venerdì 3 gennaio 2014

CLASSIFICA - I MIGLIORI FILM DEL 2013


Negli ultimi mesi ho aggiornato poche volte Cinemystic. Come ormai sapete ho deciso di dedicare gran parte delle mie energie a Orizzonti di Gloria, sito di cui sono fondatore e direttore editoriale; una creatura che richiede grande impegno e che peraltro sta andando molto bene, regalandomi soddisfazioni perfino superiori rispetto alle aspettative. 
In questa occasione voglio però utilizzare il blog per confermare una tradizione, ovvero il post riepilogativo con la mia super classifica dei migliori film dell'anno appena concluso.

E allora eccomi, con i titoli che più mi hanno entusiasmato, sorpreso, esaltato, divertito, commosso, in un'annata che si può definire senz'altro ottima. Con una scelta magari discutibile ma secondo me corretta, ho voluto inserire soltanto film a tutti gli effetti prodotti nel 2013, considerando anche quelli non distribuiti nei cinema italici. Ci sono quindi titoli che purtroppo si sono visti soltanto ai festival, mentre ho escluso film usciti quest'anno nelle nostre sale ma in realtà realizzati nel 2012, anche perché molti di essi erano già presenti nella mia classifica dello scorso anno

Venticinque posizioni, partendo dal basso e andando a salire, sempre più in alto, sino a giungere a un numero uno su cui ho avuto davvero pochissimi dubbi.

Cliccando sui vari titoli potete leggere le rispettive recensioni, scritte da me o dai miei redattori in questi mesi su Orizzonti di Gloria.

A voi.




25 EXHIBITION (Joanna Hogg, Inghilterra)
24 GLORIA (Sebastian Lelio, Cile)
23 LA BATAILLE DE SOLFERINO (Justine Triet, Francia)
22 A TOUCH OF SIN (Jia Zhang-Ke, Cina)
21 WAKOLDA (Lucia Puenzo, Argentina)


20 SUZANNE (Katell Quilleveré, Francia)
19 LES GRANDES ONDES (Lionel Baier, Svizzera/Francia)
18 THE IMMIGRANT (James Gray, Usa)
17 LE PASSE' (Asghar Farhadi, Iran/Francia)
16 ON THE JOB (Erik Matti, Filippine)
15 BLUE JASMINE (Woody Allen, Usa)
14 JEUNE ET JOLIE (François Ozon, Francia)
13 SWEETWATER (Logan Miller, Usa)
12 MOLIERE IN BICICLETTA (Philippe Le Guay, Francia)
11 RUSH (Ron Howard, Usa)



10 MIELE (Valeria Golino, Italia)
9 IL GRANDE GATSBY (Baz Lurhmann, Usa)
8 CAMILLE CLAUDEL 1915 (Bruno Dumont, Francia)
7 IL CASO KERENES (Calin Peter Netzer, Romania)
6 DIETRO I CANDELABRI (Steven Soderbergh, Usa)
5 VENERE IN PELLICCIA (Roman Polanski, Francia)
4 BEFORE MIDNIGHT (Richard Linklater, Usa)



3 LO SCONOSCIUTO DEL LAGO (Alain Guiraudie, Francia)



2 GABRIELLE (Louise Archambault, Canada)



1 LA VIE D'ADELE (Abdellatif Kechiche, Francia)



Così, per l'ennesima volta, si conferma il dominio di una nazione, la Francia, che porta quattro titoli in top ten, altri 5/6 in classifica, e che per quanto mi riguarda vince il titolo di numero uno per il quinto anno consecutivo (dopo Il profeta nel 2009, Uomini di Dio nel 2010, La guerre est déclarée nel 2011 e Holy Motors nel 2012).

lunedì 14 ottobre 2013

ORIZZONTI DI GLORIA - Restyling e special Polanski


L'11 ottobre Orizzonti di Gloria ha festeggiato i suoi primi sei mesi di vita. Un periodo ricco di soddisfazioni oltre ogni aspettativa.
Per l'occasione il sito è stato rimodernato dal punto di vista grafico, con una home page più corposa che rimanda ai tanti contenuti ormai presenti sul sito (quasi 200 film recensiti). 

In contemporanea, oltre alle consuete recensioni dei migliori film in uscita al cinema e alle tantissime sezioni collaterali sempre in aggiornamento, è stato anche avviato un ampio special dedicato al grande Roman Polanski, che impegnerà la redazione fino a metà novembre e andrà a ripercorrere quasi tutte le tappe di una carriera straordinaria, per poi concludersi con l'uscita del nuovo Venere in pelliccia.

Per chi già ci segue e per chi ancora non ci conoscesse, ci trovate sempre a questo link.

martedì 20 agosto 2013

LOCARNO 66 su Orizzonti di Gloria


Sono reduce da una faticosa e intensissima settimana al Festival di Locarno, senza dubbio uno degli eventi più importanti nell'affollato panorama festivaliero europeo e mondiale. 

Su Orizzonti di Gloria potete leggere un mio ampio reportage, con foto e video dei tanti ospiti prestigiosi visti a Locarno, da Werner Herzog a Virginie Ledoyen, da Jacqueline Bisset a Jasmine Trinca, e recensioni dedicate ai film di Kiyoshi Kurosawa, Emmanuel Mouret, Valérie Donzelli, Cattet/Forzani e molti altri.

Tutto il materiale si trova a questo link.

venerdì 28 giugno 2013

CANNES 2013 - I migliori film su Orizzonti di Gloria


Nei giorni scorsi su Orizzonti di Gloria abbiamo dedicato uno special a Cannes 2013, con le recensioni di alcune tra le migliori pellicole viste e premiate quest'anno sulla Croisette. La vie d'Adèle di Kechiche, The Immigrant di James Gray, Jeune et Jolie di Ozon, e poi Farhadi, Payne, Zhang-ke, Kore-eda, Bruni Tedeschi e l'italiano Salvo: tutto per voi a questo link.

Inoltre, potete trovare sul sito, tra le altre cose, interessantissimi lavori inediti come The Snowtown Murders, Upstream Color e Une bouteille à la mer, analisi di film appena usciti al cinema come Stoker di Park Chan-wook, e cult del recente passato da riscoprire come The Notorius Bettie Page e il cronenberghiano Existenz.

