mercoledì 28 dicembre 2011

MIRACOLO A LE HAVRE - Recensione

L'ultimo lavoro del grande Aki Kaurismaki, tornato sulle scene cinque anni dopo Le luci della sera, ha avuto la sua prima apparizione italica in una pre-anteprima organizzata alla vigilia del Torino Film Festival. Purtroppo non ero presente alla serata, ma mi è stato riferito che il finlandese, presente in sala, avrebbe spiazzato il pubblico con una frase del tipo "il mio film è stato inserito come pre-anteprima perché è troppo brutto per far parte del programma ufficiale del festival".

Sì, come no. Caro Aki, ci prendi in giro. Lo fai da sempre. Probabilmente, in realtà, sai benissimo quanto unico e indispensabile sia il tuo modo di fare cinema. Oppure neanche ci pensi, te ne freghi e basta. In qualsiasi caso, qui le parole servono a poco, proprio come nei tuoi film: bastano le immagini, le storie, la poesia che ogni dannata volta tu riesci a inserire in ogni inquadratura. Fumiamoci una sigaretta insieme, caro Aki; brindiamo con una vodka; ci sei riuscito di nuovo.
Miracolo a Le Havre è la storia di un perdente, Michel. Un lustrascarpe che lavora soprattutto nelle stazioni, guadagna quei pochi euro indispensabili per la sopravvivenza, e la sera torna a casa da Arletty, una donna che con amore ha deciso di prendersi cura di lui. Tutt'intorno, un micromondo semplice, solitario, unito: una panetteria, un fruttivendolo, un paio di bar, qualche sfaccendato. Tutti amici, pronti a darsi una mano l'un altro in caso di bisogno.
All'improvviso Michel è costretto a modificare il tema della sua quotidianità: Arletty è ricoverata in ospedale per iniziare una terapia con cui provare a uccidere un tumore all'apparenza incurabile, mentre l'uomo incontra un ragazzino di colore, giunto a Le Havre in via clandestina insieme ad altri compatrioti del Gabon, con il difficile obiettivo di superare Calais e arrivare a Londra per raggiungere la madre.

Michel (André Wilms) è l'ennesima figurina stilizzata dell'universo di derelitti che da sempre popola il cinema di Kaurismaki. Ma questa volta il protagonista del dolore incontra qualcuno più disperato di lui. La degradazione scivola verso orizzonti ancora più tetri, ben rappresentati dal buio container in cui gli immigrati restano chiusi per giorni prima di essere liberati e subito dopo rinchiusi di nuovo nei centri di accoglienza, o rispediti nel proprio paese come pacchi postali indesiderati. Soltanto Idrissa cerca la fuga, nascondendosi nei tuguri più impensabili, sino al decisivo incontro con l'uomo che proverà a dargli un futuro.
Solidarietà, compattezza d'intenti, voglia di lottare insieme, e un pizzico di follia: solo così si potrà trovare una piccola luce in fondo al tunnel. La luce della speranza: per Michel, per Idrissa, per Arletty. Per tutti noi.
In Miracolo a Le Havre c'è una cagnetta, Laika, il cui nome è citato perfino nei titoli di testa. C'è un commissario di polizia (Jean-Pierre Darroussin) molto meno cinico e baro di quanto sembrerebbe. C'è, sempre e per sempre, l'intoccabile Kati Outinen, ancora con Kaurismaki 25 anni dopo (!) il loro primo lavoro insieme, Ombre nel paradiso. C'è il dramma dell'immigrazione, dipinto senza alcuna fastidiosa retorica. C'è la Francia con le sue baguettes e il freddo della Normandia. C'è il vivo ricordo di De Sica, e un cameo di Jean-Pierre Léaud. C'è una canzone rock declamata da un artista che pare essere uscito da un concerto dei Leningrad Cowboys. C'è tutto il cinema di Kaurismaki, eterno e immodificabile. Per fortuna.

Sì perché in fondo le storie dei suoi film si assomigliano un po' tutte, ma non ci stancano mai. Di storie così, di film così, ne vorremmo ancora. E ancora. Dieci, cento, mille. Ogni giorno.
A un certo punto, in ospedale, il dottore dice ad Arletty "un miracolo è sempre possibile"; lei sconsolata risponde "sì, ma non nel mio quartiere". Difficile darle torto. Eppure, la vagabonda magia kaurismakiana riesce nell'impresa, e il ciliegio di Marcel può infine sbocciare, con tutto l'orgoglio del mondo.

lunedì 26 dicembre 2011

MELANCHOLIA - Recensione

Cogliendo l'occasione per fare ai lettori, pur con qualche ora di ritardo, gli auguri affinché sia possibile trascorrere festività il più possibile piacevoli e serene, Cinemystic approfitta di questi ultimi giorni del 2011 per recuperare alcune pellicole imprescindibili dell'annata che volge al termine. Oggi è il turno di Melancholia, recente fatica dell'amato/odiato Lars Von Trier, autore di dichiarazioni assai poco felici durante il Festival di Cannes, in cui il suo film era presente in concorso, tanto da farlo diventare persona non gradita.
Dopo la sanguinaria parabola filosofica del precedente Antichrist, il danese sceglie una narrazione all'apparenza più lieve e misurata, dividendo idealmente il film in due blocchi aventi come rispettive protagoniste Justine e Claire, sorelle sull'orlo di una crisi di nervi. La prima subisce un fastoso matrimonio senza essere convinta dell'importante passo che sta compiendo, tanto da mandare tutto all'aria; la seconda invece vive con preoccupazione l'avvicinarsi di un misterioso pianeta destinato a transitare accanto alla Terra, senza peraltro che vi sia il pericolo di una collisione. O almeno, così dicono gli scienziati.
Premessa d'obbligo: nel giudicare un film di Von Trier, bisognerebbe smetterla con queste ridicole fazioni calciofile secondo le quali vige l'obbligo di essere iscritti al partito pro oppure al partito contro, idolatrando l'autore oltremisura o al contrario stroncando senza pietà ogni suo lavoro senza alcuna motivazione analitica decente; usanza, quest'ultima, utilizzata da sempre anche da alcune rinomate (?) riviste nazionali. Al di là della simpatia o dell'antipatia verso l'uomo Von Trier, e verso un cinema per sua stessa natura destinato a giudizi controversi, basterebbe porsi alla visione dei suoi film, una buona volta, con un minimo di oggettività critica. Cosa che il sottoscritto da sempre cerca di fare.

L'analisi di Melancholia si poggia su basi simboliche, sulle quali porre in essere una doppia congiunzione astrale volta a scavare tra le anime divelte delle due protagoniste, smarrite nelle paure che dimorano nel loro oscillante inconscio. Mentre in cielo la luce blu di un pianeta altro corteggia i confini della terra, quaggiù le due donne cercano una via d'uscita al generale senso di sconfitta che accompagna le loro vite. Senza costrutto. Il tempo dell'Apocalisse, al di là delle facili profezie di bassa lega, è forse davvero giunto, per mondare l'universo dalla bieca corruzione che ha divorato il senso comune. Non basta la ricchezza, non bastano un matrimonio in pompa magna e una promozione aziendale, un campo da golf con diciotto buche e un cavallo con cui correre nel vento; l'atavica solitudine delle due sorelle sconfigge i sorrisi di plastica, gli abbracci spezzati, il dolce suono del benessere borghese; il male di vivere è una malattia che ha ormai esaurito ogni speranza di cura.
Von Trier, oltre ad attaccare come sempre lo spettatore, pare per una volta voler sfidare anche se stesso, nascondendosi in un andamento sussurrato, docile, durante il quale l'estremismo che lo ha reso celebre (e a suo modo unico) è accantonato. Ma in fondo si tratta solo di apparenze: Melancholia nasconde infatti tra i lembi ordinati il tratto distintivo di una storia disturbante, soffocante, buia, tragica. Inizia con una sequenza di quadri in semi-movimento sulle note del Tristano e Isotta di Wagner, finisce con un tocco di fantascienza, e nel mezzo sfiora Shakespeare e Kubrick. A un primo livello di lettura il meccanismo sembra a lungo girare a vuoto, ma è soltanto una trappola: in realtà il film si nutre delle nostre speranze, e mastica lentamente ogni squarcio di luce.
Le protagoniste hanno i volti di una tremante e indifesa Charlotte Gainsbourg, e di una Kirsten Dunst che offre la sua interpretazione migliore, pur senza raggiungere le vette di disperata immedesimazione emotiva di tante precedenti antieroine di Von Trier (la Watson di Le onde del destino, la Kidman di Dogville, la stessa Gainsbourg di Antichrist, senza dimenticare la sconvolgente Bjork di Dancer in the Dark); i suoi occhi esprimono comunque la verità di un respiro ghiacciato che va a spegnersi sequenza dopo sequenza, mentre il suo corpo nudo si offre, anche se solo in campo lungo, disteso in riva al fiume, tra i riflessi del pianeta blu, nell'immagine più bella.
Intorno a loro, soprattutto nella prima parte, sfilano attori più o meno confacenti al cinema di Von Trier, da Kiefer Sutherland a Charlotte Rampling, da Stellan Skarsgard a Udo Kier, senza peraltro lasciare tracce indelebili.
Il segno, vero e tangibile, tra le sue voci strozzate, lo lascia però il film stesso, inglobandoci in un doloroso blu destinato a trascinarci oltre le correnti dell'infinito.

