domenica 13 novembre 2011

ARCHIVIO CINEMYSTIC (Agosto 2009 - Febbraio 2010, 20 post)

HALLOWEEN 2
Postato alle febbraio 11, 2010 15:16 di giovedì, 11 febbraio 2010
da: [cinemystic]

A mio giudizio, Rob Zombie è senza alcun dubbio il regista horror del decennio. Ha dato vita a due capolavori monumentali come La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo, e a un altro film sontuoso per metà, il prequel/remake di Halloween. Il tutto, senza esperienza specifica alle spalle, proveniendo da un ambito artistico ben diverso (la musica), mostrando fin da subito un talento visivo assolutamente stratosferico.

Il primo Halloween è stato un parto complicato e doloroso, soprattutto per colpa delle ingerenze di quei simpaticoni dei Weinstein. Il buon Zombie aveva dichiarato che non avrebbe mai diretto un sequel, poi quando ha capito che qualcun altro lo avrebbe fatto comunque, ha cambiato idea e ha deciso di tenersi stretta la sua “creatura”, realizzando anche Halloween 2, che finalmente, pur con notevole ritardo (è uscito lo scorso agosto negli States e a ottobre in Italia), sono riuscito a visionare.

Considerando che il consueto riassunto della trama mi pare operazione superflua, parto subito con le mie valutazioni critiche.

La capacità di Rob Zombie di giocare con l'oggetto-cinema per dare forma filmica all'immagine, è un qualcosa di entusiasmante e fuori dal comune. Questo suo ultimo lavoro non fa eccezione.

Visivamente parlando, siamo di fronte a una pellicola sontuosa, in cui Zombie, lasciato finalmente libero dai produttori di potersi esprimere senza impedimenti, spinge sul pedale del gore, imbratta i corpi martoriati con la propria poetica fatta di carne umiliata e impietosa sofferenza, e ci offre perle strepitose in ogni istante (il prologo iniziale in cui Laurie cammina per la strada ricoperta di sangue, l'inquadratura ad altezza-suolo dalla quale vediamo le gambe di Myers scendere dall'ambulanza, la scena al ralenti e in controluce nella quale Michael si rialza dopo l'aggressione subita dai contadini e indossa la maschera, tutte le straordinarie sequenze oniriche in cui appare la Dama Bianca Sheri Moon, l'inquadratura finale e speculare a quella d'apertura in cui Laurie esce dal capanno, e molte altre).

Come tutti i film di Zombie, anche Halloween 2 andrebbe studiato nelle scuole di cinema, fotogramma per fotogramma, per capire cosa vuol dire applicare la fantasia compositiva alla Settima Arte, e sfruttare il campo di ripresa, i movimenti di macchina, la fotografia e il montaggio per dare respiro a un festa cinefila senza limiti.

Per quanto concerne la trama, rispetto al primo capitolo della nuova saga in cui il regista inventava significazioni nuove nella parte iniziale, e riproponeva pedissequamente il prototipo carpenteriano nella seconda, qui Zombie sceglie una strada intermedia: riepilogare la materia originaria, per poi plasmarla e rimodellarla a suo piacimento. Obiettivo raggiunto, in parte.

La sceneggiatura, infatti, non convince appieno. Tutto il subplot dedicato alla pubblicazione del libro del dottor Loomis, nella quale si attua un'evidente critica alla spettacolarizzazione esosa e farlocca del giornalismo contemporaneo, appare piuttosto raffazzonato e fondamentalmente fuori contesto; oltretutto, Malcolm McDovell non riesce a essere incisivo come dovrebbe (molto meglio il bravissimo Brad Dourif, una vera garanzia). E' poi tutta la struttura del film in sè ad apparire solida solamente a tratti, sfaldandosi qua e là forse per una sorta di bulimia contenutistica.

A ben vedere, inoltre, è proprio la materia di base a essere ormai superata, logora, tediosa, alfine pleonastica. La sottolineatura dei legami familiari che compongono la vicenda e spingono Myers verso le proprie azioni omicide è interessante, le novità che si tenta di apportare sono apprezzabili, ma ciò non toglie che purtroppo sappiamo già tutto da diversi lustri. Di conseguenza, viene meno la sorpresa, e sparisce la tensione. Insomma, il magnifico Rob lo vorremmo vedere alle prese con un qualcosa di veramente nuovo.

Resta comunque davanti ai nostri occhi un trip cinematografico esaltante, in cui l'uomo barbuto rifila ancora una volta lezioni di regia al 99% degli autori contemporanei. Attualmente solo Guillermo Del Toro e Tim Burton sanno raggiungere tali livelli di estatica fascinazione.

Volendo riassumere, voto alla regia 9, voto alla sceneggiatura 5,5, voto al film... A vostro piacimento. Io preferisco depositare in un angolino la narrazione, il sequel, il prequel, il remake e il controremake, il pacco e il contropacco, e semplicemente assaporare la strepitosa orgia visiva che ancora una volta Rob Zombie ha saputo regalarci.


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DREAD
Postato alle febbraio 04, 2010 15:02 di giovedì, 04 febbraio 2010
da: [cinemystic]

NEW VISIONS - DREAD

Dopo un momento di distacco, torno su Cinemystic per parlarvi di Dread. Diretto da Anthony DiBlasi, e tratto dall'omonimo racconto contenuto nel secondo volume dei Books of Blood di Clive Barker, è uno degli otto nuovi horror indipendenti scelti quest'anno dalla After Dark Films per la distribuzione sul mercato internazionale. Insieme alle altre 7 pellicole selezionate, è stato nei giorni scorsi proiettato in alcune sale sparse per gli States nell'ambito del festival 8 films to die for, e ora uscirà dai confini per approdare a marzo in Dvd.

Quaid, Stephen e Cheryl sono tre studenti universitari, che decidono di realizzare una tesi dedicata all'esplorazione della paura umana. Hanno tutti subito abusi e/o avuto terribili traumi nel corso dell' infanzia. Iniziano a intervistare amici e compagni di corso, registrando davanti a una telecamera le loro confessioni, con l'obiettivo di fare uscire allo scoperto le ansie, le angosce e i ricordi più dolorosi che li accompagnano. Tra i “soggetti di studio” c'è anche Abby, ragazza disadattata perchè da sempre è costretta a vivere con un'enorme macchia che le ricopre gran parte del corpo, viso compreso.

Via via che passano i giorni, l'esperimento diventa sempre più intimo, viscerale e pericoloso, in particolar modo per colpa di Quaid, desideroso di condurre il lavoro oltre ai confini razionali, per portare se stesso e i suoi amici a guardare davvero in faccia la paura, lottare contro la “bestia” che vive da anni nei loro cuori, e catartizzarne così gli effetti. Ben presto la situazione degenera, sfugge di mano ai tre studenti, e Quaid infrange ogni limite pur di estremizzare la propria inquietante missione.

Trasporre su grande schermo l'universo sadico e complesso di Clive Barker non è mai cosa semplice. Ne sa qualcosa Ryuhei Kitamura, regista del recente Midnight Meat Train (non così brutto come alcuni hanno scritto, ma senz'altro deludente in rapporto alle attese, e ben lontano dallo straordinario racconto dello scrittore di Liverpool). Qui comunque il debuttante DiBlasi cerca di mantenere invariata la struttura narrativa della storia, provando a mettere sul piatto molti degli ingredienti che da sempre affollano il mondo parallelo felicemente creato da Barker: la carne e il sangue, l'egoismo umano e l'orrore primordiale, il sesso ambiguo e la diversità, la fascinazione della pittura e il potere occulto dell'Arte, la follia e il sadomasochismo, l'allucinazione e i mostri che si nutrono della nostra fragile mente.

Ovviamente, come quasi sempre in questi casi, il film deve per forza di cose lavorare di sottrazione, perdendo così alcune significazioni primeve del contesto letterario. DiBlasi, però, autore anche della sceneggiatura, ha il merito di non osare eccessivamente, e di mantenere il suo lavoro su binari consoni, riuscendo a ottenere un'atmosfera correttamente lugubre e a suo modo soffocante.

Per almeno un'ora, Dread viaggia sottopelle, cullandosi in un andamento lento che risulta comunque appropriato e non stancante, inframezzato da esplosioni di violenza improvvise e talvolta pleonastiche, legate soprattutto ai flashback sanguinari che riportano al passato straziante dei protagonisti, e alle visioni che ne accompagnano il presente. La fotografia livida aiuta comunque lo spettatore a immergersi in un clima di discreta morbosità, nel quale prepararsi psicologicamente al probabile orrore che lo attende.

Nell'ultima mezz'ora, infatti, avviene l'accelerazione, decisa e concreta, crudele e nient'affatto consolatoria, e il gore arriva copioso a sostituire la tensione limbale dei minuti precedenti, sino a giungere a un finale da incubo, atroce e ben congeniato, che si scatena in un coacervo di corpi derisi, umiliati e massacrati.

La regia si mantiene ordinata senza lanciarsi in voli pindarici, ed è meglio così. Gli effetti speciali risultano talvolta efficaci e in qualche caso non adeguati, soprattutto sul piano del verismo. Tra i quattro attori principali, a cavarsela meglio sono le due donzelle, Hanne Steen e Laura Donnelly, che risultano molto più credibili e convincenti rispetto ai maschietti, Shaun Evans (troppo sopra le righe) e Jackson Rathbone (idolo delle ragazzine per la sua interpretazione in Twilight, ma non particolarmente a suo agio in un horror “serio”).

Nella sostanza, nonostante qualche difetto e qualche ingenuità, questo Dread sfugge per fortuna al fallimento di tante pellicole di derivazione letteraria, e risulta solido, disturbante e apprezzabile, tanto da aver ottenuto l'approvazione dello stesso Barker, che risulta infatti tra i produttori. Consigliata senz'altro la visione, per un'immersione atavica nelle origini delle vostre più terrificanti paure.


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BRAIN DAMAGE
Postato alle gennaio 04, 2010 18:44 di lunedì, 04 gennaio 2010
da: [cinemystic]

CULT COLLECTION - BRAIN DAMAGE


Benvenuti. Bentornati. Ben arrivati. Dopo qualche giorno di pausa, iniziamo l'anno 2010 di Cinemystic, e lo facciamo parlando per un attimo di
un film per il quale la definizione di cult non è affatto sprecata, ma anzi, lo identifica pienamente. Cult, per non dire Stra-Cult.