Non dimenticate anche la nostra pagina Facebook, per essere tutti i giorni aggiornati sui nuovi articoli.


giovedì 30 maggio 2013

TUTTI PAZZI PER ROSE - La recensione su Orizzonti di Gloria


Esce oggi nelle sale italiane Tutti pazzi per Rose, ovvero Populaire, brillante commedia francese dal sapore vintage, ambientata alla fine degli anni Cinquanta e interpretata da una determinata e bravissima Deborah François, affiancata da Romain Duris e Bérénice Bejo. Un film piacevole, dipinto con i colori zuccherosi di un'epoca di cambiamento ed emancipazione dai ruoli prestabili della società.
A questo link, sul mio sito Orizzonti di Gloria, potete trovare la mia recensione, introdotta da alcune parole polemiche nei confronti dei distributori italiani, che continuano ad affibbiare odiosi e insopportabili titoli ai film stranieri. 
Su ODG, inoltre, c'è la possibilità di leggere molti altri articoli scritti quotidianamente da me e dai miei collaboratori. Negli ultimi giorni, ad esempio, abbiamo parlato di Akira, Kotoko di Tsukamoto, Wolf Children, La grande bellezza di Sorrentino e Little Deaths, abbiamo omaggiato la vittoria di Kechiche a Cannes con La vie d'Adèle, e tra poche ore avremo anche la recensione dell'attesissimo Solo Dio perdona di Nicolas Refn. Vi aspettiamo.

lunedì 20 maggio 2013

JULIETTE BINOCHE in CAMILLE CLAUDEL 1915


Orizzonti di Gloria prosegue la sua marcia, con una media di due articoli nuovi ogni giorno, numerose sezioni in continuo aggiornamento, e dodici collaboratori accaniti e instancabili a caccia di cinema di qualità.

Tra i vari articoli che ho scritto di mia mano in queste prime settimane di vita del sito, mi piace segnalare Camille Claudel 1915, elegiaco film di Bruno Dumont passato in concorso quest'anno a Berlino e per ora inedito in Italia. Un lavoro sacrale, notevolissimo, incentrato sul corpo e sull'anima di una straordinaria, meravigliosa Juliette Binoche. 

Ecco l'incipit della recensione. 

Un istante. Un secondo racchiuso nel dolore dell'eternità. Un attimo di attesa e speranza, entro il quale convogliare il sogno di una libertà ormai negata. Lo sguardo oltre le mura, oltre la siepe, verso un orizzonte di felicità rannuvolato tra le traiettorie oscure di un presente senza più luce. Una risata profumata di pianto, tra le coltri avvizzite di una vita che tale non è più.
Nata nel 1864, sorella maggiore del grande scrittore Paul, Camille Claudel fu una scultrice di grande successo. La sua giovinezza venne ferita dalla lunga e burrascosa relazione con Jean Rodin: i due lavorarono insieme e si amarono molto, ma l'uomo non volle mai sposarla, non trovando il coraggio di abbandonare la sua compagna ufficiale. A un certo punto la lasciò. Da quel momento Camille, straziata dalla sofferenza, iniziò a mostrare segni di squilibrio mentale. Anni dopo, il fratello e la madre la fecero rinchiudere in una casa di cura dove rimase per il resto dei suoi giorni, per volere della stessa famiglia, nonostante il parere contrario dei medici.
Bruno Dumont, uno degli autori più talentuosi e controversi del cinema francese contemporaneo, il regista di L'età inquieta e Hors Satan, ha scelto di riportare sul grande schermo la storia di Camille...

Il resto dell'articolo lo potete leggere a questo link, ovviamente su Orizzonti di Gloria.

giovedì 2 maggio 2013

ORIZZONTI DI GLORIA - I primi (ottimi) risultati


Venti giorni di "vita". Oltre 8000 visite già accumulate. Un team con tredici collaboratori. Quattordici sezioni differenti, di cui una dedicata alla traduzione in lingua inglese dei migliori articoli del sito. Circa cinquanta film già recensiti, molti dei quali inediti in Italia. Una pagina ufficiale Facebook seguita con discreta costanza. Aggiornamenti con cadenza quotidiana: due articoli nuovi al giorno, talvolta tre.

Questi i primi dati ufficiali di Orizzonti di Gloria, la mia nuova sfida, nata l'11 aprile e già divenuta sinonimo di soddisfazioni anche oltre le aspettative. In queste prime settimane abbiamo viaggiato su e giù per il mondo, abbiamo cercato di estrarre dall'oblio film bellissimi e poco conosciuti o dimenticati, siamo tornati tra le fiamme del passato per poi rituffarci nel presente, abbiamo scandagliato pellicole provenienti da ogni latitudine, ci siamo dedicati ad autori di culto come Miike, Miyazaki, Eastwood, Rob Zombie, Scorsese, Fellini, Kaurismaki, affiancati con pari spazio da tanti registi di talento ignoti (o quasi) in Italia. Non ci fermiamo mai, tanto che nei prossimi giorni abbiamo già in cantiere numerosi contenuti nuovi, da Refn a Soderbergh passando per il Festival del Cinema Africano di Milano, che seguiremo con due inviati sul posto.

Insomma, stiamo provando a rispettare tutte le premesse e le promesse fatte ai lettori sin dal giorno del debutto online, e stiamo cercando di farlo con umiltà ma anche con tanta carica e tanto entusiasmo. Per chi già ci legge e ci segue, un grande ringraziamento, con la preghiera di spargere la voce il più possibile; per gli altri, se volete e quando volete, ci vediamo qui:



giovedì 11 aprile 2013

ORIZZONTI DI GLORIA - Parte la nuova sfida


A marzo Cinemystic ha compiuto cinque anni di vita. Mettendo insieme la vecchia piattaforma Splinder e i dati ottenuti dopo il passaggio a Blogger, le visite complessive sono state oltre 70.000. Traguardi importanti, per una creatura che ha saputo darmi molte soddisfazioni.
In questo momento sentivo però il bisogno di scovare nuovi lidi d'espressione. Tanta era la voglia di mettere in piedi un progetto più ampio, che potesse partire dal basso con la speranza di crescere nel tempo, per andare anche oltre al "semplice" blog.
L'idea, nebulosa all'inizio, si è fatta via via sempre più concreta, ed ecco che oggi, 11 aprile, sono felice di annunciare la nascita di Orizzonti di Gloria. Si tratta di un nuovo sito d'informazione e critica cinematografica, gestito dal sottoscritto, che si occuperà di cinema a 360°, ma con una forte predilezione rivolta verso la qualità, gli autori sottostimati, e i film invisibili, dimenticati, trascurati. Un viaggio della magia della Settima Arte, nel tentativo di scavalcare i più comuni "orizzonti" di visibilità e pensiero, per offrire ai lettori spunti interessanti, e se possibile portarli a conoscere tante pellicole ricche di valore ma spesso cadute senza colpe nell'oblio; una strada intrapresa sin dagli albori della mia carriera, che spero ora di poter ulteriormente ampliare.
La sfida è affascinante ma difficile, e non l'affronterò da solo: con me ci sarà infatti una squadra di validissimi collaboratori, pronti a trasformarsi in cacciatori di qualità, per setacciare l'infinito panorama cinefilo e donare un po' di giusta "gloria" a chi la merita e non l'ha avuta, o comunque a nostro parere non a sufficienza.
Non so cosa succederà a Cinemystic. Credo resterà in vita, anche se ovviamente la maggior parte dei miei sforzi si concentrerà sul sito. Di certo per ora tutti gli articoli scritti e pubblicati in questi cinque anni resteranno a vostra disposizione, e magari ci sarà tempo e spazio per aggiungerne di nuovi.
A tutti quelli che mi hanno seguito fino a qui dedico un sincero ringraziamento, gratitudine estesa a chi vorrà esserci anche nel nuovo spazio, da oggi online all'indirizzo:



mercoledì 3 aprile 2013

JESUS FRANCO - L'ultimo saluto a un grande Maestro


Se n'è andato a quasi 83 anni, in un ospedale di Malaga, in seguito a un ictus. È tornato a far compagnia alla splendida Soledad Miranda e a Lina Romay, sua Musa sul set e nella vita. Ci ha lasciati con oltre 170 film diretti, un corpus artistico enorme. Jesus Franco non c'è più; con lui muore un'epoca d'oro, in cui la Settima Arte è stata perenne strumento di creazione, invenzione, manipolazione, nel segno della temerarietà e della sfida.
Ieri, nei social network, ho letto qualche orrendo commento di gente che ha scritto cose del tipo: “Franco era un artigiano che ha diretto solo immondizia”. Scemenze colossali, declamate da persone ignoranti che del suo cinema evidentemente non hanno mai capito niente. In realtà il caro vecchio Jess, pur con tanti difetti, è stato un Maestro a cui tutti dobbiamo qualcosa. Per il suo lavoro nutriva un amore assoluto, incondizionato, che spesso lo portava ad accettare progetti poveri, scriteriati, rabberciati. Eppure, anche nei prodotti più scadenti, trovava sempre il modo di infilare un tocco di genialità, un movimento suadente, una sorpresa affascinante. Forse nessuno come lui ha saputo mostrare l'erotismo al femminile con così tanta classe e sensualità, e pochi come lui, nel tempo, sono riusciti a glorificare in tal modo il cinema di genere ergendolo a malleabile oggetto di infinite ramificazioni.


Le meraviglie lisergiche di Vampyros Lesbos, il suo capolavoro assoluto; la straordinaria scena iniziale di Female Vampire; le morbose suggestioni di She Killed in Ecstasy; le intuizioni di Gritos en la noche (Il diabolico Dottor Satana); le nebbie sulfuree di Jack the Ripper; le stuzzicanti delizie di Confessioni proibite di una monaca adolescente; il melodramma virato al nero di Justine, con quella Romina Power che lui definiva “una stupida ragazzina americana capace solo di masticare chewing gum”. Nella sua filmografia si affollano episodi trascurabili e perle intoccabili, errori madornali e gioielli sconosciuti. Eppure, nei lavori migliori come nei peggiori, la riconoscibile mano del madrileno non mancava mai.


Franco era tutto e il contrario di tutto: schietto, sincero, ribelle, disponibile, tagliente. Un uomo pervaso da una febbre inarrestabile, indirizzata verso il cinema in quanto primigenio luogo di scoperta; un atteggiamento puro e combattivo, sconosciuto a tanti registucoli contemporanei interessati soltanto ai soldi, che lo ha portato a dirigere fino alla fine, senza stancarsi mai. Poco prima di andarsene ha concluso due nuovi film; altri ancora ne avrebbe accumulati se ne avesse avuto il tempo. Non ne aveva mai abbastanza, Jess, spinto da una curiosità perfino fanciullesca verso l'oggetto-cinema, un cubo di Rubik che ha girato e rigirato mille volte senza quasi mai trovare la quadratura perfetta, ma azzeccando scelte di colore memorabili.


Vampiri, cannibali, assassini; omicidi, orge, sadismi; l'orrore, il sesso, la perversione, l'eleganza visiva, l'anarchia narrativa, la disperazione, il corpo esplorato e straziato: Franco, con i suoi zoom, ha scoperchiato la macabra follia dell'essere umano, e ha penetrato gli occhi e il ventre delle donne, scavando senza tregua per oltre cinquant'anni, esaltando la vera o presunta serie B come impareggiabile strumento di dignitosa formazione. Tutti noi dobbiamo essergli grati, e ricordarlo con eterno affetto.
Ciao Jess. Salutaci Lina e Soledad, e continua a giocare con il cinema, anche da lassù. Per sempre.

martedì 19 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Il vero cinema di qualità


Qualcuno tempo fa lo chiamò "il poeta dei sobborghi marsigliesi": una definizione forse limitativa, ma tutto sommato adeguata nel descrivere il cinema di Robert Guédiguian, protagonista dell'edizione 2013 del Bergamo Film Meeting, conclusa domenica sera tra gli applausi del pubblico che per nove giorni ha affollato l'Auditorium di Piazza della Libertà, spesso esaurito in ogni ordine di posto, con gente addirittura accampata sugli scalini dei corridoi. L'idea di dedicare una retrospettiva integrale all'autore francese, purtroppo poco conosciuto in Italia, oltre a essere brillantissima sulla carta si è rivelata vincente anche al lato pratico: i 17 film di Guédiguian hanno appassionato gli spettatori, e sia lui che la compagna-attrice Ariane Ascaride hanno ricevuto una meritata standing ovation quando venerdì sera sono apparsi sul palco, dimostrandosi poi persone umili, amabili, squisite, nei vari incontri in cui sono stati coinvolti nelle ore successive, intrattenendo la folla con aneddoti interessanti e spassosissimi 
Operai, disoccupati, giovani allo sbando, piccoli delinquenti; gente povera ma piena di dignità; storie di tutti di giorni, divise tra disillusioni e sconfitte, battaglie e vittorie, tenerezza e caparbietà; trent'anni di cinema onesto, genuino, condotto con mano sicura, dall'esordio con Dernier Eté (1981) sino all'ultimo e bellissimo Le nevi del Kilimangiaro; tre decadi di lavoro appassionato, coerente, schierato dalla parte dei più deboli senza peraltro mai (s)cadere nel qualunquismo o nella mera lotta ideologica: Guédiguian, riportando le sue stesse parole, nella sua carriera ha voluto sempre "dare voce a chi non ce l'ha", e lo ha fatto con una purezza d'intenti libera da ogni sospetto. 