venerdì 23 dicembre 2011

LA FIAMMIFERAIA di Aki Kaurismaki

Dopo un periodo di pausa, dovuto alle incombenze di un trasloco, Cinemystic torna in piena attività, con un piccolo articolo dedicato a uno dei pochi autori realmente indispensabili del cinema contemporaneo. Parliamo del finlandese Aki Kaurismaki, da tempo cantore di una poesia narrativa che non ha eguali tra i registi in attività, e tornato quest'anno sulle scene con Miracolo a Le Havre (nelle prossime ore sempre qui troverete l'apposita recensione). Può intanto essere giusto, soprattutto in pieno periodo natalizio, riscoprire e riassaporare uno dei film che possono davvero porsi come simbolo della sua ineguagliabile forza espressiva, ovvero La Fiammiferaia, uscito nel 1989 e interpretato dalla musa kaurismakiana per eccellezza, Kati Outinen.

Iris lavora in una fabbrica che produce fiammiferi. Un'esistenza monotona, piatta e solitaria, scandita da rituali opprimenti e immodificabili. Vive con la madre e il patrigno, personaggi abietti che la sfruttano, la trattano come una sguattera e si fanno mantenere dalla ragazza. Iris va a ballare, cercando una misera valvola di sfogo alla triste quotidianità, ma nessun uomo la invita in pista. Si compra un bel vestito, unico sfizio possibile dopo aver ricevuto lo stipendio, ma scoperta e schiaffeggiata dal patrigno è costretta a riportarlo al negozio. Si commuove davanti a un film in televisione, stira e prepara da mangiare, si guarda intorno e non trova alcun divertimento, alcuna ragione per godere della vita. Quando finalmente un uomo pare interessarsi a lei, Iris, dopo una notte di sesso, sogna un legame, sogna l'amore, sogna la fuga dalla prigione in cui sfiorisce giorno dopo giorno; i suoi occhi di bimba tornano per un attimo a brillare, e la notizia di una futura gravidanza non fa altro che acuire il suo desiderio di emancipazione. Ma è soltanto un'illusione: l'uomo la umilia senza pietà, la abbandona, rifiuta qualsiasi proseguimento del rapporto. Iris, cacciata di casa, è ancora una volta sola, sola più che mai. Fino a quando una molla le scatta nel cervello, scatenando un folle orgoglio di vendetta.
Iris è la Regina del popolo di reietti che da sempre popola l'universo perdente di Kaurismaki, un rifiuto della società intriso di umori devastati e devastanti, un contenitore di mediocrità racchiuso in un arcobaleno di abbandono e misericordia. Nel suo volto si attua il senso ultimo di una civiltà annebbiata dalle fauci rabbiose dell'egoismo umano, e nell'esplosione di una rivincita destinata a conseguenze letali si dipana, per paradosso, l'unico afflato di (vana) speranza concesso a chi non può ottenere altro dalla propria lacrimevole esistenza.
Come da consuetudine i personaggi di Kaurismaki non parlano quasi mai. Si limitano a bere, e a fumare una sigaretta dopo l'altro. Senza bisogno di parole, Iris danza un tango di disperazione senza fine, sottraendo allo spettatore qualsiasi via di fuga. Così, mentre in Tv scorrono immagini di guerra e sangue, il piccolo mondo proletario della fiammiferaia consuma il suo veleno. E noi ci commuoviamo, grazie alla potenza perfino chapliniana di un cinema unico e meraviglioso.

lunedì 5 dicembre 2011

COURMAYEUR NOIR IN FESTIVAL 2011

Non ancora sazio dopo la pantagruelica maratona torinese, il sottoscritto si prepara a tornare in viaggio per una breve presenza a Courmayeur, giovedi e venerdi, per assistere a un paio di giornate del Noir in Festival 2011. Tra letteratura e cinema, durante l'evento si vedranno molte anteprime, tra cui, per ovvi motivi professionali e affettivi, mi piace segnalare l'horror Don't Be Afraid of the Dark, scritto e prodotto da Guillermo Del Toro, ma anche We Need to Talk About Kevin con John C. Reilly e Tilda Swinton.

A partire da venerdi, su CineClandestino, rivista per la quale sarò accreditato e ospitato, potrete trovare qualche mio articolo in diretta dalla manifestazione. Dopodiché, qualche settimana di meritata (?) pausa, peraltro accompagnata da molteplici e variegate visioni casalinghe. La giostra del cinema, infatti, da queste parti, non si ferma mai. A presto.

sabato 3 dicembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (5) - Finale senza il botto

