me, prequel e al contempo spin-off di Twin Peaks, con il quale Lynch mise più o meno la parola fine alla leggendaria saga scaturita dalla morte di Laura Palmer.

Al tempo della sua presentazione a Cannes, il film ricevette dure critiche. Se ne ricorda anche una memorabile stroncatura del Mereghetti sull'omonimo dizionario usa e getta.

Si parlò di inutile masturbazione intellettuale, di manierismo, di una trama totalmente incomprensibile, perfino di una presa in giro nei confronti dello spettatore.

Mi permetto di dissentire in tutto e per tutto. A parte che, se si conosce con un minimo di cognizione l'universo di Lynch, il film non è affatto così celebrale dal punto di vista narrativo. Ma poi, se questo è manierismo, è manierismo sublime, da sfiorare con cura e conservare nello scrigno dei gioielli più pregiati.

Fuoco Cammina Con Me è un viaggio lisergico e ipnotizzante negli oscuri meandri dell'incubo, è un'esperienza mistica che lascia inebetiti, è un'entusiasmante corsa senza freni nel pozzo della notte più nera.

Amore, orrore, lacrime, paura, emozione, follia, perversione, dolore, sesso, tensione, distruzione. Senza remore, senza speranza, senza vie d'uscite.

Come dimostrerà poi anche in Mulholland Drive e in Inland Empire il geniale Lynch non fa film dell'orrore in senso stretto, ma riesce a creare il terrore, quello grezzo e atavico che fa accapponare la pelle, ben più del 99% degli pseudo horror che circolano in questi bassi tempi.


Al contempo, e forse nessun studio critico l'ha mai sottolineato con la dovuta perizia, Fuoco Cammina Con Me è anche opera di estremo e lirico romanticismo, di struggente poesia, di dolore e abbandono. Una tragedia che vede al suo centro una ragazza di cerca d'amore e protezione, che è destinata alla dannazione e alla morte in quanto non abbastanza forte per farcela da sola. Una donna-bambina cresciuta troppo in fretta, vittima di abusi e traumi irrecuperabili, che urla disperata la propria voglia di salvezza senza poterla ottenere.

Laura Palmer è l'emblema di tante ragazze che si perdono e si uccidono nei meandri delle proprie insicurezze, devastate dal potere nefasto di una famiglia sbagliata e dalla sete di egoismo del mondo che le circonda, ed è un piccolo e tenero fiore ineluttabilmente destinato a essere schiacchiato dalla crudeltà del mondo a cui appartiene. Lynch ce lo mostra attraverso sequenze cariche di dolcezza, alla visione delle quali gli occhi divengono lucidi e il cuore si spezza a metà.


Attorno a lei, una gehenna soffocante, e l'Inferno sulla Terra, rappresentato da un demone lussurioso, da una camera rossa in cui perdere ogni coscienza di sè, da un bambino mascherato, da un nano che danza e parla al contrario celando dietro i propri occhi il vero volto di Satana. E se in tutto questo si perde per strada la razionalità degli eventi e delle situazioni, è giusto così, dato che stiamo parlando di un mondo parallelo che viaggia in asincronia rispetto alla consistenza del reale.

Sangue e dolore, voyeurismo e abbandono, atrocità e catene spezzate... altro che manierismo e presa per i fondelli, questo è un capolavoro. Immenso Lynch.

Leggi i commenti (6)
Grazie per i vostri: commenti (6)



CULT COLLECTION - CINEMA DI GENERE (2)
Postato alle maggio 20, 2009 15:14 di mercoledì, 20 maggio 2009
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION

- CINEMA DI GENERE (parte 2a) -


Seconda puntata dedicata alla (credo utile) riscoperta di alcuni grandi classici della storia del cinema di genere, appartenenti ai filoni giallo/thriller/erotic/horror. Post questa volta dedicato unicamente ai confini nazionali.

LO STRANO VIZIO DELLA SIGNORA WARDH (1971, di Sergio Martino) = Rivisto oggi, dopo tanto tempo, fa ancora la sua gran bella figura. Un gioiellino.
Primi 5 minuti da antologia: misterioso omidicio nella notte con il sangue che schizza sui vetri di una macchina e una lama che splende nell'ombra, crudele citazione di Freud in esergo, e magnifica sequenza di sesso e violenza ripresa interamente al ralenti sotto la pioggia.

Poi, tutto il resto del film si mantiene su livelli più che apprezzabili. Buone scelte di regia, una giovane e fresca Edwige Fenech che oltre a mostrare come sempre con generosità il suo splendido corpo si scopre anche discreta attrice drammatica, George Hilton e Ivan Rassimov oscuri più che mai e perfettamente in parte, omicidi orchestrati con fantasia, piccoli brividi, trama giallo-thriller che rimane correttamente in bilico, ottime musiche, e finale che più beffardo non si può. Probabilmente il miglior film di Martino, e uno dei migliori in assoluto nella tradizione italica di quegli anni.

LA VENERE D'ILLE (1979, di Mario e Lamberto Bava) = Film di 60 minuti realizzato per la Tv, è al contempo l'ultimo di Mario e il primo di Lamberto. Tratto da un bel racconto di Prosper Merimèe, è un piccolo grande dramma incentrato sui presunti poteri maledetti di una statua antica. Sontuosa ed elegante ricostruzione d'epoca (ottocentesca), raffinato melò di amore, passione e gelosia, inquietudine suggerita solo grazie all'abilità nel'uso della macchina da presa, tra soggettive e dettagli... e poi, una sequenza di omicidio, nel pre-finale, che andrebbe mostrata nelle scuole, come pagina da manuale dell'horror cinematografico riassunto in tre minuti di immagini. Un grande epitaffio per un grande regista.

L'ETRUSCO UCCIDE ANCORA (1972, di Armando Crispino) = Un altro di quei film entrati con pieno merito nella storia dei cult di genere italiani. Siamo sempre in pieno giallo-thriller style, con qualche inserto semi-horror qui e là. Maledizioni antiche che tornano a seminare morte e distruzione, sangue che scorre, scenografie inquietanti e originali, mano registica solida, trucchi semplici ma d'impatto. A dir la verità, qui il ritmo non sempre regge, e alcuni personaggi secondari appaiono perlomeno fuori ruolo o inutili. Ma il film merita rispetto.



Leggi i commenti
Grazie per i vostri: commenti




L'ULTIMA NOTTE DI LIBERTA'
Postato alle maggio 17, 2009 23:07 di domenica, 17 maggio 2009
da: [cinemystic]

Pubblico volentieri anche qui un mio breve racconto, che ho scritto un paio di settimane fa.

Un racconto, come l'ho definito, di "amore, passione e dolore"... nonchè di chiara ispirazione cinefila.

Spero vi piaccia.


L’ULTIMA NOTTE DI LIBERTA’

Ciao Mélanie,

ti scrivo in questi ultimi momenti di quiete, prima che la Libertà mi venga tolta. Devo andare, sì, manca poco, stanno per arrivare. Inizio a soffocare prim’ancora di vederli.

Due anni. Sono tanti. O forse no. Con quello che ho combinato probabilmente ne meritavo anche di più. Sono stato uno stupido. Ho sempre vissuto sul ciglio del rischio, ma stavolta ho fatto un passo troppo in là. Non credo di farcela, non credo proprio. Lo sai, per me la Libertà è tutto. Temo che dopo pochi giorni là, chiuso in quella gabbia senza luce, immerso nella notte eterna, la mia mente pretenderà la sua fine. A quel punto inizierò a sbattere la testa contro le sbarre, usando tutta la forza che ho in corpo. Lascerò che il sangue scorra copioso fino a coprirmi gli occhi, e poi, cieco al dolore, permetterò a Caronte di trainarmi verso il Fiume dei Dannati, affinchè le rane piovano dal cielo e la frusta disegni la mia schiena.

Ma tu sei stata qui, stanotte, cara Mélanie, e mi hai regalato l’ultima gioia, l’ultimo squarcio di sole tra la pioggia inclemente. Mi hai chiesto di poterti cambiare nell’altra stanza, perchè ti vergognavi un poco. Poi sei tornata da me, mi sei apparsa così, con quella sottoveste nera, i capelli già scompigliati, le gambe scoperte, i piedi nudi, e per un attimo mi si è fermato il cuore, e forse per la prima volta in vita mia ho ringraziato Dio di esistere.

Ti sei avvicinata, mi hai teso la mano, abbiamo ballato dolcemente cullati dalle note di un pianoforte fluttuante sulle onde del mare. E poi ho sentito la tua pelle scaldarsi, ho visto i tuoi occhi diventare fuoco, e ti sei concessa a me nella pienezza dei sensi. Hai permesso che la mia bocca esplorasse ogni fibra del tuo corpo, ti sei lasciata andare senza più alcuna inibizione, e insieme abbiamo scalato le vette del Piacere, sino a giungere all’apice dell’infinito, sino a sfiorare le porte dell’eternità.

Stamattina mi sono svegliato Mélanie, e tu già non c’eri più. Ti sei alzata presto, e sei fuggita via subito, lieve come una farfalla timida e silenziosa. Eppure mi guardo intorno, e non vedo nessuna traccia di te. La tua parte del letto non è nemmeno stropicciata. Ma sento il tuo odore addosso, lo sento dappertutto. Non se ne andrà più.

Tremo, però. Ho perfino paura di essermi immaginato tutto. Ma no, non è possibile. Sono confuso, Mélanie. Non ho nemmeno il tempo di pensare, di riflettere, perchè stanno per arrivare. Sono vicini, ormai. Mi aggiro nella Tana, avanti e indietro, come impazzito, brancolo nella grotta dell’irrealtà, fumo una sigaretta dopo l’altra, bevo un whisky dopo l’altro. Ormai è finita.

Questa notte, prima che le fiamme del desiderio ci coprissero di un manto umido e vellutato, mi hai parlato dei tuoi timori, delle tue insicurezze, della tua paura del domani. Ma io voglio dirti una cosa, splendida Mélanie: pensa all’oggi, solo all’oggi. Non c’è nessun cazzo di domani. La vita è adesso, in questo minuto, in questo istante. E dunque vola, Mélanie, vola verso la Libertà, lasciati cullare dall’amore, accarezza le foglie dorate della Passione, e non perdere tempo a pensare a quell’isola maledetta che non c’è, e che mai ci sarà.

Io di tempo non ne ho più. É finito tutto. Arrivano, i cani rabbiosi. Arrivano, i gemelli dell’Inferno. Devo andare. Avrei tanto voluto averti qui, ma ormai non so nemmeno più se ci sei mai realmente stata. Eppure, sento il tuo odore addosso, e sento echeggiare il sapore dei tuoi gemiti.