Il film in questione è Brain Damage, diretto nel 1988 da Frank Henenlotter, paladino del B-Movie che già qualche anno prima aveva realizzato il delirante Basket Case (e che recentemente è tornato in attività con Bad Biology).

Un vermone gigante (e parlante) di origine divina, di nome Aylmer e di vaga sembianza fallica, si introduce nella nuca delle proprie vittime, iniettando loro un fluido allucinogeno di colore bluastro, che li costringe a essere totalmente succubi del suo volere. A quel punto il parassita può ordinare agli involucri umani sottoposti al suo comando di portarlo in giro per la città, per nutrirsi dei gustosi cervelli di altre malcapitate vittime. All'inizio lo tengono in custodia due anziani ringalluzziti, poi la creatura scappa e va a infilarsi nel cranio del giovane Brian, il quale prima gode degli effetti euforici che gli regala il suo nuovo "amico", e poi invece cerca di combatterlo. Nel frattempo, i due anziani cercano di riprendersi il loro giocattolino.

Henenlotter, con questo gioiello truce e irriverente, prova a costruire un piccolo pamphlet di denuncia riguardo al potere ammaliatore e distruttore delle droghe sintetiche, nonchè ai rischi della dipendenza, e al contempo tratteggia un ritratto piuttosto spietato della gioventù moderna, debole e priva di valori. Ma soprattutto, mette in piedi uno spettacolo gore esilarante e godibilissimo, che riassume le derive cronenberghiane della nuova carne per scivolare nella più distorta psichedelia filmica.
Il tutto è girato in totale economia, eppure il vermone è realizzato con una certa abilità, anche se alcuni effetti speciali appaiono caserecci fino al limite dell’amatoriale. Lo splatter inonda più di una volta lo schermo, con 2/3 sequenze estreme e indimenticabili, tra cui una tremenda fellatio condotta nel retro di una discoteca, e un orecchio che va (letteralmente) in pezzi.

La trama, pur esile, in qualche modo regge fino alla fine, e soprattutto si respira il profumo malsano ma genuino dell’horror appassionato e indipendente. Come i veri cult, appunto, quelli che la gente "normale" (???) non si sogna neanche di guardare... Quelli che sul finire degli anni '80 si andava a noleggiare negli scaffali più polverosi delle videoteche, o ci si procurava attraverso lo scambio di videocassette di pessima qualità con gli altri appassionati. Bei tempi ahimè defunti.

Comunque Brain Damage resta un film prezioso, e a suo modo, indimenticabile. Per fortuna è uscito anche in versione italiana, doppiato neanche tanto male, e oggi è facilmente reperibile ovunque.


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VISIONI NATALIZIE
Postato alle dicembre 22, 2009 18:08 di martedì, 22 dicembre 2009
da: [cinemystic]

Il vostro caro Cinemystic, per rendere più piacevole il tedio natalizio, (periodo dell'anno che non ama particolarmente) ha messo in agenda una serie di belle revisioni cinefile. Film visti magari anni fa, non dimenticati ma un po' scoloriti dall'oblio del tempo, che ha voglia di riscoprire e rivivere.

Nell'elenco ci sono Master & Commander, Man on the Moon, Into the Wild, Ragazze Interrotte, Instinct, Sogno di una notte di mezza estate, Closer, The Prestige, due o tre esilaranti e gustose pellicole dei suoi amati Muppets, che rasserenano l'anima... più un paio di film recenti che gli mancavano e che andrà a recuperare (Il cattivo tenente di Herzog e Il nastro bianco di Haneke)... e giusto per non dimenticare mai un po' di sano horror, The Haunting di Wise, Brain Damage, e qualcosa di Jean Rollin.

Buone feste a tutti.


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WENDIGO
Postato alle dicembre 16, 2009 11:41 di mercoledì, 16 dicembre 2009
da: [cinemystic]

- CULT COLLECTION - WENDIGO


Oggi mi fa piacere parlare un momento di un horror che ho rivisto stanotte, un piccolo cult a cui sono molto affezionato, e che a mio avviso è meritevole di ogni considerazione. Si tratta di Wendigo, anno 2001, diretto da Larry Fessenden.

Fessenden è un regista/attore/produttore americano che gli appassionati ben conoscono, portabandiera da sempre di un cinema rigorosamente indipendente, genuino, fresco, lontano da qualsiasi moda e dalle imperanti logiche commerciali che affossano la gran parte degli horror contemporanei.

Dopo i lodevoli No Telling (La sindrome di Frankenstein) e Habit, nel 2001 con Wendigo il regista newyorchese realizza il suo piccolo capolavoro, basato sulla leggenda dello spirito vendicativo dei Nativi Americani: uno spirito che può assumere varie forme (vento, albero, uomo, bestia), che cresce nutrendosi, e il cui appetito non è mai sazio.

Il Wendigo arriva a sconvolgere l’esistenza di una famigliola americana in viaggio verso un week-end rilassante sulla neve, e le sue gesta ci vengono narrate attraverso gli occhi ingenui e spaventati del piccolo figlio Miles, di otto anni.

Siamo di fronte a un film che riassume il vero significato del cinema indipendente: girato con pochi soldi, magari approssimativo in certe soluzioni, con effetti speciali “caserecci”, ma estremamente semplice, onesto, sincero, appassionato, e soprattutto pieno di brillanti idee.

Un dramma familiare che diventa horror, il Male e lo strazio, l’incubo che gradualmente inghiotte la realtà razionale, il mostro che fuoriesce dal buio per farsi sempre più materico e inquietante, e il dolore dipinto tra le lacrime di un bambino costretto a crescere troppo in fretta.

Bello, bello davvero. Fessenden è un autore da amare, senza se e senza ma, nel nome della libertà d'espressione artistica. E questo Wendigo è uno schiaffo in faccia agli insopportabili teen movies, ai fastidiosi e infiniti remake, alle mode senza senso, alle mega-produzioni senz’anima, e alle schifezze per celebrolesi che infestano il mercato.



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THE CHILDREN
Postato alle dicembre 02, 2009 18:52 di mercoledì, 02 dicembre 2009
da: [cinemystic]

Non ci sono solo Francia, Spagna e Australia, a poter vantare nuove produzioni horror di alto livello, e a formare delle nuove “scuole” in grado di porsi all’attenzione generale di pubblico e addetti ai lavori. C’è anche l’Inghilterra, e a quanto pare, il new horror britannico sta bene, benissimo. Ne abbiamo già avute recenti e solide dimostrazioni con i vari Eden Lake, Donkey Punch, Mum & Dad, film tutti interessanti e coinvolgenti, e diretti da autori giovani ed esordienti (o quasi).

La strada è stata ormai tracciata, e l’ha intrapresa anche Tom Shakland (proveniente dalla televisione e già autore alcuni anni fa di qualche buon cortometraggio come The Bait), con questo The Children, uscito a dicembre 2008 nei cinema del proprio paese e distribuito dalla Lionsgate in Dvd questa primavera. In Italia non è arrivato, tanto per cambiare, ma è stato proiettato pochi giorni fa al festival Science+Fiction di Trieste, vincendo il Méliès d’Argento per il miglior lungometraggio in concorso.

Due sorelle stanno attraversando un difficile momento, e covano da tempo rancori e incomprensioni. Per appianare i contrasti, decidono di trascorrere un piacevole week-end insieme, in un cottage innevato e isolato tra i boschi, in compagnia dei rispettivi mariti e dei rispettivi figli, quasi tutti di età compresa tra i 5 e i 7/8 anni, tranne una sorella più grande e ormai adolescente. Una bella e chiassosa festa familiare insomma. Poco dopo la riunione delle due comitive, però, le cose iniziano ad andare nel verso sbagliato. Un misterioso virus si diffonde all’interno del cottage e nel bosco circostante. I bambini si ammalano uno dopo l’altro, e iniziano a essere stranamente aggressivi. Brutti incidenti si susseguono. Ben presto gli adulti dovranno iniziare una complicata lotta per la sopravvivenza, difendendosi dai furiosi attacchi della loro stessa prole.

The Children 2009

Qui si fa sul serio. Diciamolo subito. Shankland sfrutta un coraggioso script di Paul Andrew Williams, e mette in scena con abilità l’attacco frontale di una covata di “bambini dannati” che sovrasta i precedessori kinghiani (Grano Rosso Sangue) e tanti altri epigoni recenti (Joshua, Orphan). Sconta forse un qualche debito nei confronti di Cabin Fever, e vagamente anche di Shining (in talune inquadrature), oltrechè dello spagnolo Ma come si può uccidere un bambino? di Narciso Ibanez Serrador, ma spinge sul terreno del realismo più inquietante. Non ci troviamo infatti di fronte ad alieni, possessioni demoniache, o entità sovrannaturali di altro tipo. L’unico elemento catalizzatore che provoca l’esplosione della furia omicida da parte degli infanti è una sorta di non ben spiegata influenza, che si propaga velocemente facendoli letteralmente impazzire, e trasformandoli in subdoli e crudeli assassini senza scrupoli.

The Children 2009

Questo The Children funziona, eccome, in ogni suo singolo elemento costitutivo. Brillante e fantasiosa al punto giusto la regia, ottimo il montaggio, affascinante la fotografia di Nanu Segal, alto il ritmo, bravi gli attori adulti, terrificanti i bambini, i cui volti scavati e al contempo furbi, sofferenti, complici e ironicamente sadici fanno davvero venire la pelle d’oca.
Solida la prima parte, di ambientazione narrativa, quando nel mezzo dell’apparente serenità bastano in realtà un silenzio incarognito, una piccola parola fuori posto, un’espressione dubbiosa, un sorriso fasullo, una battuta mal riuscita, per rendere pesante l’atmosfera e prepararci psicologicamente alla deflagrazione che seguirà.
Serratissima invece la seconda parte, quando forse la spettacolarità degli eventi soffoca un po’ la raffinata angoscia che prima vibrava sottopelle. L’incredulità di fronte a ciò a cui si assiste è comunque sufficiente a lasciare senza respiro, e a porre esiziali dilemmi morali sull’opportunità che un genitore possa, in una situazione di estremo pericolo, fare del male al proprio figlio, o debba invece riporre le armi e rassegnarsi al suo destino.