In un'edizione in cui alcuni dei grandi nomi hanno più o meno deluso (Herzog, Allen), si sperava che Twixt, ritorno all'horror gotico di Francis Ford Coppola, potesse portare un po' di entusiasmo. Il risultato, invece, non è parso convincente. Nel film un imbolsito Val Kilmer, scrittore di (poco) successo, si reca in una piccola cittadina per promuovere il suo ultimo romanzo. I riscontri sono prossimi allo zero. Ai ferri corti anche con la moglie, l'autore cerca in ogni modo di trovare la giusta ispirazione per il libro successivo. Sviluppando una malsana idea nata dallo sceriffo locale, il romanziere si immerge tra le nebbie di un passato misterioso, riportando alla luce eventi traumatici accaduti nel luogo tanto tempo prima. Nel suo viaggio mistico a ritroso, è accompagnato addirittura da Edgar Allan Poe in persona, verso un incubo lugubre e sanguinario.
Indubbiamente interessante dal punto di vista visivo, soprattutto in virtù di un'ottima ricerca fotografica, il lavoro di Coppola gioca con i generi, cercandone una rilettura imbevuta di destrutturazione e parodia. Pur azzeccando qualche momento di discreta ilarità, la sceneggiatura si sfalda però senza appello, risultando derivativa, fiacca, slegata, poco convinta, sino a sfociare in un finale affrettato e assai poco convincente. Resta così a conti fatti un esperimento metacinematografico incapace di trovare la giusta direzione strutturale.
Il festival giunge alla conclusione. Le ultime pellicole in gara risollevano, in parte, un concorso lungometraggi apparso in tono senz'altro minore rispetto alle scorse annate (dove si erano visti lavori di altissimi livello, ad esempio Die Welle, Queimar las Naves, La Nana, Winter's Bone). Diverte il laconico e surreale Either Way, islandese, vagamente kaurismakiano nell'anima e capace di non prendersi troppo sul serio. L'opera di Sigurdsson vince il primo premio: un verdetto bello e condivisibile, per uno dei migliori film visti nella sezione. Si fa poi apprezzare almeno a livello teorico il russo Heart's Boomerang, solido ma fin troppo quadrato e lineare. Entusiasma invece la platea, ma non convince del tutto a livello critico, l'americano 50/50, di Jonathan Levine, incentrato sul dramma di un ragazzo colpito da un tumore; Levine dipana con discreta efficacia la consueta commistione tra il dramma della narrazione e i toni da commedia, aiutato anche dalle presenze di Anjelica Huston, Bryce Dallas Howard e Anna Kendrick (sempre più brava e bella), ma esagera con grossolanità e volgarità assortite, come da abitudine per gli americani, non riuscendo nemmeno a evitare qualche caduta retorica. Il pubblico, comunque, ha tributato al regista un'assoluta standing ovation.
L'ultima proiezione, la trentesima per chi scrive, è dedicata a The Oregonian, delirante horror incubale che sfrutta la lezione lynchiana per inoltrarsi in un guazzabuglio visivo che fa dell'incoerenza la propria bandiera. Una follia senza confini, imbevuta di ridicolaggini ma non priva di qualche suggestione tutto sommato inquietante; un lavoro difficile, coraggioso e non così disprezzabile, nonostante gli insopportabili ululati in sala di qualche maleducato e stupido pseudo-giornalista.
Si chiude così una settimana di estenuante maratona. Quello torinese si conferma, senza dubbio, ancora una volta, il miglior festival italiano, anche se va detto, con l'onestà che da sempre contraddistingue Cinemystic, come l'edizione 2011 non sia stata la più riuscita dell'era Amelio. Molte sono infatti state le pellicole inferiori alle attese, pochi i veri colpi di fulmine. Un livello generale non eccelso, a cui vanno aggiunti diversi problemi di tipo logistico che hanno diminuito la riuscita dell'insieme. Alcune sale (in particolare il Reposi 5 e il Greenwich 3) sono davvero imbarazzanti per un evento di tale portata, e, lo ribadiamo, l'abolizione delle navette ha costituito una grave lacuna, costringendo gli accreditati (compreso il sottoscritto) a fatiche inutili, e a perdere con molto dispiacere alcune proiezioni, a causa del'eccessiva distanza tra i vari cinema.
Se questa mancanza è stata causata da motivi di budget, la soluzione appare tutto sommato semplice: basterebbe mettere in programma 230 film invece che 250, oppure, ancor meglio, evitare di invitare alla cerimonia d'apertura la Penelope Cruz di turno, presenza totalmente inutile nell'economia del festival. In questo modo si potrebbe comunque risparmiare sui costi, senza privare pubblico e stampa di un servizio utile e indispensabile.
L'appuntamento, in ogni caso immancabile, va all'anno prossimo. A presto, Torino.

venerdì 2 dicembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (4) - L'elegia di Chiara Mastroianni

Profumo di gloria, avevamo scritto qualche giorno fa nell'articolo di presentazione del Torino Film Festival 2011, con riferimento a Les Bien-Aimés di Christophe Honoré, presente nella sezione Festa Mobile. Ebbene, gloria doveva (poteva) essere, e gloria è stata. Per 140 minuti, durante la visione, siamo stati catapultati in un affascinante mondo parallelo, accompagnato dai singulti dell'amore, della speranza, della disillusione. Una madre e una figlia, un arco temporale lungo quatro decenni, le strade di Parigi, soggiorni più o meno lunghi a Praga, Londra e altrove, in viaggio verso la vita, per poi tornare, ancora e ancora, tra i vicoli della Ville Lumière. Amori che vanno, nascono, spariscono, ricompaiono. Amori cercati, voluti, sognati. Amori impossibili, teneri, disperati. Il melò come atto fondante di vite in divenire, alla continua ricerca di una verità sepolta tra i cassetti del cuore. Una storia suadente, toccante, lieve ma decisa. E poi, ora e sempre, le canzoni, bellissime, scritte da Alex Beaupain, cantate dagli attori e dalle attrici, nella resurrezione di una meraviglia cinematografica imbevuta di passato ma capace anche di toccare il segreto intimo del presente.


Honoré venera Chiara Mastroianni come un feticcio: la insegue, le sta addosso, le regala molteplici primissimi piani, la inquadra da ogni possibile angolatura, da ogni prospettiva; e
ntra idealmente con la macchina da presa fin dentro i pori della sua pelle. Lei sta al gioco, con fiducia, brava più che mai. Chiara cammina, piange, bacia, danza, canta. Con lei Catherine Deneuve, che appare all'improvviso su un ponte di Parigi illuminando lo schermo come una Dea, e poi accarezza il racconto fino alla fine con il suo inarrivabile carisma. Accanto a queste due donne totemiche un arcigno Milos Forman e il solito tenebroso Louis Garrel. Prima di loro Ludivine Sagnier, cresciuta più che bene (in tutti i sensi), che torna ancora a cantare dopo 8 Femmes di Ozon e Les Chansons d'Amour sempre di Honoré.Chiara ama, corre, guarda, rincorre, spera, crolla. Ludivine e Catherine la precedono, accompagnano, seguono. Senza retorica né autocompiacimenti. Noi restiamo immobili, inerti e ammaliati, sedotti dalla magia delle parole, delle note, degli sguardi. Ballando con le stelle (di Francia). Fino all'epilogo e oltre. Applausi a scena aperta.

Con le energie ormai prossime allo zero, dopo sette giorni di maratona inarrestabile, il festival si avvicina alla conclusione. Mentre la gente affolla le sale più grandi per le proiezioni di maggior appeal commerciale, nelle salette più piccole e intime la retrospettiva su Sion Sono prosegue nella sua caustica vitalità. Vediamo così il viaggio nel buio di un commerciante di pesci tropicali in Cold Fish, pellicola la cui storia naviga non troppo lontana dai lidi dell'ottimo Kinatay di Mendoza, pareggiandone lo spessore (im)morale ma risultando prolisso, con un blood feast finale forse (per una volta) sin troppo rimarcato. Ma vediamo anche Sono alle prese con lavori di evidente stampo sperimentale, come il surreale e parodistico Utsushimi, e il sorprendente e struggente I Am Keiko, malinconico dramma sulla solitudine, l'impossibile arresto del tempo, e il (non) senso di una vita smarrita nell'ovatta e nel silenzio.

A non convincere, per ora, è invece il concorso lungometraggi, che pare vivere un'annata di poca ispirazione. Dopo alcuni lavori sufficienti ma privi della scintilla vincente, il livello scende ancora con il mediocre prison movie Ghosted, dell'inglese Craig Viveiros: una storia di soprusi, legami e vendette all'interno di un penitenziario, interessante nei primi 20-30 minuti, ma poi irrimediabilmente perduta in una coacervo di stereotipi e banalità, con una sceneggiatura meno che elementare e una risoluzione finale di deprimente ovvietà.

mercoledì 30 novembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (3) - La nudità di corpi e parole

Assistere a un festival di cinema non è mai un'esperienza banale. Assume ogni volta un ruolo fondamentale la possibilità (e la bellezza) di scoprire autori fino a quel momento non conosciuti, oppure approfondire discorsi tematici legati a registi già apprezzati ma di cui ancora non si era riusciti a completare la filmografia. In questo senso, Torino 29 offre spunti più che variegati, grazie ai quali è possibile spaziare a 360° in un mosaico di immagini che non si pone alcun limite tecnico e poetico. Così, felicemente dispersi nel marasma quotidiano, capita di imbattersi in autori letteralmente agli antipodi, ma allo stesso modo capaci di fornire suggestioni assai stimolanti, e squarci di grande cinema: Sion Sono ed Eugène Green. L'imponente retrospettiva sul poeta del dolore nipponico, di cui già abbiamo parlato nei post precedenti, continua a mietere ferite estatiche e stilettate capaci di scendere in profondità nell'anima dello spettatore: è il caso del recente Guilty of Romance, spietata educazione alla lussuria e alla perversione di una donna che decide all'improvviso di fuggire da una vita piatta e lobotomizzata per gettarsi con autentico furore tra le gioie del sesso. I personaggi dei lavori di Sono, però, si sa, non hanno mai vita facile: per loro la sofferenza è conseguenza inevitabile di ogni gesto e cambiamento. Anche alla giovane e conturbante Izumi, dunque, spetta l'arduo e indesiderato compito di scendere agli Inferi dell'afflizione; il suo procace e irresistibile corpo si spoglia di ogni veste, ma la nudità si porta via anche ogni forma di dignità, tuffandosi a capofitto tra le fauci del peccato, in un sentiero di umiliazioni da cui non sarà più possibile tornare indietro. Erotico, barocco, radicale, tragicamente romantico, lancinante e travolgente: Sion Sono al suo meglio.