Grazie alla splendida pensata del direttore Angelo Signorelli, il pubblico di Bergamo ha potuto vivere un coinvolgente viaggio in un cinema di volta in volta dolente e divertito, straziante e risorgente, contrassegnato da tappe significative e in fondo tutte necessarie. La disperazione cocente dello splendido La ville est tranquille, forse il capolavoro di una vita; il sogno mai domo di A' la place du coeur; il laicismo tagliente del "quasi morettiano" L'argent fait le bonheur; lo scatenato divertissement metacinematografico di A' L'attaque; tante storie per un unico cinema, sempre uguale a se stesso eppure sempre diverso, con un'intoccabile famiglia di attori ad accompagnare Guédiguian in ogni lavoro: la Ascaride, musa ispiratrice nella vita come nell'Arte; Jean-Pierre Darroussin, magnifico interprete che non ci si stancherebbe mai di guardar recitare; Gérard Meylan, impeccabile trasformista. Un po' come Kaurismaki, Guédiguian da trent'anni fa sempre lo stesso film, eppure ogni volta è capace di sorprenderci e rinnovarsi. Una virtù che appartiene solo ai grandi cineasti.


Il festival di Bergamo si è confermato ancora una volta uno degli appuntamenti più belli dell'intero panorama nazionale, e lo ha fatto attraverso un fattore tanto essenziale quanto (non) scontato: la qualità. Impossibile, tra gli ottanta e passa titoli presentati, trovare una pellicola di livello scadente. Numerosissime, invece, le suggestioni positive, sia nei film in concorso, sia nelle sezioni parallele, sia negli abbondanti omaggi rivolti al passato, in cui è stato possibile gustare, tra gli altri, F For Fake, testamento artistico del "ciarlatano" Orson Welles; Murder By Death, scatenata parodia del whodunit con clamorosa sfilata di star all british, da Peter Sellers ad Alec Guinness, da Maggie Smith a Peter Falk; House on Haunted Hill, leggendario horror di William Castle con il totemico Vincent Price; The Horse's Mouth, sottostimato lavoro del '58 con un Guinness pittore scapestrato più in forma che mai.
A conti fatti, quello di Bergamo è e resta un evento imprescindibile, per compiere un'immersione totale nel caldo abbraccio del cinema, senza limiti né confini. Complimenti sinceri a tutta l'organizzazione.

domenica 17 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Chaika, il treno della speranza


C'è un treno che parte, ogni giorno, da una landa remota situata in mezzo al niente. Chi sono le persone che salgono sui quei vagoni? Dove vanno? Scappano verso una nuova vita? Oppure fuggono per poi ritornare? E' quanto si chiede Ahysa, la protagonista di Chaika, il migliore tra i film in concorso visti in questa edizione del Bergamo Film Meeting.
Diretto dallo spagnolo Miguel Angel Jimenez, il film racconta la storia di una prostituta di origine kazaka. Abbandonata la casa paterna, la ragazza s'imbarca su una nave, in mancanza di alternative migliori, e per intere settimane è costretta a soddisfare le voglie represse (e talvolta brutali) dei marinai. 
Terminata la navigazione Ahysa, nel frattempo diventata madre, non sa dove andare: accetta così l'invito di Asylbeck, marinaio dall'animo buono, innamorato di lei e disposto a offrirle un tetto pur di averla vicino. Negli anni seguenti Ahysa e il figlio, Tursyn, vivono con Asylbeck e la sua famiglia in una casupola gelida in Siberia, per poi trasferirsi tra le steppe del Kazakistan. Più avanti nel tempo, Tursyn torna nei luoghi in cui ha trascorso la sua infanzia, per rievocare il passato.

Chaika è stata una difficilissima sfida. Così l'hanno definita i produttori del film, tramite un video-messaggio recapitato agli spettatori di Bergamo. Tre anni di riprese, con pericoli di non poco conto e ostacoli di tutti i tipi messi in atto dalle autorità kazake, mal disposte a tollerare nel loro territorio la lavorazione di un film con protagonista una prostituta musulmana. Divieti, visti poi ritirati, ingerenze e aggressioni, a causa delle quali la troupe ha dovuto raccogliere il materiale e terminare le riprese altrove, in Siberia, con temperature mai sopra i -20 gradi. 


Un'avventura estrema, verrebbe da dire herzoghiana, per fortuna portata a termine con pieno successo. Chaika è infatti un lavoro doloroso, intimo, lacerante e non privo di poesia. Un'opera diretta con attenzione e umiltà, in cui la natura toglie spazio alla parola, e il silenzio riesce a spiegare più di mille frasi. Penetrata dai rudi marinai prima, dal freddo inclemente poi, Ahysa è un'anima mite, sola, irrequieta: una donna cresciuta troppo in fretta, torturata dal destino, vogliosa di cullare sogni di mitiche fughe dirette verso un futuro radioso. Il suo compagno, Asylbeck, ne è l'esatto contrappunto: un uomo semplice, che niente ha e niente insegue, salvo la presenza di una donna che non lo ama, ma che, anche solo standogli accanto, gli regala quella felicità che mai potrebbe trovare in nessun altro angolo del mondo.
Ci sono persone che muoiono lì dove sono nate; altre invece cercano per tutta la vita il luogo giusto per loro, senza mai trovarlo. Ahysa (una bravissima Salome Demuria) fa parte della seconda categoria, come tanti di noi; stringendo i denti combatte, soffre, subisce, piange, resiste, sapendo che un giorno, forse, troverà finalmente il coraggio di salire su quel treno, correndo ad ampie falcate verso il domani. Qualunque esso sia.

venerdì 15 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Belgio, in fuga dalla realtà


Scappare, sognare, sperare. Fuggire, crescere, maturare. E poi fallire, rinunciare, ritornare. Con il cuore verso il futuro, e i piedi ingabbiati nel presente. 
Il Bergamo Film Meeting prosegue nella sua offerta ricca di suggestioni e spunti di riflessione, e propone in concorso due pellicole accomunate dalla provenienza geografica e da tematiche alquanto similari: Mobile Home e Le monde nous appartient, entrambe di produzione belga, a rappresentare una terra sempre più valida e proficua per quanto concerne il cinema di qualità.
Debutto nel lungometraggio di François Pirot, classe 1977 e già co-sceneggiatore di Nue propriété di Joachim Lafosse, Mobile Home racconta la tragicomica storia di Simon e Julien, amici di vecchia data che decidono di acquistare un camper, per lasciare gli angusti confini del piccolo paese d'origine e viaggiare lungo l'Europa, alla ricerca di avventura, emozioni e libertà. Per loro sfortuna, però, il mezzo si guasta subito, e i due sono costretti a rimandare la partenza, e a lavorare nei campi per raggranellare i soldi necessari per le riparazioni. Durante le settimane di pausa forzata, devono affrontare eventi inattesi e subire un duro confronto con se stessi, cercando di capire cosa veramente vogliono dalla vita.
Il film di Pirot, a tratti anarchico, surreale, e capace di divertire e appassionare il pubblico bergamasco, utilizza un'artificiosa schematizzazione da road movie per scavare nei dubbi insiti nelle menti confuse di due giovani ribelli insoddisfatti della propria condizione. Simon e Julien volano sulle ali dell'entusiasmo e piombano distrutti al suolo con la medesima facilità, scappano dalla banalità ma convivono con ataviche paure, disdegnano l'amore salvo poi aggrapparsi a esso con disperata necessità, idealizzano la fuga come unico (im)possibile strumento di emancipazione. Il loro fantomatico viaggio si nutre di dubbi prima ancora di iniziare, e la lunga strada verso il domani che i protagonisti immaginano non è altro che uno stanziale e necessario esame con cui, dopo varie peripezie, trovare forse la giusta risolutezza per patteggiare con i propri demoni. La poesia rotola così a braccetto con la realtà, in una notte senza stelle destinata a un'alba indecifrabile.