Basta, l’attesa mi divora da dentro, mi scuoia le viscere, mi trafigge in ogni istante. Ascolto mille pugnali ghiacchiati che scavano beffardi. Vorrei lasciare ancora che le mie dita per un’ultima volta sfiorassero i tuoi seni, vorrei bere il prezioso nettare di una magnolia in fiore, vorrei, vorrei...

Sono arrivati. Vado. Abbandono la penna, chiudo le ali, e alzo lo sguardo con fierezza, perchè almeno la dignità non me la strapperanno via.

Ma tu, soave tulipano intriso di speranza, esisti sul serio? Sei sogno o realtà? Non lo so più.

In ogni caso, nonostante tutto, sei stata Passione e Libertà. E tanto mi basta.

Ciao Mélanie,

tuo per sempre.

A.


(liberamente ispirato al film “La 25a ora” di Spike Lee)

© Alessio Gradogna, 2009


Leggi i commenti (2)
Grazie per i vostri: commenti (2)



TRAGUARDI CINEFILI
Postato alle maggio 14, 2009 11:42 di giovedì, 14 maggio 2009
da: [cinemystic]

E alfine giunse...

da oggi, nel mio piccolo, posso celebrare il fatto di possedere una cineteca personale con 2000 TITOLI.

Finalmente, dopo anni di fedele collezionismo, il traguardo è stato raggiunto, e il mio immortale file excel, che aggiorno da sempre con pazienza certosina, inserendo di volta in volta ogni nuovo titolo che arrivo a possedere (con tanto di indicazione di nome, anno, regista, fonte, qualità, lingua) ha toccato la fatidica quota 2000.

Tutto cominciò tanti anni fa, con i primi film registrati dalla televisione (in gran parte horror, ovviamente). Poi si passò alle videoteche, ai primi acquisti, ai folli scambi di vhs con altri appassionati sparsi in giro per la penisola... poi venne il prezioso contributo del satellite e della tecnologia, e infine arrivò il passaggio, per me dolorosissimo e sacrilego, dalla vhs al dvd (tant'è che due terzi dei film ancora li ho in vhs, e mi piange il cuore a sapere che un po' alla volta dovrò per forza trasferirli tutti in digitale).

Un traguardo effimero ma che mi gratifica, anche perchè mi procuro solo quello che davvero mi interessa, per fini culturali e/o professionali e/o di puro collezionismo, mai film a caso "tanto per fare numero".

Qualche dato statistico: il regista più presente nella mia cineteca è per distacco Charlie Chaplin (32 titoli in tutto tra lungometraggi e corti), al secondo posto Clint Eastwood (23 titoli), al terzo Martin Scorsese (21 titoli), e poi la triade Polanski-Lynch-Cronenberg (18 titoli ciascuno). A ciò possiamo poi aggiungere le filmografie complete (o quasi) dei vari Argento, Kubrick, Carpenter, Kieslowski, Moretti, Tsukamoto... eccetera.

Infine, per curiosità, il titolo numero 2000 è stato Horla, con il grande Vincent Price.

Bene, ci risentiamo tra qualche anno al raggiungimento dei 3000!

Leggi i commenti (6)
Grazie per i vostri: commenti (6)



CULT COLLECTION - CINEMA DI GENERE
Postato alle maggio 13, 2009 11:54 di mercoledì, 13 maggio 2009
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION

- CINEMA DI GENERE - Parte 1a

In questo periodo mi sto dedicando alla visione (o revisione) di tante pellicole di genere, tanti cult movies del passato, anni '60-'70-'80, soprattutto italiani ma non solo.

Periodo "vintage" insomma, per recuperare film a modo loro importanti, al di là dei gusti personali e dell'effettivo valore estetico-critico delle pellicole in questione, proprio per il fatto che il "cinema di genere" costituisce l'ossatura fondante di ogni periodo storico-artistico e di ogni cinematografia.

Questo discorso diventa preminente se si pensa al cinema italiano, morto o morente oggi ma tanto vivo in quegli anni, quando con pochi soldi e tante idee si faceva cinema genuino, artigianale e onesto, ma vale, anche se in tono minore, un po' per tutti i paesi.

E dunque comincio una carrellata dedicata a vari cult movies giallo / thriller / erotic / horror, che proseguirò anche nei prossimi giorni mano a mano che smaltirò le visioni arretrate.


IL CAMPING DEL TERRORE (1987, di Ruggero Deodato) = Classico horror di derivazione statunitense, nel senso che questo film del buon Deodato è quasi una sorta di spin off di Venerdì 13 (a mio parere uno dei film più sopravvalutati di sempre). Dunque siamo dalle parti dello slasher movie, e tematiche e modalità di svolgimento del racconto riecheggiano (per non dire a tratti copiano) quelle del blockbuster di Sean Cunningham (e infiniti epigoni seguenti).
C'è però da dire che non è un film da buttare, anzi. Deodato dal punto di vista puramente registico non era niente male (Cannibal Holocaust docet), e anche qui mette in mostra una direzione piuttosto viva, ariosa, discretamente frizzante. Niente di nuovo sotto il sole, ma qualche buona idea qui e là, soprattutto nelle sequenze degli omicidi, orchestrate con sufficiente fantasia.
Musiche di Claudio Simonetti, nel cast una giovanissima Nancy Brilli (che fa vedere allegramente le tette) e il grande David Hess, malato e perverso come sempre.

HORLA - DIARIO SEGRETO DI UN PAZZO (1963, di Reginald Le Borg) = Tratto dal magnifico racconto "Le Horla" del grande Guy de Maupassant, una riproposizione piuttosto fedele alla materia letteraria, anche se compressa per ovvi motivi di tempo. Niente di eccezionale, ma almeno un motivo valido per dedicarsi a una visione: il meraviglioso Vincent Price, senza dubbio il miglior attore della storia del cinema horror. La sua recitazione teatrale, sofferta, elegante, imperiosa, è uno spettacolo puro dall'inizio alla fine.

FEMALE VAMPIRE (1973, di Jesus Franco) = Ribattezzato con la solita vomitevole fantasia dai distributori italiani "Un caldo corpo di donna".
Non c'è niente da fare,
adoro il cinema di Jess Franco, anche quando (come in questo caso) siamo veramente oltre il limite del trash. Adoro le sue affascinanti sexy-horror-lesbiche vampire, e il suo stile visionario, poetico, onirico.
Qui, a dire la verità, di horror c'è ben poco: siamo infatti decisamente dalle parti del puro soft-core. La trama è esile per non dire inesistente, e il film è un susseguirsi di interminabili scene di sesso una dopo l'altra, alcune peraltro molto erotiche e sensuali, con momenti che sfiorano l'hard. La bellissima Lina Romay, all'epoca moglie del regista, per tutto il film non fa altro che accoppiarsi con chiunque (anche con lo stipite del letto!), aggirarsi per le diverse sequenze perennemente nuda, e non dice una parola. La recitazione degli altri attori (tra cui lo stesso Franco) è imbarazzante.


Eppure... eppure il buon Jess mette anche qui in mostra il suo personalissimo stile, fatto di momenti sognanti, zoom reiterati, arditi dettagli anatomici, panoramiche che esplorano i corpi delle sue sensuali donne, macchina da presa melliflua e svolazzante, simbolismi, fotografia sempre curata nei dettagli.
La scena iniziale, in cui la Romay cammina al ralenti verso la mdp, circondata da una nebbia sulfurea, con lunghi capelli corvini, un mantello nero sulle spalle, completamente nuda sul davanti, è un po' l'emblema di tutto il suo cinema. Grande Franco, un Mito vero. Visione non per tutti, ovviamente.

Alla prossima puntata...

Leggi i commenti (1)
Grazie per i vostri: commenti (1)




IL PAPA' DI GIOVANNA
Postato alle maggio 03, 2009 11:51 di domenica, 03 maggio 2009
da: [cinemystic]

Ci sono riviste, anche piuttosto rinomate, che da anni stroncano senza posa qualunque film di Pupi Avati, per una di quelle posizioni ideologiche aprioristiche che trovo francamente ridicole e irritanti, ma che tanto piacciono qui in Italia.

Io no. Io, nel mio piccolo, Pupi l'ho sempre difeso. Pur rimanendo ovviamente più legato alle sue affascinanti pellicole immerse nell'horror padano (La casa dalle finestre che ridono, Zeder), ho sempre bene o male apprezzato anche quest'ultima parte della sua carriera, intrisa di pellicole non certo indimenticabili ma sempre permeate da una solida dignità artistica.

Così ho difeso con convinzione film da più parti derisi come Il cuore altrove, La rivincita di Natale, Ma quando arrivano le ragazze?, La cena per farli conoscere, e anche il ritorno all'horror de Il Nascondiglio.

E allora affranto mi chiedo: Pupi, perchè mi hai fatto questo?

Il papà di Giovanna, uscito un anno fa, in gara al festival di Venezia, è un film veramente imbarazzante. Una storia ambientata alla vigilia (e poi nel mentre) della seconda guerra mondiale, come sempre a Bologna e dintorni, che prova a miscelare insieme dramma a sfondo storico e melò intimista basato sulla triste vicenda di una famiglia sulla via della distruzione. Il problema è che la trama non va da nessuna parte, le due componenti narrative viaggiano ognuna per conto suo senza trovare mai un'oliatura sufficiente, e non c'è nessuna alchimia, nessuna struttura portante, nessuna fluidità di racconto.

Se poi vogliamo scendere (ahinoi) nell'analisi delle componenti tecniche, sprofondiamo nel nero più nero. Il papà di Giovanna è girato con un apparente pressapochismo realmente inquietante. Montaggio inspiegabile, con sequenze tagliate a metà che terminano senza alcun nesso logico, e altri brevi inserti che paiono messi lì veramente a casaccio. Musiche "hitchcockiane" di Riz Ortolani totalmente fuori luogo. Dialoghi inascoltabili, personaggi senza arte nè parte, "colpi di scena" che inducono infinite perplessità, e un finale "consolatorio" nient'affatto credibile.

Parliamo poi degli attori? Francesca Neri fa quel che può e non è molto, Greggio è super-impostato ed espressivo come una sequoia, la Rohrwacher non convince... e poi si assiste a una tristissima sfilata di attori (o forse è meglio dire amici) pescati non si capisce come e buttati lì nelle vesti di figurine inutili (da Serena Grandi (???) a Chiara Sani (????)).

Infine resta Silvio Orlando, che a mio giudizio è attualmente il miglior attore dell'intero cinema italiano, trasformatosi ormai da anni da comico di basso profilo a splendido attore drammatico... ebbene, lui è sempre una garanzia, e un piacere per gli occhi. Ci prova, poverino, a tenere in piedi questo sfacelo, ci prova con tutto se stesso (e infatti l'hanno anche premiato a Venezia): ma nemmeno lui ce la può fare, il compito è davvero troppo arduo, e vederlo sprecato così fa male al cuore.