Il corpo lascia invece il posto all'Arte della parola, nel cinema di Eugène Green, bella scoperta di questa edizione; minimalismo e ironia, rivisitazione dei generi, gusto immediato per il senso della vita umana al di là di ogni specificità psicologica, fioritura del fantastico come volto uguale e contrario del reale, piccole storie e piccoli tasselli di un puzzle capace di descrivere amori e mancanze senza alcun orpello tecnico. La profondità nella semplicità, a voler sintetizzare: quadretti spartani e delicati, entro cui si muovono (poco) i suoi personaggi, simili a marionette, ma dotati di una coscienza ben visibile. Green si stupisce di vedere molta gente in sala nonostante l'orario pomeridiano e il giorno infrasettimanale, e dopo le proiezioni dei corti Le nom du feu e Les Signes (con Mathieu Amalric, costante presenza/assenza di questo festival), e dello straniante lungometraggio Le Monde Vivant, ambientato in un Medioevo che poi tale non è, concede alla platea approfondite riflessioni (in italiano) sul significato stesso del cinema e delle sue componenti. Un regista-filosofo che si guarda e ascolta con piacere, e che il sottoscritto non può che ammirare per la scelta di rinnegare le origini americane per diventare a tutti gli effetti un uomo di Francia.

Sono e Green, opposti che si attraggono. Tra loro, una Festa Mobile sempre vivace (il documentario Joann Sfar, dedicato a un bravo disegnatore/fumettista parigino e diretto, guarda un po', da Mathieu Amalric), un concorso che per ora si mantiene su livelli discreti senza però decollare (il coreano A Confession, rigoroso ma incapace di trovare la scintilla vincente), e qualche visione pessima, come nel caso del mediocre thriller 388 Arletta Avenue, di Randall Cole, lavoro derivativo, pretenzioso, slegato e pleonastico.


La maratona continua: ci si prepara a tornare ancora tra le strade di Parigi, si spera con esiti migliori rispetto a Woody Allen, per cantare con Les Bien-Aimés di Christophe Honoré.

martedì 29 novembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (2) - Delusioni e Meraviglie

Prosegue senza soluzione di contenuità l'edizione numero 29 del Torino Film Festival. Una full immersion totale, che non lascia alcun margine di respiro. Nonostante qualche evidente stortura logistica operata quest'anno dall'organizzazione, si affollano le visioni, in una magnifica bulimia cinefila senza eguali nel panorama nazionale.
Così, tra una sala e l'altra, le varie sezioni propongono il loro meglio (e il loro peggio): il concorso lungometraggi entra nel vivo con tre opere molto diverse tra loro ma accomunate da una discreta riuscita generale; si inizia con Attack The Block, fantahorror di chiara impronta commerciale incentrato sull'invasione aliena in un ghetto di periferia; un assedio a tempo di rap, visto con gli occhi di una gang di ragazzi pronti a trasformarsi da delinquenti a eroi: un Super 8 Miles, per citare la crasi utilizzata dal simpatico regista Joe Cornish prima delle proiezione, evidente debitore del bellissimo film di Abrams senza nemmeno sfiorarne la qualità, molto più superficiale eppure alla fine non disprezzabile nella sua miscela di action, ironia e omaggi al cinema di genere degli anni settanta/ottanta. Da notare, a gran sorpresa, visto il genere in totale antitesi con i suoi gusti, la presenza in sala, come semplice spettatore, di Nanni Moretti. Molto bene poi il canadese Le Vendeur, dramma dedicato a un venditore d'auto capace di superare la crisi economica e la tragedia personale grazie all'attaccamento viscerale per il suo lavoro, e apprezzabile nella sua delicatezza di tocco Way Home, tedesco, storia di solitudini, vite giunte al capolinea, e amori stanchi ma ancora in grado di sopravvivere al tempo inclemente che divora il corpo e la lucidità del pensiero.

Proseguono a pieno regime anche le retrospettive: il Mito di Robert Altman riempie in ogni ordine di posto la sala per la riproposizione dell'immortale Nashville, accompagnato da un ricchissimo parterre composto da Keith Carradine, Michael Murphy, Kathryn e Stephen Altman, affiancati a ricevere il caloroso applauso del pubblico torinese e pronti a raccontare alla platea gustosi aneddoti relativi alla lavorazione del film. In contesti più piccoli, diciamo di nicchia, prosegue la riproposizione dell'intera (quasi) f
ilmografia di Sion Sono, occasione d'oro per apprezzare i suoi migliori lavori, intervallati da opere non proprio indimenticabili (il confusionario Into a Dream e l'occasione perduta Hair Extensions, film che tocca attimi di notevole forza narrativa per poi però scivolare in pesanti cadute di tono spinte sin oltre al limite del ridicolo).

Dalla ricchissima sezione fuori concorso Festa Mobile arriva invece il meglio e il peggio del festival. Della seconda categoria fa sicuramente parte Wrecked, fallimentare survival-movie prodotto e interpretato da Adrien Brody e realizzato con il palese intento di cavalcare l'onda dei recenti Buried e 127 ore. Un'ora e mezza di one man show, in cui Brody fornisce una bella prova d'attore, in un film che p
erò, semplicemente, non c'è: zero idee, zero originalità, per una pellicola derivativa, sciocca, inutile, che oltretutto sprofonda per via di inserti buonisti al limite del ricattatorio (il cane). Insomma, un disastro.
A conti fatti delude anche l'atteso nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris, in bilico tra l'incanto e la pioggia di una Parigi che scivola dalla contemporaneità al ritorno negli anni venti. Owen Wilson abbraccia la Ville Lumière circondato da un cast all-stars in cui trovano posto tra gli altri Marion Cotillard, Kathy Bates e un esilarante Adrien Brody nei panni di Salvador Dalì: il risultato è però fiacco, debole nella forma e nella sostanza, con un'idea di base troppo striminzita per reggere i novanta minuti di durata e una morale di fondo quantomeno semplicistica. L'ennesima dimostrazione di come Allen faccia davvero tr
oppi film.


E poi, tra una corsa e l'altra, una scoperta e una delusione, arriva, caldo come il tocco di una lama infuocata, l'assoluto capolavoro di questa edizione del festival: La Guerre est Declarée, di Valérie Donzelli, film di cui già avevamo accennato, candidato della Francia per i prossimi premi Oscar. Una storia devastante, raccontata con uno stile meraviglioso in grado di affiancare, con miracolosa brillantezza, il dramma più straziante e l'ironia più dolce. Sulle nostre guance scendono inarrestabili le lacrime, mentre assistiamo alla ferale lotta di due genitori intenti a salvare con ogni mezzo il loro bambino colpito da un tumore al cervello; eppure, sperduti nel dolore, troviamo anche modo di sorridere, grazie al sapiente uso delle musiche, al respiro della spensieratezza, al tocco magico della Donzelli, regista/sceneggiatrice/interprete della pellicola, insieme al suo reale compagno di vita Jeremie Elkaim.
Così, tra Jacques Demy e Truffaut, fino al Moretti di La stanza del figlio, scaviamo nel profondo dell'anima, disperati e al contempo estasiati di fronte a un'opera d'incredibile bellezza e intensità. Romeo e Juliette (da pronunciare rigorosamente alla francese) combattono la loro guerra, assistiti dalle famiglie, dagli amici, dalla speranza; noi combattiamo con loro. I volti di Valérie e Jeremie entrano nel nostro cuore, e lì trovano casa: non se ne andranno mai più.