Opera seconda di Stephan Streker, Le monde nous appartient segue allo stesso modo le vicende di due giovani irrequieti e insicuri, Julien e Pouga, uno calciatore con una carriera ancora incapace di esplodere, l'altro delinquente e avvezzo al furto come sfida nei confronti della società che lo opprime. A differenza del lavoro di Pirot, in questo caso la narrazione segue due storie parallele, incentrate su personaggi che non si conoscono, e che arriveranno a convergere, per via della causalità, soltanto nel drammatico epilogo. Utilizzando scelte di regia piuttosto aggressive e non sempre convincenti, Streker insegue la furia implosa dei suoi attori, smarriti in un universo mascherato che non regala alcuna reale valvola di sfogo e salvezza. Il cammino di Julien e Pouga è complesso, accidentato, destinato alla vera scoperta di sé, ma quando si presenta l'occasione di dare una svolta all'acredine che li consuma, il destino costruisce per loro muri spessi, crudeli, simboli di ferite non più rimarginabili.
Da segnalare nel film la presenza del totem dardenniano Olivier Gourmet, assoluto condottiero dell'intero cinema europeo. La sua sofferta fisicità è, come sempre, una garanzia.

giovedì 14 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Le prigioni dell'anima


Dalle nove del mattino sino a tarda sera, senza soluzione di continuità, il Bergamo Film Meeting offre ogni giorno proiezioni diversificate e appassionanti. Anteprime, concorso, sezioni collaterali, retrospettive dedicate a Robert Guédiguian e Alec Guinness: il festival lombardo conferma anche quest'anno una ricchezza di contenuti più che apprezzabile. Le tematiche delle opere selezionate toccano sovente derive inclini a mostrare lati sofferti della società odierna, ma in diversi casi sanno anche scavare, con efficacia, all'interno di corpi divelti e anime perdute, imprigionate tra le sbarre dell'ingiustizia e dell'incomprensione.
Così, ad esempio, accade in Crulic, documentario animato diretto da Anca Damian e già premiato lo scorso anno ad Annecy. Tratto da una storia vera, il lavoro di Damian s'ispira alla tragedia di un giovane rumeno condannato ingiustamente, in due differenti occasioni, per reati mai commessi. Chiuso in una prigione della Polonia, Daniel Crulic professa la sua innocenza, e scrive alle autorità affinché qualcuno s'interessi al suo caso e lo liberi dall'orrenda reclusione: le sue missive, però, restano senza risposta. L'uomo inizia così un lungo sciopero della fame, che lo porterà a deperire, sempre più, sino a trovare la morte, mentre intorno a lui l'indifferenza e la burocrazia dilapidano qualsiasi possibilità di salvezza. Il lungometraggio ripercorre la vita del protagonista, sin dall'infanzia, utilizzando a più riprese il singolare espediente della voce fuori campo dell'ormai defunto. A tratti, il film risulta un po'  verboso, tanto che, soprattutto nella prima parte, le parole rischiano di soffocare l'imponente costruzione linguistica delle immagini. Ciò nonostante, ci troviamo di fronte a un progetto valido, toccante, rigoroso, e impreziosito da trovate visive davvero notevoli, dagli uomini con la testa di fragola che si avviano a capo chino al lavoro nei campi come i langhiani operai di Metropolis, sino al lenzuolo finale che dopo aver ospitato l'ultima agonia del protagonista vola nell'aria, alla stregua di uno spirito finalmente in fuga verso la libertà.


La prigione provoca ferite non rimarginabili. Durante, ma anche (e soprattutto?) dopo, come accade in Beyond Wriezen, documentario diretto da Daniel Abma, nel quale il regista filma la vita di tre ragazzi tedeschi dal momento in cui terminano di scontare le proprie pene e tornano a inserirsi nella società. Le cicatrici del corpo e della mente corrodono il destino di questi tre personaggi, probabilmente condannati a non trovare mai più un vero posto nella comunità, a sopravvivere come capita, oppure a ricadere negli stessi errori del passato e tornare in quella fredda cella, unico nido realmente sicuro.

Infine, la prigione si fa metafora dell'incomunicabilità e dell'assenza nel fiabesco Good Luck, and Take Care of Each Other, opera prima dello svedese Jens Sjogren, in concorso. Ambientato in una piccola cittadina assiepata tra i boschi, il film racconta la bizzarra amicizia tra l'anziano Alvar, costruttore di modellini e statuine che ancora non riesce a razionalizzare il dolore subito per la recente perdita della moglie, e la quindicenne Miriam, ribelle e incompresa da genitori e insegnanti. I due annullano l'enorme differenza d'età, riuscendo a scambiarsi emozioni inattese, sino a creare un rapporto di ruvida empatia capace di sgretolare i dubbi delle persone che vivono loro intorno. Come opposti che s'attraggono, Alvar e Miriam si uniscono in un abbraccio attraverso il quale la maturità e l'adolescenza convergono in un unico strumento di ricerca interiore, utile per scardinare i pericoli della noia, cavalcare mondi profumati di favola, superare i drammi delle rispettive vite, e forse, chissà, donare anche un po' di gioia all'umanità.


La prigione, durante e anche dopo: quello di Sjogren è un viaggio in cui trovano spazio la libertà ottenuta attraverso la fantasia, e la protesta cullata dall'umiltà, a caccia di un futuro incerto. Ma sopra a tutto, sempre e comunque, resta la speranza, affidata a un troll lasciato a riposare nell'incavo di un albero, al sicuro, per conservare in eterno l'impossibile segreto della felicità.