The Children 2009

Shakland sradica alcune basilari regole sintattiche del cinema horror, e lo fa con scelte radicali e ben precise. I misteriosi incidenti provocati dai bambini, a causa dei quali alcuni adulti si fanno male assai, sono lasciati volutamente fuori campo. Non li vediamo, ma ne avvertiamo in ogni caso la straziante intensità. Quando invece sono gli stessi bambini a subire, il tutto avviene senza remore davanti ai nostri occhi. Avesse fatto una cosa del genere in Italia, sarebbe stato censurato a vita, bollato come eretico, processato da giornali, televisioni e associazioni cattoliche, escluso da qualsiasi occupazione futura nel cinema… e magari pure esposto a pubblica fustigazione in Vaticano.

Per fortuna sua, invece, è nato in Inghilterra, e ha messo insieme un film sconvolgente, di notevolissima fattura, che si candida autorevolmente a essere il miglior horror dell’anno.

Nelle nostre povere terre forse non arriverà mai. Comunque è possibile reperirlo facilmente, in versione integrale, in lingua originale e con i sottotitoli in italiano.


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PARANORMAL ACTIVITY
Postato alle dicembre 01, 2009 19:06 di martedì, 01 dicembre 2009
da: [cinemystic]

E’ davvero il caso cinematografico dell’anno, questo Paranormal Activity. Realizzato con un budget bassissimo (17.000 dollari), inizialmente è stato distribuito in pochissime sale statunitensi, proponendosi al mercato con la nuova e rivoluzionaria formula del “copie su ordinazione“. Ovvero, esercenti delle sale e spettatori, se vi interessa il film, contattateci e ve lo facciamo avere.

Da lì, il film di Oren Peli ha scatenato una vera e propria febbre mediatica. I pochi cinema in cui era proiettato nelle prime settimane sono stati presi d’assalto, e hanno portato a code interminabili. Centinaia di gestori hanno richiesto di avere la pellicola. Si è sparsa la leggenda (ovviamente farlocca) che Steven Spielberg sarebbe rimasto talmente terrorizzato dalla visione del film da averlo dovuto lasciare a metà e finirlo il giorno dopo. La distribuzione si è allargata a macchia d’olio con spaventosa velocità. Gli incassi sono stati faraonici (decine di milioni di dollari), e sono state raggiunte le vette del box office. Oggi, Paranormal è in cartellone negli States in ogni dove, ed è già anche stato comprato in molti paesi esteri (pare anche l’Italia).

Insomma, i produttori del film hanno trovato la gallina dalle uova d’oro, hanno rischiato e azzeccato una strategia di marketing rivoluzionaria che si è rivelata più che vincente, e hanno guadagnato una vagonata di soldi. Complimenti vivissimi. Chissà che questa nuova strada non possa essere intrapresa in futuro da tanti altri.

Oltre a tutto questo delirio di massa, però, esiste anche il film in sè. Dopo averlo visionato in anteprima, iniziamo fin da subito a dire che la qualità non è certo pari alle aspettative.

La pellicola si muove su un terreno ormai consolidato, vera e propria moda di questi ultimi tempi, ovvero il cosiddetto mockumentary (finto documentario). I giovani e innamorati Katie e Micah sono perseguiti da uno spirito (o forse un demone) che infesta la loro casa, e decidono di riprendere con la loro nuova videocamera tutto quello che accade, di giorno e soprattutto di notte, per scoprire la verità.

Questo nuovo sottogenere autoreferenziale, in cui il cinema entra nel cinema per offrire un doppio livello di immagine e un molteplice registro di lettura, è esploso con The Blair Witch Project, e da lì è proseguito con i vari Rec, Diary of the Dead, Cloverfield e pure il recente District 9. Con risultati talvolta osceni (i primi due titoli citati) talvolta invece molto buoni (gli altri tre).

Il film di Oren Peli, però, è molto più forma che sostanza. Un contenitore ipnotico e teoricamente inquietante, al cui interno però i motivi di reale interesse sono davvero pochi e limitati. La maggior parte del tempo assistiamo alle discussioni dei due protagonisti, che cercano di decidere il da farsi e di capire cosa sta realmente avvenendo nella casa. Tra un riempitivo e l’altro, le notti sono scandite dalle riprese della videocamera, che i due lasciano accesa, in camera da letto, mentre dormono, e attraverso la quale sentiamo la presenza della misteriosa entità, vediamo ombre e percepiamo tonfi, sussurri, rumori inspiegabili.

Certo, per un pubblico di ragazzini che si accontentano di poco (o di nulla), e per le anime particolarmente sensibili e suscettibili, la visione può provocare molti momenti di disagio e paura. Ma per chi è un minimo avvezzo a pellicole similari e al genere specifico, c’è davvero poco di che spaventarsi, tranne forse un paio di attimi in cui il cuore balza in gola.

Oltretutto, dal punto di vista puramente narrativo ed etimologico, Paranormal Activity non offre nessuna significazione che possa dirsi quantomento intrigante o ricercata. Tutto il contrario. Il regista di origine israeliana persegue pedissequamente i topoi di decenni di cinema (e secoli di letteratura) dedicati alle presenze fantasmatiche: persecuzioni che durano nel tempo, vendette da portare a termine, porte che si aprono e chiudono da sole, segnali di un qualcosa che non distinguiamo, possibili esorcismi, tentativi di fuga poi smorzati… Fino a che la progressione del racconto non giunge al suo apice e il demone decide di fare sul serio, in un finale comunque ben congeniato (perlomeno quello della versione uscita nelle sale, in realtà ne esistono due diversi).

Aggiungiamoci poi che i due attori sono davvero odiosi, insopportabili, e non trasmettono la benchè minima empatia (anzi, vien voglia di tifare per l’entità e sperare che li massacri il prima possibile), e che il contesto urbano e decisamente benestante entro cui si svolge la storia risulta poco credibile e spesso vanifica la tensione emotiva, ed ecco che in conclusione andiamo con delusione a giudicare, maluccio, un film da cui francamente ci si poteva e doveva aspettare molto di più.

Le ghost-stories realmente terrorizzanti, nella letteratura e anche nel cinema, sono ben altre. Ma si sa, il pubblico medio si accontenta di poco. Soprattutto quello americano. Infatti, ça va sans dire, è già in programma un sequel.


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ORPHAN
Postato alle novembre 24, 2009 11:00 di martedì, 24 novembre 2009
da: [cinemystic]

E’ uscito poche settimane fa anche nei cinema italiani, Orphan, film prodotto tra gli altri da Leonardo Di Caprio, girato in Canada, e diretto dallo spagnolo Jaume Collet-Serra, nato in provincia di Barcellona, che aveva esordito nell’horror quattro anni fa con il fiacco remake de La maschera di cera. Una pellicola che al momento del suo arrivo nelle sale americane ha fatto parlare di sè soprattutto per le proteste delle associazioni per le adozioni dei bimbi orfani, che ne hanno pesantemente attaccato l’assunto ideologico.

Siamo ancora una volta nei territori in cui si muovono i bambini maledetti tanto cari al cinema horror. Abbiamo infiniti esempi in merito, dal Damien della saga de Il Presagio, all'Henry de L’innocenza del diavolo, fino al Sean di Birth e al recente Joshua.
Questa volta al centro della vicenda ci sono due genitori, lui ex adultero e lei ex alcoolizzata. Hanno già due figli, ne vorrebbero un terzo, lei è incinta, ma il nuovo bimbo nasce già morto. Per combattere il dolore di questa perdita decidono allora di adottare un’orfana, la piccola Esther: nove anni, sorriso smagliante, vestitini di un’altra epoca, nastrini di velluto ai polsi e al collo, brutto passato alle spalle, intelligenza sorprendente, e capacità artistiche fuori dal comune.
Peccato che poco tempo dopo l’ingresso di Esther in famiglia inizino ad accadere fatti inconsueti. Prendono corpo incidenti più o meno gravi, durante i quali casualmente la piccola è sempre presente. Vediamo fin da subito che questa bambina è cattiva, scaltra e pericolosa. Il fratellastro e la sorellastra sono terrorizzati, la madre adottiva inizia a comprendere la verità, ma il marito non le crede, e la famiglia si sfalda… sino a un finale in cui scopriamo il segreto che si nasconde dietro ai comportamenti della protagonista.

Come si può notare, la trama segue piuttosto pedissequamente le regole di genere. Lo svolgimento, tutto sommato, anche. Collet-Serra, dopo un'ardita sequenza iniziale, non rischia più di tanto, lascia scorrere il film secondo schemi lineari, e viaggia a media velocità tra la suspence che scorre sottopelle e improvvisi assalti emozionali, peraltro quasi sempre ampiamente prevedibili per chi è un minimo avvezzo a questo tipo di storie. Sembrerebbe quindi un film banale e trascurabile, e in un certo senso lo è.
Nonostante questo, però, le due ore di durata procedono con una certa solidità, riuscendo a tenere desto lo spettatore, senza annoiare. La prima parte, di ambientazione narrativa, esegue il suo compito in modo piacevole, la seconda è invece più scontata e lapalissiana, con una regia altalenante, ma anche qualche idea efficace che sa regalare alcuni brividi. A venti minuti dalla fine, poi, arriva lo scatto improvviso che non ci si aspetterebbe, la fiammata secca e precisa. L’idea che svela il segreto che si nasconde dietro a Esther è pazzesca, ben poco credibile ma davvero imprevedibile. Ovviamente non la sveliamo per chi ancora non si è approcciato alla visione.

Sopra a tutto e a tutti, comunque, in Orphan, spiccano i volti delle bambine al centro del racconto. Se infatti gli attori adulti (Vera Farmiga e Peter Sarsgaard) non offrono interpretazioni che passeranno alla storia, si resta inebetiti di fronte alla dolcezza della piccola sorellina sordomuta Max (Aryana Engineer), e ancor di più si rimane ipnotizzati dalla folgorante bravura della protagonista, la dodicenne Isabelle Fuhrman, volto diabolico e carisma da attrice esperta e consumata. Una prova strepitosa. Speriamo possa avere una brillante carriera davanti. Vale la pena di vedere il film, anche solo per ammirare lei.



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DISTRICT 9
Postato alle novembre 14, 2009 18:08 di sabato, 14 novembre 2009
da: [cinemystic]

Gli Alieni sono tra noi. Finalmente. Sembrano cavallette, e sono rozzi, sudici, e lunatici. Ma hanno anche dei sentimenti. Perchè i veri mostri, qua, siamo noi.