domenica 27 novembre 2011

TORINO 29 REPORTAGE (1) - Le illusioni del dolore

Inizia il reportage in diretta dalla ventinovesima edizione del Torino Film Festival.
Si comincia subito con il botto, grazie a una doppietta incentrata su Sion Sono, "poeta del dolore" giapponese a cui l'evento dedica una succosa e affascinante retrospettiva. Il pomeriggio parte con la visione di Noriko's Dinner Table, sorta di prequel del capolavoro Suicide Club: due ore e mezza di immersione tra le viscere dell'assenza d'identità tipica dell'universo adolescenziale nipponico. Solitudine, abbandono, desiderio di rivalsa, spersonalizzazione dell'individuo in quanto tale, recite e maschere, sogni di fuga verso un futuro da costruire scivolando via dal giogo delle esperienze vissute. Un dramma intenso, un libro in immagini raccontato da un'onnipresente voce fuori campo che non abbandona mai la narrazione, e che ci conduce nel senso profondo di una surreale sub-realtà deprivata di ogni forma di individualismo.
Sion Sono, presente in sala e abbigliato come un piccolo Chaplin dei nostri giorni, si inchina con gentilezza al pubblico che lo applaude, e spiega come la storia di
Noriko prenda spunto da persone ed esperienze reali. Lo stesso dicasi per il film successivo, il colorato e devastante Strange Circus, una delle vette nella carriera dell'autore. Una straziante narrazione che non si pone alcun limite tecnico, toccando entusiasmanti interconnessioni tra cinema, arti visive, fotografia e musica, ed esplorando con dirompente fragore temi delicati quali la pedofilia, i traumi infantili e la vendetta. Sangue e tortura, suggestioni oniriche e grand guignol, perversione e (di nuovo) spersonalizzazione dell'individuo, dispersioni spazio-temporali e misteri raccapriccianti, per un freak-show che abbatte ogni confine razionale con risultati di altissimo spessore.
In serata, invece, è il turno di uno dei film forse più attesi del festival:
Into the Abyss, di Werner Herzog, documentario incentrato su Michael Perry, detenuto condannato a morte in attesa dell'esecuzione. Al di là dell'evidente presa di posizione di Herzog, pronto a declamare la sua contrarietà alla pena di morte, il lavoro in sé risulta inferiore alle aspettative. Appare evidente come non ci fosse abbastanza materiale per costruire un documentario di 100 minuti: di conseguenza non mancano momenti "riempitivi" che tolgono intensità al racconto, e abbondano gli attimi di costruzione scenica incerti e per questo latori di alcune perplessità. Il maestro tedesco, diciamolo, ha sicuramente fatto di meglio.

La mattinata di domenica si apre con
L'Illusion Comique, di Mathieu Amalric, già a Torino un anno fa con il bellissimo Tournée. Amalric compie una scelta coraggiosa, portando sullo schermo una pièce di Corneille e facendo dialogare i suoi attori in rima, dall'inizio alla fine, nonostante l'ambientazione contemporanea. Ne nasce un melò bizzarro, profumato d'antico pur nella sua veste moderna; per certi versi un figlio legittimo del Rohmer de Gli amori di Astrea e Celadon, la cui fruizione appare piuttosto ardita, ma che senza dubbio non manca di vitalità e sfrontatezza.
Per ora, dalla sala stampa, ci fermiamo qua. Molte altre visioni incombono. Nella bellissima atmosfera che come ogni anno regna a Torino, ci pare corretto segnalare una lacuna piuttosto marcata: l'abolizione delle navette per il trasporto da un cinema all'altro. Era un servizio comodo e indispensabile, e la sua assenza costringe il pubblico e gli accreditati ad allungare i tempi (e la fatica) per gli spostamenti. Capiamo l'esigenza di operare qualche risparmio sui costi, ma i tagli sul budget potevano (dovevano) essere operati su elementi meno utili.

martedì 22 novembre 2011

TORINO FILM FESTIVAL 29: Dieci film da non perdere


Al via venerdi l'edizione numero 29 del Torino Film Festival. La manifestazione proseguirà fino al 3 dicembre, per nove giorni di straordinaria e bulimica maratona cinefila. Come sempre. Anche quest'anno, se mai ce ne fosse stato bisogno, il TFF si conferma come il miglior festival italico, grazie a un programma meraviglioso e "impossibile", vista l'enorme quantità (e qualità) di pellicole interessanti. A Torino, come di consueto, non ci saranno né i tappeti rossi, né il glamour fine a se stesso; a differenza dell'inutile e dannosa "festa" (??) romana, sotto la Mole ci si immergerà solo e soltanto nella vera e reale magia del cinema. Ognuno potrà costruire i propri percorsi tematici, e scivolare con dolcezza nella lucida follia proposta dal concorso, dalle retrospettive e dalle sezioni collaterali. Un marasma d'infinito fascino.

Ecco quindi, a poche ore dall'inizio, dopo aver studiato a fondo l'astronomico programma, un parziale elenco in ordine sparso di pellicole a mio parere "imperdibili", almeno sulla carta.

1) Noriko's Dinner Table (di Sion Sono) = Titolo scelto per rappresentare la retrospettiva quasi integrale (manca purtroppo il doc sul black metal Lords of Chaos) dedicata a Sion Sono, uno dei registi più brillanti, fantasiosi, controversi ed estremi dell'intero panorama mondiale. Un'idea micidiale, in senso positivo, quella di dedicare all'autore nipponico un evento di tale portata. Una ventina di film in cartellone, per (ri)scoprire un regista dotato di enorme fascino visivo, e capace di raccontare storie devastanti con uno stile unico. Noriko è una sorta di sequel dello splendido Suicide Club, due ore e mezza di radicale cinema immorale, in cui piombare tra le viscere dell'Arte come strumento di destrutturazione culturale. Un'occasione unica.2) L'illusion comique (di Mathieu Amalric) = Un anno dopo il bellissimo Tournée Amalric, ormai vero e proprio simbolo del cinema francese contemporaneo, con risultati brillantissimi sia come attore sia come regista, torna al TFF con una surreale narrazione tratta da una pièce di Corneille. Sperimentazione e talento.3) Into the Abyss (di Werner Herzog) = Herzog è uno dei pochissimi autori davvero indispensabili del cinema mondiale. Non lo scopriamo certo oggi. Al TFF propone un devastante documentario incentrato su Michael Perry, condannato a morte in attesa dell'esecuzione. Il maestro, di sicuro, come solo lui sa fare, riuscirà per l'ennesima volta a scavare sotto la superficie dell'animo umano, per aprire ferite mai più rimarginabili.4) La guerre est declarée (di Valerie Donzelli) = Il film che a sorpresa la Francia ha candidato ai prossimi premi Oscar. Un dramma familiare atipico, tragico ma anche colorato e capace di ironia e speranza. Ne ho parlato diffusamente qui. Impossibile mancare.5) Les Bien-Aimés (di Christophe Honoré) = Un altro maestro del cinema transalpino, alle prese con una frizzante storia che viaggia nel tempo tra gli sguardi di un cast in cui troviamo Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Ludivine Sagnier e Louis Garrel. Profumo di gloria.6) The Oregonian (di Calvin Lee Reeder) = Horror psicologico americano, intriso di suspence, silenzi, personaggi surreali, suggestioni lynchiane e inquietudini striscianti. Pur con tutta la diffidenza del caso nei confronti dell'asfittico cinema di genere statunitense, proviamo a fidarci.7) Intruders (di Juan Carlos Fresnadillo) = Fantasmi, traumi sepolti, memorie da incubo. Clive Owen in un horror la cui trama pare non entusiasmare per originalità. Ma al sottoscritto il lavoro precedente di Fresnadillo, 28 settimane dopo, era piaciuto assai, per cui fiducia anche a lui.8) Ghosted & Attack The Block = Doppio titolo a rappresentare il sempre interessante e valido concorso lungometraggi (tanto per dire, l'anno scorso vinse Winter's Bone). Due pellicole molto diverse tra loro (un teso prison movie e un curioso fantahorror urbano) ma accomunate dalla provenienza inglese. E siccome la scuola britannica in questi tempi è in gran forma, abbiamo buone speranze.9) Le pont des arts (di Eugène Green)= Un'altra brillante idea del TFF targato 2011, all'interno della sezione Onde come sempre curata con invidiabile capacità dal bravissimo Massimo Causo, è l'omaggio a Green, autore francese raffinato, rigoroso, e molto poco conosciuto dal pubblico italiano. Un'altra bella occasione per scoprire suggestioni nuove e affascinanti.10) Le Havre (di Aki Kaurismaki) = E qui, tra mille lodi, dobbiamo mettere sul piatto l'unica critica nei confronti dell'organizzazione: splendida la scelta di conferire il Gran Premio Torino a Kaurismaki, genio monumentale e inarrivabile, ma perché ospitarlo e proporre il suo ultimo capolavoro proprio nel primissimo giorno del festival, quando molti accreditati (come il sottoscritto) non saranno ancora arrivati a Torino, e saranno dunque impossibilitati a vederlo e applaudirlo? Davvero un peccato. E un brutto errore di programmazione. Ma il film, va da sé, è imperdibile. Per fortuna negli stessi giorni uscirà anche nelle sale.A tutto ciò ci sarebbero da aggiungere, tanto per gradire, la mega-retrospettiva dedicata a Robert Altman, le anteprime nazionali di The Descendants (con George Clooney) e Albert Nobbs (con Glenn Close), il thriller claustrofobico Wrecked (con Adrien Brody), il cinefilo Dernière Séance di Laurent Achard, il Woody Allen di Midnight in Paris, la sezione Figli e Amanti in cui si rivedranno capolavori di Pasolini, Peckinpah e Tavernier, e notizia dell'ultima ora, anche l'anteprima di Twixt, ritorno all'horror gotico di Francis Ford Coppola. Infine, per i masochisti, ci sarà pure Mientras Duermes, nuova fatica del sopravvalutatissimo Balaguerò.Insomma, un programma delizioso, da gustare a pieni polmoni. Appuntamento su Cinemystic nei prossimi giorni, per un nutrito reportage in diretta da Torino. Intanto, se volete, cliccando qui potete rileggere le mie cronache festivaliere delle scorse annate, dal TFF e non solo.Buio in sala.