Perchè il cinema francese "medio" porta alla luce film belli, puliti, appassionanti, giusti e gustosi come Stella o Le ricamatrici, e il cinema italiano medio, per di più con unaregista di tale esperienza, si affossa in questo modo? Misteri della Fede.

Pupi, ti ho sempre difeso, perchè mi hai fatto questo?

Leggi i commenti (3)
Grazie per i vostri: commenti (3)




CULT COLLECTION - DOLLS
Postato alle aprile 22, 2009 11:32 di mercoledì, 22 aprile 2009
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION

- DOLLS -


Oggi vi volevo brevemente parlare di Dolls, anno 1987, lavoro low budget della premiata ditta Stuart Gordon (regista) e Brian Yuzna (produttore), gli stessi che due anni prima avevano realizzato quell’assoluto capolavoro del cinema splatter Re-Animator, e che tre anni dopo ne filmeranno l’ottimo seguito (oltre ad altri pregevoli lavori insieme, ad esempio From Beyond).

Il sottoscritto ha sempre amato gli horror con protagoniste bambole, giocattoli, pupazzi, marionette assassine, per quel macabro e primitivo fascino che deriva dalla radicale contrapposizione tra il mondo del sorriso e dell’infanzia (di cui appunto le bambole sono un arcaico emblema), e l’orrore filmico che può esplodere sul grande schermo.

Un sottogenere, quello delle “bambole assassine”, che soprattutto dagli anni ’80 ha prodotto pellicole di grande successo commerciale (la mitica e omonima saga di Chucky in primis, ancora viva ai giorni nostri e arrivata al quinto episodio), e altre magari un po’ più di nicchia (ad esempio la serie di Puppet Master, addirittura 9 episodi, ma gli ultimi solo per la Tv). Ma possiamo ricordare tra gli altri, ben prima, anche The Devil Doll (di Tod Browning, 1936), per non parlare dell’inquietante sequenza burattinesca in Profondo Rosso (1975).

Il film della magnifica coppia Gordon-Yuzna passò un po’ in sordina, ai tempi della sua uscita, sia per il budget ristretto, sia per la sovrapposizione con il film di Tom Holland (il suddetto La Bambola Assassina), che ne soffocò il potenziale.


La trama è molto “classica”: un gruppo di persone in viaggio viene colto da un improvviso temporale, e trova rifugio a casa di un’anziana coppia di fabbricanti di bambole. Durante la notte, gli ospiti della magione iniziano ad essere assassinati uno a uno dalle stesse bambole, che assumono vita propria. Si scoprirà poi che queste persone vengono uccise come punizione per l’egoismo e il materialismo che hanno caratterizzato le loro esistenze, e che il loro destino sarà di rimanere per l’eternità in quella casa, a loro volta trasformati in bambole (ma con un’anima ancora umana).

A rivederlo ancora oggi, oltre vent’anni dopo, Dolls diverte e convince, per quella sua polverosa aria retrò che esemplifica bene come ai tempi fare horror fosse un’operazione nella maggior parte dei casi genuina e onesta, lontana dalla bieca commercializzazione contemporanea.

Dolls è infatti un film grezzo, semplice, ingenuo, con tanti difetti. Ma affascina, emana odore di sincerità culturale, di mistero, di sangue finto ed effetti speciali artigianali, costruiti però con impegno e passione, senza pretese eccessive e senza inutili artifici stilistici.


Questo gioiellino, diretto con bravura dal sempre troppo sottovalutato Gordon, si pone come una favola macabra che contiene comunque un messaggio positivo (non sminuire mai il potere della fantasia e dell’Arte), ed è un esempio di come si potesse al contempo offrire un prodotto di buon intrattenimento, provare a spaventare facendo leva sui terrori inconsci di ognuno di noi, e ottenere con i pochi mezzi a disposizione il miglior risultato possibile. Oggi purtroppo avviene spesso il contrario.

Nell’epoca dell’horror iper-tecnologico e discotecaro, urlato e brutalizzato, pornografico e in molti casi avvilente, guardare Dolls è come abbandonare per 80 minuti lo smog cittadino per immergersi in un campo silenzioso in mezzo alla campagna. Se ne può sentire il gusto (del sangue?), e si possono finalmente purificare i polmoni corrotti dalla malvagia quotidianità.

Un film da (ri)guardare a luci spente, con piacere e tranquillità... e molta nostalgia.


Leggi i commenti (1)
Grazie per i vostri: commenti (1)




TWO LOVERS
Postato alle aprile 16, 2009 00:39 di giovedì, 16 aprile 2009
da: [cinemystic]

Dopo 3 lavori d’impronta smaccatamente rapportabile al crime/thriller, Little Odessa, The Yards, e il conosciuto I padroni della notte, James Gray cambia totalmente registro, e in Two Lovers, appena uscito nelle sale italiane, si dirige verso il dramma sentimentale, con risultati sorprendenti.

Si parla di amore, di un amore spaccato in due. Joaquin Phoenix, sguardo spaesato e sempre un po’ perplesso, ha il cuore diviso a metà, tra la bella e impossibile Gwyneth Paltrow e la più semplice e tenera Vinessa Shaw. Danzando in un ballo confuso e celebrale, saltabecca tra due visi e due corpi, alla ricerca di una felicità forse definitivamente perduta tempo prima.

Da una parte, l’amore assoluto, folle, magico, estremo, “da film”, che mozza il respiro, annulla le parole, lascia volare il sentimento, ubriaca d’indescrivibile e fanciullesca gioia. Dall’altra, l’amore puro, genuino, quotidiano, sicuro, destinato verso un futuro forse meno eccitante e coinvolgente, ma almeno stabile e sereno. L’unico possibile, probabilmente. Perchè le favole raramente diventano realtà, mentre la candida verità può più facilmente trionfare.

Molti di noi possono riconoscersi nella battaglia interiore che Phoenix combatte per tutta la durata della pellicola, e molti di noi potranno anche ritrovarsi nella risoluzione finale abilmente orchestrata dal regista (anche co-sceneggiatore).



Two Lovers si lascia apprezzare perchè porta sullo schermo i nostri turbamenti e desideri. E lo fa con uno stile correttamente calmo, smorzato, riflessivo, fluttuante in una messinscena che viaggia giustamente sottotono. Un film mai urlato, mai eccessivo, mai ridondante, sempre placido nella sua concretezza d’intenti.

L’unico difetto risiede forse in un paio di sequenze un po’ troppo romanzate ma poco credibili (ad esempio il fugace rapporto sessuale tra Phoenix e la Paltrow sulla terrazza), ma è poca cosa. Siamo di fronte a un film bello nella sua semplicità, nel suo profumo da feuilleton, nella sua intensa naturalezza, nell’erotismo pacato che lascia intravedere solo un seno nella notte, nella dolcezza e poesia che trascendono per fortuna qualsiasi facile e asettica spettacolarizzazione fine a se stessa.

Bravo Gray, e bravi gli interpreti (i 3 protagonisti del triangolo amoroso, ma anche una composta e iper-protettiva Isabella Rossellini). Un cinema d’americano, una volta tanto, realizzato con amore, per l’amore, e con un gusto narrativo dal sapore antico.


Leggi i commenti (3)
Grazie per i vostri: commenti (3)



CULT COLLECTION - IL MIGLIO VERDE
Postato alle aprile 13, 2009 23:07 di lunedì, 13 aprile 2009
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION

- IL MIGLIO VERDE -


Nove anni fa, a marzo 2000, usciva nelle sale italiane Il Miglio Verde, film di Frank Darabont tratto dal romanzo di Stephen King pubblicato a puntate quattro anni prima.

Ancora oggi, a rivederlo, non si può rimanere indifferenti di fronte alla bellezza, al fascino, ai buoni sentimenti, alla pietà cristiana, alla commozione pura che fuoriescono dalle immagini di questo capolavoro.

Dopo il già sontuoso lavoro compiuto su Le ali della libertà, Darabont conferma di sapere come nessun altro trattare per il cinema la materia narrativa di King (e lo sottolineerà di nuovo con The Mist). In questo caso va con estrema calma, si prende tutto il tempo di cui ha bisogno (180 minuti), e dipana senz’alcune fretta questa storia anti-razzista in cui il “nero grande e grosso”, John Coffey (“come la bevanda, ma scritto in maniera totalmente diversa”), altro non è se non un Angelo di oltre due metri, sceso dal cielo per provare ad estirpare un po’ del Male assoluto che regna nell’imbecille razza umana.

Attorno a lui, alla sua pantagruelica bontà, in un circolo drammaturgico in cui ogni pedina è posta esattamente al punto giusto, ci sono i quattro secondini del Miglio Verde, tutte brave persone che imparano ad aprire il loro cuore e credere nell’impossibile, e un piccolo topolino, Mr. Jingles, che recherà sollievo all’Io narrante Paul Edgecomb per tanto e tanto tempo a venire, fino a desiderare la morte senza ottenerla.

Darabont ha preso in mano uno dei più bei romanzi dell’intera carriera di King, e l’ha trasformato in film lavorando obbligatoriamente di sottrazione, ma tenendo ben saldi tutti i punti fermi della storia. Ha poi avuto il merito di scegliere un cast sontuoso e credibile, al cui cospetto non si vede come si potesse fare di meglio: impegnato e solidissimo Tom Hanks, granitico e bravissimo “Brutal” David Morse (attore che non ha mai avuto il successo che meritava), puntuale Barry Pepper (che si confermerà poi ai massimi livelli ne La 25a ora), perfetto il gigantesco attore-per-caso Michael Clarke Duncan (nominato all’Oscar), ottimamente piazzati tutti i ruoli di contorno (dal folle Sam Rockwell alla “risorta” Patricia Clarkson).

Una messinscena melliflua, candida, dal sapore classico, che ricalca la grande Hollywood degli anni ’30 (a partire dal delizioso inserto-omaggio di inizio film, tratto da Cappello a Cilindro, in cui Ginger Rogers & Fred Astaire ballano “Cheek to Cheek”, poi ripreso quando John guarda estasiato le immagini sul grande schermo prima di morire). Una favola senza tempo in cui trovano spazio crudeltà, sentimenti, vendette, condanne, magia, orrore, sogno, solidarietà, amore, amicizia, virilità, forza e disperazione.

180 minuti pieni di divertimento e lacrime, ironia e vivida commozione. Si costeggia il mondo del fantastico, e soprattutto si ride e si piange, in egual misura. E alla fine si applaude.

Qualcuno potrà giudicarlo tedioso, o anacronistico, o prevedibile. Io, che di film tratti da King ne ho visti a decine, lo trovo, semplicemente, splendido e indimenticabile.