Ce l'ha detto chiaramente Neill Blomkamp, regista sudafricano trentenne, con questo District 9 (ideale prolungamento del suo precedente corto Alive in Joburg), sicuramente uno dei film più interessanti di quest'annata 2009. La sua uscita è stata preceduta da un notevole e invasivo battage pubblicitario, che ha accresciuto la curiosità intorno a questo strano oggetto cinematografico. Ma non si è trattato di un mero fenomeno di marketing, perchè dopo essere arrivato nelle sale è riuscito a mettere d'accordo quasi tutti, pubblico e critica, negli States e anche, una volta tanto, in Italia.

Gli Alieni sono atterrati vent'anni fa a Johannesburg. La loro nave-madre si è fermata lì e non si è più mossa. Le creature sono state recintate all'interno di una sorta di campo di concentramento somigliante a una discarica a cielo aperto. Gli uomini si sono abituati alla loro presenza, ma cercano di starne alla larga il più possibile. L'integrazione è avvenuta solo in minima parte, in realtà gli extraterrestri sono dei reietti, dei "diversi", e dunque devono starsene segregati. I nigeriani vendono loro cibo e armi, speculandoci su alla grande. I bianchi li schifano e al contempo ne hanno timore. Metafora del razzismo nel mondo contemporaneo? Ovviamente sì. Ora è arrivato il momento di sfrattarli e trasferirli in un altro campo, ancora più piccolo e misero, per accontentare la popolazione. Peccato che il capo della missione governativa che deve cacciarli via resti contagiato da uno spruzzo di Dna non-umano, e inizi a trasformarsi in una creatura ibrida e disgustosa. Per salvarsi dovrà per forza passare dalla parte del "nemico", mentre intanto si scatenerà la guerra, tutti contro tutti.


District 9 è un guazzabuglio stilistico impressionante, capace di riassumere in sè tutto il cinema action/fanta/horror degli ultimi decenni. La science fiction degli anni 50, i B-Movies splatter/gore, le cronenberghiane mutazioni della carne (La Mosca, ma anche Brood e Rabid), l'oscurità scenografica di John Carpenter, l'animazione robotica dei giapponesi, la potenza visiva di Paul Verhoeven, i tanto amati Transformers, l'utilizzo del mockumentary come nuova forma di narrazione e utilizzo del mezzo tecnico (Diary of the Dead, Cloverfield), perfino la nostalgia casalinga di E.T. e le ambientazioni di Wall-E... e chi più ne ha più ne metta.

Eppure, il film di Blomkamp funziona: viaggia a ritmo sostenutissimo, non regala tregua e respiro, diverte e appassiona provando anche a inquietare. Certo, qualche situazione appare un po' forzata, e una maggiore cura nella revisione di alcuni dialoghi grossolani ne avrebbe ulteriormente rafforzato la solidità, ma insomma, lo spettacolo è di quelli buoni. Buonissimi.


Il regista, in pratica debuttante, era prima conosciuto come ottimo tecnico degli effetti speciali, e si vede. Il budget relativamente limitato è utilizzato al meglio. Si resta sempre sul filo del ridicolo, ma si riesce a starne fuori. Gli attori, per la maggior parte non professionisti, non fanno rimpiangere le solite e scontate star hollywoodiane. Il montaggio e gli effetti sonori sono di alto livello. Il finale è assai scontato, ma pazienza, eravamo già soddisfatti prima. Gli alieni fanno ribrezzo ma anche tenerezza, sgranano gli occhioni e comunicano empatia, si tifa per loro senza remore, e ci si ritrova a pensare, con viva tristezza, quanto obbrobriosa ed egoista sia la razza umana. Se l'obiettivo del produttore Peter Jackson era questo, il traguardo è stato centrato.

District 9 nasce, cresce e si dipana in perfetta antinomìa: è totalmente derivativo, ma al contempo riesce ad avere un'identita propria, personale e unica. Un pregio non da poco.

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ANTICHRIST
Postato alle novembre 10, 2009 14:33 di martedì, 10 novembre 2009
da: [cinemystic]

Un uomo e una donna fanno la doccia insieme. All'improvviso la voglia li travolge, la passione esplode. Fanno l'amore, in modo brusco e veemente, cancellando ogni tipo di razionalità. Si accoppiano sotto il getto dell'acqua e poi anche sopra la lavatrice, due corpi fusi in uno. Nel frattempo, il loro figlioletto si sveglia, si alza dal suo lettino, cammina incerto, assiste a ciò che sta avvenendo. I due amanti nemmeno se ne accorgono, completamente trascinati dall'impeto del sesso. Il bambino si allontana, e per gioco si arrampica sul davanzale di una finestra insieme al suo orsacchiotto di peluche. Basta un attimo, la giovane creatura fa un passetto troppo in là e vola giù, andando incontro all'inevitabile morte. L'intera sequenza è girata in un fulgido bianco e nero, montata al ralenti, con dettagli anatomici che non lasciano spazio all'immaginazione, sulle note struggenti e magnifiche del Rinaldo di Handel.

C'è probabilmente un solo regista al mondo che poteva anche solo concepire un incipit del genere per un suo film, e si chiama Lars Von Trier. Amatelo, odiatelo, dite quello che volete, ma questa scena d'apertura della sua ultima e discussa opera, Antichrist, è un momento di grande e puro cinema.

Sicuramente, l'ultima controversa prova di Von Trier non ha cambiato di una virgola le opinioni su di lui. Anzi, se possibile le ha ancora di più rafforzate. Chi non lo sopporta, ha trovato un motivo in più per avvalorare le proprie critiche e il disprezzo. Chi lo apprezza incondizionatamente, ha goduto per l'ennesima volta del coraggio, della radicalità, dell'estremismo idelogico dell'autore danese.

Da queste parti, il sottoscritto naviga da sempre sulla seconda nave, e dopo aver visionato (con mesi di imperdonabile ritardo) Antichrist, giunge senza difficoltà a due affermazioni all'apparenza antitetiche, ma neanche poi più di tanto:

1) Questo non è un capolavoro, e non è tra i migliori lavori di Von Trier. Non ha la potenza espressiva di Dancer in the Dark, la devastante sofferenza di Le onde del destino, il genio visivo di The Kingdom, il delizioso gusto per la sperimentazione tecnica di Dogville. La prima parte del film, con l'analisi dell'elaborazione del lutto da parte dei due genitori rimasti privi del loro bimbo, non si distacca poi molto da un tipo di narrazione che già altri ci hanno mostrato in modo più solido e concreto. La seconda, congelata in un manicheismo non sempre efficace, mentre la pellicola cala negli inferi dell'orrore, propone situazioni non sempre convincenti, alfine forse anche forzate.

2) In ogni caso, indipendentemente da quanto appena enunciato, Von Trier resta uno dei pochi registi indispensabili del cinema contemporaneo. Anche in un film come questo, non del tutto riuscito, riesce sempre a mettere sul piatto momenti di assoluta classe, a scuotere i nostri cervelli intorpiditi, ad accoltellare le nostre coscienze raffreddate dalla bambagia del quotidiano.


Antichrist è per certi versi l'altra faccia di Inland Empire, senza possederne le stesse dosi di puro e concreto terrore. Willem Dafoe e Charlotte Gainsburg recitano con il viso e i loro corpi nudi, fanno sesso reale e mettono in mano al regista la propria anima, e pure i propri genitali. Se la cavano bene, soprattutto con mestiere lui, più di stomaco lei. La sequenza iniziale, come detto, è da antologia. Ci sono momenti splendidi (il rapporto sessuale sotto alla quercia, la corsa di lei nuda nel bosco, l'irriverente epilogo), e altri che lasciano un po' perplessi.(il parto degli animali, l'eccessivo uso del computer per ritoccare la fotografia). Ci sono attimi di splatter/horror e inserti pornografici, panismo lirico e sonoro soffocante, il tutto non sempre collegato insieme con la giusta miscela. Ingordigia intellettuale? Idee non del tutto sviluppate? Simbolismi eccessivi? Può darsi. Però, averne di film così. Averne.


L'Anticristo è in tutti noi, anche se nemmeno ce ne accorgiamo. La natura dell'uomo è di per sè malvagia. Il Bene è destinato a sopperire di fronte all'instinto ferino e all'individualismo. Lo sapevamo già, ma Von Trier ce l'ha ricordato, e mostrato a modo suo, senza pudori nè vergogne. Qualcuno è rimasto scandalizzato? Pazienza, ci sono pur sempre i cine-panettoni a cui affidarsi. Qui ci teniamo Von Trier, ora e sempre.

"Rinaldo, lascia ch'io pianga mia crude sorte, e che sospiri la libertà..."


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JOSHUA
Postato alle ottobre 28, 2009 12:16 di mercoledì, 28 ottobre 2009
da: [cinemystic]

Oggi volevo spendere qualche parola riguardo a Joshua, film diretto da George Ratliff, realizzato nel 2007 e uscito nelle sale italiane a luglio 2008. Una pellicola che si inserisce nel sottogenere horror dei “bambini maledetti“, e non si propone di inventare nulla. Ma almeno scorre con la giusta intensità, sfruttando una confezione elegante, una sceneggiatura tenace, e un finale coraggioso e sorprendente.

Siamo sempre lì. Non è obbligatorio per forza dover fare qualcosa di nuovo. Si può anche cavalcare filoni e sottofiloni già ampiamente sfruttati, pazienza. Certo, l’originalità piace a tutti e purtroppo è sempre più difficile da trovare. Ma ci si può accontentare anche di un qualcosa che sa di “già visto“, purchè sia fatto con brillantezza, intelligenza e solidità, senza limitarsi alla mera riproposizione di temi e soluzioni che oramai conosciamo a memoria. Per fortuna, Joshua riesce nell'intento.

New York, tra parchi (pochi) e grattacieli (tanti). Joshua, rampollo di una famiglia benestante, è un bel bambino di nove anni, ha un viso angelico, è più intelligente rispetto alla sua età, è bravo a scuola, suona il pianoforte con indiscutibile talento, e sembra davvero un Piccolo Lord. Il giorno in cui nasce la sorellina Lily, però, tutto cambia. Il bimbo si ritrova a essere maledettamente geloso delle attenzioni che i genitori ora danno alla neonata e non più a lui, e poco alla volta inizia a progettare la sua tremenda vendetta, riuscendo, passo dopo passo, a distruggere tutti i suoi cari.
La piccola Lily infatti inizia misteriosamente a piangere, giorno e notte, senza sosta: piange, piange, piange. La madre va in completo esaurimento nervoso, non ce la fa più, perde la testa. Il padre cerca di tenere in piedi la baracca, ma dopo un po’ crolla pure lui. In più, ci si mettono anche gli “inquilini del terzo piano“, rumorosi e insostenibili, il cane di casa che muore all’improvviso, e una nonna bigotta e bacchettona che vorrebbe trasformare il nipote in un predicatore cattolico. La famiglia va a rotoli, e Joshua osserva il tutto con sarcasmo e compiacimento. Ma forse, dietro a tutto ciò, si nasconde un altro insospettabile segreto.