giovedì 17 novembre 2011

HORROR FESTIVAL, I VINCITORI

Autunno. Tempo di horror festival italici, almeno quei pochi che ancora riescono a sopravvivere nel disastro culturale che ormai ha totalmente fagocitato l'ex Bel Paese. Nel giro di pochi giorni si sono susseguite le tre manifestazioni nostrane più importanti legate al cinema di genere, ovvero il Ravenna Nightmare, il Tohorror, e lo Science + Fiction di Trieste. Può essere forse interessante dare un'occhiata ai verdetti emersi nei rispettivi concorsi dedicati ai lungometraggi.


Risulta senz'altro apprezzabile e condivisibile la notizia che riporta come Monsters, del sudafricano Gareth Edwards, abbia vinto il primo premio a Trieste. Un film di altissimo livello, capace di fuggire da tutti gli stereotipi legati al sempre più inflazionato filone incentrato sulle invasioni aliene, e in grado di operare una sorprendente fusione tra l'orrore della narrazione e un afflato poetico, intimo, perfino commovente. Un lavoro davvero ottimo, tra i migliori prodotti di genere visti negli ultimi anni. Per chi non l'avesse ancora visto il consiglio è senza dubbio l'immediato recupero.

Al tradizionale e benemerito ToHo
rror Festival, sotto la Mole, ha invece vinto lo svizzero Sennentuntschi, di Michael Steiner. Verdetto tutto sommato corretto, per un film non esente da numerosi difetti, ma anche originale, sincero, e permeato da un alone inquietudinale senza dubbio scevro da pleonasmi e manierismi. Per approfondimenti vi rimando alla recensione completa pubblicata qui su Cinemystic poco tempo fa.

Appare invece a dir poco discutibile il risultato del Ravenna Nightmare, la cui giuria ha decretato la vittoria del pessimo Secuestrados, dell'iberico Miguel Angel Vivas. Un lavoro assai derivativo, che utilizza come palese modello di riferimento l'Haneke di Funny Games per proporre una messinscena infarcita di stereotipi, banalità assortite, svolte elementari, personaggi insopportabili e scelte tecniche (i reiterati split screen) risibili e infantili. L'ennesima conferma di quanto il cinema di genere spagnolo sia molto sopravvalutato.

lunedì 14 novembre 2011

NUOVA CASA, NUOVA VITA

Cinemystic è un blog nato nel marzo 2008. Dopo oltre anni e mezzo di attività su Splinder, 250 post pubblicati e oltre 37000 visite ricevute, da oggi trasloca qui, per proseguire e se possibile ancora migliorare il proprio destino.

Per chi già mi conosce non c'è bisogno di presentazioni. Ci tengo comunque a sottolineare che tutto quello che ho scritto in questo lungo periodo è stato salvato e "traslocato", così che nulla si potesse perdere. Per comodità gli articoli più "datati" sono stati raggruppati in post collettivi, ma se avrete voglia di navigare nel blog, sfogliando le pagine o utilizzando l'elenco delle categorie e delle rubriche (sono quelle segnate con l'asterisco iniziale) qui a destra della home page, (ri)troverete tutto quello che magari già avete letto.
Per i nuovi lettori, invece, un sincero benvenuto nel respiro di una creatura che da sempre si propone di parlare di cinema a 360°, senza censure né confini di genere, spaziando da ciò che più amo (in primis l'horror in tutte le sue infinite connotazioni e il cinema francese) a ogni altra suggestione meritevole di approfondimento.
Su Cinemystic ci sono recensioni, reportage dai festival, cult movies, film del presente e del passato, attualità e salti nel tempo, divagazioni letterarie, notizie che riguardano la mia attività di scrittore e critico. Ci sono il cinema muto e lo splatter/gore, film francesi e norvegesi e giapponesi e italiani e australiani, Kaurismaki e Aronofsky, Sion Sono e Marcel Carné, Mario Bava e Adriano Celentano, cortometraggi indipendenti e grandi produzioni, cinema d'essai (soprattutto) e produzioni mainstream (all'occorrenza). Con una spiccata attenzione per il cinema di qualità, ma senza barriere né preclusioni di sorta. In piena libertà. Come sempre dovrebbe essere.
Dopo tre anni e mezzo, dunque, Cinemystic continua e riparte, con ancora più entusiasmo.
Ben trovati, benvenuti, ben arrivati.