Leggi i commenti (6)
Grazie per i vostri: commenti (6)



RANDOM VISIONS
Postato alle aprile 08, 2009 19:03 di mercoledì, 08 aprile 2009
da: [cinemystic]

Dopo il meraviglioso viaggio in Provenza, torniamo a parlare di cinema, con qualche breve resoconto di alcuni film che ho visto recentemente. Un po’ di Random Visions, che non guastano mai. E allora:


PONYO SULLA SCOGLIERA = l’ennesima conferma della grandezza di Hayao Miyazaki. Questa volta, dopo La città incantata e Il castello errante di Howl, il maestro giapponese fa un passo indietro, e confeziona un film dai tratti grafici più semplici, immediati e primitivi, e anche una storia di più semplice impatto e svolgimento. Ma non perde una virgola del suo fascino, anzi... nella linearità del racconto e nell’immediatezza del tocco, Miyazaki costruisce un’altra favola bella, dolce, divertente, che fa bene all’anima.

PERSEPOLIS = Che bella sorpresa. In questo film, uscito mi pare un anno fa, premiato a Cannes, Marjane Satrapi racconta la sua vita, la guerra civile in Iran, lo straniamento di un’esule che non ha più patria, le difficoltà di ambientamento in una terra diversa dalla propria, la povertà e l’abbandono, l’amore e il tradimento, la dura formazione di una ragazza che diviene apolide suo malgrado... e lo fa con intelligenza, bravura, concretezza e giusta ironia. Anche qui un’animazione semplice e immediata, un tratto grafico quasi amatoriale; nell’epoca dei colossal ultra-tecnologici, alla ricerca sempre più smodata della perfezione stilistica, è una scelta di notevole coraggio, premiata da un risultato godibilissimo. Affascinante, duro, perfino sboccato, ma divertente e “tutto giusto”.

GERRY = Gus Van Sant, anno 2002, all’opera nel suo film più estremo, cinefilo e radicale. Nel silenzio e nello smarrimento, circondati dal potere universale della natura, in un circolo vizioso in cui ogni speranza di futuro è dissolta dall’incombere degli eventi, i due (unici) attori Casey Affleck e Matt Damon affondano in un circolo nero, inghiottiti dalla forza indistruttibile della Madre Terra. Lirico, panico, ostico, ipnotico.

STORIA DI MARIE ET JULIEN = Jacques Rivette, un maestro che non tradisce mai. In questo caso lascia partire questo film, anno 2003, come fosse un tipico melodramma romantico alla francese, e poi cambia totalmente registro, deviando verso il fantastico, il fantasmatico, il thriller soprannaturale. Spiazzante. Ma l’eleganza della sua messincena ha pochi eguali, la lentezza dei ritmi è solo apparente, e la protagonista Emmanuelle Béart, vera e propria Dea di bellezza e bravura, è solo da rimirare in muta ammirazione, per l’eternità.

IL MATRIMONIO DI LORNA = I Dardenne confezionano forse il film meno significativo e meno dirompente della loro carriera; eppure siamo di fronte a un lavoro che supera la gran parte delle pellicole che escono ogni settimana nei cinema. Tanto basta a riaffermare per l’ennesima volta la grandezza dei due belgi, sublimi cantori dell’inettitudine sociale e del coraggio di vivere.

CHANGELING / GRAN TORINO = Lo confesso, mi sento ormai totalmente inadeguato ad esprimere parole e concetti che possano dare il giusto peso all’incommensurabile grandezza di Clint Eastwood. Mi limito a commuovermi davanti ai suoi capolavori (entrambi questi film lo sono, tanto per cambiare), e a ringraziarlo dal profondo del cuore.

CAOS CALMO = Un film che ha diviso pubblico e critica, da un estremo all’altro. Di sicuro non tutto è da buttare, anzi. Ci sono belle idee e momenti davvero struggenti (i primi 20 minuti, molte sequenze ambientate nel parco davanti alla scuola, i momenti maggiormente intimisti tra padre e figlia). Ma il tutto appare un po’ slegato, poco coeso, montato male, e alcune scene paiono messe lì quasi per caso.

Ovviamente, in un paese ignorante e caciarone come l’Italia, si è parlato solo e unicamente della scena hot tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari, tra noiosi pruriti giornalistici e ridicole inquisitorie cattoliche; la Ferrari in età non proprio più giovanissima ha ancora il coraggio di mostrarsi in reggicalze e seno al vento, complimenti a lei, e Nanni ci da dentro di lingua mica male. Ma la scena arriva all'improvviso e non c’entra niente con il contesto narrativo; dunque, dal punto di vista critico, è risibile.

A proposito, Moretti nell’intero film offre una splendida prova d’attore, pacata e rigorosa, controllata e scavata in sguardi commossi e magnificamente intensi. Gustose poi la partecipazione dell’esimio Silvio Orlando e l’apparizione “cristologica” di Roman Polanski. Insomma, un film che merita considerazione, superiore alla media italiana, ma non del tutto riuscito; ed è un peccato, con attori così.


Leggi i commenti (5)
Grazie per i vostri: commenti (5)




VIAGGIO IN PROVENZA
Postato alle aprile 06, 2009 15:06 di lunedì, 06 aprile 2009
da: [cinemystic]

MERAVIGLIE DI PROVENZA

DIARIO DI VIAGGIO

Rieccomi. No, non avevo abbandonato Cinemystic. Ero semplicemente partito, per un viaggio di 9 giorni in Provenza. Un viaggio che da tempo anelavo di fare, e che si è rivelato splendido, regalandomi emozioni continue e indimenticabili.
Per farmi perdonare della mia assenza vi posto un breve diario di viaggio, day by day, utile a riassumere i tanti eventi che hanno caratterizzato questi magnifici giorni on the road in uno dei luoghi più belli del mondo.


GIOVEDI 26 = Io e la mia fidanzata carichiamo le valigie in macchina e partiamo. Per i primi 3 giorni abbiamo prenotato un hotel a Salon de Provence. Il viaggio è lungo, quasi 7 ore, arriviamo là a metà pomeriggio, in un alberghetto (Hotel du Midi) piccolo ma grazioso e silenzioso. Nelle ore successive facciamo un giro per Salon (la città in cui lavora Dany Boon in “Giù al nord” prima di essere trasferito al Passo di Calais). Cominciamo a respirare il clima provenzale, la luce forte e limpida con un sole quasi accecante, le case con le persiane dipinte di tutti i colori. Il paese è abbastanza piccolo, vediamo lo Chateau de l’Emperi e la casa dove visse Nostradamus. Salon è carina ma la gente che ci vive non ci entusiasma, vediamo molti “tamarri”, più di un Mc Donald, e rimaniamo un po’ perplessi.

VENERDI 27 = Ci dirigiamo verso Aix, la mini-capitale della Provenza, dove visse Cezanne. Vediamo le numerose fontane, molto affascinanti; passeggiamo per l’elegante Cours Mirabeau, sostiamo davanti alla magniloquente Cathedrale St-Sauveur e alla Place de l’Hotel de Ville. La città è molto bella, ma con un grave difetto: troppe e troppe macchine, che girano pure in mezzo al centro storico. Troppo caos, troppa frenesia.
Però appena usciti dalla città, sulla strada del ritorno, nei 40 km che collegano Aix e Salon, il paesaggio è splendido: fiori, campi, ulivi, verde e ancora verde. Non c’è ancora la lavanda, perchè matura a giugno, ma ce n’è lo stesso abbastanza per aver immediatamente voglia di non tornare più in Italia. A un certo punto ci fermiamo a caso in un piccolo spiazzo (questo è il bello di girare in macchina), ci addentriamo un attimo in un campo e ci mettiamo a raccogliere erbe provenzali, profumatissime e introvabili qui. Respiriamo aria di eternità.

SABATO 28 = Decidiamo di fare una tappa non prevista a inizio viaggio, visitare lo Zoo di La Barben, a pochi km da Salon. Lo zoo è immerso in un’immensa riserva naturale, passiamo molte ore a passeggiare tra piante e animali, è tutto molto bello. Vedere gli animali in gabbia è sempre brutto, ma pare almeno che qui siano trattati bene, e che la maggior parte di loro abbia almeno un discreto spazio per muoversi. I pavoni vagano liberi per il parco, un orso bruno ci regala uno spettacolo inatteso e si fa il bagno a pochi centimetri da noi, i lupi mi ipnotizzano, i suricati mi divertono, il leopardo mi impressiona.
Usciti dallo zoo andiamo a vedere il castello di La Barben, anche se non entriamo e ci limitiamo a guardarlo dal di fuori. Poi torniamo a Salon e ceniamo in un ristorante carino in cui il padrone sorridente ci serve un enorme piatto di formaggi tipici e poi dopo aver pagato il conto ci augura buon viaggio (eccola, la famosa gentilezza provenzale).

DOMENICA 29 = Ci trasferiamo nelle zone più interne della Provenza. Abbiamo affittato una casetta a Maussane Les Alpilles, sarà la nostra base per i restanti 6 giorni. Maussane è un paesello piccolo ma caratteristico, in ottima zona “strategica”, e la casa è all’interno di un residence con oltre 150 alloggi, molto ben tenuto, colorato e silenzioso.
Nel pomeriggio ci arrampichiamo a Les Baux, villaggio abbarbicato in cima a un monte, uno dei luoghi medievali più visitati di Francia. É davvero molto caratteristico, tutto in pietra, si respira aria di passato e di storia. Purtroppo il Mistral (vento tipico della Provenza) ci accoglie con impeto terrificante, e raffiche spaventose, guastandoci un po’ la visita, che comunque non ci delude, anzi.

LUNEDI 30 = Andiamo a Saint-Remy de Provence, il paese in cui nacque Nostradamus, e in cui Van Gogh visse e dipinse alcuni dei suoi quadri più famosi. Più che una città, questa è una favola. Centro storico affascinante, piccoli vicoli che si aprono in una sorta di mini-labirinto, casette colorate in tutte le tonalità possibili e immaginabili (azzurre, rosse, rosa, gialle, viola, blu scuro), tranquillità e silenzio, piccoli supermercati dove entri e la cassiera ti sorride e ti dice “Bonjour Madame et Monsieur” (il confronto con la maleducazione italiana è a dir poco impietoso...), ristoranti con specialità tipiche, negozietti, profumi speziati, panchine dove sedersi, aiuole con fiori incantevoli. Un paese splendido, che racchiude la vera essenza della Provenza.
Appena 2/3 km più in là, vediamo Les Antiques (un arco e un mausoleo di epoca romana perfettamente conservati), il Glanum (sito archeologico) e la casa di cura dove Van Gogh si fece volontariamente ricoverare, ovviamente immersa in mezzo al verde e ai fiori, in un paesaggio che mozza il fiato. Tutto intorno al paese, lunghi viali ornati da platani che si estendono per chilometri.