Funziona, il film di Ratliff (ex documentarista). Il ritmo è volutamente lento e mellifluo, anche se in realtà i colpi di scena non mancano. L’attenzione spesso esula dal bambino e va a concentrarsi sulla graduale ma inesorabile disintegrazione del un nucleo familiare. Il piccolo protagonista Jacob Kogan ha la faccia “giusta”, e molte volte appare dal nulla neanche fosse uno spettro, ed è inquadrato in penombra, a metà tra luce e buio, a volerne sottolineare la doppia anima. Sam Rockwell (il padre) è un ottimo attore e non lo scopriamo certo oggi. Il soprannaturale è messo da parte a vantaggio del realismo rappresentativo (anche se alcune soluzioni appaiono un po’ forzate). La regia è semplice e giustamente sobria.

C’è ovviamente un che di polanskiano, nella pellicola, con riferimenti che vanno da Rosemary’s Baby a Repulsion, passando per il sopracitato Le Locataire. Non mancano poi chiari rimandi ad altri film dello stesso filone, da Omen in giù, fino ad altre baracconate recenti che non vale neanche la pena ricordare. Ma Joshua prova a seguire la strada maestra lasciando anche qualche traccia nuova e imprevedibile, e senza dubbio ci riesce, soprattutto in un finale disturbante che sconvolge le sensazioni accumulate fino a quel punto, per dare vita a un orrore ben più reale e profondo di quanto avremmo creduto.


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30 GIORNI DI BUIO
Postato alle ottobre 27, 2009 12:00 di martedì, 27 ottobre 2009
da: [cinemystic]

Ancora vampiri, tanto per cambiare. Quantomeno, stavolta, con qualche variante.

30 Giorni di buio, diretto da David Slade, uscito nelle sale italiane a inizio 2008, riscuotendo un discreto successo di pubblico. Un film tratto da una graphic novel di Steve Niles e Ben Templesmith, e sceneggiato da Niles insieme a Stuart Bettle e Brian Nelson. Siamo all’estremo nord, nel villaggio di Barrow, in Alaska, dove la neve ricopre la terra e ogni anno vi è una lunga notte artica lunga 30 giorni, in cui il sole non batte mai. Proprio all’inizio del periodo di buio, un manipolo di vampiri arrivati da chissà dove assalta il paese, iniziando a mietere vittime, con l’obiettivo di distruggere tutto quanto per poi spostarsi verso altri villaggi vicini. Un coraggioso sceriffo e la sua compagna cercheranno di sopravvivere e porre fine a questa mattanza.

Per molti versi, vien voglia di criticarlo senza troppe remore, 30 giorni di buio. Slade è esperto in videoclip e si vede, tanto che il suo stile risulta spesso troppo confuso e ridondante. Il ritmo talvolta latita, il preambolo iniziale è tirato per i capelli, la seconda parte è piuttosto prevedibile e scontata, la durata complessiva (110 minuti) è eccessiva, alcuni dialoghi sono inascoltabili, qualche scelta narrativa sfiora il ridicolo (la bambina-vampiro, l’arbitraria scansione temporale), e il belloccio Josh Hartnett nei panni del rude guardiano della legge è ben poco credibile (meglio la sua compagna Melissa George, poco espressiva pure lei ma almeno un po’ più genuina).

Eppure, tutto sommato, il film reca in sè una qualche fascinazione. Sono strani, questi vampiri: hanno i denti marci e gli occhi neri come la morte, alcuni sembrano più che altro elfi, altri vestono con eleganti pastrani ma hanno il viso e i vestiti ricoperti di sangue rappreso, sono intelligenti e forti ma quando mordono la preda per nutrirsi diventano bestie dissennate, e tra loro parlano un linguaggio grezzo e incomprensibile (meno male che ci sono i sottotitoli). In parte fanno paura e in parte fanno sorridere, ma alla fine, perlomeno dal punto di vista figurativo, risultano essere abbastanza inquietanti.

Ormai si sa, il contrasto fotografico tra il bianco candido della neve, il rosso del sangue e il nero dell’orrore crea effetti cromatici suadenti e ipnotizzanti. Ce l’hanno chiaramente mostrato lo splendido Lasciami Entrare e l’irriverente Dead Snow. Qui invece si opta per una fotografia fredda e metallica, che sfuma le contrapposizioni ottiche ma al contempo permette forse, per paradosso, una maggiore empatia con l’ambientazione della pellicola. Peraltro, tranne qualche esterno girato in Nuova Zelanda, i paesaggi sono quasi completamente finti, e la neve è stata ricreata in studio. Alcuni campi lunghi sembrano davvero tavole da fumetto, e si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un prodotto fin troppo artificioso per poter essere davvero convincente. Lo splatter per fortuna non manca, e gli esteti del sangue a profusione hanno momenti in cui divertirsi. Da segnalare la presenza di Danny Huston, ex marito di Virginia Madsen e figlio del grande John.

Insomma, ci sono tante elementi che non vanno, che fanno storcere la bocca. Si ha la sensazione di una bella idea di partenza sfruttata solo in parte. Ma come detto, qualche elemento interessante c’è. Alla fin fine il film ha la sua ragion d’essere, e pur accartocciandosi più volte su se stesso, tenta perlomeno qualche variante rispetto ai consueti topoi vampirici ormai strizzati oltre ogni limite.

Questi non-morti sembrano i fratelli gelidi dei vampiri metropolitani di Blade, senza averne le stesse qualità prettamente cinematografiche. La loro invasione artica, comunque, nel bene e nel male, non ci lascia indifferenti.


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RANDOM VISIONS
Postato alle ottobre 23, 2009 15:40 di venerdì, 23 ottobre 2009
da: [cinemystic]


Ultimamente non ho molto tempo a disposizione per scrivere su Cinemystic. Me ne scuso. Non sono ancora nemmeno riuscito a vedere i film più interessanti usciti al cinema nelle ultime settimane.

In ogni caso, sono riuscito almeno a godermi qualche visione sparsa, colmando qualche lacuna imperdonabile e recuperando qualche bel film che già ben conoscevo. E dunque, in ordine rigorosamente sparso...

PALOMBELLA ROSSA = In assoluto, il film di Nanni Moretti a cui sono più affezionato, perchè fu la prima sua pellicola che vidi, e mi fece completamente innamorare del suo cinema. Un amore che oggi è più forte che mai. Allo stesso tempo, credo sia il miglior film in assoluto della sua carriera, nonchè un vero e proprio manifesto simbolico di tutte le tematiche e la poetica morettiana. Rivedendolo per l'ennesima volta, l'ho nuovamente trovato stracolmo di idee, delizioso e impareggiabile.

KATYN = L'ignobile massacro compiuto ai danni dei polacchi durante la seconda guerra mondiale, rivisto con gli occhi e la sensibilità cinematografica di Andrzej Wajda. L'avevano proiettato in anteprima un paio di anni fa al Torino Film Festival, me l'ero perso, finalmente l'ho visto. Ne è valsa la pena. Film intelligente, intenso, giusto, e mai retorico.

S.O.S. SUMMER OF SAM = Ovvero, il figlio pazzo e anarchico della carriera di Spike Lee. Due ore e venti di rave party senza respiro, tra sangue rappreso, sesso a volontà, droga come se piovesse, sproloqui a ripetizione, volgarità assortite, tradimenti, papponi, razzismo, povertà, sporcizia, degradazione fisica e morale spinta sino quasi al parossismo. Il fratello sudicio di Trainspotting, mi verrebbe da dire. L'hanno definito un horror, non lo è affatto, ma certo è uno di quei film che si può anche odiare, ma non può certo lasciare indifferenti. Uno Spike Lee incazzato e scatenato, in certi punti perfino troppo, e in piena bulimia artistica. Un John Leguizamo da applausi. Un Adrien Brody iper-punkettaro a dir poco inquietante. Un mondo alla deriva.


IL PORTABORSE
= Questo sì che è un horror, anche se non c'è neanche una goccia di sangue: un horror morale, politico, disperato, in anticipo sui tempi, agghiacciante a rivederlo ancora oggi. Film cupo, nero, nerissimo, in cui si alzano il volo un Nanni Moretti attore in versione luciferina e soffocante, e un Silvio Orlando come sempre strepitoso.


LA CADUTA = Gli ultimi giorni della vita di Hitler, e la definitiva sconfitta delle truppe tedesche, in questo film di Oliver Hirschbiegel, già regista dell'intrigante The Experiment. Contrariamente a quanto la tematica avrebbe forse parzialmente richiesto, è un'opera molto ordinata, lineare, forse troppo. Rimane a metà del guado, non si lascia andare a giudizi e sentenze, langue di guizzi e talvolta di ritmo. Non riesce a fare quel salto di qualità che magari ci si aspetterebbe. Ma quantomeno è ben diretto, e Bruno Ganz nei panni del Fuhrer è un vero spettacolo di classe recitativa.

UN GIORNO PERFETTO = Dici Ozpetek, e puntualmente rischi. Francamente, io non ho ancora capito quanto vale davvero questo regista. I suoi film non riesco mai a disprezzarli, e al contempo non mi convincono mai del tutto. In questo caso, l'italo-turco cambia il suo abituale registro e tenta la strada del noir. L'hanno stroncato tutti. A me, tutto sommato, è piaciuto di più rispetto, ad esempio, al terrificante Saturno Contro. E Mastandrea nei panni del pazzo pluriomicida mi ha convinto. Peccato che in tutti i suoi film Ozpetek non riesca mai a liberarsi di una retorica di fondo che puntualmente galleggia a mezz'aria, e ogni tanto esplode quando ormai è troppo tardi per fermarla.

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ROVINE
Postato alle ottobre 08, 2009 12:07 di giovedì, 08 ottobre 2009
da: [cinemystic]

Piante carnivore che imitano voci umane e suonerie dei cellulari per attirare nelle proprie fauci inermi prede destinate a essere divorate. Roba da matti. Non sanno proprio più cosa inventarsi. Eppure, "it works", funziona. Eccome.