giovedì 7 marzo 2013

BERGAMO FILM MEETING 31 - Nel segno di Guédiguian


Pronti per partire. Sabato 9 marzo inizia la trentunesima edizione del Bergamo Film Meeting, un evento che, nonostante le difficoltà finanziarie, rimane in vita e in salute, ricevendo riconoscimenti senza dubbio meritati e continuando a proporre un programma di altissimo livello.
Dal 9 al 17, presso l'Auditorium di Piazza Della Libertà e il vicino Cinema San Marco, sfileranno oltre ottanta film, con proiezioni quotidiane dal mattino fino a notte fonda. Un cartellone ampio ed eterogeneo, diviso in sezioni ben specifiche: concorso lungometraggi, con sette film di giovani registi europei emergenti, tutte opere prime o seconde; Visti da vicino, pellicole dedicate a temi di scottante attualità; Cantiere Europa, con lavori incentrati sulla crisi economica che si respira in ogni dove, e l'importante presenza di L'exercice de l'Etat, con Olivier Gourmet, film vincitore di tre premi César; Falso d'autore, viaggio legato alla finzione nell'arte cinematografica, in cui si vedranno capolavori come F For Fake di Orson Welles e Vertigo di Hitchcock. Non è finita qua: a Bergamo ci sarà anche una retrospettiva dedicata al poliedrico Alec Guinness, e poi cortometraggi, documentari, incontri con gli autori, una fantamaratona che si chiuderà in piena notte con lo strepitoso House on Haunted Hill di Wlliam Castle, e succose anteprime con la lieta presenza del sontuoso Holy Motors (numero 1 di Cinemystic nella classifica dei film più belli del 2012) e del bellissimo Blancanieves, trionfatore assoluto agli ultimi premi Goya.

Vincent Price

Infine, l'appuntamento più significativo di questa edizione, a giudizio di chi scrive: una retrospettiva integrale dedicata a Robert Guédiguian, uno degli autori francesi più interessanti degli ultimi lustri. Classe 1953, da sempre propone un cinema imbevuto di realismo sociale, schierandosi dalla parte dei più deboli per raccontare piccole grandi storie, in molti casi ambientate nella sua Marsiglia, in cui si alternano sofferenza e speranza, alienazione e riscatto sociale, ingiustizie e rinascita, con la presenza costante di due attori feticcio che lo hanno accompagnato nella quasi integrità del suo cammino: Ariane Ascaride (anche compagna nella vita) e il mai abbastanza celebrato Jean-Pierre Darroussin. Al festival, alla presenza dello stesso Guédiguian, si potrà assistere a tutti i 17 film del regista, da Marius e Jeannette a Marie-Jo e i suoi due amori, da La ville est tranquille a Le passeggiate al Campo di Marte, fino ad arrivare all'ultimo e magnifico Le nevi del Kilimanjaro. Un'opportunità imperdibile, e una scelta coraggiosa e affascinante, per la quale è davvero il caso di fare i complimenti all'organizzazione.

Jean-Pierre Darroussin Ariane Ascaride

Assai intrigante dal punto di vista qualitativo, il Bergamo Film Meeting si lascia apprezzare anche dal lato logistico, con la comoda possibilità per spettatori e addetti ai lavori di immergersi in lunghe e appassionanti giornate di maratona cinefila in un unico luogo, evitando i ridicoli e insopportabili spostamenti che in altri festival (ad esempio quello milanese) rendono impraticabile la costruzione di un proprio programma quotidiano.
Insomma, l'evento bergamasco è uno dei migliori in assoluto nel panorama nazionale: dal 9 al 17 marzo ne avremo l'ennesima conferma. Qui il programma completo. Nei prossimi giorni su Cinemystic ci saranno aggiornamenti e recensioni in diretta dalla manifestazione.

martedì 5 marzo 2013

THE SESSIONS - Recensione - La scoperta del corpo


Finito il lungo periodo di premi e celebrazioni, torniamo a occuparci dei film in quanto tali, dedicando qualche parola a una pellicola presentata in anteprima italiana a novembre al Torino Film Festival, e da un paio di settimane approdata nelle sale: The Sessions, di Ben Lewin.
Protagonista della vicenda è Mark O'Brien, giornalista e poeta, immobilizzato e costretto a trascorrere gran parte del suo tempo in un polmone d'acciaio, a causa di una poliomielite contratta in età giovanile. 
Desideroso di approfondire la sua (non) conoscenza del sesso, voglioso di perdere la verginità e conoscere meglio il suo corpo, Mark si affida a Cheryl, una terapista specializzata, disposta ad accompagnarlo in questo ostico percorso. Durante le sedute i due si conoscono, si toccano, si esplorano, superano le iniziali diffidenze e compiono graduali miglioramenti, sino a giungere al sospirato atto penetrativo. Nel frattempo, Mark confida i suoi progressi al parroco locale, imbarazzato per l'argomento ma deciso a fornire l'aiuto spirituale richiesto.
La storia si basa sulla reale vicenda del protagonista, deceduto a 49 anni è già oggetto di un documentario premiato con l'Oscar nel 1996. Il cinema americano, si sa, è con costanza avvezzo a esplorare i sentieri dell'handicap, raccontando dolenti drammi talvolta capaci di scavare nell'anima negli spettatori con sincerità ed efficacia (A Beautiful Mind, Mr. Grape), in altri casi invece incapaci di evitare le sabbie mobili del qualunquismo e della fiacca retorica (Mi chiamo Sam). 


Il film di Lewin, anche lui malato di poliomielite, riesce a scansare il pericolo, perlomeno in parte: interessante risulta infatti la prima metà dell'opera, incentrata sul mosaico di scoperta grazie al quale Mark combatte ataviche paure e apre le ali di un mondo fino a quel momento in pratica sconosciuto; dal momento in cui i due protagonisti instaurano una complicità che scavalca il rapporto dottore/paziente per incrociare le vie del sentimento, la sceneggiatura invece si appiattisce, accarezzando lidi rassicuranti e non privi di un certo buonismo.
Con mezzi limitati e una messinscena silenziosa, priva di fronzoli, The Sessions ottiene comunque un risultato onesto, discreto, anche (e soprattutto) grazie ai suoi ispirati attori, a partire da John Hawkes, iconico trasformista ormai in prima linea nel miglior cinema americano indipendente; un'ennesima conferma, dopo le ottime prove già fornite in Winter's Bone e Martha Marcy May Marlene. Accanto a lui Helen Hunt, che affronta il ruolo con la giusta sensibilità, e da ammirare per il coraggio di mostrarsi nuda all'alba dei cinquanta; una donna per la quale pare che il tempo si sia fermato, più bella adesso rispetto a vent'anni fa (un po' come la splendida Marisa Tomei).