EMOZIONI ALLA FRANCESE


Adoro il cinema francese. Ormai lo sapete. Un amore viscerale, assoluto, che si conferma e anzi cresce, ancor di più, giorno dopo giorno. Ecco perché, in attesa dei grandi eventi festivalieri autunnali (ToHorror, Torino Film Festival e Noir Fest di Courmayeur), mi sto dedicando in questo periodo al recupero di tante recenti opere transalpine che per un motivo o per un altro ancora non ero riuscito a vedere. Tra le altre ne ho scelte tre, di livello assoluto, meritevoli di essere citate sulle pagine di Cinemystic.

angele et tonyAngèle et Tony (di Alix Delaporte, 2010) = Uno dei tanti piccoli grandi film sfornati ogni anno dalla solidissima industria francese. Girato con un budget ridottissimo, diretto da una ex giornalista al debutto sul grande schermo, si è imposto all'attenzione generale in patria, ottenendo notevoli incassi, per poi (per fortuna) uscire anche in Italia, per merito dell'occhio sempre lucido e benemerito di Nanni Moretti e della sua Sacher.
Siamo di fronte a un dolente melodramma sentimentale ambientato in un villaggio di pescatori in Normandia. C'è una donna, appena uscita di prigione, in cerca di una sistemazione e sofferente per l'impossibilità di ottenere la custodia del figlio, e un uomo, rude, scavato da una vita di duro lavoro manuale. Due anime fluttuanti in un Purgatorio di sogni e pentimenti. Angèle vaga incerta, nervosa, cercando una pace interiore perduta nell'oblio degli errori di un passato impossibile da cancellare. Tony cerca di imporre la sua corazza livida, per ripararsi dai pericoli di un amore silenzioso nei confronti di una donna che, almeno all'inizio, sta con lui solo per interesse. Ne esce un film trattenuto, rigoroso, sofferto, ma anche capace di squarci di ottimismo.
La Delaporte sfiora il cinema di Truffaut, e si pone con intimo rispetto verso le anime tagliate dei due protagonisti (Clotilde Hesme e Grégory Gadebois, entrambi bravissimi), pronti a nuotare mano nella mano nel mare della speranza. Da segnalare con piacere anche la presenza di Lola Duenas, una delle muse almodovariane che più amiamo, da sempre.


Le premier jour du reste de ta vie (di Rémy Bezançon, 2008) = Ecco uno di quei film utili a dimostrare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, come il cinema francese sia di gran lunga il migliore al mondo. Opera seconda di un regista in rapida ascesa, premiato con tre César, spaccato appassionante e lucidissimo di una famiglia alle prese, in un arco temporale di dodici anni, con significative tappe di un'esistenza segnata da contrasti, vendette, abbandoni, ritorni, oscillazioni comportamentali, e affetti infine capaci di sopravvivere a ogni ruggine.
Un classico melò familiare alla francese, si potrebbe dire, ma permeato da una solidità d'intenti stupefacente, e capace di penetrare nel profondo, in un processo empatico che resta impresso nel cuore anche dopo il bel motivo musicale di Sinclair che accompagna i titoli di coda. Sceneggiatura limpida, stile di regia brillante, realismo sottile che non perde mai la strada maestra, ironia lieve, squarci di sincera commozione, e un cast meraviglioso: la splendida Deborah François (la figlia adolescente), i sorprendenti Pio Marmai e Marc-André Grondin (gli altri due figli), l'impeccabile Jacques Gamblin (il padre), e una svanita Zabou Breitman (la madre): cinque punte per una stella in grado di brillare a lungo nel firmamento del cinema d'Oltralpe.
L'ultimo sguardo, con cui la François punta i suoi occhi direttamente verso di noi, rompendo il muro sintattico che separa finzione e spettatore, si stampa dritto nell'anima, e lì per sempre resterà.


tomboyTomboy (di Céline Sciamma, 2011) = La Sciamma non è più una giovane promessa del cinema francese. É invece ormai una certezza. Aveva debuttato quattro anni fa con l'ottimo Naissance des Pieuvres, presentato al Torino Film Festival, viaggio nei turbamenti sentimentali e sessuali di tre ragazze alla ricerca della piena accettazione di sé, e adesso, con Tomboy, vero e proprio caso dell'anno in patria, ha saputo confermare tutto il buono che ci aveva lasciato intravedere.
Questa volta ha spostato la lancetta un po' indietro, dedicandosi alla storia di un bambina di nove anni che si finge maschio per assicurarsi il rispetto e l'affetto degli amici; pur alle prese con età differenti, l'autrice non ha perso un filo della genuinità espressiva già messa in mostra nel lavoro precedente. Una breve ma intensa estate bergmaniana, durante la quale la Sciamma ribadisce di possedere un tocco delicato, raffinato, quasi magico; una dote mai autoreferenziale, bensì posta al servizio della narrazione, durante la quale si lascia molto spazio al non-detto e al non-spiegato, puntando invece sulla quotidianità innocente dei suoi giovani protagonisti, cullati dalle onde del destino verso un avvenire ancora tutto da scoprire.
Vincitore dell'ultimo GLBT Festival di Torino, e apprezzato all'unanimità pressoché ovunque, Tomboy è un lavoro dolce, e assai prezioso.
Nota a margine: durante una conferenza stampa Angela Prudenzi, selezionatrice della Settimana della Critica di Venezia, ha dichiarato: “Il cinema francese ci mette sempre in difficoltà, per l'elevata quantità e qualità delle opere che produce ogni anno”. I film della triade Delaporte-Bezançon-Sciamma sono proprio fulgidi esempi di una cinematografia unica e impareggiabile.

HALLOWEEN 2011

HALLOWEEN, I FILM IN TV (E NON SOLO)
Postato alle ottobre 31, 2011 12:36 di lunedì, 31 ottobre 2011
da: [cinemystic]

Che la sarabanda abbia inizio. Arriva la notte di Halloween, e come ogni anno l'Italia tenta di far sua una festa che non le appartiene. In ogni caso the show must go on, e così, come sempre, nelle prossime ore fioccheranno i travestimenti, le feste a tema, le zucche, le canzoni stregonesche, i dolcetti e gli scherzetti.

Nel marasma generale, molte persone saranno in giro a far baldoria; ma di sicuro ci sarà anche qualcuno che rimarrà a casa, magari con la voglia (o la necessità) di una tranquilla serata davanti alla Tv, in cui approfittare dei palinsesti orrorifici ad hoc messi in piedi dai canali terrestri e satellitari. Dando uno sguardo alle varie programmazioni, il panorama non è particolarmente entusiasmante: governa infatti in molti casi la banalità; qualche piccola chicca, però, con un po' di impegno, la possiamo trovare.

Concentrandoci su Sky, che in teoria dovrebbe essere la piattaforma più intrigante dal punto di vista cinefilo, anche se ormai in realtà il livello dei canali tematici risulta sempre più basso, sottolineamo la poca fantasia degli addetti alla programmazione: Horror Channel, partito in pompa magna per poi invece dimostrarsi fino ad ora una fiacca e sbiadita copia del già inutile Fantasy, propone stasera Halloween di John Carpenter e La Casa di Raimi; parliamo di due capolavori immortali, è chiaro, ma un minimo di creatività in più non avrebbe fatto male. Discorso che si potrebbe allargare anche ad Axn Sci-Fi, in corsa con Final Destination 2 (peraltro l'episodio migliore del franchise), seguito da Shining.

la maschera della morte rossa

Non vanno molto meglio (anzi, vanno peggio) le cose su Sky Cinema Max, che ci affibbia in sequenza le prime due colossali scempiaggini della serie Paranormal Activity, per poi giocare la carta Drag Me To Hell, affossarsi di nuovo nella mediocrità con La stanza delle identità occulte, e rialzarsi un pochino soltanto alle 2 del mattino, con l'interessante I 13 spettri, discreto remake di un classico di Wlliam Castle.

Nella povertà d'intenti generale, l'unico canale del pacchetto Sky Cinema a salvarsi è MGM: lì infatti troviamo una gustosissima accoppiata di film del maestro Roger Corman, lo strepitoso La maschera della morte rossa e l'ottimo Sepolto Vivo, vere e proprie chicche del ciclo dedicato a Poe. Poco prima di mezzanotte, sempre su MGM, arriva poi la visione più bizzarra della serata: Reptilicus, primo e unico monster movie della storia del cinema danese (!), girato con quattro soldi nel 1962 e dedicato a un enorme drago preistorico ritrovato in Lapponia, risorto dai ghiacci e ora libero di seminare il terrore a Copenaghen. Cartapesta a profusione, effetti speciali artigianali (per essere gentili), atmosfera da puro B-Movie, per un film modesto che però può almeno offrire un minimo di curiosità per gli appassionati.

reptilicus

Passando al digitale terrestre, non brilla per originalità neanche Rai Movie, alle prese con una lunga notte dedicata interamente all'ex maestro Dario Argento, del quale si prepara a riproporre addirittura cinque film uno dopo l'altro: L'uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, Suspiria, Tenebre e Phenomena. Un appuntamento amarcord, per ricordarci quanto grande è stato Argento, e per non farci dimenticare l'impietoso confronto con le oscenità ahinoi realizzate negli ultimi lustri.