Parliamo di Rovine (The Ruins), film australiano diretto da Carter Smith e uscito in sordina nelle sale la scorsa estate. Tipico horror ignorante da calura agostiana? In parte, ma anche no. Qui, per fortuna, c'è molta più polpa... e sangue.

Quattro giovani studenti si godono una bella vacanza in Messico, tra mare, birra, sesso e piscina. Nel loro ultimo giorno di vacanza, insieme a un altro paio di ragazzi conosciuti sul posto, decidono di andare a visitare un vecchio tempo Maya nascosto tra la vegetazione in mezzo alla giungla. Giunti sul posto si trovano a confrontarsi con la superstizione degli indigeni, e soprattutto, con le suddette piante carnivore: simpatici arbusti che strisciano, crescono, ingannano, emettono suoni e si infiltrano (letteralmente) nei corpi umani per poi mangiarseli dal di dentro.

La prima parte del film è puro riempitivo, e all'inizio pare veramente il solito irritante e inutile teen-horror per spettatori celebrolesi. Ma per fortuna dura poco. Dopo soli 15/20 minuti si entra già nel vivo della vicenda, per poi trovarsi di fronte a gradite sorprese che innalzano non di poco il livello della pellicola.

Ci sono molti riferimenti chiaramente riscontrabili all'interno di Rovine (scritto da Scott Smith, che ha tratto la sceneggiatura da un suo stesso romanzo, e che anni fa aveva già scritto il libro da cui è stato girato Soldi Sporchi di Raimi). Troviamo echi di Evil Dead, innanzitutto, e poi anche The Descent, Turistas, Hostel, i gloriosi Cannibal Movies, fino a tornare in qualche modo indietro nel tempo alla Piccola Bottega degli Orrori di cormaniana memoria e ad altri B-Movies degli anni '50. L'apparato visivo, soprattutto fotografico, riporta invece allo splendido Wolf Creek, e infatti anche qui il respiro del territorio domina la scena, e il buio della morte si insinua attraverso molte sequenze immerse in un'abbagliante e ingannevole luce solare.

Rovine è poi un film fondamentalmente cattivo, crudele, egoista, che non lesina effettacci macabri, in qualche punto davvero forti, e scivola persino nella misoginia e nella xenofobia. C'è ben poco di consolatorio, qui si fa sul serio, e il puritanesimo imperante va a farsi benedire. Un film così negli anni '90 non si sarebbe nemmeno potuto concepire, oggi invece lo si può fare, spingendo sull'acceleratore senza troppe remore. Meno male, vuol dire che non tutto è peggiorato in questo triste terzo millennio.

Bisogna anche dire che il sopracitato Wolf Creek aveva comunque uno spessore ben diverso, e lo stesso The Descent offriva significazioni superiori. Siamo pur sempre nell'ambito del facile intrattenimento, e il finale è un po' tirato per i capelli. Però, insomma, essere di bocca troppo buona è sempre un errore. Rovine finge di essere ambientato in Messico ma in realtà è stato girato nel Queensland, ragion per cui l'affascinante e misteriosa terra dei canguri si conferma sempre più terreno fertile per l'horror contemporaneo, e ogni nuovo lavoro che proviene da quelle parti ne è una conferma.

Smith fa il suo lavoro con semplicità e con coraggio, qualche idea brillante si nota, i truculenti effetti speciali fanno il loro dovere, le piante assassine sono simpaticamente truci, gli attori stanno al loro posto, la visione genera momenti di reale e utile fastidio, e mentre scorrono i titoli di coda si ha l'impressione di avere la pancia piena e soddisfatta. Bene. Evviva l'Australia.

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HOUSE OF FLESH MANNEQUINS
Postato alle ottobre 01, 2009 11:29 di giovedì, 01 ottobre 2009
da: [cinemystic]


- NEW VISIONS -
HOUSE OF FLESH MANNEQUINS


Dove risiede il confine tra Arte e Pornografia? Dove crolla la separazione tra sogno e realtà? In quale momento il gusto per l'immagine può trasformarsi in paranoia e follia? Quando l'occhio umano scivola negli oscuri meandri della perversione?


Sono alcuni dei temi trattati da House of Flesh Mannequins, primo lungometraggio di Domiziano Cristopharo, finalmente uscito in Dvd dopo mesi di attesa per alcune controversie produttive e distributive.

Cristopharo ha alle spalle una lunga esperienza come attore e regista teatrale, performer di Body Art, aiutante regista e ideatore di effetti speciali per il cinema, e in questo suo primo film, girato tra Roma e Los Angeles, ha potuto dare sfogo a tutte le sue ossessioni, dimostrando grande talento e sicurezza di sè.

Oggetto filmico quasi inclassificabile, House of Flesh Mannequins, in cui l'horror muta e rinnova se stesso in un'opera totale che abbraccia vari contesti per offrire un quadro visivo surreale e ipnotico, delirante e coinvolgente, inquietante e innovativo.


La trama, che in certi momenti assume un ruolo peraltro quasi marginale, soffocata dalle mille derivazioni estetiche della pellicola, tratta la storia di Sebastian Rhys, fotografo di professione, cresciuto tra disturbi psicologici causati dalle idee malsane del padre. Svolge il suo mestiere giocando sul filo del pericolo e dell'illecito, filmando snuff movies e scene di reale sesso e violenza. Un giorno conosce la vicina di casa Sarah Roeg, affascinante e giovane donna con un padre quasi cieco, che sogna di pubblicare romanzi per bambini, e poco alla volta è costretto a farla entrare nel suo mondo... Un mondo in cui l'istinto prevale sulla razionalità, e l'ossessione per l'immagine travalica i muri della società per esplorare tumultuosi oceani paralleli.

Sebastian vive perseguitato dai fantasmi del suo passato, e di un presente senza amore che allo stesso tempo lo travolge e disgusta, entusiasma e uccide. La carne e il sangue dominano i suoi pensieri, e la ricerca del sensazionalismo estremo è il solo modo per catartizzare la dilaniante sofferenza che lo accoltella giorno dopo giorno. Sarah è invece una ragazza apparentemente dolce e buona, che però cova in sè una metà oscura pronta a esplodere.


Intorno a loro, si muovono figure surreali e misteriose, grottesche e rivoltanti, suadenti ed eccitanti: venditori di morte, nani, mostri umani, donne bellissime, spettri senz'anima, uomini che nella (letterale) deformazione del proprio corpo trovano il senso ultimo dell'esistenza. In questo profluvio di sensazioni, lo spettatore è costretto a immergersi in un viaggio iniziatico attraverso un "teatro della crudeltà" che abbatte le barriere del conformismo, per sconfinare in territori vacui in cui si polverizza ogni confine tra realtà e sogno, veglia e incubo.


Davvero un film interessante, House of Flesh Mannequins. Cento minuti pieni di idee, suggestioni, azzardi, sperimentazioni visive mai soffocanti. Chiari ed espliciti sono i riferimenti a Peeping Tom di Michael Powell, vero e proprio modello filmico da cui trarre ispirazione, ma sono presenti anche più o meno evidenti rimandi a Fellini, Bava, Amenabar (Tesis), Polanski, Sade, Barker, Carpenter (l'ossessione di Cigarette Burns) e perfino Lynch (la "casa dei manichini di carne" sembra quasi una rivisitazione estremizzata della "camera rossa" di Twin Peaks, e la creazione degli universi alternativi può riportare in qualche modo a Inland Empire).


Spesso, il concetto di film indipendente va di pari passo con il termine "amatoriale". Bè, qui di amatoriale non c'è proprio nulla, ma anzi, ogni aspetto tecnico, dalla regia al montaggio, dai trucchi all'ottima fotografia di Mirco Sgarzi, dalle scenografie surrealiste all'affascinante colonna sonora, è curato con la massima attenzione possibile.

Interessante e ottimamente coinvolto il cast: i protagonisti, il bravo Domiziano Arcangeli e la bellissima Irena Hoffman, e poi il mitico Giovanni Lombardo Radice, e tante gustose apparizioni nei ruoli di contorno, dalla pornostar Roberta Gemma all'ottimo Randal Malone.

Particolare, spiazzante, conturbante e coraggiosa la scelta di inserire reali scene hard all'interno del film. C'è molto sesso, sesso vero, penetrazioni e prestazioni orali, orgasmi e genitali in dettaglio, e non è una cosa che accade molto spesso, nel cinema puritano che troppe volte ci circonda. Complimenti a Cristopharo anche per questa scelta, soprattutto perchè adeguata ai temi analizzati e al clima morboso che si respira durante la visione.


Se possiamo trovare qualche difetto, si può dire che la narrazione risulta in qualche punto fin troppo frammentata. Ci sono poi alcuni momenti di critica e denuncia contro la lobotomia contemporanea causata dal potere nefasto della Tv, su cui non si può non essere d'accordo ma che paiono inseriti nel contesto talvolta un po' forzatamente. Il finale, poi, appare fin troppo "spiegato", e forse si poteva chiudere qualche minuto prima (con il primo piano beffardo e sconvolgente di Sarah). Ma sono piccole cose, anche perchè se si rischia così tanto è chiaro che si può sbagliare qualcosina.

Comunque, in sostanza, questo è davvero un film bello, coraggioso, ribelle e convincente. Avercene. Un lavoro da cui tanti registi italiani, invece di piangersi addosso, dovrebbero prendere esempio. Ora speriamo che possa avere la visibilità che merita, e attendiamo con curiosità e fiducia il prossimo film di Cristopharo, The Museum of Wonders, attualmente in lavorazione.

Per intanto... bravo, bravo davvero.



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SION SONO: INCUBI & DELIRI
Postato alle settembre 23, 2009 12:30 di mercoledì, 23 settembre 2009
da: [cinemystic]

Oggi parliamo di Sion Sono, uno dei registi di punta dell’horror giapponese, anche se in realtà siamo di fronte a un autore capace di attraversare i generi per fonderli insieme di volta in volta in un incubo surreale e personalissimo.

Nato a ToyoKawa City nel 1961, Sono inizia la sua carriera artistica come poeta. Alcuni suoi componimenti appaiono in prestigiose riviste del settore. All’università inizia a occuparsi di cinema girando piccoli filmini in 8mm. Parallelamente ai primi cortometraggi, imbastisce un progetto teatrale bizzarro e controverso, intitolato Tokyo Ga Ga Ga, che riunisce insieme poesia sperimentale e performance di strada. Nel 2000 realizza il docu-fiction Utsushimi, e l’anno dopo da vita al suo capolavoro, Suicide Club, straordinario horror in cui a modo suo analizza l’imperante moda dei suicidi in Giappone, mettendo insieme un film pazzesco, inquietante, grottesco, ipnotizzante, sconvolgente.