MARTEDI 31 = Decidiamo di buttarci all’avventura, e di visitare il Parco Naturale della Camargue. Senza saperlo stiamo per vivere una giornata davvero cinematografica. Ci addentriamo con la macchina in mezzo alla vegetazione incolta, attraversiamo strade deserte, ci guardiamo stupiti con la sensazione di essere finiti in un mondo straniante e lontano dalla civiltà contemporanea, troviamo una spiaggia con un cimitero di migliaia di conchiglie sedimentate lì nel corso degli anni, vediamo tori e cavalli bianchi che pascolano non lontano da noi, acquitrini e paludi, e un’enorme nutria che esce dall’acqua.

Poi arriviamo al paese di Saintes Maries de la Mer, al confine sud della Camargue, molto suggestivo e chiaramente turistico: avvistiamo i primi fenicotteri rosa, pranziamo in riva al mare in mezzo ai gabbiani, visitiamo la chiesa del paese e all’uscita veniamo quasi aggrediti da tre gitane che tentano di appiopparci spillette e al nostro rifiuto sputano per terra e ci lanciano maledizioni.

Poi risaliamo in macchina e ci riaddentriamo nella “giungla” camarghese, vediamo 3 cavalli bianchi che pascolano indisturbati proprio a bordo strada, scendiamo, li tocchiamo e accarezziamo, arriviamo al Parco Ornitologico di Pont-de-Gau, entriamo, camminiamo in mezzo al verde, ci troviamo di fronte a migliaia di fenicotteri rosa che camminano a pochi metri da noi, li guardiamo ipnotizzati... Infine torniamo esausti a Maussane, dopo una giornata pazzesca e indimenticabile.

MERCOLEDI 1 = Torniamo a Saint-Remy, per assistere a uno dei classici e rinomati mercatini provenzali, che si svolgono tutte le settimane. Specialità tipiche, cibi e formaggi di ogni tipo, spezie e salumi, erbe e accessori. Costi ovviamente alti, ma contesto a dir poco affascinante, e clima sempre rilassato e cordiale (lì non urla nessuno, a differenza dei cialtroni italiani).
Nel pomeriggio andiamo ad Avignone. Il Palazzo dei Papi è ovviamente magnifico, e molto belli sono anche i giardini che lo affiancano. Ma la città ci delude assai: caotica, sporca, rumorosa, confusa, con gente poco raccomandabile e turisti poco educati.

GIOVEDI 2 = Andiamo ad Arles, città di grande tradizione storica. La pioggia ci rende difficile la visita, le indicazioni sono poco chiare e giriamo parecchio a vuoto. Anche qui, stesso difetto di Aix: troppe macchine, che ignobilmente possono circolare anche nei vicoli del centro storico. Scempio dell’inurbazione selvaggia, purtroppo. La città resta comunque molto bella, e anche qui si respira vero sapore di Provenza.
Nel pomeriggio andiamo a visitare lo Chateau Renè a Tarascon, uno dei castelli medievali più importanti dell’intera Francia. Da fuori è enorme e spettacolare, entriamo e visitiamo le stanze dove un tempo viveva il Conte di Provenza. Sono perlopiù vuote, ma la sensazione è comunque speciale, sembra di trovarsi in un luogo senza tempo, di odorare la polvere di un’epoca lontana e irripetibile. Il cortile interno è spettacolare, e salendo le strette scale a chiocciola per arrivare alla terrazza sulla sommità del castello, pare di essere in cima al mondo.
Non contenti, prima di tornare a Maussane seguiamo l’istinto del momento e visitiamo anche il paesino di Fontvieille: anche questo ti culla nella sua pace, nelle sue case e finestre dipinte di tutti i colori, nel suo dolce silenzio.

VENERDI 3 = L’ultimo giorno, vogliamo sfruttarlo appieno, e allunghiamo il tragitto per arrivare nel Vaucluse. Al mattino andiamo a Fontaine de Vaucluse, paese in cui visse il Petrarca, e le cui rinomate sorgenti ispirarono il poeta per il leggendario “Chiare, fresche e dolci acque...”. É un altro posto da favola: l’acqua ha colori incredibili, puri, mai visti. Percorrendo un sentiero in salita si arriva in cima alla sorgente, attorno pareti di roccia gigantesche. Mi sembra di toccare la cima del mondo, mi sento davvero come Emile Hirsch in Into The Wild, si ha l’impressione che dietro quella montagna e quelle acque non possa esserci più nulla. Una vera e propria epifania spirituale. Straordinario.
Nel pomeriggio andiamo a visitare Roussillon, detto “il paese dell’ocra”, perchè è circondato appunto dal giacimento di ocra più imponente del mondo. Un altro posto irreale, dove tutte le case sono colorate di rosso, in totale contrasto con le persiane spesso viola o azzurre. Passeggiamo poi per il sentiero che ti porta proprio nel mezzo delle cave, sembra di essere in un gran canyon, o in un cartone animato, talmente intenso è il colore rosso fuoco da cui si è circondati. Impossibile descriverlo con esattezza, bisogna provarlo.
Per concludere, diamo un’occhiata alla vicina Abbazia di Senanque, fondata nel 1100 dai monaci cistercensi che ancora oggi vi abitano, e passiamo sotto a Gordes, altro villaggetto abbarbicato sui monti, in cui Ridley Scott ha girato alcune scene di “Un’ottima annata”.

Il giorno dopo, è ora di tornare. Salutiamo la meravigliosa Provenza, immersi in emozioni e ricordi che vivranno per sempre.


Leggi i commenti (1)
Grazie per i vostri: commenti (1)



CINE-BOUTADE
Postato alle marzo 19, 2009 22:56 di giovedì, 19 marzo 2009
da: [cinemystic]

CINE-BOUTADE

(ovvero, deliri disorganizzati in una notte insonne...)

La scorsa notte si è svolto, al Teatro dei Sogni in Mulholland Drive, un simposio dedicato alla ricerca del vero senso dell’orrore.

Presenti al convegno: Mickey Rourke, Vincent Price, M. Night Shyamalan, il nano della camera rossa di Twin Peaks, l’uomo-torso di Freaks, Nicole Kidman, Sheri Moon Zombie, Pinhead, la Contessa Bathory, il cane Cujo, la Pantera di Jacques Tourneur, e il gatto nero di Edgar Allan Poe. Assistente del sottoscritto, ovviamente, il gremlin Gizmo.

Il primo a prendere la parola è stato Rourke, che salendo sul palco ha indossato la tutina di Randy “The Ram” Robinson, per poi raccontare la vera storia della sua vita. Copiose lacrime hanno rigato il volto di tutti gli astanti.

É stata poi la volta di Vincent Price, che vestendo la maschera della morte rossa ha dichiarato di sentirsi come l’ultimo uomo sulla terra, e ha compiuto un brillante gioco di prestidigitazione con le carte (da lui chiamato esperimento del dottor K), per poi lanciarsi in un’analisi semiotica dedicata allo smalto più adatto per le unghie di Edward Mani di Forbice, e infine svaccare mettendosi a declamare golose ricette di cucina.

Successivamente, è stato il turno di Pinhead, il quale si è lamentato per il caldo fottuto che fa ogni giorno là sotto, dove vive lui, e ha proseguito con un sermone in favore dei diritti civili dei poveri Supplizianti, costretti a lavorare con una paga da fame, trucco soffocante, contratti a tempo determinato, e nessun rimborso per ferie e malattia.

A un certo punto è suonato il campanello. Ho aperto, c’erano sulla porta Luca Argentero e Violante Placido. Hanno chiesto di essere ammessi alla combriccola. Sono stati immediatamente sbranati da Cujo e dalla Pantera. Il gatto di Poe si è limitato a osservarli, con educato sdegno, leccandosi le zampine.

É poi salito sul palco l’Uomo-Torso, e ha confessato che il suo amico Hans e gentil consorte negli ultimi 80 anni hanno messo al mondo 12 figli, chiamati Fragolo, Cummolo, Dattolo, Panfilo, Sordolo, Cingolo, Pargolo, Stritolo, Orcolo, Ubaldo (!), Grumolo e Bombolo.

Dopo qualche secondo di silenzio cosmico, ha guardato negli occhi Nicole Kidman, e ha iniziato a cantare: “ti accettiamo, ti accettiamo, sei una di noi, una di noi !!”.

La Kidman si è messa a urlare disperatamente, le si è strappata la pelle, le è caduta l’impalcatura botulinica, e si è disvelato il suo vero viso... molto simile a quello di Darkman subito dopo l’esplosione del laboratorio.

Nel dipanarsi delle ore notturne, tra salatini e patatine, Bacardi e Mojiti, è toccato a Shyamalan prendere la parola. Il regista indiano ha rivelato che la M. del suo nome sta per “Mummione”, dopodichè ha confessato “fino a ieri credevo di essere Kubrick, ma oggi ho finalmente capito che negli ultimi anni ho fatto solo film osceni”.

A quel punto, si è suicidato. Cujo e la Pantera hanno fatto velocemente sparire i resti del cadavere, divorandoli. Il gatto di Poe si è limitato a osservare, con raffinata compostezza, leccandosi la coda.

La Contessa Bathory, palesemente annoiata dalla situazione, si è scusata con i commensali, ha finto un terribile mal di testa, ed è andata a fare il “bagno”.

Sheri Moon Zombie, vestita solo di una striminzita lingerie di colore nero/viola, si è avvicinata al sottoscritto, e dimenando il sedere mi ha sussurrato nell’orecchio “Chinese, Japanese, dirty knees, look at this”. A quel punto non ci ho capito più niente, e dopo aver messo al sicuro Gizmo ho condotto la donzella in una stanza appartata, per poi compiere una dettagliata esplorazione del suo corpo. A fini unicamente scientifici, s’intende.

Il cane Cujo è andato via in leggero anticipo. Aveva appuntamento per un’altra riunione, riguardante la teologia, a cui avrebbero partecipato anche il Rottweiler di Yuzna e il Piccolo Aiutante di Babbo Natale di casa Simpson. Il gatto di Poe ha salutato Cujo con un eloquente “miao”.

Come ultimo oratore della serata, si è infine presentato sul palco il nano di Twin Peaks, ed è andato avanti per venti minuti a parlare scandendo le parole al contrario. Nessuno ci ha capito un cazzo. Quando finalmente si è accorto del disguido, il nano ha improvvisato alcuni melliflui passi di danza, strappando applausi scroscianti.

In completa allegria, quando ormai le prime luci dell’alba facevano capolino su Mulholland Drive, io e Gizmo abbiamo salutato tutti, dando appuntamento al prossimo simposio.