Terzo incomodo, si fa per dire, William H. Macy, attore versatile e mai abbastanza celebrato (indimenticabile ad esempio in Edmond di Stuart Gordon), qui alle prese con un'inedita veste sacerdotale, e capace di donare al suo personaggio un'anima bizzarra ma umanissima, ironica ma equilibrata, senza la benché minima ombra caricaturale.

lunedì 25 febbraio 2013

OSCAR 2013 - I vincitori - Argo batte Lincoln


Premessa: non ho visto la notte degli Oscar 2013. Già da qualche anno ho perso quest'abitudine, e in tutta sincerità, dopo aver letto il resoconto dei vincitori, non rimpiango la scelta fatta, nonostante quest'anno, una volta tanto, io abbia apprezzato buona parte dei film candidati.
Ho speso anche qui su Cinemystic parole di apprezzamento nei confronti di Argo e Lincoln, i duellanti della vigilia; di conseguenza accolgo con piacere la vittoria del bel lavoro di Ben Affleck, mentre mi sembrano davvero poche le due statuette portate a casa dal film di Spielberg. Abbastanza ignobile, per quanto prevista, è stata invece la sconfitta su tutta la linea del roccioso, solidissimo, cristallino e appassionante Zero Dark Thirty, di Kathryn Bigelow, un'opera maestosa che avrebbe meritato ben altra sorte rispetto all'unico e misero Oscar vinto per gli effetti sonori (oltretutto in coabitazione con Skyfall).
Pur non avendo visto Silver Linings Playbook, mi fa piacere la vittoria di Jennifer Lawrence, soprattutto per la consapevolezza di averla "scoperta" in largo anticipo grazie a Winter's Bone, e al benemerito Torino Film Festival che lo mostrò in anteprima italiana due anni fa. Certo, le non-vittorie della magnifica Jessica Chastain e della splendida Emmanuelle Riva sono comunque assai discutibili, così come i ben quattro premi (tra cui miglior regia) per Vita di Pi di Ang Lee, autore che, tolto il bellissimo Brokeback Mountain, giudico da sempre molto ma molto sopravvalutato.
Per il resto, ben poco da segnalare: scontatissime le vittorie di Daniel Day-Lewis e Anne Hathaway, gioiosa (per i tarantiniani) quella di Christoph Waltz; più che ovvie anche le zero statuette per l'elegiaco Beasts of the Southern Wild, altrettanto il trionfo di Amour di Haneke come miglior film in lingua inglese (e basta).
Detto ciò, dopo i Bafta, i Golden Globes, i Goya, l'Etoile d'Or, i César e gli Oscar, abbiamo davvero finito con classifiche e premiazioni: adesso guardiamo avanti, finalmente.

sabato 23 febbraio 2013

CÉSAR 2013 – Amour, un trionfo annunciato


Amour domina, vince, conquista tutto. Come previsto, è stato il film di Haneke, già Palma d'Oro a Cannes e probabilissimo Oscar come miglior film non in lingua inglese, a trionfare nella trentottesima edizione dei César, il maggior riconoscimento del cinema francese. Cinque premi, i più importanti: film, regia, attore e attrice protagonisti, sceneggiatura originale; un en plein riuscito l'ultima volta a Truffaut con Le dernier métro, trent'anni fa. 
Un successo atteso, inevitabile, come dodici mesi fa per The Artist, che ha lasciato le briciole agli avversari, se si esclude l'integerrimo Jacques Audiard, l'autore più premiato in Francia nelle ultime due decadi, capace anche ieri di portarsi a casa quattro trofei per il suo De rouille et d'os (adattamento, montaggio, musiche, attore "emergente").
Chiude a zero, senza gioie, con una sconfitta  netta e piuttosto clamorosa, Camille Redouble, nonostante la bellezza di 13 nominations, e purtroppo resta a secco anche il capolavoro di Leos Carax, Holy Motors, numero uno nella nostra classifica dei migliori film del 2012. La stessa identica cosa, per quanto ci riguarda, era accaduta lo scorso anno con La guerre est déclarée.
In una cerimonia come sempre ben condotta da Antoine De Caunes, dai toni divertenti ma tutto sommato abbastanza sobri, e caratterizzata da molte assenze solo in parte giustificate (lo stesso Haneke, Carax, Trintignant, Huppert, Desplat), il momento più bello è stato la consegna del premio a Emmanuelle Riva, con tanto di commovente standing ovation da parte di tutto il teatro. 


Da parte nostra, abbiamo applaudito con fervore anche le meritatissime vittorie ottenute come attori non protagonisti dalla dolcissima Valérie Benguigui (nella foto in alto) e da Guillaume De Conquedec, premiati per le ottime prove fornite in Le Prènom (Cena tra amici), ed è stato emozionante anche il premio assegnato a Cyril Mennegun come miglior opera prima per il doloroso e riuscitissimo Louise Wimmer, di recente visto durante il My French Film Festival.
Infine, segnaliamo i tre prevedibili premi tecnici (fotografia, costumi, scenografie) vinti da Les adieux à la reine, e la vittoria come miglior film d'animazione di Ernest e Celestine, distribuito in Italia dalla benemerita Sacher di Moretti.


Al termine di un anno straordinario per il cinema francese, la notte dei César non ha riservato dunque grandi sorprese: un palmares più spalmato ed eterogeneo avrebbe forse reso maggiore giustizia alla diversità di tematiche e stili in gara.

lunedì 18 febbraio 2013

ÉTOILES D'OR 2013 – La tripletta di Jacques Audiard


A poche ore di distanza dal post dedicato ai Goya, parliamo ancora di premi, per segnalare l'attribuzione delle Étoiles d'Or, uno dei maggiori riconoscimenti del cinema francese. Si tratta di un evento giunto alla quattordicesima edizione, durante il quale, nel gennaio di ogni anno, ben 450 giornalisti e critici cinematografici transalpini, operanti tra stampa cartacea, web, radio e Tv, votano i migliori film della stagione appena conclusa.
Sono appena stati resi noti i risultati del 2013, grazie ai quali possiamo evidenziare la vittoria di Jacques Audiard e del suo De Rouille et d'Os (Un sapore di ruggine e ossa), premiato con l'Étoile d'Or come miglior film dell'anno. Come in tutte le competizioni inerenti il cinema francese, Audiard non è certo nuovo a simili riconoscimenti: è infatti la terza volta che si aggiudica questo titolo. Negli ultimi anni gli era già successo per De battre mon coeur s'est arreté e Un prophète, capolavori entrati a pieno diritto nell'albo d'oro, in compagnia di altre opere di altissima qualità come Des hommes et des dieux di Beauvois, Rois et Reine di Desplechin e Entre les murs di Cantet.
De rouille et d'os porta poi a casa ulteriori premi complementari: miglior sceneggiatura, miglior attrice, con Marion Cotillard che ha la meglio su Emmanuelle Riva, e miglior attore “rivelazione”, per il co-protagonista Mathias Schoenaerts. Battuto abbastanza a sorpresa, Amour si rifà comunque con il premio ad Haneke per la miglior regia, e a Trintignant come miglior attore. Da segnalare anche l'Étoile d'Or come miglior film d'esordio, appannaggio del dolente e pregevole Louise Wimmer, di Cyril Mennegun, visto in concorso al My Film French Festival.
Vedremo se venerdì, alla cerimonia dei César, questi verdetti saranno confermati o ribaltati. Intanto, per Audiard, è l'ennesimo successo accumulato nel lungo viaggio di una carriera straordinaria.