E’ proprio Suicide Club a imporlo all’attenzione generale dei cultori del genere, e non solo. Il film vince il premio della giuria al Fant-Asia Festival, e poco per volta esce dai confini nazionali per arrivare anche ai mercati extra-nipponici, generando curiosità, applausi e consensi.

Un film di cui si è parlato tanto, e di cui si potrebbe ancora parlare all’infinito… Mi permetto di riportare alcuni passi del capitolo dedicato proprio a questa pellicola, e contenuto nel libro Tokyo Syndrome - Le nuove frontiere dell’horror giapponese, pubblicato dal sottoscritto insieme a Fabio Tasso nel 2006:

Uno dei punti di forza di Suicide Club è la capacità di mescolare registri narrativi ampi e diversificati, riuscendo al contempo a terrorizzare, divertire, stupire, appassionare, e perfino commuovere… Se è la società stessa a non concedere l’individualità ai membri che ne fanno parte, allora restano due strade da seguire: l’imitazioni dei modelli, e/o il suicidio come conseguenza del sentimento di rifiuto e abbandono… Inevitabilmente, in un’emorragia socio-politica senza controllo, si espande il contagio, la sindrome, che colpisce di riflesso non più solo gli studenti, ma anche gli adulti… Si scatena dunque l’Apocalisse, nella quale ogni regola è infranta, ogni eccesso è permesso…“.

Proprio questo è uno dei principali meriti di Suicide Club, e di altri recenti capolavori del J-Horror: infrangere le regole, rivalutare il confine dell’estremo, sbeffeggiare i limiti dell’eccesso, e ricoprire di sangue la telecamera per offrire attraverso l’orrore un quadro lancinante del mondo in cui viviamo.

Nel 2005 Sono realizza ben quattro film in un anno: la commedia Into a Dream, l’entusiasmante horror Noriko’s Dinner Table (sorta di sequel o prequel di Suicide Club), il morboso e lancinante Strange Circus, e l’action-movie Hazard.

La sua carriera è proseguita tra alti e bassi negli ultimi anni, sempre però con il gusto per il rischio, la sperimentazione filmica, e il contrappasso dei generi, sepolti e reinventati con nuova linfa creativa: il drammatico Kikyu Kurabu, sonogo (2006), il delirante horror Hair Extensions (2007), il mastodontico Love Exposure, quattro ore di durata (2008), passato a Berlino e premiato al Fant-Asia come miglior film asiatico dell'anno, e il recente e più misurato Be Sure to Share (2009).

Un regista di primissimo livello, da scoprire assolutamente, per avere un’idea di cinema originale, potente, coraggiosa e anticonformista… come forse solo i giapponesi sanno fare.

I suoi film ormai si trovano tutti, in Dvd o sul web, sottotitolati in inglese e molti anche in italiano.


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THE BURNING PLAIN
Postato alle settembre 21, 2009 21:19 di lunedì, 21 settembre 2009
da: [cinemystic]

Il meccanismo perfetto. L'essenza della solitudine. Il cinema dell'incastro. Il gioco a premi verso la concatenazione di ogni segmento della trama. L'analisi intensa e calorosa di rapporti umani intrisi di rabbia, dolore, dolcezza, peccato e redenzione.

Tutto questo è The Burning Plain, passaggio alla regia di Guillermo Arriaga, già sceneggiatore del fluviale Babel, e anche di 21 Grammi e Le Tre Sepolture. Non ho inserito questo film nella mia top 25 di fine anno perchè l'ho visto solo ora. Colpevolmente. Altrimenti un posto in classifica l'avrebbe trovato, eccome. Forse anche nelle prime dieci posizioni, in virtù della genuina bellezza che si sprigiona da questa affascinante pellicola.

Sylvia, Gina, Mariana, Maria. Donne oltre l'orlo di una crisi di nervi, con visi spezzati dalla vita. Madri snaturate che vorrebbero solo punire se stesse. Figlie abbandonate che sognano la riunione familiare. Legami pericolosi da percorrere sulla fune della paura. Adulterio e trionfo dei sensi. Inganni, vendetta e perdono. Amori giovani e amori non più giovani (e per questo ancora più veri e commoventi). Un'affranta Charlize Theron e una sorprendente e splendida Kim Basinger, che invecchia con dignità (a differenza di altre attrici) e offre un'intepretazione magnifica. Sopra a tutto e a tutti, pianure deserte, campi arsi dal sole cocente, silenzi che valgono più di tante parole, e la voragine infinita della solitudine.

Le sceneggiature di Arriaga sono un complesso cruciverba, in cui è necessario incastonare negli spazi vuoti una lettera alla volta prima di formare intere parole e alfine giungere al compimento del gioco. Molti trovano questo stile freddo, spietato, glaciale, stancante, insensibile. Lo si può capire. Ma non è così. A me peraltro già era piaciuto il tanto bistrattato 21 Grammi... in ogni caso The Burning Plain, nella sua struttura a domino, nei suoi salti vertiginosi tra passato e presente, nel montaggio parallelo che confonde flashback e flashforward sino all'annullamento di ogni confine temporale, regala invece emozioni concrete e forti, molto più di tante altre pellicole facilmente "lineari".


Questo è cinema del vissuto, cinema umanista, cinema di sentimenti, in cui il dramma talvolta vira nella tragedia ma sa anche omaggiare lo spettatore con piccole speranze da stringere con forza.

Se poi il pur apprezzabile Babel aveva un difetto, questo era da ricercare nell'eccessiva lunghezza, nella sovrabbondanza narrativa, nel suo essere "tanto" e forse "troppo". Questa volta Arriaga corregge il tiro, lavora di sottrazione, abbrevia i tempi, punta tutto sulla concretezza, e prende la strada giusta, senza sbandamenti, dall'inizio alla fine.

Così, tra Portland e il Nuovo Messico, tra la grinta quasi suicida di Charlize Theron e le rughe lacrimanti di Kim Basinger, ricostruiamo le tappe delle diverse vicende destinate inevitabilmente a convergere insieme, componiamo i pezzi con pazienza ma senza fatica, accostiamo le varie tessere del mosaico, e ci lasciamo trascinare nella fluidità del racconto.

Mi piace ricordare, nello specifico, la scena più bella del film: Gina sta per fare sesso con il suo amante, lui tenta di accarezzarle il seno, lei lo allontana e gli rivela che non vuole perchè ha una brutta cicatrice dovuta a un cancro avuto due anni prima. Lui la guarda teneramente, e la bacia lo stesso, proprio lì. Lei trema tutta, in un misto di paura e gioia, e infine si concede con fiducia.

In quel tremore, sta l'essenza di un'opera convincente, giusta, appassionante. Bravo Arriaga. Applausi.


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DRAG ME TO HELL
Postato alle settembre 16, 2009 11:00 di mercoledì, 16 settembre 2009
da: [cinemystic]

NEW VISIONS
- DRAG ME TO HELL -


Lo confesso, in questi ultimi anni ho detestato Sam Raimi. Non sono mai riuscito a perdonare il suo "tradimento". Dopo aver deliziato i nostri palati e aver in qualche modo rivoluzionato il mondo dell'horror con la deliziosa trilogia composta da Evil Dead 1 e 2 e Army of Darkness (mettendoci in mezzo anche l'apprezzabile Darkman), il buon (?) Raimi aveva infatti abbandonato le sue origini per, diciamolo pure senza paura come da consuetudine in questo blog, vendersi al vil denaro e alla gloria hollywoodiana. Lo aveva fatto un po' per volta, prima realizzando film lontani dai suoi esordi ma peraltro neanche disprezzabili (Soldi Sporchi, The Gift), e poi sprofondando definitivamente nella pastosa panacea dorata con l'interminabile saga di Spider Man, che a suon di milioni lo aveva innalzato nel gotha dei personaggi più ricchi del cinema americano.

Nel frattempo l'ex enfant prodige dell'horror casereccio e fumettistico aveva cercato di mantenere in qualche modo vivo il suo nome anche nel genere che lo aveva reso regista di culto, dedicandosi a produzioni di pellicole quasi sempre trascurabili o pessime (The Grudge, Boogeyman).

Avevo dunque accolto con tiepido entusiasmo, per non dire con malcelata perplessità, questo attesissimo "ritorno a casa" del figliol prodigo, e la lavorazione di Drag Me To Hell, scritto con il fratello Ivan e basato sulle disavventure della giovane e rampante Christine Brown, donna in carriera colpevole di una decisione sbagliata causata dalla sete di potere, colpita dalla maledizione di una zingara vendicativa, e costretta a lottare contro il demone Lamia, affamato della sua anima.

Devo dire che invece sono stato smentito. In parte.


Ho letto brillantissime recensioni del film quasi ovunque, e francamente, durante l'intera prima ora di visione, non riuscivo a capire la ragione di tutto questo entusiasmo. Drag Me To Hell, infatti, dopo un prologo lineare e affascinanti titoli di testa, si dipanava seguendo pedissequamente le regole di genere, senza inventare alcunchè, e senza nemmeno offrire particolari spunti d'analisi. Svolgimento prevedibile, pochi scossoni, sceneggiatura classica, regia di mestiere,colpi di scena più che prevedibili, e una protagonista, la giovane e bionda Alison Lohman, dotata di straordinaria e genuina bellezza e di due occhioni che sciolgono il cuore, ma un po' carente in quanto a espressività. Sentieri già ampiamente battuti, subplot non proprio entusiasmanti, effetti speciali di Nicotero e Berger basati non tanto sullo splatter (inesistente, a parte la bella sequenza della perdita di sangue dal naso) quanto invece su disgustose esplosioni di macabri umori, la Lohman sballottata di su e di giù come Bruce Campbell ai bei tempi ma senza lo stesso carisma... e la sensazione di trovarsi di fronte a un divertissement sì gradevole ma piuttosto povero di idee e significati.