Leggi i commenti (5)
Grazie per i vostri: commenti (5)




CULT COLLECTION - HAPPINESS
Postato alle marzo 16, 2009 13:35 di lunedì, 16 marzo 2009
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION

- HAPPINESS -

Una ragazza trentenne, bruttina e sgraziata, senza vita sociale e senza futuro, derisa e umiliata dalla vita, che può solo lavorare nel telemarketing ed essere concup

ita e derubata da un russo senza scrupoli. Una scrittrice di successo che rimpiange di non essere stata stuprata quando era bambina, non avendo così materia reale con cui rimpolpare i sordidi racconti che inventa. Un sessuomane rauco e balbettante, che non trova sfogo alle sue incontenibili voglie. Un ragazzino che vorrebbe a tutti i costi “venire” per la prima volta e non ci riesce. Un educato padre di famiglia che in realtà nasconde chiare inclinazioni pedofile, tanto da drogare l’amichetto undicenne del figlio per poi abusare di lui (fuori campo, per fortuna). Due coniugi che dopo quarant’anni di

matrimonio si detestano fino al punto di tentare di separarsi. Una donna obesa e bulimica, che odia il sesso, vorrebbe solo un abbraccio, e finisce con l’uccidere e fare (letteralmente) a pezzi chi attenta alla sua abbondante carne.

Questi sono gli ingredienti di Happiness, di Todd Solondz, anno 1998. Un cocktail a base di puro acido solforico, corrosivo come pochi, estremo e ineluttabile. Rifiutato al Sundance Festival per la durezza di ciò che racconta, e di come lo racconta, ma premiato a Cannes, si propone come una commedia nera di travolgente impatto ideologico, in grado di smitizzare con pugnalate continue e impietose ogni anfratto dell’American Way of Life. E riesce benissimo nel suo intento. C’è poco da ridere, ma non c’è nemmeno da piangere. Solo da guardare, ascoltare, e riflettere. Impossibile rimanere indifferenti, di fronte a un film che tratta temi scottanti come la pedofilia con un linguaggio coraggioso e scaltro, come forse mai nessun altro aveva azzardato, almeno non con questa concretezza d’intenti.

Solondz usa i dettami del film corale, per giostrare in montaggio alternato queste microstorie che hanno al loro centro una serie di figure sfortunate e represse, combattute e destinate all’autodistruzione. Reietti della società, che in un modo o nell’altro ruotano le loro sciagure e la loro universale solitudine attraverso le varie diramazioni del sesso. Penetrazioni bacate, mancate, anelate, inseguite, rimpiante, subite. A ognun di loro, un trauma differente. Nel mezzo, elementi solitamente invisibili nel mondo del cinema, che qui invece trovano spazio e rappresentazione (ad esempio, lo sperma).

Visione disturbante, oltraggiosa, eppure convincente, per la tenacia e l’intelligenza con cui Solondz se ne frega delle convenzioni e dell’Inquisizione perbenista per riflettere su temi scottanti che in fondo circondano ognuno di noi. Attori adeguati, tra cui spiccano una revidiva ex missis Twin Peaks Lara Flynn Boyle, e il solito puntuale Philip Seymour Hoffman (nei panni del ninfomane represso, con cui tratteggia un personaggio perfettamente antitetico all’imperioso “distruttore di vagine” di Tom Cruise in Magnolia).

Forse un po’ prolisso, eppure sempre lucido nel disintegrare le nostre certezze quotidiane, e nel dissotterare e calpestare gli orrori nascosti che la squallida classe borghese nasconde in un cassetto nel nome del quieto vivere. Capace nonostante tutto di qualche momento perfino dolce e romantico, e ben più avanti del cinema finto-intellettualoide di Wes Anderson o del sarcasmo acqua e sapone di un Little Miss Sunshine. Più significativo anche del pluripremiato (e pur godibile) American Beauty.

Due ore ipnotizzanti, in crescendo, e poi ultimi 15 minuti straordinari, con un pre-finale (la confessione senza pentimento del padre malato) terrificante e inimmaginabile per qualunque sceneggiatura regolata dalle comuni leggi censorie, e un finale (il trionfo dell’orgasmo) a dir poco esilarante, da applausi.

Un gioiello. L’ennesima dimostrazione che, a parte qualche mostro sacro (Eastwood, Mann), e qualche (pochi) autore giovane di talento (Thomas Andersson, Fincher), solo nella nicchia indipendente il cinema americano riesce a tirare fuori piccoli grandi film veramente utili e importanti.

Per chi non l’avesse visto, recuperatelo. A tutti i costi !


Leggi i commenti (6)
Grazie per i vostri: commenti (6)




NEW VISIONS - DONKEY PUNCH
Postato alle marzo 13, 2009 16:20 di venerdì, 13 marzo 2009
da: [cinemystic]

NEW VISIONS

- DONKEY PUNCH -


Il “Donkey Punch” è una strana pratica, che consiste, durante il rapporto sessuale, in una posizione ben specifica (diciamo "a quattro zampe", per intenderci), nello sferrare un pugno sulla nuca della donna, un attimo prima dell'orgasmo, in modo da inchiodarle tutti i muscoli del corpo, e amplificare così l'estasi del momento. Da questa sinistra perversione parte l'assunto teorico del film di Oliver Blackburn, per ora inedito in Italia, ma visto in numerosi festival di genere.

Tre ragazze inglesi lasciano per qualche giorno la piovosa e uggiosa Leeds, per andare a fare una vacanza nel sole e nel caldo di Mallorca, Spagna. Arrivate lì, in una festa ad alto tasso alcoolico, incontrano 4 connazionali (maschi), che le convincono ad andare con loro per una gita in mare a bordo di uno yacht. Una volta giunti al largo, i 7 giovani iniziano a lasciarsi andare, in una sarabanda di droga, alcool, ammiccamenti e ormoni impazziti. Alcuni di loro in poco tempo finiscono sottocoperta, e con il cervello annebbiato dalle sostanze allucinogene appena assunte, danno vita a un'orgia senza freni inibitori. Al momento culminante, uno di loro prova davvero a compiere il “Donkey Punch”. Ma qualcosa va terribilmente storto. Da lì la gita assume i contorni di un incubo, in cui troveranno spazio paura, vendette, e follia, in una gara a eliminazione, tutti contro tutti, per la sopravvivenza.

Diciamolo subito: quello di Blackburn è un lavoro onesto, discretamente efficace, non in grado comunque di toccare altissime vette. Manca in particolare un maggiore approfondimento caratteriale dei personaggi, figurine piuttosto stereotipate fin dalle prime battute; gli attori sono semi-sconosciuti e quasi tutti poco incisivi, e il film di tanto in tanto si perde in cliché fin troppo derivativi.

Eppure, questo nuovo prodotto low budget di un cinema horror inglese che bene o male ogni anno riesce a sfornare qualcosa di interessante, ha anche dei meriti. Innanzitutto dal punto di vista tecnico. É evidente come, nelle pellicole interamente ambientate a bordo di imbarcazioni varie, nel mezzo di mari o oceani, svolga un ruolo fondamentale l'apporto della fotografia (basti pensare agli splendidi lavori compiuti in questo senso in film come Master & Commander, o Luna di Fiele). Qui risulta ottimo, per fortuna, il lavoro dell'operatore Nanu Segal, che riesce sia a colorare brillantemente le onde e il cielo terso del Mediterraneo, sia a mantenere in una coinvolgente penombra le numerose sequenze in interni. Buono anche l'apporto della musica, attraverso una soundtrack che opera dal pop alla techno, in un afflato da rave party notevolmente efficace soprattutto nel clima baldanzoso della prima parte, ma anche dopo, quando rimane solo apparentemente in secondo piano, martellandoci l'udito con ritmiche ipnotiche e sincopate. Discreta la regia, che senza strafare svolge il suo compito riuscendo a dipanarsi negli angusti spazi dello yacht tra carrelli fluenti e insistiti. Tutto sommato efficace anche la sceneggiatura, che pur espandendosi eccessivamente in qualche punto, riesce a reggere per un'ora e mezza senza troppi cali di tensione.


Da segnalare poi un paio di scelte narrative piuttosto coraggiose: la prima, è la sequenza dell'orgia, decisiva nello sviluppo del racconto, in cui Blackburn fa vedere molto più di quanto ci si aspetterebbe. Non si vuole dire che siamo ai limiti del porno, ma nei territori del softcore sicuramente sì. Carne al vento, nudità anche maschile, deciso realismo rappresentativo. La seconda è la svolta figurativa, che da territori molto più inclini al thriller vira nella parte finale verso lo splatter più puro, con una sterzata improvvisa e sorprendente che deflagra in un paio di scene di difficile s
opportazione per gli stomaci più deboli.
Donkey Punch è chiaramente una metafora dell'egoismo, della falsità, della sete di vendetta, del disfacimento di ogni razionalità che colpisce l'uomo nel momento in cui lo si pone faccia a faccia con la morte. L'impossibilità di accettare i propri errori, i disp
erati tentativi di salvare se stessi a discapito degli altri, gli accordi e disaccordi tra i membri di una specie in guerra, il caos primigenio che pone i protagonisti in un conflitto senza regole e senza rispetto. Allo stesso tempo l'acqua, il mare, il sole, strumenti di vita, emblemi della nascita e della vita, divengono qui simulacri di abbandono, buio, pazzia e crudeltà. Chiari possono essere i riferimenti a prototipi quali ad esempio Il coltello nell'acqua di Polanski e Ore 10: Calma Piatta di Noyce.


L'horror inglese (dopo Eden Lake) conferma comunque di essere in sufficiente salute, sebbene i suoi autori non sembrino avere né le capacità tecniche né il radicalismo ideologico e l'anarchia visiva dei francesi (a tal proposito tra non molto vi parlerò di Martyrs, di Pascal Laugier, che si preannuncia come un film totalmente scioccante).
Per chi fosse interessato Donkey Punch è già reperibile nei canali specializzati in Dvd (in lingua originale), e si trova su web, con i sub in inglesi (più che sufficienti).


Leggi i commenti (3)
Grazie per i vostri: commenti (3)




THE WRESTLER: QUANDO IL CINEMA E' MAGIA
Postato alle marzo 06, 2009 11:13 di venerdì, 06 marzo 2009
da: [cinemystic]

Il cinema, a volte, può trovare la giusta alchimia, l’adeguata magia, il tocco di perfezione, e fondersi con la vita reale, cementando emozioni forti, indimenticabili, che sgorgano dal cuore senza che in alcun modo lo si possa impedire. A volte il cinema riesce, nel raccontare una piccola storia, a diventare universale, traslando il microcosmo di riferimento in un percorso globale che tocca l’anima di ogni spettatore, anche quello più lontano dal mondo di cui si parla. Quando ci riesce (capita di rado), il cinema diventa un’esperienza sensoriale meravigliosa e unica.