domenica 17 febbraio 2013

PREMI GOYA 2013 - I vincitori - Blancanieves 10 e lode


Periodo di premiazioni, disseminate ovunque. Pochi giorni fa sono stati assegnati i Bafta, mentre la prossima settimana sarà il turno dei César (venerdì sera, con diretta e aggiornamenti in tempo reale sulla mia pagina twitter) e degli Oscar. Oggi intanto è stata la volta dei Goya, ovvero i massimi riconoscimenti del cinema spagnolo.
Pochi minuti fa si è conclusa la cerimonia, e con molto piacere constatiamo l'assoluto trionfo del film favorito alla vigilia, il bellissimo Blancanieves, diretto da Pablo Berger e proiettato in anteprima italiana lo scorso novembre al Torino Film Festival. Il fiammante melò muto e in bianco e nero, affascinante e quasi commovente, girato sulla scia di The Artist ma con soluzioni tecniche e narrative originali e di assoluto rispetto, partiva in prima fila, con ben 18 nominations: ha portato a casa 10 premi, tra cui il titolo di miglior film, e quello di miglior attrice per Maribel Verdù. Un successo giusto, netto e indiscutibile, per un film finora non abbastanza considerato dalla critica internazionale.


Sfogliando l'elenco completo dei premiati, notiamo poi qualche "vecchia conoscenza", ad esempio Juan Antonio Bayona, già autore del discreto horror The Orphanage, premiato come miglior regista per The Impossibile, con Ewan McGregor, attualmente nelle sale italiane. Applausi anche per Joaquin Nunez e Julian Villagran, premiati nelle categorie riservate ai migliori attori per l'ottimo Grupo 7, visto di recente al Courmayeur Noir Fest e inserito nella nostra super classifica dei migliori film del 2012
Da sottolineare e applaudire anche il premio ottenuto come "miglior film di produzione straniera ma parlato in spagnolo", conferito alla strepitoso horror cubano politico/parodistico Juan of the Dead, anch'esso passato a Courmayeur e in arrivo a maggio in Italia, si spera con distribuzione decente.
Infine, una citazione d'obbligo per la categoria riservata al miglior film europeo, in cui ha prevalso il mai troppo celebrato Quasi Amici, che ha saputo battere avversari del calibro di Jacques Audiard e Steve McQueen.
Senza dubbio è stata un'annata sorprendente e di tutto rispetto per il cinema iberico (finalmente, verrebbe da dire), e per fortuna la ventisettesima edizione dei Premios Goya ha saputo fornire riconoscimenti sacrosanti e convincenti.

martedì 12 febbraio 2013

THE WALKING DEAD - La terza stagione - Impressioni


Per un giorno, anche Cinemystic si dedica senza indugio al fenomeno televisivo dell'anno (anzi, degli ultimi tre anni): The Walking Dead, la serie post-apocalittica che ha scatenato un isterismo collettivo di portata mondiale. In realtà, anche senza averne mai parlato in questa sede, ho seguito con molta attenzione TWD sin dall'inizio, sia per la tematica di base, sia (soprattutto) per la presenza, in veste di ideatore e sviluppatore del format, del bravissimo Frank Darabont, autore mai troppo celebrato e capace di regalarci assoluti capolavori come The Shawshank Redemption e Il Miglio Verde, e altri lavori ricchi di suggestioni come Sepolto Vivo e The Mist.
La prima stagione mi è sembrata di buonissimo livello, pur con qualche discontinuità perfino logica visto il difficile (e riuscito) tentativo di intrecciare la matrice televisiva e il deciso approccio cinematografico. Il successo è stato planetario, con dati di ascolto che negli States hanno battuto ogni record, scatenando una febbre incontrollabile che ha innalzato a culto l'universo di TWD. E' stato l'apogeo della moda relativa agli zombi, la consacrazione dell'horror in Tv, ma anche e soprattutto, come ho scritto altrove, il trionfo dello stesso Darabont, vero uomo-guida del progetto. 
La seconda stagione ha visto il volontario (ma non del tutto) allontanamento del buon Frank, che ha abbandonato le riprese poco prima della messa in onda. I miei timori relativi al fatto che la serie senza di lui potesse scadere di rendimento sono stati però fugati, e, pur con alcune ombre e qualche episodio sottotono, le tredici puntate si sono mantenute a un livello medio più che soddisfacente, con l'apice raggiunto nella fantastica sequenza notturna dedicata allo scontro finale tra Rick e Shane.


Proprio ieri, la Fox ha iniziato a trasmettere la seconda fase della terza stagione, dopo che a novembre e dicembre erano state proposte le prime otto puntate. Io però utilizzo una modalità di fruizione differente: mal sopportando l'idea di dover aspettare un'intera settimana tra un episodio e l'altro, attendo che tutti siano trasmessi, e poi li recupero in un secondo momento, visionandoli a mio piacimento. Così ho fatto anche stavolta: poche ore fa, mentre andava in onda la nona puntata, io terminavo di recuperare le prime otto. Con qualche perplessità.
Fino ad ora questa terza stagione ha palesato alcune difficoltà di tenuta. Ci sono state puntate abbastanza fiacche o comunque non esaltanti (le prime tre), personaggi poco significativi inseriti ed eliminati in fretta senza troppo costrutto (i carcerati), interi mesi sulla carta interessantissimi troncati di netto (il periodo invernale), momenti in cui le sceneggiature hanno faticato a mantenere una seppur minima credibilità (la vita degli abitanti di Woodbury), e alcune trovate davvero ridicole, occasioni malamente gettate alle ortiche (la "telefonata" di Rick). In tutto questo, l'andamento sbilenco ha comunque conosciuto un attimo di totale esaltazione, durante la quarta puntata: un episodio epico, straziante, magnifico.
Forse sono troppo severo, ma l'impressione è che Mazzara, Kirkman, Nicotero e gli altri autori rimasti stiano un po' annaspando, alla ricerca della corretta amalgama con cui sviluppare e riunire le microstorie dei personaggi vecchi e nuovi. Inoltre, (mi) sembra che si stiano allontanando un po' troppo dall'horror, accarezzati dalla tentazione di trasformare TWD in una sorta di war movie, come dimostrato nella settima e ottava puntata, accattivanti e piacevoli, ma più somiglianti a uno spin off di Full Metal Jacket che a una serie sugli zombi. 


In ogni caso, poco importa: The Walking Dead continua a marciare come un caterpillar, e a mietere numeri strepitosi, tanto che domenica il nono episodio ha per l'ennesima volta battuto tutti i record di audience. Una quarta stagione è già in preparazione, e il fenomeno di massa non conosce stanchezza agli occhi degli appassionati sparsi in ogni dove. Si va dunque avanti, senza timori, fino a quando il pubblico lo vorrà.