Per fortuna, invece, l'ultima mezz'ora schiaccia sull'accelleratore e accresce decisamente il valore della pellicola, quasi che a un certo punto Raimi, ricordandosi del regista che fu, si fosse detto: "ok, ora basta scherzare, adesso faccio sul serio". La sequenza della seduta spiritica, nella quale Christine e due medium cercano di chiamare in questo mondo il demone Lamia per scacciarlo definitivamente, è magnifica: una sarabanda di azione e tensione che in pochi minuti trascina lo spettatore in un vortice ipnotico di altissimo livello, accompagnata da musiche circensi stranianti e surreali. Neanche il tempo di rifiatare, e la sequenza successiva, al cimitero, è altrettanto convincente: ottima fotografia che domina il contesto, idee di regia finalmente fantasiose, sporcizia dilagante che ci penetra nel cervello, e una sontuosa inquadratura finale, dal basso, in cui la Lohman magicamente si trasforma davvero nella nuova incarnazione di Ash-Campbell.

La risoluzione della vicenda, infine, è forse quanto di più prevedibile si potesse intuire, ma almeno evita facili moralismi da quattro soldi, e ci permette di giungere ai titoli di coda con un bel sorrisone stampato sul viso.


Opera a due facce, quindi, questo Drag Me To Hell: trascurabile per due terzi, più che convincente nella parte conclusiva. In qualche modo, tra un bagno di soldi spideriano e l'altro, Raimi è alfine tornato all'horror, e in fondo ammetto che fa piacere anche a me, sebbene non gli perdoni il sopracitato "tradimento", e gli preferisca gente che al cinema di genere ha dato l'intera carriera, senza mai vendersi e rinnegare nulla; pensate che io mi stia riferendo, che so, a George Romero, Brian Yuzna e Stuart Gordon? Esatto, è proprio così.

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IL MESSAGGERO - THE HAUNTING IN CONNECTICUT
Postato alle agosto 26, 2009 11:24 di mercoledì, 26 agosto 2009
da: [cinemystic]

IL MESSAGGERO

(THE HAUNTING IN CONNECTICUT)


Uscito lo scorso week-end nelle sale italiane Il Messaggero (The Haunting in Connecticut), nuovo horror americano diretto da Peter Cornwell.

Siamo in pieno filone “case infestate“, e la trama, basata su una storia realmente accaduta alla famiglia Snedeker negli anni ‘70, è incentrata sulla figura di Sara, una madre distrutta dalla sofferenza del figlio, Matt, malato di cancro, e da un marito inaffidabile e con problemi di alcolismo.

La famiglia si trasferisce in Connecticut, in una vecchia casa situata vicino all’ospedale dove Matt deve ricevere le sue cure. Poco dopo lo stesso Matt inizia a essere perseguitato da terrificanti visioni che gli mostrano orrendi eventi accaduti in quelle stanze in passato. Un po’ alla volta ne sono preda anche gli altri membri della famiglia. Con l’aiuto della cugina e di un prete, Matt cercherà di liberare le anime perdute che ancora risiedono nel cuore pulsante dell’abitazione.

E’ difficile, ormai, trovare nuovi motivi di reale interesse in un sottogenere, la “haunted house“, sviscerato e abusato in tutti i modi possibili e immaginari, da Amityville Horror in poi (anche se in realtà il film principe, in questo contesto, resta lo splendido The Haunting, di Robert Wise, 1963, uno dei migliori horror di ogni tempo).

Risulta infatti palese, alla visione, notare come la pellicola di Cornwell non inventa nulla di nuovo, e spesso e volentieri non riesce a sopperire al pesante fardello di una connotazione narrativa che gli appassionati del genere ormai conoscono a memoria. Il paradosso, alla fin fine, è che le parti migliori del film risiedono nei momenti meno horror e più riflessivi, in cui seguiamo con trasporto la disperazione di una madre che vede il proprio amato figlio avvicinarsi alla morte giorno dopo giorno, le cure che Matt riceve, la progressiva degenerazione del suo organismo. In questo senso, Cornwell regala sequenze intense e toccanti al punto giusto.








Dal lato prettamente “inquietudinale”, invece, come sempre in questo tipo di pellicole, gli elementi che si ergono a centri focali della narrazione sono due: la casa in sè, dedalo di segreti e misteri, stanze segrete e spiriti incastonati negli infissi e nelle pareti, e l’uso tecnico del sonoro, che si propone di spaventare lo spettatore attraverso colpi di scena improvvisi e amplificati. Fin troppo, in questo caso. L’avventore, infatti, per un’ora e mezza di film è trafitto in ogni istante da una sequela infinita di assalti visivi e uditivi, tanto che a un certo punto la paura si scioglie di fronte al fastidio per la pletorica ripetizione degli inserti fantasmatici.

La tecnica dell’aggressione frontale alla psiche del pubblico raramente trova frutti degni di nota: non sempre si crea quella magia che porta a capolavori come Ringu o Ju-On (tra l’altro qui nettamente citato, per la concezione degli “spiriti morti in circostanze violente che non trovano pace“). Ebbene, Cornwell non ha l’abilità di Nakata, nè di Shimizu… menchemeno di Robert Wise, e l’affastellamento di situazioni orrorifiche risulta alfine ridondante e stancante.

Inoltre, il sub-plot legato al passato della casa è sviluppato correttamente ma senza sussulti, mentre sono da segnalare altre citazioni ben chiare, da Shining (se ne poteva fare a meno) al primo racconto dei Libri di Sangue di Clive Barker.

The Haunting in Connecticut (consigliata se possibile la fruizione in lingua originale, come sempre) non è comunque un film da disprezzare, grazie ad alcune sequenze azzeccate, e soprattutto a un ottimo cast: brava Virginia Madsen, che 17 anni dopo Candyman dimostra ancora di trovarsi a suo agio con l’horror. Molto bene il giovane protagonista Kyle Gallner. Interessante anche l’interpretazione, forse perfino troppo dimessa, di Elias Koteas in veste talare (in completa antinomìa con l’indimenticabile personaggio morboso e perverso di Crash).

Gli spiriti dei morti, dalle assi logore in una vecchia casa nel Connecticut, reclamano la libertà e la pace. Il film, invece, chiede almeno una visione: nonostante tutto, è forse giusto accontentarlo.


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DEAD SNOW
Postato alle agosto 16, 2009 12:29 di domenica, 16 agosto 2009
da: [cinemystic]

NEW VISIONS

- DEAD SNOW -


Dalla Scandinavia, terra sempre affascinante e intrisa di suadente mistero, arriva, dopo lo splendido Lasciami Entrare, un nuovo horror destinato a far parlare di sè, nel bene e nel male. Questa volta affondiamo tra i fiordi norvegesi, con Dead Snow, del giovane Tommy Wirkola, già autore due anni fa di Kill Buljo, parodistico remake del tarantiniano Kill Bill.


Un gruppo di sette amici, 4 uomini e 3 donne, tutti laureandi in medicina, partono per una vacanza, diretti in una baita isolata in mezzo alle nevi. Quando giungono a destinazione, un uomo burbero bussa alla loro porta, e racconta che in quello stesso luogo, 60 anni prima, un esercito di feroci nazisti aveva ucciso e torturato gran parte della popolazione, salvo poi subire la rivolta dei sopravvissuti e scappare rifugiandosi tra quelle montagne, per poi scomparire nel nulla. Ben presto i giovani scopriranno che i crudeli criminali dominano ancora quelle terre, sottoforma di orrendi zombie in uniforme e baionetta.

Sulla carta, Dead Snow pareva proporsi come puro horror umoristico, seguendo una scia ormai sempre più in voga (da Shaun of the Dead a Black Sheep, passando per Lesbian Vampire Killers o Zombie Strippers). In realtà, perlomeno nella prima mezz'ora, sembra di trovarsi alla visione di un tipico slasher semiserio che, a parte il fascino ammaliante della bianca neve che avvolge ogni sequenza (proprio come il sopracitato Lasciami Entrare), non offre particolari spunti d'interesse. L'intento citazionista e autoironico è evidente, tant'è che i protagonisti stessi citano Venerdì 13 e Evil Dead, mentre uno di loro indossa una maglietta con la locandina del leggendario Braindead di Peter Jackson, ma per il resto si sonnecchia.


All'improvviso, però, quando i nazi-zombie si mostrano a noi e alle sventurate vittime, Dead Snow esplode, in una sarabanda splatter ad altissimo contenuto emoglobinico. Occhi strappati a mani nude, teste sventrate come meloni, non-morti triturati con le motoseghe, gole mozzate, viscere esibite ai quattro venti, autoamputazioni... un delirio irriverente in cui litri di sangue vanno a sporcare la candida neve, creando un suadente contrasto cromatico tra il bianco accecante e il rosso del plasma.

I personaggi del film, all'inizio imbranati e ben poco coraggiosi, si tramutano in eroi senza macchia e senza paura, e diventano orgogliosi condottieri impegnati in una strenua lotta per la sopravvivenza; pare di rivivere le gesta di Bruce "Ash" Campbell e perfino di John Rambo. La battaglia ogni minuto che passa assume contorni sempre più surreali e apocalittici. Gli zombie, con buona pace della tradizione di genere, grugniscono come bestie ma corrono e saltano e combattono fino allo stremo. I modelli di riferimento sono proprio Braindead e Evil Dead, omaggiati a piene mani, oltre ovviamente all'immancabile assedio romeriano.


Dopo la sonnolente prima mezz'ora, peraltro, Wirkola ci mette anche del suo, inserendo sequenze a dir poco grottesche (un improponibile amplesso nel bagno esterno alla baita) ma anche qualche bella idea (ad esempio una delle vittime che, esalando gli ultimi respiri di vita, assiste, attraverso una sfocata soggettiva, al suo stesso squartamento).

Insomma, è chiaro che questo Dead Snow sia un film che si può amare ma anche odiare. Zombie in uniforme che corrono a passi pesanti sulla neve e si arrampicano sugli alberi, cascate di sangue a ricoprire lo schermo, humour sempre presente ma di "stampo scandinavo" e dunque molto meno immediato rispetto alle volgari facilonerie americane, rappresentazione narrativa prima lineare e poi caotica, paesaggi che mozzano il fiato, profumi splatter-gore d'impatto sicuramente retrò, finale prevedibilmente beffardo...


A voi la scelta. Io tutto sommato lo promuovo, perchè mi sono divertito e ho apprezzato il genuino tentativo di usare gli stereotipi provando almeno in parte a reinventarli. In questo senso, la bella Scandinavia non tradisce mai. Ovviamente il film, già passato con successo in vari festival, non è ancora uscito in Italia, e presumo mai uscirà. Però lo si trova sul web, con i sottotitoli in italiano.

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