Darren Aronofsky, con The Wrestler, ha realizzato la magia, regalandoci un film bellissimo, straziante, commovente, indimenticabile.

La storia di Randy “The Ram” Robinson, campione di lotta estrema sulla via del tramonto, è un percorso duro e arcigno che dispiega, con sorprendente efficacia e semplicità, una battaglia per la vita ben più difficile di quella che si attua sul ring. Randy è ormai vecchio, una leggenda vivente ma soprattutto un uomo, un uomo profondamente e incommensurabilmente solo. Si lascia andare ad eccessi di droghe e alcool salvo poi pentirsene, assume steroidi e porcherie di ogni tipo perchè il suo fisico nerboruto costituisce la sua unica àncora di salvezza, vive come un profugo in una squallida roulotte, non riesce neanche a mettere da parte i soldi per pagarsi l’affitto perchè le commissioni dei suoi incontri sono troppo basse.

Ogni giorno che passa la morte (fisica e spirituale) si avvicina, ogni match potrebbe essere l’ultimo, la gloria che fu si appiattisce in logore palestre di licei, e quando un infarto mette in definitivo pericolo il suo cuore, si rende una volta per tutte ineluttabilmente conto di essere alla deriva, al centro dell’abbandono. La tragedia della solitudine cosmica si abbatte su di lui. Gli restano solo un amore impossibile per una spogliarellista, un disperato tentativo di recuperare una figlia persa tanti anni prima per colpa di tanti e troppi errori, e lavori comuni, umili(anti), orrendi, con cui raccattare qualche dollaro.

Cerca l’amore, Randy, cerca un abbraccio, un bacio. Non li ha. “Il mondo là fuori non mi vuole”, dice a un certo punto. Si accontenta di una birra da condividere con qualcuno, di una scopata fugace con cui per un attimo cancellare il silenzio, o anche solo di sperare che un ragazzino abbia voglia di giocare con lui per qualche minuto a un videogame. Poi resta di nuovo solo, con se stesso, nell’oblio, nel buio eterno, nei ricordi, nei rimpianti, nell’inettitudine alla società, nel non-futuro. E allora, per non lasciarsi morire nell’inedia, può solo far sì che il suo presente debba assomigliare, anche solo per una sera, al suo passato. A costo di rischiare tutto. Per risentire un’ultima volta l’incitamento della folla. Perchè lui è The Ram, e non potrà mai essere null’altro.

Ha vinto a sorpresa il Leone d’Oro a Venezia, The Wrestler. Lo meritava eccome. E Mickey Rourke, dopo la Coppa Volpi e il Golden Globe, nonostante l’intoccabile grandezza di Sean Penn, avrebbe meritato anche l’Oscar. Al di là degli evidenti punti in comune tra la fiction e la sua vera vita, Rourke offre un’interpretazione meravigliosa. Scavato, butterato, eroso dai pugni, dai calci e dal sangue, ma capace ancora di versare lacrime d’amore e di dolore.

Le stesse lacrime che fuoriescono dai nostri occhi, mentre lo vediamo lottare sul ring, e soprattutto combattere per non essere odiato dalla figlia, per non essere dimenticato, per mantenere la dignità di uomo. La sua recitazione (andrebbe assolutamente visto in lingua originale, per apprezzarla al meglio) è tutta un sussurro; debole, affannata, roca, spizzicata, pesante, mugugnante, perfetta.

Così come perfetta, nel ruolo della stripper Cassidy, è una Marisa Tomei strepitosa (meritava l’Oscar pure lei). 44 anni, e nessuna paura a mostrarsi quasi nuda mentre balla la lap dance, mettendo in luce un corpo da favola, e un erotismo atavico che sotterra quasi tutte le sciatte ragazzine siliconate e inespressive della Hollywood contemporanea. Ancora più bella poi alla luce del sole, con poco trucco e un foulard sulla testa, quando toglie l’abito di scena e diventa una donna come tante, con i suoi dolori, i suoi fallimenti e le sue speranze.

Pure Aronofsky ci mette del suo, abbandonando per fortuna le intricate sperimentazioni formali delle sue opere precedenti, anche se l’efficace regia è giocoforza soffocata dalla gigantesca prova dei due attori. Ma tante davvero sono le sequenze da brividi: The Ram che ritrova negli spogliatoi i suoi colleghi, ad inizio film, e in un minuto e mezzo ci fa capire come funziona realmente il mondo del wrestling al di fuori delle baggianate che si vedono in Tv; il secondo straziante incontro con la figlia, quando il pianto solca il suo (e il nostro) viso, e un romantico ballo prova a lavar via l’astio e l’assenza; la riunione dei Veterani, mummie incancrenite che firmano autografi e vecchie vhs scolorite fino a scemare in un terribile silenzio; il canto gioioso con cui Randy e Cassidy coloriscono un vecchio pezzo rock ricordando gli anni ’80; le parole di Randy quando a più riprese, a testa bassa, spogliandosi di ogni virilità, implora aiuto, ammettendo “sono un vecchio pezzo di carne maciullata”, e peggio ancora, “sono completamente solo, e merito di esserlo”; il carrello a seguire che pedina The Ram, con le voci artificiose della folla sullo sfondo, mentre attraversa i corridoi ma non per salire sul ring, bensì per iniziare un lavoro ben più mortificante; tutte le scene ingabbiate a bordo della sua modesta roulotte; il finale (che ovviamente non anticipo per chi non ha ancora visto il film), indefinito e sospeso, a precedere l’inno liturgico di Springsteen durante i titoli di coda.

Aronofsky è bravo, ma non è Eastwood. Eppure The Wrestler, in un certo modo, gode dello stesso respiro epico di Million Dollar Baby. E possiede anche l’afflato delicato di Una Storia Vera di Lynch, il gusto classico per una narrazione che ama e accompagna passo dopo passo i suoi splendidi interpreti, la potenza di un saggio definitivo sulla rappresentazione dell’emarginazione e dell’abbandono, una sensibilità e una sincerità d’intenti catartiche e palpitanti.

Un lavoro esemplare, toccante, magnetico, magnifico. Per quanto mi riguarda, probabilmente, il miglior film dell’anno.


Leggi i commenti (11)
Grazie per i vostri: commenti (11)




L'AUTENTICO SIGNIFICATO DELL'ORRORE
Postato alle marzo 03, 2009 13:01 di martedì, 03 marzo 2009
da: [cinemystic]

THE NIGHT FLIER - THE MANGLER - THE MIST: orrore vero

Qualche volta capita, per fortuna. Viviamo in un'epoca in cui il cinema horror spesso e volentieri affonda in un'orgia straziante composta di remake inutili e insopportabili, filmetti insulsi adatti solo ad adolescenti celebrolesi, ripetitività senza costrutto, orde di ragazzetti in perenne crisi ormonale e di bambolotte inespressive con tette e culi al vento, prodotti senza la minima dignità artistica, lavori facili facili da consumare come un cappuccino a colazione e dimenticare quattro secondi dopo, mercantilismo fine a se stesso, quattrini da intascare a palate senza preoccuparsi della qualità. Ma qualche volta, grazie al cielo, anche se troppo di rado, capita.

Accade che da questo coacervo di nullità esca fuori un horror vero, adulto, crudele, cattivo, anticonsolatorio, senza compromessi. E' successo recentemente, ad esempio con l'apocalittico The Mist o con l'insostenibile The Girl Next Door. Succedeva anche negli anni '90, nel decennio forse peggiore della storia del cinema horror, in cui il genere langueva in completa crisi d'idee, chiudeva in un cassetto lo splatter (morto nel '92 con Braindead e rinato pochi anni fa), e mostrava soddisfatto le trionfanti piaghe del teen-movie e del puritanesimo più becero.

Così, tra una porcheria e l'altra, usciva fuori un film come The Night Flier, diretto dal semi-esordiente Mark Pavia, tratto dal bellissimo racconto di Stephen King Il Volatore Notturno. A vederlo faceva un effetto strano, e lo fa ancora a recuperarlo oggi, dodici anni dopo.

Perchè qui ci troviamo di fronte a un horror terrificante, nella sua composizione ideologica, riflessiva, politicizzante nel senso migliore del termine. C'è un giornalista (lo spigoloso e bravissimo Miguel Ferrer) che pare un Clint Eastwood ante-litteram: maleducato, sfrontato, odioso, insopportabile, misogino, misantropo. Insulta il suo caporedattore, vive solo e unicamente per addentrarsi nele viscere del macabro, venderebbe anche sua madre pur di conquistare la prima pagina del giornale in cui lavora, falsifica le notizie a suo piacimento per renderle più crude e appetibili, fuma e beve da solo in una bettola inelegante, non ha una compagna, l'unica sua amica è la macchina fotografica, non crede in niente, se ne frega di ogni regola del buon costume.

C'è un'altra giornalista (la bella e sensuale meteora Julie Entwisle), giovane e appena arrivata, che vuole a tutti i costi fare le scarpe al suo più esperto collega. C'è il loro caporedattore, che li mette di proposito uno contro l'altro ridendosela di gusto, e che pure lui è disposto a tutto pur di vendere più copie e acquisire gloria e denaro.

E poi c'è un misterioso assassino, un uomo o un mostro, un pipistrello o un vampiro, non si sa, che arriva di notte a bordo del suo aereo privato, ipnotizza le vittime prescelte, le sbrana con artigli appuntiti per mangiarseli e nutrirsi del loro sangue, e poi riparte in alto nei cieli, sparendo nel nulla.

Niente adolescenti brufolosi e ignoranti, in The Night Flier. Niente sesso facile e cosce vogliose. Nessuna ironia. Una riflessione arguta e profonda sul ruolo miscredente del giornalismo sensazionalistico, e una caccia allo scoop che scivola nell'immedesimazione e nell'orrore più cupo. Pavia dirige benissimo, ci mostra più volte il killer, solo parzialmente, avvolgendolo nel nero più nero, e quando finalmente ci fa vedere il suo viso, sebbene sapessimo che il momento stava arrivando, ci fa venire un infarto. Si è catapultati in un terrore ontologico che non offre vie d'uscita. Il gore è distribuito con intelligenza, senza abusarne, e cresce d'intensità via via che procede la narrazione. Gli effetti speciali sono notevoli. La sceneggiatura è solida e veloce, non perde tempo e non scivola in scempiaggini. Il finale sado-surrealista, fotografato in toni seppia, a metà tra Barker e Fulci, in cui l'Inferno si apre davanti ai nostri occhi, è da applausi.

Un film grandioso, entusiasmante, uno dei migliori horror degli ultimi 20 anni.

Da lì in poi, Pavia ha diretto un solo altro film (il semi-sconosciuto Slice), poi più nulla. L'attrice, che in quel momento stava insieme al regista, non ha praticamente più recitato. Il film ha avuto poca eco, ma stranamente è stato doppiato in italiano, per una volta anche bene. Insomma, un capolavoro ammantato di mistero. Uno splendido mistero.