Per chi invece vuole staccarsi dalla Tv, e godersi un buon horror in Dvd, un paio di consigli: senza dubbio Trick 'r Treat, notevole film a episodi diretto nel 2007 da Michael Dougherty, e purtroppo distribuito poco e male. È stato appena trasmesso in prima Tv dal canale Italia2, ma sul web lo si trova anche in lingua originale con i sottotitoli; è un prodotto brillante, scritto con acume e intelligenza, e assai piacevole nella sua rielaborazione dei topoi legati alla tradizione halloweeniana. A questo link potete leggere una mia recensione più dettagliata.

Sempre per rimanere nel sottogenere film a episodi, potrebbe anche essere bello fare un salto in un passato non troppo antico, e recuperare il primo, ottimo Creepshow, diretto da George Romero e partorito dalla penna di Stephen King in omaggio ai gloriosi fumetti della EC Comics. Un film che profuma di anni Ottanta come pochi altri, genuino e vintage senza essere vecchio; da rivedere in relax, tra passione e nostalgia.

CREEPSHOW

Infine, un consiglio fuori tema ma valido per tutte le stagioni: chi ancora non l'avesse fatto, è pregato di recuperare subito Bubba Ho-Tep, meraviglioso cult diretto da Don Coscarelli nel 2002, interpretato da un commovente Bruce Campbell, e uscito nel 2010 finalmente in Dvd anche in Italia, dopo anni di oblio, per merito della Dall'Angelo Pictures. Un horror che sa essere al contempo divertente, inquietante, originale, sorprendente, doloroso e straziante: cosa chiedere di più?


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PARASOMNIA - recensione

PARASOMNIA - recensione
Postato alle ottobre 24, 2011 12:33 di lunedì, 24 ottobre 2011
da: [cinemystic]

parasomnia film posterLa giovane e bella Laura Dexter soffre di una radicale forma di narcolessia, a causa della quale alterna brevi momenti di veglia a lunghi periodi di sonno. La ragazza è ricoverata in una clinica psichiatrica, luogo in cui è tenuto segregato anche Byron Volpe, serial killer capace di ipnotizzare le sue vittime per indurle a compiere brutali omicidi. Danny, studente di lettere, si innamora di Laura, e la conduce in segreto fuori dalla clinica; dovrà però difenderla dagli attacchi di Volpe, desideroso di impossessarsi della mente della “bella addormentata”.

Parasomnia, diretto da William Malone, è uscito tre anni fa, sul finire del 2008, ma non ha avuto una grande eco; come spesso capita, per colpa di una distribuzione inadeguata, è rimasto lì, nell'oblio. Abbiamo a che fare con un prodotto controverso, non esente da svariati difetti, ma anche portavoce di alcuni elementi intriganti.

Malone è uno abbastanza bravo; ha iniziato a dirigere piccoli film negli anni ottanta, alternandoli con lavori per la televisione, riuscendo a farsi apprezzare dagli appassionati. Di lui ricordiamo soprattutto l'ottimo remake di House on Haunted Hill (Il mistero della casa sulla collina), lo sconclusionato Feardotcom (Paura.com), e il notevole Fair-Haired Child, episodio della prima serie dei Masters of Horror. Con Parasomnia il regista nato a Lansing, Michigan, ha realizzato la sua opera più personale, portando alla luce un universo fiabesco condotto secondo binari paralleli che conducono senza soluzione di continuità dalle contingenze della realtà ai misteri della componente onirica.

parasomnia film
Si respira un'atmosfera molto vicina ai B-Movies di qualche lustro fa, durante la visione; un labirinto mentale tetro e variopinto, capace di richiamare suggestioni che traslano dall'espressionismo tedesco al Nightmare di Craven, giungendo sino al dark estremizzato di Tim Burton, senza dimenticare un volontario tentativo di rivisitazione/omaggio al genere, condotto grazie alla carismatica presenza dell'intoccabile e gustosissimo Jeffrey Combs nei panni di un ispettore di polizia.
Così, tra concretezza e immaginazione, il mondo confuso della dormiente Laura Dexter ci conduce in territori nebulosi, nei quali la forza indecifrabile dell'inconscio si scontra con le mostruosità assortite imperanti nei segreti della psiche. Il tutto, come corollario di una trama che tenta, non sempre con la giusta coesione, di amalgamare poliziesco, thriller e horror.

Talvolta confuso, spesso poco credibile, migliore nella prima parte e più scontato nella seconda, e penalizzato da un alone melodrammatico piuttosto risibile, il film sfrutta comunque le doti registiche di Malone, abile a districarsi tra inquadrature sghembe e inserti serrati senza per fortuna cadere nelle piaghe dell'insopportabile post-modernità da mal di testa di tanto cinema di genere contemporaneo. Inoltre, si lascia apprezzare per una una fotografia vivace, per alcuni momenti splatter-gore surreali ma divertenti, e per la bontà di una parte del cast, in cui spiccano la graziosa protagonista Cherilyn Wilson e il sopracitato Combs.
Non convincono più di tanto, invece la mono-espressività di Dylan Purcell (Danny) e la caratterizzazione di Patrick Kilpatrick (Volpe), alle prese con una figura di killer lecteriano che alla fine risulta essere poco personale e dunque assai stereotipata.

parasomnia jeffrey combs

A conti fatti, Parasomnia risulta essere, volendo usare un'espressione di immediata lettura, un film più interessante che bello, con idee apprezzabili ma anche molta confusione di fondo. A voi la scelta per un suo eventuale recupero.


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TOHORROR FILM FESTIVAL 2011

BRIVIDI D'ORIENTE AL TOHORROR FILM FESTIVAL 2011
Postato alle ottobre 19, 2011 12:06 di mercoledì, 19 ottobre 2011
da: [cinemystic]

tohorror 2011Si svolgerà dall'8 all'12 novembre, presso il Cineclub Blah Blah in Via Po a Torino, l'undicesima edizione del Tohorror Film Festival. Parliamo di un evento di grande tradizione nel sempre più povero panorama italico; una manifestazione che tra mille difficoltà, soprattutto di carattere economico, riesce comunque a trovare la forza per restare in vita, proponendo un programma non privo di spunti d'interesse.

Sotto la Mole si alterneranno sette lungometraggi in concorso (tra cui mi piace segnalare l'horror svizzero Sennentuntschi qui recensito poche settimane fa), e ventiquattro cortometraggi (in lizza anche Ultracorpo di Pastrello e La dolce mano della rosa bianca di Melini), con spazio anche per sceneggiature inedite e numerosi momenti collaterali.

Tra le altre cose, si vedranno lo slasher americano The Orphan Killer, corti e serie web fuori concorso, performances dal vivo, live set musicali, mostre e aperitivi accompagnati dalle esibizioni del Circolo degli Amici della Magia di Torino.

Non mancheranno, inoltre, incontri con scrittori, giornalisti, antropologi e curatori degli effetti speciali. Il 10 novembre, ad esempio, sarà presente Cristiana Astori, per presentare il suo nuovo romanzo Tutto Quel Nero, pubblicato da Mondadori e dedicato alla misteriosa e seducente figura della splendida Soledad Miranda, attrice feticcio di Jesus Franco.

tokyo syndromeIl giorno prima, mercoledi 9 novembre, alle 19.30, sarà invece il turno del sottoscritto, ospite del festival per una conferenza in cui si parlerà di cinema horror giapponese, con particolare riferimento al mio libro Tokyo Syndrome, pubblicato nel 2006 e incentrato proprio sull'imponente fenomeno del J-Horror, che negli scorsi anni ha imperversato tra gli appassionati di tutto il mondo.

In alto a sinistra potete vedere la bellissima locandina del festival.

Per chi vorrà e potrà, appuntamento a Torino.




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