Visto poi che parliamo di horror adulti, truci e puri, è interessante (e qui raccolgo l'inconsapevole suggerimento dell'amico Michele Pastrello) mettere in gioco un parallelo critico con un altro film che ha molti punti in comune con The Night Flier, e cioè The Mangler, di Tobe Hooper.

Anch'esso tratto da un racconto breve di King, uscito nello stesso periodo (uno è del '97, l'altro del '95), è un altro riuscito lavoro in cui non c'è posto per ragazzetti stupidi e muscolosi e ochette rifatte. Anche qui un horror nudo e crudo, senza compromessi e consolazioni, guidato da un Robert Englund brutto, disgustoso, sciancato, incestuoso, efficace come mai nella sua carriera.

Anche qui sangue vero, tutta sostanza e zero puritanesimo. Certo, Hooper perde un po' il filo della storia nella seconda parte, e rispetto a Pavia scava di meno nei sottotesti. Ma pure qua non si scherza, i morti spiattellati nella macchina stiratrice si susseguono, Englund sputa in faccia alle convenzioni, e il risultato è più che buono.

Insomma, qualche volta il miracolo succede. Se volete vedere due horror veri, lasciate perdere le porcate raffinate e disoneste che escono al cinema, e andate a recuperare The Night Flier e The Mangler. E se già li conoscete a menadito, riguardateli un'altra volta. Fanno bene all'anima. Magari insieme a The Mist (l'unico che in tempi recenti abbia saputo raccogliere la loro eredità), per completare un terzetto kinghiano schietto e incorrotto, maturo e agghiacciante, da leccarsi i baffi. Perchè il cinema horror è questo.


Leggi i commenti (6)
Grazie per i vostri: commenti (6)



BUON COMPLEANNO CINEMYSTIC
Postato alle marzo 01, 2009 12:10 di domenica, 01 marzo 2009
da: [cinemystic]

Il 1 marzo 2008 nasceva Cinemystic, e realizzavo un progetto che avevo in mente da tempo, mettere on line un blog tutto mio in cui poter condividere la mia passione e le conoscenze acquisite nel tempo, con piena e assoluta libertà d'espressione.

E' già passato un anno. 130 post pubblicati, aggiornamenti più o meno puntuali, tanti e tanti film posti sotto la lente d'ingrandimento, temi spero interessanti sviscerati nel miglior modo possibile, belle discussioni nate dai vostri commenti... E dunque, un grande ringraziamento ai fedeli lettori di Cinemystic ("you know who you are"), e anche a chi capita solo saltuariamente su queste pagine. Sperando di poter continuare ancora per molto tempo... "Orizzonti di Gloria" a tutti voi !


Leggi i commenti (9)
Grazie per i vostri: commenti (9)




CULT COLLECTION - CABIN FEVER
Postato alle febbraio 27, 2009 19:02 di venerdì, 27 febbraio 2009
da: [cinemystic]

RUBRICA CULT COLLECTION

CABIN FEVER

A rivederlo, passato ormai qualche anno dalla sua uscita, si conferma ciò che già ai tempi si era intuito. Quello di Eli Roth è (fu) uno degli esordi più folgoranti che il cinema horror abbia conosciuto da lustri. Un talento purtroppo non confermato nei suoi lavori successivi.

Sapete qual è il paradosso? É che mentre si guarda Cabin Fever, sembra di trovarsi di fronte a una sontuosa porcata. Sceneggiatura incoerente e saltellante, situazioni sceme, personaggi senza il minimo spessore, sequenze troncate a metà o appiccicate senza logica, dialoghi scritti ad minchiam, inserti messi lì pare a caso. E invece, se si entra un po’ in sintonia con il circo irriverente e festaiolo messo in piedi da Roth, ci si diverte un mondo, e ci si immerge in un pantano di cattiveria, crudeltà ed egoismo che ben pochi hanno il coraggio di mostrare con questa convinzione.

I 5 protagonisti, amici per la pelle all’inizio, diventano poco alla volta delle belve, pronte a sbranarsi una con l’altra pur di evitare il contagio. L’unico obiettivo resta salvarsi la vita, a costo di sparare addosso a un poveraccio che chiede pietà, oppure rinchiudere con le catene in uno stanzino buio la compagna infetta. Tutti contro tutti, in un crescendo parossistico quasi orwelliano, in cui trovano posto anche sceriffi ebeti e vendicativi e gente del posto che ad aiutare lo straniero non ci pensa proprio, anzi...

Lo splatter e il gore crescono e si gonfiano con l’andare del tempo, fino a deflagrare nella seconda parte, non tanto per la quantità, comunque limitata, quanto invece per l’ottima qualità: momenti da applausi (la ragazza che sputa un fiotto di sangue sulla macchina appena ripulita dagli ex amici), e altri davvero duri da sostenere (l’altra poveraccia infetta che mentre si depila si passa la lametta sulla gamba ormai malata raschiando le croste e il sangue rappreso).

Effetti speciali di buon livello supervisionati dalla puntuale triade Berger-Nicotero-Kurtzman, importanti aiuti di Angelo Badalamenti alle musiche e di David Lynch alla produzione, fotografia che ogni tanto vira verso il rosso fragola, ragazzini dementi che fanno arti marziali al ralenti, attimi sospesi di matrice western, sospiri di straniante romanticismo, misoginia pura, ammiccamenti alla tradizione di genere, un po' di sesso che non guasta, l'ambiente boschivo come giusto microcosmo di orrore e dolore. Una sarabanda visiva arruffata e grintosa, chiusa dal palese omaggio a Romero nel finale.

Roth pare prenderci per i fondelli dal primo all’ultimo minuto, ma riesce da un lato a realizzare un prodotto esilarante e perfino entusiasmante, e dall’altro a ricordarci che purtroppo, dietro alle maschere del quotidiano, faccia a faccia con la paura, come diceva Hobbes “l’uomo è per ogni altro uomo un lupo”. O un cane rabbioso, fate voi.


Leggi i commenti (4)
Grazie per i vostri: commenti (4)



OSCAR 2009: CONSIDERAZIONI...
Postato alle febbraio 24, 2009 12:32 di martedì, 24 febbraio 2009
da: [cinemystic]

Da quello che è accaduto domenica notte al Kodak Theatre, estraggo volentieri due tipi di considerazioni, una positiva, l'altra molto meno. Cominciamo dalle note liete.

L'Academy si è inventata, quest'anno, il quartetto di attori vincenti più bello e giusto che si vedesse da lustri: Sean Penn, Kate Winslet, Heath Ledger e Penelope Cruz.

Penn è ormai a tutti gli effetti il miglior attore in circolazione. Celebrato dal suo amico De Niro, di cui ormai è erede designato, dopo una carriera magnifica, in continuo crescendo, coadiuvata da prove di regia splendide, nell'ottimo Milk (che ha meritatamente vinto anche il premio per la miglior sceneggiatura originale) offre un'altra prova sontuosa. Perfettamente calato nella parte, misurato ed eccessivo con giustezza a seconda dei momenti, l'interprete di Dead Man Walking e The Interpreter personifica con pienezza di significato l'ottimo ruolo che il bravo Van Sant gli disegna intorno, e riesce realmente a commuovere. Pensavo avrebbe vinto Mickey Rourke, e non sarebbe stato uno scandalo. Ma Sean Penn, dopo Mystic River, si porta a casa un altro Oscar strameritato.

Discorso identico per Kate. Questo non è un Oscar per l'ennesima bella prova offerta in The Reader, bensì un premio alla carriera, sacrosanto, che avrebbe meritato già molte volte in passato. Da Creature del Cielo a Titanic, da Holy Smoke a Romance & Cigarettes, da Iris a Neverland, la Winslet è maturata e migliorata sempre più, ha dimostrato completa versatilità, e ha sempre avuto la sfrontatezza e il coraggio per mettere in mostra il suo corpo nudo, nonostante le smagliature e i seni non rifatti e gli eventuali chili di troppo. Lei, donna bella ma "normale", in un mondo hollywoodiano popolato da fantocci, bamboline senza cervello, starlette senz'anima, e maggiorate post-bisturi, se le è messe tutte sotto i piedi, ottendendo finalmente la consacrazione che nessun'altra avrebbe meritato.

Non lo so se Ledger, senza la sua prematura morte, avrebbe vinto. Probabilmente no. Ma la sua prova in The Dark Knight, smisurata ed estrema, è da applausi, pareggia e forse perfino supera il mentore Nicholson del Joker di Tim Burton. Quindi, giusto così.

Penelope Cruz l'ho detestata, ad inizio carriera. Ma poi, poco alla volta, grazie soprattutto a Non ti Muovere e al meraviglioso Almodovar di Volver, ho imparato ad amarla. Come giustamente ha detto a Sky il bravissimo Gianni Canova (uno dei pochi critici italiani che sappia davvero analizzare le cose con sintesi e intelligenza, senza sbrodolamenti e masturbazioni ridicole), la Cruz personifica "l'ultima rappresentante di un tipo di recitazione carnale, mediterranea, viscerale, che prende vita dalla tradizione di Sophia Loren e Anna Magnani". Non ho visto il film di Woody Allen, ma il premio per l'attrice spagnola è in ogni caso più che meritato.

Insomma, un quartetto di attori bello, limpido, perfetto. In circolazione non c'è nessuno meglio di loro.

Venendo invece alle note negative, il trionfo di The Millionaire conferma pienamente le previsioni, e addirittura le supera in termini di quantità. Negli ultimi anni i film vincitori si erano quasi sempre fermati a 3, 4, massimo 5 statuette. Boyle ne porta a casa 8, surclassando il rivale Fincher. Sono decisamente troppe. Accettabili quelle per la fotografia, il montaggio e magari la colonna sonora, discutibili tutte le altre, per un film tanto "bello" quanto ruffiano, studiato a tavolino e ben poco credibile. Ma tant'è, in America l'hanno adorato. Non c'è da stupirsi.

Disappunto, infine, per tre altri motivi: il non-coraggio dimostrato dall'Academy a premiare Wall-E solo come miglior film d'animazione (avrebbe meritato perlomeno anche gli effetti sonori, e magari la sceneggiatura), la sconfitta del francese Entre les Murs di Cantet come miglior film straniero, e quella del sommo maestro Werner Herzog per il miglior documentario. Motivi che confermano ancora una volta la cecità dell'Academy. Ma non mi lamento, anzi... il quartetto d'attori vincenti che hanno costruito, ha già del miracoloso!

PS: l'attrice più bella della serata? Anne Hathaway. Viso dolce e genuino, sorriso magnetico. Una delizia.


Leggi i commenti (6)
Grazie per i vostri: commenti (6)

Nessun commento: